Un percorso per ridefinire il nuovo linguaggio del volontariato
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Coming to 2011

Da Padova il primo step verso l'Anno europeo del volontariato

Lo scorso 11 dicembre, a Padova, si è svolto il primo di una serie di incontri promossi dal MoVi in occasione dell’anno europeo del Volontariato. Il seminario “Il volontariato dopo la transizione: discussione sui lessici e sui significati” ha visto la partecipazione di varie associazioni per ridefinire la carta del volontariato tracciandone i mutamenti in corso. Anche Labsus era presente con Angela Gallo, caporedattrice di “Notizie e appuntamenti”.

La città patavina è stata lo scenario del dibattito aperto da Franco Bagnarol, presidente del MoVi, sul ruolo del volontariato e sulla sua evoluzione (vedi intervento in allegato). In occasione dell’Anno europeo del volontariato (o meglio: "anno europeo delle attività volontarie che promuovono la cittadinanza attiva") ogni nazione ha predisposto un programma di interventi e “anche l’Italia – precisa Bagnarol – tramite un gruppo di lavoro dell’Osservatorio Nazionale del Volontariato, sta definendo il suo piano che avrà un importante momento di caduta nel mese di luglio a Roma. L’apertura dell’anno del volontariato europeo verrà celebrata l’11 e 12 marzo a Venezia con una Conferenza europea sul confronto tra i volontariati dei vari Paesi”.

Il MoVi Veneto, per questo motivo, ha dato il via ad un “contenitore” denominato comingto211 che si propone di raccogliere le esperienze e le proposte delle associazioni e movimenti italiani ponendosi come un ulteriore canale di dialogo tra le stesse per nulla in opposizione con l’attività dell’osservatorio, hanno precisato gli organizzatori. All’interno di questo "contenitore", di cui Labsus è partner, è prevista anche la realizzazione del progetto XXL che punta al coinvolgimento dei giovani nel mondo del volontariato (attraverso una serie di azioni in otto regioni italiane).

Evoluzione in corso d’opera

“E’ necessario uscire dall’ottica assistenzialistica propria degli anni Settanta e Ottanta superando il vecchio concetto di ‘nuova religione civile’. La carta di intenti che si vuole redigere – hanno chiarito i partecipanti – deve essere vista nell’ottica della sussidiarietà, un esercizio, questo, che spinge a ripensare al volontariato; è un percorso di ricerca dell’identità del volontariato stesso”. Per di più l’occasione che coincide con il 15° anniversario dell’unità d’Italia spinge a riflettere anche su quei personaggi “che hanno dato un contributo significativo allo sviluppo in Italia della società civile e della solidarietà”, ricorda Bagnarol nel suo intervento di apertura.

Significativo, inoltre, che nel rapporto Censis, tra le indicazioni per il superamento della crisi, vi sia espresso chiaramente il concetto di norma-legalità ma soprattutto di passione con un’ampia sezione dedicata al “volontariato come pilastro per la comunità”.

La storia del volontariato

E’ intervenuto anche Emanuele Alecci, presidente della Fondazione Tavazza, che ha tracciato un breve quadro della storia e dell’evoluzione del volontariato. Il volontariato trae origine dalle iniziative di auto aiuto nel XIX secolo nell’ambito del movimento operaio socialista. Accanto alla società di mutuo soccorso si affiancò l’attività di assistenza della chiesa, le cosiddette “opere pie”. Con la legge 6972 del 189 meglio nota come Legge Crispi, le opere pie andarono a sostituire lo Stato nell’assistenza attraverso l’istituzione delle Ipab (Istituzioni pubbliche di Assistenza e beneficenza). Con il fascismo le iniziative operaie, invece, furono sostituite dalle “Assicurazioni sociali”. La solidarietà, per molti anni, resta nelle mani delle Ipab e per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta lo Stato è, pressoché, inerte in campo assistenziale e sociale. E’ la chiesa che tiene le fila della solidarietà, in un certo senso, chiarisce Alecci.

La “rottura” con il passato avviene nel corso della metà degli anni Settanta in coincidenza con il salto di qualità del welfare pubblico in una posizione di autonomia rispetto alle Ipab. Comincia ad affermarsi, altresì, il volontariato privato che si apre a diversi settori della vita associata. Prende forma, quella che i sociologi cattolici nel 1981, definirono la “terza dimensione” della società civile “esterna e distante” tanto dallo Stato quanto dal mercato. Oggi la terza dimensione della società civile è quella che viene comunemente denominata Terzo settore.

Verso la fine degli anni Settanta la Fondazione Agnelli decide di studiare le nuove forme del volontariato per verificare se queste ultime avessero competenze, professionalità e autonomia o se, invece, fosse necessario stabilire partnership con le istituzioni pubbliche nella gestione dei servizi sociali. Il punto di svolta nel mondo del volontariato coincide con la nascita del MoVi nel 1978 per opera di Luciano Tavazza. Il Movi rappresentava l’azione collettiva emergente in posizione non conflittuale con gli attori del governo, in quanto i nuovi soggetti emergenti, per così dire post Sessantotto, erano portatori, invece, di una dialettica conflittuale. “Tavazza – prosegue Alecci – ha interpretato per primo l’approccio volontario organizzato in forma non antagonista, conflittuale a partire dall’articolo 3 della Costituzione”.

Gruppi di lavoro

Oggi si tratta di capire cosa si intende per volontariato e in quale direzione si sta andando o si vuole andare, per questo le associazioni partecipanti sono state suddivise, nel corso del seminario, in due gruppi di lavoro per tracciare le “keywords” del volontariato. Tra le parole chiave (vedi allegato) è emerso chiaramente il ruolo del volontario come cittadino attivo che si prende cura dei beni comuni, dell’interesse generale. I volontari sono il nucleo più interno della cittadinanza; infatti anche i volontari come pure i cittadini attivi sono titolari di un diritto di cura dei beni comuni (1), i quali non sono né pubblici e né privati. Piuttosto si configura su questi ultimi una sorta di diritto di "terza generazione" accanto ai diritti di libertà e ai diritti sociali. L’unico proprietario di tali beni è la comunità nel suo insieme. La cura dei beni comuni e, dunque, la concretizzazione dell’interesse generale caratterizzano entrambi i soggetti summenzionati, anche se, attraverso una relazione diretta nel caso dei cittadini attivi (“cittadini-beni comuni-persone”), e indiretta nel caso dei volontari (“volontari-persone-beni comuni”) (2).

Conclusioni

Attraverso questo primo step, avviato nella città patavina verso la strada della riscoperta del volontariato, è emersa la necessità di un ruolo politico dello stesso nonché della costruzione di una vasta rete territoriale che ponga le basi della collaborazione tra i vari soggetti.

Il volontariato rappresenta quel processo di crescita, di evoluzione dell’individuo come cittadino attivo che matura una coscienza critica verso la società; è per queste ragioni che si richiede, altresì, un ruolo politico più incisivo del mondo del volontariato. Questa iniziativa si sposa con le celebrazioni del 15° anniversario dell’Unità d’Italia, in quanto l’obiettivo, hanno precisato gli organizzatori, è anche quello di far emergere le personalità che hanno, nel corso della nostra storia, allargato gli spazi di cittadinanza, oltreché, di ridefinire i nuovi linguaggi del volontariato che si affermano non solo nel contesto italiano ma anche in quello europeo.

(1) Si veda editoriale di Carlo Donolo, “I beni comuni presi sul serio” in Labsus Editoriali 21, www.labsus.org. I beni comuni sono “un insieme di beni necessariamente condivisi. Sono beni in quanto permettono il dispiegarsi della vita sociale, la soluzione di problemi collettivi, la sussistenza dell’uomo nel suo rapporto con gli ecosistemi di cui è parte".

(2) Si veda editoriale di Gregorio Arena, “I veri soggetti della sussidiarietà. Volontari e cittadini attivi”, in Labsus Editoriali, www.labsus.org.



ALLEGATI (1):

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