"La Costituzione non è una legge sacra né morta, ma è un programma di azione che tocca ai cittadini e alle istituzioni realizzare insieme"
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Costituzione e scuola come beni comuni

Il 12 marzo a difesa della Costituzione e della scuola

C’è una esasperazione di fondo che lega quest’anno le manifestazioni del 12 marzo. Nata come giornata per la difesa della Costituzione si sta progressivamente trasformando in una giornata di mobilitazione per la difesa della scuola pubblica. Non per caso.

E’ da tempo ormai che la scuola è sottoposta in Italia ad attacchi molto forti, anche quando sotterranei. L’ultimo in ordine di tempo è stato quello del Presidente del Consiglio. Ed è stato tutt’altro che sotterraneo… Nelle politiche messe in campo dal governo negli ultimi anni si coglie un sostanziale fastidio nei confronti di una istituzione che ha certo molte pecche e che avrebbe bisogno certamente di riforme strutturali. Ma che resta un patrimonio fondamentale per lo sviluppo del nostro paese. La scuola è vissuta da questo governo soltanto come un peso economico insopportabile, in tempi di riduzione dei conti pubblici. O addirittura come il luogo in cui si trasmettono valori contrapposti a quelli delle famiglie. Ma i valori trasmessi nella scuola sono proprio i valori della Costituzione. E dunque non è un caso che il 12 marzo, pensato all’origine come un giorno di presidio della Carta costituzionale, sottoposta ad attacchi volgari da troppo tempo, sia diventato anche il giorno dell’orgoglio della scuola pubblica.

La ‘minaccia’ del ‘buono’

Anche perché, subito dopo le esternazioni che hanno scatenato la sorpresa e l’indignazione generale, il Presidente del Consiglio ha rilanciato il tema del ‘bonus’ alle famiglie. Di nuovo, e ad altissimo livello, il voucher viene sventolato come bandiera della libertà di scelta. E’ la linea della sussidiarietà negativa, quella che si difende dallo Stato e ne chiede il disimpegno a favore di soluzioni più o meno profit, ma, soprattutto, a favore di visioni corporative ed esclusive. Il bonus alle famiglie per la scelta delle scuole libere è la cartina di tornasole per comprendere i contenuti reali del conflitto.

In sostanza, il buono scuola non convince perché redistribuisce le risorse alla rovescia. Per la stessa ammissione degli esponenti del governo regionale lombardo, dove è adottato normalmente, il buono scuola riequilibra la bilancia sociale a favore dei ceti benestanti. Il buono è normalmente assegnato a quelle famiglie che scelgono, anche grazie ad una maggiore capacità reddituale, di far frequentare ai propri figli scuole private di eccellenza. Il buono, dunque, serve a favorire questa scelta, rendendo meno onerosa la spesa per chi la compie. Ma in questo modo si drenano altrimenti risorse pubbliche che dovrebbero essere utilizzate a vantaggio del servizio scolastico universale, nonché dei ‘meritevoli’ e ‘privi di mezzi’.

In più, il buono si tramuta in una forma di assistenza indiretta all’impresa privata che gestisce la scuola, con buona pace della norma costituzionale che riconosce la libertà della scuola privata ma ‘senza oneri per lo stato’. Se questa di cui si parla è sussidiarietà, è sussidiarietà ben strana, che non si pone obiettivi generali di sviluppo umano, sociale e civile, edifica una società di corpi separati, riproduce le gerarchie sociali consolidate, sfugge all’appello dell’equità.

Sussidiarietà e beni comuni

La sussidiarietà ispirata dalla nostra Costituzione si pone obiettivi ben diversi. In primo luogo, la promozione dei beni comuni. Come i lettori di Labsus ben sanno, beni comuni sono quelli non suscettibili di appropriazione privata e esclusiva: o ci sono per tutti, o non ci sono per nessuno. Sotto questo profilo su pace, ambiente, dignità della persona, rispetto dei diritti fondamentali non vi è contrasto.
Questo concetto però si può estendere anche alle istituzioni. Basti pensare ai servizi di pubblica utilità a livello comunale e provinciale o alle strutture che amministrano la giustizia nei vari territori del paese o ai servizi sanitari regionali. In tutti questi casi, parliamo di istituzioni pubbliche create con il preciso fine di tutelare i diritti dei cittadini o di migliorare la qualità della vita e le condizioni di benessere. Le istituzioni scolastiche sono certamente tra questi beni.

La scuola come bene comune

Sono migliaia gli esempi di genitori e studenti che partecipano responsabilmente alla vita della propria scuola, sempre più a corto di risorse. Ci sono genitori che forniscono la carta igienica ai propri bambini, che fanno le fotocopie per tutta la classe, che riverniciano le pareti usurate dal tempo o vandalizzate, che fanno collette per fronteggiare le spese necessarie. In molti casi si preoccupano della manutenzione delle palestre o delle zone verdi. Ci sono altresì studenti che verificano e denunciano la sicurezza di strutture spesso fatiscenti. In una logica corretta di sussidiarietà, forse bisognerebbe premiare queste famiglie, questi genitori, questi studenti che si prendono cura di un bene di tutti.

L’altro tema collegato alla promozione del bene comune è la qualità dell’insegnamento e del servizio. Che dovrebbe essere il più possibile elevato, universale e accessibile. Qui forse varrebbe la pena di sfatare il mito della debolezza della scuola pubblica a fronte di una presunta superiorità della scuola privata. I dati delle statistiche ufficiali e delle indagini internazionali indicano che, in Italia, gli studenti delle private hanno in media punteggi inferiori rispetto a quelli delle scuole pubbliche. L’Italia è uno dei pochi casi in cui questo succede: di solito è vero il contrario. Questo è già un segno di quanto la bistrattata scuola pubblica sia ancora una risorsa fondamentale per l’Italia. E che sarebbe autolesionismo depauperarla.

Il divario Nord-Sud

I problemi, semmai, sono altri. Il più importante è il divario tra scuole del centro-nord e scuole del sud. Un divario che pone di nuove le classiche domande sull’accessibilità, l’universalità e l’appropriatezza del servizio. Non può più bastare – è evidente – la tradizionale risposta astratta per la quale l’omogeneità dei programmi ministeriali assicura l’omogeneità del servizio. Il divario si risolve con risposte nuove. Tra queste, per esempio, ci sono seri meccanismi di valutazione che devono prevedere il coinvolgimento attivo del punto di vista degli utenti della scuola.

Qui però serve una maggiore collaborazione di insegnanti e dirigenti, troppo spesso rassegnati al peggio oppure chiusi a riccio per paura dei cambiamenti. Le chiusure corporative non fanno bene. E offrono il fianco ai detrattori. In questo senso, occorre riconoscere che i sindacati spesso hanno contribuito a mantenere lo status quo piuttosto che accettare – o pretendere – con coraggio le novità e le trasformazioni. In questo quadro, la valutazione – anche civica – dei servizi scolastici e della qualità dell’insegnamento sarebbe un utile esercizio di sussidiarietà e permetterebbe di migliorare il livello della scuola italiana.

Inoltre, solo con la valutazione (e, certo, più alti stipendi) è possibile attirare nuove migliori competenze: quanti sono i laureati italiani che oggi davvero aspirano ad insegnare nella scuola pubblica? Quanti sono viceversa quelli che vedono nella scuola soltanto l’ultima spiaggia lavorativa, quando tutte le altre strade percorse non hanno portato a niente di meglio?

Una promessa di cambiamento

Per concludere: il 12 marzo è una straordinaria occasione per far cogliere lo stretto nesso tra la promozione dei valori costituzionali (ivi compresi, per esempio, il diritto al sapere e allo studio e la giusta visione della sussidiarietà) e la cura delle istituzioni scolastiche. La scuola sta nel repertorio pratico dei beni comuni. Rappresenta un campo di sperimentazione del principio di sussidiarietà circolare: iniziative autonome di gruppi di cittadini che si incrociano e cooperano con iniziative pubbliche nella realizzazione dei fini che abbiamo sopra descritto sommariamente.

D’altra parte, è bene ricordare che la Costituzione non è una legge sacra né morta, ma rappresenta quasi un programma di azione che tocca ai cittadini e alle istituzioni realizzare insieme. Ecco perché bisogna giocarsi questa occasione senza inutili logiche difensive. Solo così le manifestazioni del 12 marzo avranno davvero successo e potranno raccogliere la giusta promessa di cambiamento.



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