I beni comuni costituiscono una sfida notevole per gli assetti istituzionali
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La questione dei “beni comuni”

Problemi di esclusione, regole di gestione

Martedì 15 marzo 2011, l'Aula Magna Storica dell'Università di Pisa ha ospitato il primo dei quattro incontri previsti all'interno del ciclo di letture dal titolo "I beni comuni: problemi di esclusione, regole di gestione", organizzato dalla facoltà di giurisprudenza dell' Università medesima in collaborazione con la Biblioteca universitaria. Qui di seguito se ne riporta un resoconto.

Il primo incontro si è svolto secondo lo schema della tavola rotonda: hanno partecipato alla discussione, coordinati dal Prof. Alessandro Pizzorusso dell’Accademia dei Lincei e Professore Emerito nell’Università di Pisa, il Prof. Maurizio Franzini dell’Università “La Sapienza”di Roma, il Prof. Stefano Rodotà dell’Università “La Sapienza” di Roma ed il Prof. Salvatore Settis dell’Accademia dei Lincei.

La sfida dei beni comuni

Il Prof. Franzini ha sviluppato il suo intervento evidenziando sin dalle prime battute come i beni comuni costituiscano una sfida notevole per gli assetti istituzionali e coinvolgano una pluralità di discipline nel tentativo di individuarli e regolarli. La teoria economica si approccia al tema dei beni comuni ponendo attenzione ad uno dei due attributi precipui di tale categoria di beni: la non escludibilità. I soggetti “non esclusi” assumono il comportamento di free riders costituendo quindi un pericolo per il mercato, che genererà inefficienza e porterà alla “tragedia dei beni comuni”.

Per gli economisti l’optimum, nella quadripartizione dei beni, è costituito dai beni rivali ed escludibili: nel momento in cui, date le caratteristiche intrinseche di un bene, viene realizzata l’esclusione attraverso diritti di proprietà e viene a crearsi un bene privato con proprietà comune, vi è un errore istituzionale che genera problemi di efficienza. Lo “sguardo corto” del mercato trascura però i costi sociali e riduce la tragedia legata all’esclusione ad un mero problema dipendente dalla distribuzione del reddito tra gli individui; inoltre sottovaluta le potenzialità delle proprietà comuni, che sono fonte di atteggiamenti cooperativi diffusi.

In definitiva è il mercato stesso ad essere fonte di esclusione, poiché attraverso i suoi meccanismi esclude dalla fruizione e dalla capacità di determinare il tipo di politica da adottare in relazione a tale tipologia di beni. Il mercato non include i cd. valori di non uso, di cui sono portatori i non fruitori, ed i diritti delle generazioni future. In conclusione, i beni comuni costituiscono delle sfide per la nostra capacità di visione collettiva di fronte ai problemi e la possibilità di “fare meglio” del mercato.

Beni comuni e diritti fondamentali

È seguito l’intervento del prof. Rodotà, il quale, citando Carlo Donolo, ha evidenziato come, facendo prevalere esclusivamente la razionalità economica nella continua tensione tra inclusività ed esclusività che caratterizza i commons, si arrivi all’erosione delle stesse basi della società. Il cuore dell’intervento si è incentrato sulla definizione dei beni comuni come prodotti dai diritti fondamentali.
Mentre si riflette sui commons si producono valori universali? Un tempo erano i beni scarsi che imponevano una riflessione, mentre oggi, accanto ad essi, assume preponderante spazio il tema della gestione dei beni non scarsi: si sta consumando veramente il superamento dell’età della proprietà e stiamo approdando all’età dell’accesso.

Riguardo a tale cambiamento di prospettiva vengono poste in luce due recenti prese di posizione: nel 29 il Consiglio d’Europa ed il Parlamento europeo avevano connotato l’accesso ad internet come diritto della persona e nel luglio 21 l’Assemblea delle Nazioni Unite si è pronunciata in merito all’accesso all’acqua poiché strettamente legato alla vita. I beni comuni si saldano con i grandi temi dell’uguaglianza, del rispetto della diversità e della dignità.

A testimonianza di ciò vengono richiamati da un lato il rapporto delle Nazioni Unite, in cui si evidenzia come ciascuno debba aver diritto ad un cibo adeguato che corrisponda alle tradizioni culturali del popolo a cui appartiene; e dall’altro l’esempio della riforma costituzionale in India che ha reso azionabile il diritto al cibo, avendolo correlato al diritto alla salute. In conclusione il tema dei beni comuni impone il superamento della dicotomia pubblico/privato e pone l’interrogativo se esista un tertium genus rispetto a tale alternativa.

La cultura del saccheggio

L’ultimo intervento è del Prof. Settis, il quale affronta il tema dei beni comuni come spunto di riflessione critica sull’attuale momento storico, caratterizzato dalla cultura del saccheggio. La nostra Carta Costituzionale è la prima che, all’art. 9, introduce tra i principi fondamentali la “tutela del paesaggio e del patrimonio artistico e culturale della Nazione”.

Vi è una linea, animata da una grande tensione civile, che collega la Costituzione apostolica di Gregorio XIII del 1574, Quae publice utilia et decorano, gli editti dei cardinali camerlenghi del 17, il discorso del Presidente Roosevelt, relativo al rispetto dei diritti delle generazioni future, ed approda sino al dibattito odierno sui beni comuni. L’osservatorio del Prof. Settis è, ovviamente, quello relativo alla conservazione dei beni culturali: dalle leggi Rava e Bottai, sino ad arrivare al Codice dei Beni Culturali, il fine di fare cassa è sempre in agguato.

Esempio a livello locale degli esiti nefasti dell’intervento del legislatore è l’abrogazione dell’art. 12 della legge Bucalossi relativa agli oneri di urbanizzazione: i Comuni, a causa delle loro enormi difficoltà finanziarie, hanno spesso chiuso un occhio (e forse anche due) sulle nuove costruzioni, per poter attingere alla liquidità degli oneri di urbanizzazione, ormai divenuti utilizzabili nella spesa corrente per qualsiasi finalità.

Ultimo capitolo di questa cultura del saccheggio potrebbe essere il federalismo demaniale, latore di logiche proprietarie che in passato sono state foriere di esiti fallimentari.



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