In piazza, non solo immigrati ma anche tanti italiani, insieme contro i ricatti, il razzismo e lo sfruttamento
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Primo Marzo, sciopero dei migranti

Italiani e stranieri uniti contro il razzismo, in difesa dei diritti

La prima mobilitazione risale al primo marzo 2010, in risposta ai disordini e alle violenze di Rosarno. A distanza di un anno, gli organizzatori ripropongono lo sciopero dei migranti, per ribadire l'importanza del lavoro straniero in Italia e per porre l'accento su quanto sta avvenendo oggi sull'altra sponda del Mediterraneo.

Anche quest’anno si svolge lo sciopero dei migranti. Il Primo Marzo è un progetto di partecipazione dal basso impegnato nella lotta al razzismo e nella difesa dei diritti umani. L’iniziativa nasce nel novembre del 29, per iniziativa di quattro donne: Nelly Diop, Daimarely Quintero, Stefania Ragusa, Cristina Seynabou Sebastiani. Da subito ha riunito italiani, migranti, seconde generazioni: tutti accomunati dal rifiuto del razzismo e della cultura dell’esclusione. La prima iniziativa risale al primo marzo del 21, quando il movimento organizza una giornata di mobilitazione e sciopero indirizzata a far comprendere quanto sia determinante l’apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società e come sia importante che italiani vecchi e nuovi si impegnino insieme per difendere i diritti fondamentali della persona, combattere il razzismo e superare la contrapposizione tra "noi" e "loro".

Migranti e beni comuni

Lo stesso impegno si rilancia oggi. Mentre si lotta per la democrazia in Nord Africa, non si può accettare la logica razzista dell’“aiutiamoli a casa loro”. La migrazioni sono spesso un modo per cambiare le proprie condizioni di vita. In più, bisogna ricordare sempre che l’apporto dei migranti per la crescita del nostro paese è e sarà cruciale.

Certamente per ragioni economiche, come molte volte è stato sottolineato: i migranti producono infatti una parte consistente del PIL (11%), alimentano le casse dello Stato con le tasse e i contributi previdenziali, sopperiscono con il lavoro di cura alle carenze strutturali del welfare italiano. Ma anche per ragioni sociali e culturali: rappresentano infatti una parte attiva e determinante nella costruzione di società diversa: più ricca, variegata, multiculturale e capace di guardare al futuro. Senza di loro, senza i bambini figli di migranti e coppie miste, l’Italia sarebbe oggi più povera.

Soprattutto, i migranti sono una forza civile per costruire una società diversa, per non limitarsi a difendere i diritti, ma reagire ai ricatti conquistandone di nuovi.
Insomma, l’apporto dei migranti nella costruzione di nuovi beni comuni, tra i quali lo stesso futuro dell’Italia, è fondamentale.

Un appello per i diritti

Lo scorso anno, in risposta ai disordini e alle violenze di Rosarno, il movimento Primo Marzo aveva organizzato uno sciopero per dimostrare l’importanza del lavoro di 4,5 milioni di immigrati in Italia. “Oltre 3 mila persone si sono mobilitate per dire no al razzismo, alla legge Bossi-Fini, al pacchetto sicurezza, ai Cie (Centri di identificazione ed espulsione) e sì a una società multiculturale e più giusta”, si legge nell’appello.

La situazione oggi è diversa e forse ancora più grave: “Non c’è stata un’altra Rosarno, ma gli effetti della crisi si sentono sempre di più e colpiscono soprattutto i migranti: in migliaia rischiano di perdere il permesso di soggiorno, in migliaia che il permesso non lo hanno vengono indicati come criminali e condannati al lavoro nero gestito dai caporali”.

Iniziative in tutta Italia

In programma manifestazioni e cortei in tutta Italia, dall’Alto Adige alla Sicilia, per richiamare l’attenzione sui diritti calpestati dei migranti. “La questione della cittadinanza rimane insoluta – dicono ancora gli organizzatori – e centinaia di giovani nati o cresciuti in Italia continuano a sottostare a una legge che non riconosce loro diritti né cittadinanza”. In piazza, non solo immigrati ma anche tanti italiani: “Non si tratta di uno sciopero etnico. Per portare avanti questa lotta, migranti e italiani devono muoversi insieme contro i ricatti, contro il razzismo, contro lo sfruttamento”.

Roma celebra la giornata con un corteo per gridare insieme «siamo tutti libici, siamo tutti egiziani, siamo tutti tunisini». Quest’anno l’iniziativa non poteva che essere dedicata al coraggio dimostrato dalle popolazioni magrebine. Nella Capitale, il corteo si muoverà martedì alle 16.3 da piazzale Aldo Moro e si chiuderà in piazzale Esquilino.

Chiudere i CIE

I manifestanti chiedono la chiusura dei Cie – i centri per l’identificazione e l’espulsione -, l’abrogazione della Bossi-Fini (in particolare, del nesso tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno) e del reato di clandestinità. Con lo sciopero, poi, si ribadisce la necessità di passare dal “concetto di ius sanguinis a quello di ius soli come cardine per il riconoscimento della cittadinanza e una legge che garantisca l’esercizio della piena cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia”.

Su questo tema Labsus ha ospitato diversi interventi con l’obiettivo di allargare il concetto di cittadinanza all’esercizio di diritti riconosciuti nelle Carte dei diritti internazionali e alla partecipazione concreta degli immigrati alla vita quotidiana del nostro paese.

Rivoluzioni e sbarchi

La mobilitazione di quest’anno non può non puntare lo sguardo su quanto sta avvenendo nell’altra sponda del Mediterraneo. “Le rivoluzioni di piazza segnalano un’aspirazione alla libertà che ha nelle migrazioni una delle sue declinazioni e che sta portando a un prevedibile aumento degli sbarchi (per altro mai interrotti) sulle nostre coste: di fronte a tutto questo la risposta italiana si sta rivelando ipocrita e inadeguata – accusa il comitato Primo Marzo – Si evoca un inesistente ‘stato di emergenza’ solo per evitare accogliere le persone che stanno arrivando sulle nostre coste”.

Occorre invece, secondo i manifestanti, varare al più presto “una legge organica e adeguata per la tutela dei rifugiati e dei richiedenti asilo”. Insomma, bisognerebbe davvero ascoltare le sagge parole del Capo dello Stato che ha invitato tutti – soprattutto il governo – a rinunciare ad allarmismi e vittimismi, nel nome dell’accoglienza e del diritto.



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