L ' equilibrio fifty/fifty tra pubblico e privato coordinato in Rete risulta vincente
Il punto di Labsus

La Rete vincente

I cittadini come come motore ausiliario dell'amministrazione

L’amministrazione pubblica è un bene comune che richiede le nostre cure. Nostre, dei cittadini. Quando l’azione civica, alzando il tiro, si impegna a incidere su regole generali, la collettività guadagna due volte. Il beneficio verrà apprezzato da chi utilizza direttamente la nuova risorsa messa in valore - giardino, museo, scuola – e andrà a ricadere su quanti verranno dopo, cittadini che in seguito potranno interloquire con dirigenti, uffici, norme più aperti alle loro istanze. Queste infrastrutture sono tanto indispensabili al benessere generale (provare, per credere, a vivere in una città interamente governata da privati), quanto fragili. Come qualunque costrutto umano, tendono a degenerare.

Siamo portati a sopravalutare la solidità degli apparati pubblici. Ci meravigliamo quando vediamo servizi eccellenti, orientati ai cittadini, scivolare verso il polo negativo, chiudersi in difesa, smarrire lo scopo originario. Com’è possibile, sembravano indistruttibili!

Spesso anche i cittadini attivi pensano l’amministrazione come entità granitica e questa immagine – conforme al paradigma bi-polare – frena la loro voglia d’incidere sul sistema. E’ importante, invece, prendere atto che solo i cittadini possono fornire al sistema pubblico alcune valenze indispensabili per la sua vitalità, Per esempio la conoscenza delle dinamiche sociali che le norme devono regolare. L’amministratore, a garanzia del principio d’imparzialità, è costretto ad adottare procedure che mal si adattano a tutte le espressioni della vita reale. Guardata dal basso qualunque regola risulta astratta, lontana dal buon senso. Ma raramente chi amministra è tanto insipiente da auto-boicottarsi; in genere quando sbaglia il bersaglio è per carenza di informazioni, gli manca appunto quella percezione della realtà che appartiene a chi sta sul terreno. Una lettura della burocrazia come entità sadica, votata a vessare cittadini impotenti, scoraggia qualunque intervanto di manutenzione civica che prenda a cuore norme, procedure e apparati amministrativi.

Sfiduciati più degli altri sono gli stranieri. Cittadini recenti, mal comprendono la complessità del nostro sistema pubblico; vengono da paesi con poche garanzie universali e molti favoritismi; qui sperimentano sgarberie che attribuiscono a diversità somatiche, anche nei casi in cui quel trattamento è riservato a quanti – stranieri o italiani – non parlano burocratese. I nuovi arrivati hanno pochi strumenti di auto-tutela, sono meno attivi nelle esperienze civiche; la cura dei beni comuni appare loro come un gioco elitario, inventato da benestanti dotati di cultura e tempo libero. Il problema è che proprio le persone ai margini – poveri, analfabeti, stranieri – dovrebbero essere prese a misura di efficacia dai servizi pubblici. La sussidiarietà può vincere questa sfida? La risposta non è scontata, ma credo che uno sbocco positivo dovrà cominciare da un approccio fiducioso nelle capacità reattive del settore pubblico.

La Rete delle scuole migranti di Roma oltre a insegnare l’italiano sta aiutando le autorità preposte a individuare le regole per il conseguimento dell’attestato. Questa esperienza, unica nel panorama nazionale, nasce nel 29 da dieci associazioni di impegno civile: scuole del volontariato, gratuite, che oltre alla trasmissione della lingua sono attente ai diritti e promuovono la socialità dei migranti. Appena sorta, la Rete – autonomamente – offre coordinamento anche alle scuole pubbliche di educazione degli adulti, i centri di formazione permanente (CTP). Gli insegnanti colgono l’invito come una corda lanciata a naufraghi alla deriva. Abbandonati dalle politiche pubbliche, mal pagati, privi di un orizzonte, gli operatori dei CTP trovano nella Rete gli stimoli necessari per lavorare meglio. Vitamine della crescita: scambi professionali, motivazioni civili. In due anni, gli organismi aderenti passano da 1 a 53; viene prodotto il primo censimento degli allievi da cui risulta che ogni anno vengono formati 14mila stranieri, per metà nel settore pubblico (CTP) e per metà nelle scuole del volontariato.

Il dato fa un certo effetto in Prefettura. Autunno 21: arriva il momento di applicare l’obbligo per gli stranieri di dimostrare la padronanza dell’italiano. Per avere la carta di lungo soggiorno, anche chi vive da tempo nel nostro paese deve attestare il livello di competenze linguistiche con un documento rilasciato dallo Stato. Un fiume di gente, destinato a ingrossare nel 211 con l’apertura dei flussi d’ingresso programmati, si infrange sulle procedure.

Quando il Ministero dell’Interno, Prefettura, Ufficio scolastico regionale si interrogano sul che fare, trovano una sponda nella Rete. L’esperienza costruita in tante e diverse scuole per stranieri fornisce una mappa straordinaria di risorse conoscitive, fino a quel momento invisibili, che contengono la soluzione. Le autorità intravedono la possibilità di produrre procedure ragionevoli. L’equilibrio fifty/fifty tra pubblico e privato coordinato in rete risulta vincente. Congiuntamente viene delineato un sistema per la verifica delle competenze basato su accordi tra CTP e associazioni. Gli stranieri potranno ottenere l’attestato frequentando una grande varietà di corsi, scegliendo orari e luoghi adatti alle proprie esigenze.

Lasciate a sé stesse probabilmente le autorità competenti sarebbero approdate a soluzioni ingestibili. Infatti, la normativa sul test di italiano è di quelle a costo zero, dovute all’incuria istituzionale che inventa diritti/doveri senza investire nelle infrastrutture necessarie. Poiché l’attestato di italiano condiziona l’accesso degli stranieri alla cittadinanza, la Rete si è presa cura di un interesse generale in più, identificato nelle procedure per i test. Un vantaggio per gli stranieri romani, una pista per soluzioni riproponibili in tutto il paese.

Questo esempio incoraggia a ripensare la sussidiarietà come energia vitale non solo per i beni comuni, ma anche per la gestione pubblica. La Rete romana ha coinvolto stranieri, soggetti contrattualmente deboli e ha osato entrare in dialogo con apparati pubblici particolarmente inclini alla severità dei controlli. Forse l’attivismo civico non è un gioco per privilegiati, né adatto solo a contesti speciali. Forse è tempo di guardare all’amministrazione come un sistema umano, fragile e incompleto, che ha molto bisogno di cittadini responsabili per darsi regole mediamente applicabili.



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