"Oggi si assiste ad un passaggio dal government alla governance"
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Shared social responsibility

"Carta per un'Europa di responsabilità sociale condivisa"

Martedì12 luglio la Sala del refettorio della biblioteca della Camera dei deputati ha ospitato un convegno organizzato dalla Fondazione Lelio e Lisli Basso Issoco in partnership con EconomEtica, avvalendosi della preziosa collaborazione del Consiglio d ' Europa, per analizzare nelle sue molteplici sfaccettature la proposta di una Carta per un'Europa di responsabilità sociale condivisa (RSC), elaborata dal Consiglio d'Europa e presentata il 1 marzo scorso a Bruxelles dal Presidente della Commissione europea e dal Segretario generale del Consiglio d'Europa stesso.

Introduzione

L’introduzione ai lavori del convegno è stata affidata a Gilda Farrell, a capo della divisione ricerca e sviluppo della coesione sociale del Consiglio d’Europa (CdE), che non ha perso occasione di sottolineare come il CdE medesimo, attraverso questo nuovo strumento, richieda una rivisitazione del concetto di responsabilità sociale, come reazione al divario venutosi a creare tra istituzioni politiche da una parte e bisogni reali dei cittadini dall’altra. ” L’obiettivo del Carta è di permettere alle voci dei più deboli di influenzare le regole del gioco generali ” , afferma Farrell che pone enfasi sulla necessità di non sottovalutare il differenziale di potere nel processo di costruzione dei beni comuni. ” L’importanza della Carta è quella di innescare dei processi che servono a cambiare le regole del gioco, processi pedagogici che nel lungo periodo possano permettere di cambiare la percezione dello sforzo e del contributo di ciascuno al bene comune, imparando a riconoscere lo sforzo dell’altro per il mantenimento e la cura dei beni comuni ” .

Claus Offe nella sua relazione pone un forte accento sul superamento dei tempi in cui il posto della responsabilità era cosìinequivocabilmente e facilmente individuata nella figura dell’ ” incombente governo ” . ” Oggi si assiste ad un passaggio dal government alla governance ” , sottolinea il relatore: ” mentre il government presupponeva l’individuazione di una competenza chiaramente delimitata e visibile concentrata nelle mani dei titolari di cariche governative e della camera legislativa, capaci di prendere decisioni vincolanti, la governance poggia su alleanze tra attori diversi che attraversano la divisione tra attori pubblici e privati, stato e società civile, o attori nazionali e internazionali. In quest’ottica anche i cittadini diventano responsabili, con il ruolo del governo che si riduce ad un’opera di incentivazione dei cittadini a puntare sulle responsabilità individuali piuttosto che su una loro richiesta e pretesa dal governo stesso di essere responsabile per loro conto ” .

Un concetto ben ripreso da Lorenzo Sacconi, direttore di EconomEtica, quando rileva che la RSC facilita la nascita di nuove forme di cooperazione multi-stakeholder, multilivello e multisettoriale in grado di prendere decisioni che sono frutto di un lavoro comune. In questo senso, la Carta intende rivolgersi alle pubbliche autorità , ai governi locali e alle imprese: a quest’ultime è richiesto di prendere in considerazione gli interessi di tutte le parti interessate.

Commenti alla Carta

Sulla scia delle considerazioni avanzate nelle relazioni introduttive, Stefano Zamagni, docente dell’Università di Trento e presidente dell’Agenzia del Terzo settore, riconosce che la Carta incorpora una nozione di responsabilità che va oltre quella tradizionale attribuita a Max Weber. Il famoso sociologo, declinando il principio di responsabilità , sosteneva che ognuno è responsabile per quel che fa. Secondo Zamagni, invece, in questa Carta si assiste ad un rafforzamento del principio di responsabilità per cui ognuno è responsabile non solo per quel che fa ma anche per quello che lascia fare agli altri.

Elena Granaglia, dopo aver individuato alcuni meriti della Carta (in particolare la sua impostazione che mostra una chiara avversione ad un modello di richiesta di condivisione di responsabilità associato ad un attacco allo Stato provvidenza e ad un indebolimento dei diritti sociali) introduce due questioni critiche partendo da una domanda: quale peso dare alla democrazia deliberativa e quindi alla RSC e quale, invece, al vecchio governo nazionale o internazionale che opera con una attività di comando e di controllo? Risponde Granaglia: ” Il mio timore è quello che mettere tutta l’enfasi sulla RSC rischi di porre in secondo ordine quello che rimane il ruolo cruciale del governo tradizionale. Lo Stato serve per garantire le condizioni necessarie a far sìche la RSC sia un esperimento di democrazia deliberativa che non si riduca ad un gioco delle fazioni ” . La relatrice conclude quindi il suo intervento rispondendo ad un’altra domanda: ” Quale spazio attribuire ad un’altra accezione di RSC più individualistica che nella Carta non viene presa in considerazione? ” . La sua posizione si mostra chiara: ” Quando parlo di una accezione più individualistica ho in mente una prospettiva che faccia leva sulla promozione di un ethos della cittadinanza, nel senso di una interiorizzazione delle norme della cittadinanza, dei principi di giustizia a prescindere dalle sanzioni che ne possono derivare ” .

Leonardo Becchetti ha concentrato invece il suo intervento su quell’insieme di meccanismi capaci di rendere le imprese responsabili, focalizzando in particolare il suo interesse sul cosiddetto ” voto con il portafoglio ” . Un concetto ben esposto dallo stesso oratore: ” I consumatori sono in possesso di un potere enorme, avendo in mano il destino dell’economia e della politica e possono, con le loro scelte, premiare quelle aziende che creano non solo valore economico ma anche valore sociale e ambientale, ossia quelle aziende che condividono la social responsability. Il consumatore decide se la RSC conterà o meno in futuro attraverso questo tipo di decisioni. Votando con il portafoglio si crea capitale sociale, si creano valori. Ma perché il voto con il portafoglio sia efficace è necessaria la presenza di una condizione: quella dell’autorinteresse lungimirante ” . Lo stesso Becchetti tende a precisare che ciò non vuol dire che la politica non conta all’interno di questo processo ma che, tenendo conto dei rapporti di forza attuali, questo tipo di azione è complemento e non sostituto del rafforzamento della politica.

Nell’intervento successivo, Stefano Rodotà sostiene con forza la tesi in base alla quale “oggi ci troviamo di fronte ad una nuova definizione del rapporto tra il mondo delle persone e il mondo dei beni mediato dai diritti fondamentali, che non hanno solo una funzione strumentale ma anche una funzione di individuazione dei beni comuni ” . Pur tuttavia ” non tutti i diritti fondamentali hanno come referente un bene comune e in tale ottica si rende necessario un secondo passaggio rappresentato dall’emersione sempre più marcata, al posto del soggetto astratto, della persona nel contesto delle sue relazioni sociali e dei suoi bisogni materiali ” . Nell’ambito di questo discorso il relatore introduce un ulteriore elemento di riflessione legato al diritto all’esistenza e alla libera costruzione della personalità e sottolinea in aggiunta che ” il tema dei beni comuni ha direttamente a che fare con la cittadinanza e i diritti di cittadinanza, considerati non più come una categoria di diritti escludenti che spettano al cittadino di un determinato Stato, ma una sorta di patrimonio che accompagna ciascuno individuo a prescindere dal territorio in cui si trova ” . Così, la loro principale caratteristica è quella di inglobare una responsabilità sociale condivisa che, nel momento in cui si fuoriesce dalla logica dell’esclusione e ci si incammina verso una mediazione tramite i diritti fondamentali del mondo delle persone e mondo dei beni, avvia una critica ad un certo modello di mercato e promuove un nuovo modello di sviluppo che fa perno su concetti quali quelli di decisione collettiva e di gestione condivisa, minando al contempo le tre categorie classiche della modernità : proprietà , sovranità e cittadinanza.

Laura Pennacchi, direttrice della scuola di democrazia della Fondazione Basso, afferma sin da subito che la Carta rappresenta un qualcosa di estremamente avanzato, il punto di approdo di un lavoro che ha alle spalle tutto un complesso di riflessioni e di preoccupazioni rispetto al destino della coesione sociale; ma non manca al contempo di rilevare due criticità , capaci di contrastare con lo sviluppo e la maturazione in avanti dei presupposti da cui la Carta muove. Una di queste criticità risulta essere esterna alla Carta stessa, un’altra più interna. La prima fa leva sulla convivenza tra una certa tipologia di impostazione della Carta con altre impostazioni esistenti a livello europeo non propriamente universalistiche e pro-sociali. ” Questa convivenza conferma la tensione irriducibile, che ha origine nei primi passi dell’unificazione europea, tra più visioni dell’Europa unita e dell’integrazione europea ” ha modo di affermare Pennacchi. ” Una tensione che è stata aggravata moltissimo dai recenti deliberati a cui è approdata la nuova governance europea, che si dimostra inefficace nel salvare i paesi deboli e adotta al contempo una pericolosa ortodossia restrittiva e deflazionistica a livello micro e macro economico, imponendo politiche di austerità generalizzata ” . La seconda criticità , più interna, risiede nella mancata individuazione di una ridefinizione del ruolo del pubblico all’interno di questo pur necessario processo di interazione di una pluralità di soggetti nella formulazione delle decisioni pubbliche.

Giacomo Marramao chiude la serie di commenti alla Carta con una relazione dal titolo “la democrazia oggi in Europa”, individuando dapprima nel 1989 (caduta del muro di Berlino) e nel 28 (crisi dell’ideologia del mercato autoregolato) le date delle due principali crisi che hanno cambiato il volto dell’Europa (ma anche del mondo), determinando la fine della divisione moderna del lavoro tra Stato e mercato, e passando successivamente in rassegna i diversi meccanismi che caratterizzano le tecniche di governo delle attuali società occidentali.

Tavola rotonda finale

Nella tavola rotonda finale si sono confrontati sul tema oggetto di dibattito vari rappresentanti del mondo dell’impresa, dei sindacati, delle amministrazioni locali e dalle organizzazioni del Terzo Settore.

Johnny Dotti, presidente di Welfare Italia Servizi, ha cosìutilizzato il suo tempo per fare il punto sui temi principali emersi nel corso del convegno: il ruolo dell’autorità nel XX secolo, la crisi del welfare, lo sdoganamento culturale di una concezione rigida della responsabilità , l’emersione di una nuova concezione della libertà .

Maria Grazia Guida, vicesindaco di Milano, ha invece affrontato il tema della coesione sociale elencando una serie di politiche adottate dalla nuova giunta comunale di Milano che vanno nella direzione di un rafforzamento del concetto di solidarietà nonchè di quello della pacifica convivenza e dello stare bene insieme.

Andrea Olivero, portavoce del Forum del Terzo Settore, ha cercato di individuare il ruolo da affidare al Terzo Settore nel processo di costruzione di una responsabilità sociale condivisa, facendo propria l’idea di una responsabilità trasversale che, partendo dalle istituzioni, finisca con il coinvolgere tutti i soggetti sociali e i cittadini. “Questa alleanza deve essere costruita partendo da alcune basi” afferma Olivero. “Tra queste, l’allargamento degli spazi della sussidiarietà , di una sussidiarietà autentica, da intendersi non come frutto di delega o di un ritiro dello Stato ma come crescita delle responsabilità dei soggetti nella loro funzione pubblica”.

Alessandro Laterza, presidente della Commissione cultura di Confindustria, ha dato un contributo interessante alla discussione rilevando giustamente che la responsabilità sociale d’impresa, di cui si sente tanto parlare negli ultimi tempi, altro non è che una parte del tema più generale oggetto di dibattito, mettendo in guardia sul potenziale pericolo che anche questa tematica possa finire nel calderone della regolamentazione.

Infine Giuliano Poletti, presidente Lega cooperative e mutue, si dice contrario alla tesi secondo cui il protagonismo sociale è il risultato di una gomitata a Stato o mercato, intendendolo piuttosto come un mediatore che si preoccupa di far funzionare bene Stato e mercato, deplorando allo stesso tempo l’eccesso di intermediazione a favore di una relazione più diretta tra individui e soddisfazione dei loro interessi e delle loro aspirazioni.

Conclusione

Elena Paciotti, Presidente della Fondazione Basso, conclude la giornata dedicata all’analisi della Carta per un’Europa di responsabilità sociale condivisa, riprendendo un concetto già precedentemente esposto da Laura Pennacchi nel corso della sua relazione. In particolare, Paciotti pone la sua attenzione sull’avvilente contraddizione che percorre la nostra Europa, dominata da una parte da chiusure nazionalistiche, egoismi particolaristici e sentimenti xenofobi, in contrasto con un modello europeo di responsabilità sociale condivisa, promossa dal Consiglio d’Europa, che fa dell’apertura all’altro e della solidarietà i suoi tratti caratterizzanti.



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