Il Censis fotografa un ' Italia in crisi, una società "fragile, isolata, in parte etero diretta", con una dialettica politica "prigioniera del primato dei poteri finanziari"
Società

Una lettura sussidiaria del Rapporto Censis 2011

Un ' analisi approfondita della situazione sociale del Paese

Censis_rapporto_2011Il 2 dicembre scorso a Roma, presso la sede del Cnel, è stato presentato dal Censis il Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese. L'articolata analisi condotta dagli esperti del Centro Studi Investimenti Sociali fotografa un'Italia in crisi, una società "fragile, isolata, in parte etero diretta", con una dialettica politica "prigioniera del primato dei poteri finanziari". In molti hanno già esaminato e commentato i dati e gli approfondimenti forniti dal Censis, in questo spazio vorremmo esaminare gli aspetti che più ci competono, in un'ottica sussidiaria.

Alla presentazione del Rapporto, giunto alla 45 edizione, sono intervenuti Giuseppe De Rita, Presidente Censis e Giuseppe Roma, Direttore generale Censis.

Censis_fotoSecondo Roma l’onere di uscire da questa situazione critica ricade sulla società italiana, in una recente intervista il Direttore del Centro studi sintetizza la sua ricetta per far ripartire l’Italia.

De Rita invece esordisce mettendo in guardia da una presunta “tendenza nazional sociale”, da un non ben definito “pericolo di sovranità del sociale”; il suo intervento poi si sviluppa intorno ai 5 punti dai quali, secondo il Presidente, dovrebbe passare una seria discussione per la ripresa del Paese: economia reale, visione politica di medio e lungo periodo, in contrasto con le decisioni a breve termine influenzate dagli sbalzi della finanza, articolazione interna e potenziali conflitti sociali, nuovi format di relazionalità , rappresentanza ed infine concertazione.

Il Rapporto è diviso in 10 sezioni:

Considerazioni generali

“Partim dolore, partim verecundia, cioè un po’ con dolore e un po’ con vergogna, abbiamo vissuto in questi ultimi mesi una retrocessione evidente della nostra immagine nazionale dovuta alla caduta del nostro peso economico e politico nelle vicende internazionali ed europee.

Abbiamo scontato certo una triplice e combinata insipienza: aver accumulato per decenni un abnorme debito pubblico, che non ci permette più autonomia di sistema; esserci fatti trovare politicamente impreparati a un attacco speculativo che vedeva nella finanza pubblica italiana l’anello debole dell’incompiuto sistema europeo; aver dimostrato per mesi e mesi confusione e impotenza nelle mosse di governo volte alla difesa e al rilancio della nostra economia”.

Si aprono con queste parole le Considerazioni generali che introducono il Rapporto, nelle quali vengono descritte le trasformazioni e l’evoluzione del Paese creando un filo conduttore con le analisi degli anni precedenti.

La società italiana al 2011

Censis_foto_2In tempi di crisi è frequente il richiamo alla responsabilità collettiva; secondo i dati del Censis “il 57,3% degli italiani è disponibile a sacrificare tutto o in parte il proprio tornaconto personale per l’interesse generale del Paese, anche se, di questi, quasi il 46% restringe la propria disponibilità ai soli casi eccezionali. Il 24,3% pensa che non esiste un interesse generale e il 18,4% che non ci sono soggetti in grado di rappresentare l’interesse generale”.

Innanzitutto bisognerebbe discutere sul concetto di interesse generale e sulla sua accezione; Labsus ad esempio traduce ormai da anni il concetto di “interesse generale” espresso nella Costituzione (articolo 118 comma 4) in “produzione, cura e sviluppo dei beni comuni” perché siamo convinti che sia necessario adottare una definizione pratica, che coinvolga i cittadini e stimoli l’azione quotidiana.

In quest’ottica, interesse individuale ed interesse generale non possono che coincidere, se invece ci si appella a quest’ultimo per rendere accettabili ai cittadini-lavoratori ulteriori sacrifici economici ed ulteriori tagli alla spesa pubblica (ad esempio quelli imposti dal governo tecnico – Monti nella cosiddetta manovra “salva Italia”), anche il concetto di interesse generale assume un significato diverso ed è spontaneo chiedersi “interesse di chi?”.

In questa sezione, oltre alla percezione della reputazione del nostro Paese all’estero, migliore dell’autostima italiana, e al fenomeno di “erosione del modello di sviluppo fondato sulla famiglia”, che è il soggetto che si è fatto carico dei bisogni sociali più complessi, andando a integrare (talvolta sostituendo visi completamente) le prestazioni di welfare, è significativo segnalare, tra le cause individuate del ristagno economico, il deterioramento dell’offerta di servizi, il deficit di classi dirigenti ed un sistema formativo fuori centro che, secondo il Censis, non risponde adeguatamente alle richieste del tessuto economico (al tempo stesso il tasso di occupazione per i laureati è del 76,6%, all’ultimo posto tra i Paesi europei).

In questo capitolo riguardo le politiche sociali si legge:

“Assai meno al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica (prima era stata descritta la condizione della scuola pubblica e del comparto sicurezza NdR) è invece la condizione delle politiche sociali, anch’esse soggette a pesanti tagli. Al riguardo basti ricordare la drastica riduzione del Fondo nazionale per le politiche sociali, la principale fonte di finanziamento statale degli interventi di assistenza alle persone e alle famiglie. Tale fondo, che contribuisce a finanziare la rete integrata dei servizi sociali territoriali attraverso una quota ripartita tra le Regioni (che a loro volta le attribuiscono ai Comuni), tra il 2009 e il 2011 è stato ridotto a un terzo: le risorse stanziate ammontavano a 518,2 milioni di euro nel 2009 (929,3 milioni nel 2008 NdR), sono scese a 38,2 milioni nel 2010 e a 178,5 milioni nel 2011”.

Tante le realtà costrette a chiudere (cooperative sociali, ecc.), gli interventi soppressi, gli operatori che da mesi attendono gli stipendi.

Questi invece i dati del cosiddetto Terzo settore:

– 13 milioni di italiani svolgono attività gratuite di aiuto per non familiari, per 351 milioni di ore al mese

– 6,5 milioni di persone hanno partecipato nell’ultimo anno a iniziative e manifestazioni promosse da associazioni di volontariato

– 15 milioni di persone hanno fatto donazioni a specifiche organizzazioni di volontariato

– 4 milioni di famiglie hanno ricevuto una qualche forma di aiuto

– 5,7 milioni di persone dichiarano di partecipare a mutue sanitarie integrative, per un totale di quasi 10 milioni di beneficiari

– 9,6 milioni di persone hanno partecipato ad almeno un evento annuale organizzato da associazioni.

Processi formativi

Un dato positivo riguarda gli abbandoni scolastici passati dal 19,2% del 2009 al 18%,8 del 2010, ma se si considera che il 65% dei diplomati tenta ogni anno la carriera universitaria, bisogna evidenziare che tra il primo ed il secondo anno di corso quasi il 20% abbandona gli studi.

Lavoro, professionalità , rappresentanze

L’occupazione italiana tra il 2007 ed il 2010 ha perso quasi un milione di posti di lavoro (a qualcuno verrà in mente un celebre “contratto con gli italiani”), precisamente 928 mila, con un decremento del 4,3%, di cui 335 mila nell’ultimo anno; l’occupazione straniera segnala invece un incremento di 580 mila lavoratori nei 4 anni, di cui circa 200 mila nell’ultimo anno. Negli ultimi anni inoltre si è verificato un processo di sostituzione tra italiani e stranieri in molte professioni manuali.

Il dato più preoccupante riguarda i giovani, tra il 2007 e il 2010 il numero degli occupati nella fascia di età 15-34 anni è diminuito di 980 mila unità , e tra i soli italiani le perdite sono state pari a oltre 1.160.000 occupati.

Investiti in pieno dalla crisi gli under 30, che secondo il Censis comunque “non sono esenti da responsabilità proprie” e “sembrano incapaci di trovare dentro di sé la forza per reagire”; il 16,7% dei giovani compresi tra i 25 e i 29 anni non è interessato né a lavorare, né a studiare, la media dei 27 Paesi dell’Ue è pari all’8,5%.

“Di contro, risulta da noi decisamente più bassa la percentuale di quanti lavorano, pari al 20,5% tra i 15-24enni (la media Ue è del 34,1%) e al 58,8% tra i 25-29enni (la media Ue è del 72,2%)”.

In questo capitolo, nel quale l’articolo 18 diventa uno “spettro che torna ad aggirarsi”, viene individuato nell’atavico immobilismo il problema principale del mercato del lavoro: gli italiani desiderano (ingenuamente?) un posto di lavoro per la vita, preferibilmente vicino casa e non in attività manuali.

Tale convinzione rischia di bruciare ogni anno 117 mila posti di lavoro perché le aziende italiane non trovano persone disponibili a svolgerli; secondo il Censis esistono infatti “molte opportunità occupazionali per chi abbia voglia di coglierle”.

Allo stesso tempo viene segnalato che sui giovani, che dovrebbero essere avvantaggiati da una maggiore liberalizzazione dei licenziamenti, continua a gravare il costo della mobilità in uscita (su 100 licenziamenti, 38 hanno riguardato infatti lavoratori con meno di 35 anni e 30 lavoratori tra i 35 ed i 44 anni).

All’interno di un’analisi non del tutto condivisibile, il Centro Studi evidenzia comunque l’assenza di una struttura di welfare diffuso in grado di proteggere i lavoratori dal rischio di trovarsi senza un’occupazione.

Cresce il part time involontario e soprattutto il lavoro nero, sommerso, informale, mai definito come illegale.

Il sistema di welfare

Come accennato in precedenza, i Comuni sono “sull’orlo del default sociale”: i tagli consistenti ai Fondi sociali nazionali avranno inevitabilmente impatti negativi sugli “occupati nel sociale, perché il welfare nei territori comunali è anche un motore che genera occupazione, reddito, valore economico, oltre che sociale; infatti i dati Auser indicano nel 48,5% la quota di spesa comunale per i servizi sociali impiegata dai Comuni per affidare all’esterno, in particolare a cooperative sociali e altri soggetti del terzo settore, la gestione di servizi e interventi sociali (+4% nel 2007-2009)”.

Lo scenario è grave e sconfortante, i milioni di cittadini attivi e volontari che quotidianamente operano sul territorio, applicando spesso, più o meno consapevolmente, il principio di sussidiarietà non possono essere abbandonati o peggio utilizzati per sopperire alle evidenti mancanze di amministrazioni locali al collasso, ma al contrario devono cominciare a svolgere un ruolo da protagonisti nel processo decisionale amministrativo.

Le esperienze e le richieste di una maggiore partecipazione si moltiplicano e non devono essere ignorate; in conclusione risulta evidente il fatto che a minori risorse corrispondano minori e peggiori servizi.

Territorio e reti

“Nel rapporto Censis dello scorso anno si era sottolineato come il modello di crescita delle città basato sul consumo di suolo non ancora urbanizzato e sulla continuata dilatazione delle aree urbane presenti oggi costi sociali, economici ed ambientali sempre meno sostenibili”.

In un’ottica di sostenibilità ambientale si riflette su due categorie di intervento in particolare, quelle della densificazione e della sostituzione.

Nel paragrafo “la crisi dello spazio pubblico accentua il malessere umano” si affronta il tema delle trasformazioni urbane e dell’abbandono degli spazi pubblici, dovuto anche ai profondi cambiamenti degli stili di vita collettivi; lo spazio pubblico è percepito quasi come un ambiente pericoloso.

A queste considerazioni si collega il senso di malessere che interessa i cittadini delle metropoli e che deriva principalmente da un senso di insicurezza a da una difficile gestione della vita quotidiana.

Non manca una riflessione sociologica sulla presenza massiccia dei centri commerciali, “superluoghi” dove viene simulato e riproposto lo spazio pubblico della città tradizionale in una cornice più direttamente legata all’industria del consumo di massa.

L’aspetto che forse ci interessa maggiormente è proprio “il nuovo interesse per gli spazi collettivi”; secondo l’analisi effettuata dal Censis sopravvive un “bisogno di piazza”, non solo fra gli anziani, che si manifesta con diverse modalità che esprimono il desiderio di “recuperare alcuni aspetti tradizionali della vita comunitaria”.

Le forme giovanili di riappropriazione degli spazi pubblici (beni comuni per eccellenza), per diverse finalità , rappresentano probabilmente uno dei fenomeni più positivi e promettenti dell’ultimo periodo; in proposito vengono citati i raduni critical mass e il movimento dei guerriglia gardener.

Il concetto stesso di comunità non può che passare attraverso l’utilizzo di spazi pubblici, la connessione logica ai beni comuni, alla loro tutela e al loro “consumo condiviso” è immediata.

Negli anni abbiamo catalogato migliaia di casi concreti di cittadini attivi e responsabili che hanno deciso di occuparsi/riappropriarsi di un pezzo della loro città o del loro comune; condizione necessaria per ognuna di queste esperienze è stata appunto la riscoperta di quel legame comunitario che fino a non molto tempo fa attraversava le strade e le piazze dei nostri quartieri.

In conclusione il Censis si è occupato dei ritardi e della penuria di risorse nelle infrastrutture ma anche del fenomeno della mobilità ciclabile, trainato da una domanda in costante crescita.

I soggetti economici dello sviluppo.

Comunicazione e media

La televisione rimane il mezzo più diffuso nel panorama mediatico italiano (97,4% della popolazione), mentre l’Italia continua a rimanere indietro (21 posto) rispetto a molti Paesi europei sia per quanto riguarda la diffusione dell’accesso a Internet, sia per la qualità della connessione.

Governo pubblico

Oltre alla crisi d’identità del Parlamento, che perde rilevanza politica a scapito del Governo, di cui dovrebbe controllare e indirizzare l’attività , crediamo sia interessante citare il paragrafo sulla democrazia partecipativa.

“Opere spesso utili per il territorio e le comunità che lo abitano oppure utili in generale, per la collettività , sono contestate per la sostanziale sfiducia che quelle comunità (e l’intera opinione pubblica in generale) nutrono nei confronti della politica (percepita come autoreferenziale) e nelle capacità dei governi. Ancor meno ci si fida delle imprese, tutte sospettate (piccole e grandi) di fare i propri interessi senza tenere conto della sicurezza e della tutela dell’ambiente. Le comunità si sentono cosìtagliate fuori dai processi decisionali, non percepiscono come tutelati né la propria salute, né il proprio territorio, né l’ambiente. In questo clima, l’unica loro difesa sembra essere l’opposizione. Un’opposizione “a prescindere” che come conseguenza provoca il blocco indifferenziato di ogni progetto che provi solo a cambiare la situazione pregressa”.

“Una situazione di stallo da cui si può uscire con un cambiamento di approccio da parte di tutte le parti in causa, all’insegna del dialogo, di un’informazione chiara e corretta e della partecipazione. Aprire alla società civile offre alle amministrazioni nuove soluzioni imperniate su percorsi decisionali inclusivi: scelte pubbliche che vengono compiute mediante il coinvolgimento di altre amministrazioni, associazioni, soggetti privati o comuni cittadini”.

Queste poche righe rispecchiano l’impegno di Labsus, per un ulteriore approfondimento sulla sussidiarietà nelle infrastrutture rimandiamo al progetto “Aste per la localizzazione” ideato da Christian Iaione.

Sicurezza e cittadinanza.



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