Può il volontariato prendersi cura di quel particolare bene comune che è la democrazia?
Il punto di Labsus

Il volontariato, una risorsa per la democrazia. Ma come?

Contro la sfiducia e la paura, le energie del volontariato

Quale può essere il ruolo del volontariato italiano nel rafforzare la democrazia nel nostro Paese? In che modo, con quali strumenti, attraverso quali percorsi il volontariato può essere effettivamente una risorsa per la democrazia? Queste e altre domande si sono poste le  principali organizzazioni di volontariato nell'ambito di un convegno organizzato a Pisa il 20 gennaio dall'Università del Terzo Settore.

In primo luogo è necessario chiarire che quando parliamo di democrazia possiamo farlo in almeno tre accezioni diverse. La prima e più ovvia è la democrazia rappresentativa, la seconda è la democrazia partecipativa e deliberativa e infine l’ultima, più recente, è la democrazia “operante” fondata sul principio di sussidiarietà .

La democrazia “operante”

Partiamo da quest’ultima, anche perché rappresenta in qualche modo la traduzione nella sfera della politica di una delle caratteristiche fondamentali del volontariato, la capacità cioè di innovare radicalmente i rapporti fra istituzioni e cittadini.

Tradizionalmente infatti il rapporto fra governanti e governati, fra cittadini e istituzioni è fondato sullo schema “domanda dei cittadini – risposta delle istituzioni”, derivato a sua volta dallo schema più generale “obbedienza (dei cittadini) in cambio di protezione (dello Stato)”. La domanda può consistere nella richiesta di un’autorizzazione oppure di una prestazione, ma in ogni caso si dà per scontato che la risposta possa provenire unicamente dall’istituzione interpellata.

Il volontariato dimostra invece da anni con la propria azione come sia possibile uscire da questo schema dando vita ad una diversa organizzazione della società , fondata sulla capacità dei cittadini stessi di dare autonomamente risposte ai propri bisogni, senza delegare sempre alle istituzioni. L’aspetto più interessante in tutto ciò è la valenza implicitamente “politica” del modo di intervenire del volontariato, perché tali risposte non vengono cercate e ottenute individualmente, “comprando” prestazioni e servizi sul mercato, bensìsono risposte date “insieme con gli altri”, cioè risposte solidali. E, come diceva Don Milani “politica è uscire insieme dai problemi, avarizia è uscirne da soli”.

“Domanda dei cittadini – risposta dei cittadini”

Sotto questo profilo l’introduzione in Costituzione del principio di sussidiarietà non ha fatto altro che riconoscere e legittimare il ribaltamento di prospettiva introdotto dal volontariato affiancando allo schema tradizionale “domanda dei cittadini – risposta delle istituzioni” lo schema “domanda dei cittadini – risposta dei cittadini” fondato appunto sulla sussidiarietà .

Quando i volontari ed i cittadini attivi si prendono cura dei beni comuni dimostrano con i fatti non soltanto che si possono avere risposte anche senza chiedere allo Stato, ma che le risposte che si danno insieme soddisfano sia le esigenze degli altri, sia le proprie. Infine, dimostrano che dando risposte insieme con gli altri si cresce, si sviluppano le proprie “capacitazioni” (Amartya Sen), ciò che non accade quando la risposta la fornisce lo Stato, né quando la risposta si ottiene privatamente.

In questo senso si può dire anche che il volontariato produce innovazione, perché spesso le rispose solidali, essendo il risultato della collaborazione fra diversi soggetti, danno vita a soluzioni diverse da quelle tradizionali. L’innovazione risulta in questo come in altri casi dalla combinazione inedita di fattori noti, cioè delle risorse di cui sono portatori i cittadini con quelle della pubblica amministrazione, grazie alla sussidiarietà .

La democrazia partecipativa e deliberativa

Il superamento della logica della delega nel dare risposte ai bisogni dei cittadini spinge inevitabilmente verso lo sviluppo di forme di democrazia partecipativa e deliberativa. Se infatti si impara a dare risposte autonomamente e insieme con gli altri, si acquista fiducia in sé stessi e non si è più disposti a delegare totalmente alle istituzioni.

Sotto questo profilo, il volontariato è una risorsa per la democrazia perché incarnando il superamento della rappresentanza come unica forma di partecipazione alla vita pubblica, dimostra come siano possibili nuove forme di cittadinanza, attiva, responsabile e solidale, che rafforzano (non sostituiscono) le modalità tradizionali di partecipazione democratica.

La grande sfiducia

Ma, per quanto essenziali possano essere la democrazia partecipativa e quella “operante” nell’aumentare il tasso di partecipazione alla vita pubblica nel nostro Paese, esse rimangono pur sempre forme integrative, non sostitutive, della democrazia rappresentativa. E questo pone un problema al volontariato ed alle sue organizzazioni, perché tornando alla domanda iniziale, ci si deve chiedere in che modo il volontariato può essere una risorsa, non soltanto per le nuove forme della democrazia, ma anche per la democrazia rappresentativa.

La domanda si pone perché la situazione in Italia dal punto di vista della democrazia rappresentativa è molto preoccupante. L’ultima indagine di Demos-la Repubblica, giunta alla quattordicesima edizione, descrive un Paese in cui la fiducia nei principali attori su cui si fonda la democrazia rappresentativa è veramente ridotta ai minimi termini. Meno del 4 per cento dei cittadini ha fiducia nei partiti e soltanto il 9 per cento ha fiducia nel Parlamento, dati ancora peggiori rispetto a quelli, già pessimi, dell’anno scorso. Addirittura, sempre secondo questa indagine, quasi metà degli italiani ritiene che i partiti non siano necessari alla democrazia.

Non può funzionare

Sono dati molto preoccupanti. Non può funzionare un sistema a democrazia rappresentativa in cui il 96 cento dei cittadini non si fida del principale strumento di tale forma di democrazia, cioè dei partiti politici. Si possono e si devono criticare i partiti e le loro degenerazioni clientelari ed oligarchiche, la loro corruzione, la loro estraneità ai problemi reali della società . Ma in un paese di 61 milioni di abitanti i partiti rimangono pur sempre indispensabili come strumenti di mediazione fra le esigenze della società e le istituzioni, nonché per la selezione della classe dirigente.

La sfiducia, per non dire il disprezzo, dei cittadini nei confronti dei partiti e del Parlamento ci dovrebbero preoccupare tutti, perché il vuoto in politica come in natura viene presto riempito. E, come dimostra l’esperienza del secolo scorso, c’è il rischio che questo vuoto di fiducia nelle istituzioni della democrazia venga colmato da demagoghi populisti, le cui ricette ingannevolmente semplici trovano in genere ancora più ascolto da parte di popolazioni impoverite e impaurite da una crisi come quella attuale.

Il volontariato come risorsa per la democrazia?

Anche le organizzazioni del volontariato dovrebbero preoccuparsi e domandarsi cosa esse possono fare per rafforzare la democrazia rappresentativa. La loro responsabilità in tal senso è infatti maggiore di quella di altre espressioni della società italiana, perché da un’indagine Eurispes risulta che il 67 per cento degli italiani ha fiducia nel volontariato (Eurispes 211).

E’ chiaro che non si tratta di trasferire “quote” di fiducia dal volontariato ai partiti. Si tratta invece di capire se e come il volontariato può contribuire con le proprie energie e capacità al rafforzamento della democrazia rappresentativa, senza snaturare se stesso, attraverso una politica di alleanze con tutti coloro che hanno capito che anche a causa della crisi economica bisogna uscire dallo schema “domanda dei cittadini – risposta delle istituzioni” per passare allo schema “domanda dei cittadini – risposta dei cittadini”.

La fiducia è una responsabilità

Le esperienze fatte finora non sono incoraggianti. Chi scrive ha potuto verificare di persona che il passaggio da un’organizzazione di volontariato alle istituzioni della democrazia rappresentativa, nel caso specifico un partito, comporta una sorta di duplice “sterilizzazione”, su entrambi i fronti. Dal lato dell’organizzazione di volontariato, perché non si ha più alcun ruolo e si viene considerati come passati su un altro fronte rispetto al mondo del volontariato. Sul lato del partito, perché una volta esaurita la raccolta del consenso e il momento elettorale, quando si tratta di prendere decisioni e fare politica chi viene dal mondo del volontariato è considerato un outsider, un dilettante. E i “professionisti della politica”, come si autodefinìin un’intervista l’on. D’Alema, non hanno nessuna intenzione di lasciare spazio ai nuovi venuti.

Tuttavia, considerati i risultati ottenuti finora dai professionisti della politica, alla luce anche dei cambiamenti intervenuti in questi ultimi mesi nella politica italiana, forse una riflessione sul proprio ruolo nelle istituzioni della democrazia rappresentativa il volontariato dovrebbe farla. La fiducia di quel 67 per cento di italiani rappresenta indubbiamente un vanto, un merito, ma anche una responsabilità .



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