" Moltiplicarsi dei conflitti orizzontali in una società come quella italiana bloccata verso l ' alto: nella quale cioè il conflitto redistributivo appare confinato nel circuito inferiore della stratificazione sociale "
Cultura

Poveri, noi

Il miraggio della società del progresso

Marco Revelli insegna Scienza della politica all'Università del Piemonte Orientale e ha guidato la Commissione d'indagine sull'esclusione sociale (Cies) che ha stilato l'ultimo Rapporto sulle politiche contro la povertà e l'esclusione sociale. Ma si è occupato anche di analisi dei processi produttivi: dal fordismo alla globalizzazione. Questa sua esperienza trasversale confluisce in questo piccolo, ma intenso volume. Da alcuni fatti di cronaca alle statistiche, passando per la peculiare vicenda economico-politica dell'Italia post-fordista.

Revelli sottolinea come la società italiana stia modificando la sua forma. Dalla classica forma a botte delle società occidentali, con estremi relativamente ristretti e un corpo centrale estremamente numeroso costituito dal ceto medio, si è passati ad una forma a clessidra asimmetrica, con una base allargata e una testa molto piccola, unite da un segmento molto allungato tipo collo di bottiglia. Gli estremi sociali si sono fatti cosìdistanti che “… la ricchezza dei ricchi, come nella società di ceto tardo medievali, è diventata intoccabile. Se redistribuzione dev’esserci che sia tra le già scarse risorse degli altri, chiamati a contendersi le briciole del reddito e dei diritti che non sono ancora evaporate nei circuiti astratti della finanza globale …”. Egualitarismo e redistribuzione sono termini ormai banditi dal dibattito pubblico e dall’agenda politica, non certo perché ormai dati per acquisiti, ma perché le distanze fra i primi e gli ultimi si sono fatte cosìabissali da apparire incolmabili. La parte bassa della classifica sociale si fa sempre più variegata, supportato dai dati statistici dell’ultimo Rapporto sulle politiche contro la povertà e l’esclusione sociale, Revelli elenca e analizza tutta una serie di figure: poveri, impoveriti, working poors, lavoratori solidi in società liquida, funanboli, senza rete, figure grigie e lavoratori autonomi di seconda generazione. Si tratta di personaggi che si muovono nella parte bassa della clessidra sociale, alcuni di loro ci sono caduti, come i granelli di sabbia che segnano il passar del tempo. Dati alla mano sottolinea come gran parte dei Paesi europei investano quote non grandissime, ma almeno statisticamente rilevabili, della loro ricchezza nazionale in strumenti di politiche pubbliche che contrastino le forme più gravi di deprivazione, che contengano gli effetti più pervasivi del declassamento e della perdita di status. Confrontando i livelli di povertà delle rispettive popolazioni ciò che emerge è l’assoluta inadeguatezza della politica intesa come azione razionalmente orientata alla soluzione di problemi sociali, infatti, mentre il sistema pensionistico italiano abbatte sensibilmente il tasso di povertà , portandolo al 23% (in linea con il resto d’Europa), otteniamo la peggior performance continentale, portandoci solo al 2%, dopo i trasferimenti della spesa pubblica.

Sarebbero queste, secondo Revelli, le cause della crescente fortuna delle retoriche populiste “attraverso le quali quel vuoto di operatività , sul versante dell’intervento pubblico, viene spregiudicatamente riempito con risorse simboliche”. Da qui nascerebbe il risentimento, l’indurimento del carattere, il fastidio per gli inferiori e l’emulazione dei nuovi signori, “tribalismo territoriale come forma di risarcimento per uno status e un’identità perduti”, quell’invidia del “perché a loro sì, e a noi no” che per la prima volta si rivolge in orizzontale, verso chi si colloca sul loro stesso piano o addirittura più sotto, invece che verso l’alto, dove si colloca chi ha di più.

REVELLI M., Poveri noi, Einaudi, Torino, 21.



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