Riconvertire e riqualificare le aree dismesse contro il consumo di suolo
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Consumo del territorio, crisi del paesaggio e finanza locale

Necessaria una nuova urbanistica basata sulla riconversione delle aree dismesse

copertina_libro_IfelCon la smisurata crescita delle aree edificate e la crisi della pianificazione urbanistica nell'ultimo decennio si è assistito all'aumento di fenomeni di degrado urbano con conseguenti rischi ambientali. Il volume "Consumo del territorio, crisi del paesaggio e finanza locale. Verso una nuova urbanistica" curato da Salvo Lo Nardo e Arianna Vedaschi indaga proprio sul ruolo che oggi possono giocare gli enti locali nella prevenzione del rischio ambientale ponendo un freno al consumo del territorio extraurbano attraverso la riqualificazione e la riconversione di aree urbane dismesse e degradate.

“E’ divenuto ormai urgentissimo frenare in modo deciso (fino a bloccarlo) il consumo del territorio extraurbano, origine di troppi guasti ambientali, senza più attendere esiti di eventuali ulteriori riforme urbanistiche che dovrebbero fondarsi su una nuova e matura coscienza collettiva (con una più forte consapevolezza dei cittadini, con una svolta in tema di tutela ambientale, con una capacità culturale lungimirante sui temi della qualità urbana e paesaggistica)”, si tratta in altri termini di realizzare una nuova urbanistica. Il principale obiettivo da perseguire, secondo gli autori, è quello di “riconvertire” gli interessi delle forze produttive che operano nel settore dell’edilizia in un approccio di riuso di parti di città consolidate, rigenerandole e riqualificandole abbandonando progressivamente la logica della costruzione ex novo nelle aree extraurbane.

L’urbanistica si presenta come una delle materie più complesse e controverse che ha visto nel corso del tempo un susseguirsi di leggi non sempre efficaci nel rispondere alle esigenze di sviluppo sostenibile delle nostre città . Si parla infatti di piani di riqualificazione urbana, di piani di riqualificazione urbana e sviluppo sostenibile del territorio (Prusst) e di società miste pubblico-private di trasformazione urbana (Stu), tutti strumenti che i legislatori hanno messo a disposizione degli enti locali per intervenire nelle città consolidate.

“Ma – si chiedono gli autori – a distanza di vent’anni dall’emanazione di queste leggi qual è il bilancio che oggi si può fare?” In realtà si contano solo un centinaio di interventi di rigenerazione urbana nel nostro paese tra cui l’area ex-zuccherificio di Cesena, la stazione di Parma, l’area ex-Italsider ed ex-Eternit a Bagnoli ma il caso più significativo è rappresentato da Milano. Nell’area metropolitane della città sono sorti infatti nuovi quartieri o servizi a scala urbana come il teatro degli Arcimboldi, la seconda università della Bicocca e il nuovo polo fieristico di Rho-Pero come pure il progetto City Life. Si tratta di un grande progetto di riqualificazione urbana attivato attraverso un bando internazionale del quartiere storico Milano Fiera che ha portato nella casse pubbliche circa 523 milioni di euro. Il bando individuava nella fondazione Fiera il soggetto garante nei confronti del gruppo vincitore, l’area è stata poi consegnata al vincitore completa di “piano integrato di intervento” approvato dal Comune di Milano (condizione indispensabile per garantire la realizzazione del progetto).

Questo è un chiaro esempio di una nuova concezione della riconversione urbana in cui soggetto pubblico e privato collaborano coniugando “l’interesse al recupero e alla rigenerazione dei settori urbani con un ritorno economico per le casse pubbliche”. Infatti recuperare le città e le aree urbane può avere riflessi positivi non solo direttamente sull’ambiente nella prevenzione del dissesto idrogeologico ma anche sugli stessi enti locali in termini di ritorno economico.

 



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