Quale spazio occupa, o deve occupare, la religione nel dibattito pubblico? Quali sono oggi i punti di forza in grado di rilanciare, invece, il ruolo pubblico della laicità ?
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” Laicità e verità ” ; terzo seminario della Scuola per la buona politica

Religione e spazio pubblico, analisi del contesto italiano

fondazione_bassoIl 22 marzo si è svolto il terzo incontro della Scuola per la buona politica organizzata dalla Fondazione Basso. Emma Fattorini, Francesco Rimoli ed Alessandro Ferrara, coordinati da Gabriella Bonacchi, si sono confrontati sul tema "Laicità e verità ", analizzando il processo storico della laicità e l'apparente regressione del processo di secolarizzazione.

Sino ad anni recenti l’idea che le nostre società si fossero laicizzate, avendo accolto ed incorporato i risultati del processo storico di secolarizzazione sia nelle condotte ordinarie di vita sia nelle regole del sistema democratico, sembrava pacifica. Oggi però assistiamo ad un cambio di prospettiva che induce non pochi a parlare di nuova stagione del post – secolarismo.

Quale spazio occupa, o deve occupare, la religione nel dibattito pubblico?

Quali sono oggi i punti di forza in grado di rilanciare, invece, il ruolo pubblico della laicità ?

Introduzione al dibattito

Gabriella Bonacchi ha introdotto la discussione prendendo spunto dal libro “Laicità , grazie a Dio” di Stefano Levi Della Torre, che da “ebreo laico e non credente, immerso in quanto italiano in una società dal profondo sostrato cattolico” osserva il mondo dei credenti, cogliendo i legami profondi con quello dei laici.

In massima parte, laicità e religione si occupano in modo diverso delle stesse cose: di come va il mondo e di come dovrebbe andare, della vita e della morte, della sofferenza e della speranza. Il conflitto tra laicità e religione non è tanto sugli argomenti quanto sul modo di argomentare, sui criteri di fondo circa il vero e il falso, circa il rapporto tra il sapere e il credere“, scrive Levi Della Torre.

L’analisi di Emma Fattorini

Il primo intervento del seminario è stato quello della prof.ssa Emma Fattorini, studiosa della chiesa contemporanea e della religiosità nelle società post-moderne.

La relatrice ha analizzato il processo storico della laicità focalizzandosi sul nostro Paese e sul “regressivo bipolarismo etico dell’ultimo decennio” che vede la contrapposizione tra laici che vorrebbero relegare la religione ad un affare privato, e religiosi secondo i quali il cattolicesimo dovrebbe candidarsi a religione civile, con l’obiettivo di sopperire alla mancanza di contenuti etici delle società occidentali.

Nonostante questa profonda divisione nessuno sostiene che la religione sia un’ideologia residuale, destinata a scomparire oppure ad interessare solo ceti socialmente marginali e culturalmente arretrati.

Non solo la religione non scompare con la modernità , ma ormai è evidente che sia una componente fondativa della modernità stessa e che debba essere presa sul serio“.

Diventa indispensabile per la cultura laica, secondo Fattorini, riflettere sulle modalità con cui “la religione possa contribuire al processo di modernizzazione. Il piano della tolleranza, del rispettoso riconoscimento reciproco è una condizione necessaria“.

Proprio in riferimento all’auspicabile incontro su principi di base condivisi e alle rinunce e ai passaggi attraverso i quali ciò si potrebbe ottenere, la studiosa cita un intervento di Habermas:

Tutte le parti, indipendentemente dal loro background culturale devono prendere in esame le questioni controverse simultaneamente dalla propria prospettiva e da quella dei vari partecipanti. Soprattutto le parti devono apprendere a limitarsi ad argomenti che siano in grado di convincere chiunque, indipendentemente dalle sue propensioni metafisiche e affiliazioni religiose. A prescindere dal contenuto di un accordo finale, tali processi avrebbero come esito il dar luogo ad un livello ideologicamente neutralizzato, e in questo caso, laico di reciproca comprensione. Visto in questa luce, il dibattito sulla secolarizzazione assume una direzione nuova“.

Fattorini ritiene che in un panorama nel quale vengono poste questioni inedite sul rapporto con la natura, come la bioetica, emergono problematiche comuni ai credenti e ai non credenti, problematiche che non devono radicalizzare il conflitto; “c’è bisogno di una costituente antropologica“.

L’analisi del processo storico della laicità prosegue. “La laicità nella nostra tradizione di cattolicesimo occidentale – europeo è diventata un valore in sé“; vengono inoltre evidenziate le differenze tra il contesto europeo in cui la laicità è considerata un punto di arrivo, una conquista faticosa (shock irreversibili per la Chiesa come la riforma protestante e la rivoluzione francese) e quello statunitense nel quale la laicità è un elemento fondativo delle istituzioni.

Il termine ‘laicità ‘ per la cultura cattolica non ha mai una connotazione positiva, viene usato come sinonimo di laicismo fino agli anni ’30 (…) la laicità è un male perché vuole cancellare la religione dagli spazi pubblici“.

Da un punto di vista storico, con Pio XII nel 1958 la Chiesa esprime il concetto di “legittima, sana, laicità dello Stato” ma solo con il Concilio Vaticano II “si riconosce la laicità come bene comune e non come un male minore” e viene concessa una libertà di coscienza ai credenti ed i cattolici si sono potuti conciliare con la democrazia.

Questa è stata una legittimazione teologica del protagonismo cattolico del secondo dopoguerra, con la fine dei totalitarismi infatti quella cattolicità che era stata ghettizzata dopo la rivoluzione francese sia in Italia che in Germania passerà dall’opposizione al governo nel senso letterale, perché saranno le élites cristiano – cattoliche a gestire il processo di ricostruzione“.

Con il pontificato di Woytila” conclude Fattoriniassistiamo ad un svolta antropologica, lo scontro con i laici infatti non riprende sul piano istituzionale del contrasto Stato/Chiesa ma si svolge sul terreno della vita e della morte“.

La relazione di Francesco Rimoli

Il seminario è proseguito con l’intervento del prof. Francesco Rimoli che ha sviluppato la sua riflessione attorno alla domanda: “Verità e pluralismo sono compatibili in un contesto di democrazia pluralista?

Nonostante il processo di secolarizzazione – razionalizzazione la religione continua ad essere presente“; Rimoli fa notare come oggi “l’offerta religiosa inoltre sia molto variegata, facendo aumentare di conseguenza anche la richiesta. Ognuno può trovare infatti una religione vicina alle proprie esigenze e necessità e la fedeltà non costa molta fatica“.

Secondo il relatore la secolarizzazione procede per fasi alterne, anche per questo motivo assistiamo ad una sua apparente regressione; il sentimento religioso invece, essendo legato alla percezione di sicurezza dell’individuo (e non alla sua ignoranza o alla sua irrazionalità ), ha ripreso forza nelle società occidentali contemporanee anche a causa dei periodi di crisi come quello attuale.

In questo senso la razionalità non riesce sempre ad influire sul senso di insicurezza ed il processo di razionalizzazione non determina automaticamente la scomparsa della religione.

Piuttosto che di un ritorno della religione, parlerei di una trasformazione della religione“, accanto alle religioni confessionali proliferano religioni individuali, il “Dio personale”.

Esistono infatti diversi atteggiamenti: una fede senza appartenenza, individualizzata e con deroghe, un’appartenenza senza fede (gli atei devoti) ed una fede multipla (mescola diverse religioni).

Come reagisce la Chiesa cattolica a questa sorta di ‘consumismo religioso’?“; in primo luogo con un atteggiamento antimoderno che rischia di essere legato all’intolleranza, alla chiusura e in casi estremi al fanatismo religioso, in secondo luogo con un atteggiamento postmoderno che sfuma ogni assolutismo, una verità assoluta non è in questo senso accettabile.

Secondo Rimoli, il tanto auspicato superamento dei contrasti fra credenti e non credenti è difficilmente realizzabile, in realtà non sembra praticabile una “traduzione dei linguaggi” (comprendere l’altro nel linguaggio dell’altro) e sui temi eticamente sensibili (fine-vita, bioetica ad esempio) lo scontro è ben presente.

La Chiesa inoltre, nonostante l’auspicio di una “laicità sana e dialogante” spesso è tutt’altro che dialogante quando afferma di “afferrare e possedere” la verità assoluta, o discute di valori non negoziabili.

L’ultima parte dell’intervento si focalizza sul principio di neutralità attiva dello Stato, lo Stato liberale secolarizzato ed i suoi limiti. “Lo Stato laico è uno Stato neutrale dalle varie istanze ideologiche, che deve compensare le istanze dei più deboli e non avallare le istanze più forti con il fine ultimo di garantire e favorire l’autodeterminazione dei singoli“.

Il pluralismo rappresenta un elemento costituente e la ricerca di una coesistenza delle diverse istanze richiede un diritto mite (soft law) che privilegi il permesso rispetto al divieto, evitando un’eccessiva legiferazione.

Il principio di laicità non è solo la difesa dello Stato dall’invadenza della Chiesa, ma è la difesa di ogni uomo dall’invadenza dei cattivi stati e delle cattive chiese (…) lo Stato laico quindi non è uno Stato debole perché deve conciliare le diverse istanze“.

Il principio di laicità , non affermato esplicitamente nella Costituzione ma solennemente dichiarato un architrave dell’impalcatura costituzionale (sentenza del 1989 della Corte Costituzionale), negli ultimi anni è stato trascurato ed ostacolato anche dal punto di vista giuridico, Rimoli infine conclude la sua relazione giungendo ad una risposta negativa relativamente alla domanda iniziale: “Verità unica e pace / pluralismo non sono compatibili perché chi afferma di detenere la verità assoluta finisce col volerla imporre ed entra nel dialogo con l’intenzione di far prevalere la propria profonda convinzione“.

La guida del pensiero laico è il dubbio, non la verità , non la certezza, ma l’autocritica anche ironica, la conoscenza possibile (…) la laicità non è il frutto di un relativismo vuoto e pericoloso che produce un nichilismo devastante ma al contrario è un concetto troppo pieno di valori, forse questo è il problema. Da questo punto di vita mi sembra comunque la forma migliore che abbiamo finora per risolvere i conflitti sociali o almeno per attenuarli“.

La riflessione di Alessandro Ferrara

La terza relazione è stata quella del professore di filosofia politica Alessandro Ferrara, che ha intitolato il suo intervento: “La voce pubblica della religione e i suoi limiti”.

Posto che l’esperienza religiosa e le sue forme di espressione, le grandi religioni storiche e le loro comunità ecclesiali hanno pieno diritto ad avere voce nella sfera pubblica di una società democratica, io vorrei qui riflettere sui limiti di questo diritto. Non c’è diritto che non abbia un limite oltre il quale il legittimo uso di questo stesso diritto si trasforma in un abuso. Come dobbiamo concettualizzare questo limite quando parliamo del diritto delle comunità religiose ad articolare una voce pubblica nelle società democratiche?

Inizialmente Ferrara richiama il contesto post-secolare e la discussione sulla formula di separazione fra Stato e chiese; con la rapida dissoluzione del blocco socialista nel 1989, unica alternativa al capitalismo, le religioni sono tornate in primo piano e l’affiliazione ecclesiale è diventata uno dei principali fattori di aggregazione e di identificazione popolare. La teoria della secolarizzazione, secondo la quale una società compiutamente moderna avrebbe presupposto la progressiva scomparsa della religione dalla dimensione pubblica (e la sua marginalità in ambito privato), si è dimostrata errata.

In un simile contesto risulta necessario riconsiderare le modalità attraverso le quali viene istituzionalizzato il principio di laicità e quindi la separazione tra religione e politica.

Secondo Habermas e Rawlsbisogna distinguere fra la sfera pubblica, dove ogni contributo, anche espresso in linguaggio religioso, ha piena legittimità , e la sfera istituzionale dove vengono prese decisioni vincolanti (parlamenti, amministrazioni). Fra i due ambiti dobbiamo immaginare un filtro che lasci passare soltanto quei contributi articolati in base a ragioni ‘laiche’ non nel senso ‘mondane’ o ‘immanenti’, ma nel senso di ‘accessibili a tutti’“.

Nel concreto questa linea di demarcazione (che passerebbe “per le soglie dei parlamenti“) è estremamente difficile da individuare; l’analisi di Ferrara prosegue riguardo al “come”, e non solo al “dove”, questa legittima voce pubblica si trasforma in un’ingerenza indebita.

La Chiesa può in chiave strumentale, per raggiungere fini politici, levare la sua voce nell’arena pubblica e appellarsi alla coscienza vincolata alla fede dei suoi membri? Oppure un’azione simile sconfina i limiti del quadro di uno Stato laico?

Il relatore analizza la particolarità italiana in materia di laicità dello Stato.

L’articolo 7 della nostra Costituzione nel suo primo comma recita: ‘Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani’. Prosegue poi con l’affermare che ‘i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi’, le cui eventuali modifiche, accettate dalle due parti ‘non richiedono procedimento di revisione costituzionale’. E’ qui il punto di origine di un’idea diffusa secondo cui la laicità delle istituzioni pubbliche nascerebbe non come funzione dell’indipendenza sovrana di tale Stato, neutrale rispetto alla diversità di fedi religiose praticate sul territorio, bensìsu base ‘concordataria’, come frutto del reciproco rispetto tributatosi da due potenze – una secolare, lo Stato, e una religiosa, ossia la Chiesa, sempre rigorosamente nominata al singolare – che si attestano al di qua e al di là del discrimine fra ambito temporale e ambito spirituale, e regnano ciascuna sovrana nel suo ambito ma nello stesso territorio. Questa formulazione ha fornito e fornisce legittimazione a un immaginario politico che assegna a una e una sola Chiesa maggioritaria un potere di veto morale su quanto il parlamento produce in una serie di aree cosiddette ‘eticamente sensibili‘”.

Quella italiana è una vera peculiarità , non esistono infatti paragoni negli altri ordinamenti, anche in Paesi egualmente cattolici come la Spagna e l’Irlanda.

Ferrara ricostruisce il dibattito politico intorno alla formulazione dell’articolo 7, segnalando la formulazione concorrente, osteggiata da Moro e Togliatti, proposta da Cevolotto e appoggiata tra gli altri da Basso e Calamandrei, che recitava: “Lo Stato riconosce l’indipendenza della Chiesa cattolica nei suoi ordinamenti interni“.

L’intervento si conclude con un interrogativo, premessa la vaghezza della formula “due potenze indipendenti e sovrane”: “Sappiamo dire oggi dove termina l’ordine entro cui la Chiesa è indipendente e sovrana, in modo che si possa sapere cosa c’è al di là e se quel limite sia per caso stato oltrepassato?



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