Orti senza casa: come unire in modo semplice l'ecologia al sociale
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Orti comunali: anche i pensionati producono ricchezza

In diverse città d'Italia i Comuni mettono a disposizione degli anziani terreni da coltivare

Non si tratta di un semplice passatempo, o meglio, non solo di quello: l'iniziativa di molti Comuni d'Italia di assegnare a cittadini pensionati lotti di terreno non sfruttati per farne degli orti, rappresenta un modo costruttivo di unire l'ecologia al sociale. Oltre a stimolare l'attività degli anziani, proponendo loro un piacevole svago, gli orti comunali favoriscono il loro reintegro nel tessuto sociale, promuovono la socializzazione, lo stile di vita sano e all'aria aperta e costituiscono una piccola fonte di sostentamento per i più bisognosi.

Da Bologna a Bolzano, da Vicenza a Grosseto, Roma, Catania e Agrigento: l’idea di creare degli orti comunali di cui si prendono cura ortolani over-sessanta attraversa l’intera penisola italiana, offrendo una piccola ricetta contro la crisi dell’economia e dei rapporti sociali.

Il metodo è molto semplice: le amministrazioni comunali emettono un bando di concorso tramite il quale vengono distribuiti ai concorrenti primi in graduatoria (donne e uomini che superano i 55 o i 6 anni e con i requisiti previsti dai singoli regolamenti) dei lotti di terreno all’interno dello spazio urbano da coltivare personalmente. Gli orti rimangono di proprietà del Comune, ma i pensionati che li coltivano e le loro famiglie sono gli unici destinatari dei prodotti del lavoro; a loro carico c’è solamente un esiguo canone annuo da versare al Comune di residenza.

Questi pensionati, ortolani non professionisti, possono sfruttare il proprio orto a piacimento: dedidere se ricavarne ortaggi e verdure genuini da portare sulle loro tavole o se farne una piccola area verde, con fiori e alberi da frutta in cui trascorrere al fresco i pomeriggi d’estate spetta a loro; ma ricreare in modo ridotto le atmosfere tipiche delle campagne nei centri abitati non può che giovare anche alle singole città , che migliorano in questo modo il proprio assetto urbano sottraendolo alla sfrenata cementificazione e alla meccanizzazione dei movimenti.

L’idea degli “orti senza casa” nasce per la prima volta in Germania, a Lipsia, alla metà del XIX secolo, ma si sviluppa successivamente soprattutto in Francia con i jardins ouvriers di Monsignor Jules Lemire. Lo scopo non era solo economico e alimentare, ma anche morale, poichè coltivare un orto era un modo sano di trascorrere il tempo con la propria famiglia e stare a contatto con la natura.

L’esigenza di creare dei piccoli spazi verdi all’interno delle città nasceva, poi, da un’altra esigenza: quella di rendere meno marcata la linea che separava cosìnettamente le città dalle campagne, portando un pò di queste nelle prime; differenziazione che si rifletteva, inoltre, in quella sociale tra proletariato e borghesia.

Nonostante ciò, per molto tempo e in particolare durante gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, l’orto in città era considerato una vera e propria anomalia, essendo quest’ultima intesa solo come luogo di attività economiche più specializzate, di parcheggi e, al massimo, di parchi. Ma la crisi economica degli anni Ottanta, l’esigenza di sapere cosa si mangia e difendere la sana alimentazione, la riscoperta del valore del lavoro dei campi e della bellezza delle campagne hanno riportato l’interesse su questa forma di attività , che si è progressivamente diffusa in molti Paesi, Italia inclusa.

Contro la crisi economica, contro l’inaridirsi dei rapporti sociali e contro la velocità ossessiva delle città , quale rimedio più sano, costruttivo e a basso costo degli orti senza casa? Una piacevole attività per gli anziani è, nello stesso tempo, un respiro più lento e una visuale più bella per tutti gli altri.



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