Il giardinaggio di comunità : la cura dei beni comuni attraverso la riscoperta di un sapere antico legato alla natura e un modo nuovo di vivere i legami di comunità
Il punto di Labsus

Nuovi spazi pubblici: il verde come bene comune

Cittadini attivi e giardinaggio di comunità

Negli ultimi tempi sulle pagine di questa rivista abbiamo registrato l'intensificarsi di esperienze di "giardinaggio di comunità ", "orti condivisi", "guerrilla gardening". Manifestazioni contemporanee di quello che in America è noto fin dagli anni settanta come "community gardening", tali esperienze si differenziano tra loro sia per il significato ad esse attribuito dai partecipanti che per le finalità che si prefiggono. Molti sostengono che tale rinascita sia legata ai tempi di crisi e alla necessità di avere prodotti "sani" a basso costo. In realtà tale interpretazione restituisce solo in parte lo spirito di tali iniziative che a nostro avviso chiamano in causa la cura dei beni comuni.

Il verde come bene comune: il community gardening

I predecessori storici di tali iniziative sono il Community Gardening e il Guerrilla Gardening. Un “community garden” costituisce un appezzamento di terra coltivato collettivamente da un gruppo di persone. L’American Community Garden Association utilizza una definizione abbastanza ampia: “It can be urban, suburban, or rural. It can grow flowers, vegetables or community. It can be one community plot, or can be many individual plots. It can be at a school, hospital, or in a neighborhood. It can also be a series of plots dedicated to “urban agriculture” where the produce is grown for a market”. Per quanto concerne le finalità , l’Associazione riconosce che il “community gardening” migliora la qualità della vita, fungendo da catalizzatore per i rapporti di vicinato e lo sviluppo della comunità ; stimola le relazioni sociale e la fiducia in se stessi; aiuta a fare fronte alle necessità di prodotti alimentari e costituisce un’opportunità per l’impiego del tempo libero, ma anche per lo sviluppo dell’educazione ambientale.

Per l’omologa associazione francese, “un jardin partagé est un jardin conà§u, construit et cultivé collectivement par les habitants d’un quartier ou d’un village. Un jardin partagé ne se décrète pas, il prend tout son sens parce qu’il répond aux attentes et aux besoins des habitants d’un lieu”.

Un esempio fra tutti può servire ad illustrare come gli Stati Uniti portino avanti una ricca tradizione in tema di Community Gardens. Nel 211 il Comune di San Francisco ha approvato un’ordinanza con la quale si permette a chiunque di vendere i prodotti del proprio orto. Il cambiamento è interessante, in quanto si passa da una finalità estetica ad una proposta di cambiamento di un sistema produttivo che influisce anche sul commercio nella città , inserendosi in iniziative del genere (progetti Km ) che si presentano come alternative al modello di sviluppo dominante.

Il verde come partecipazione politica: il guerrilla gardening

Non dissimile sul piano dei contenuti dal community gardening, è il guerrilla gardening, che attribuisce alle sue azioni un significato politico o quantomeno di protesta nei confronti di una disattenzione delle istituzioni nei confronti delle condizioni di vita delle aree più disagiate delle città . In pratica si tratta di agire rapidamente, non di rado di notte, occupando aree abbandonate delle periferie urbane e iniziando a coltivarle; oppure si può agire come guerriglieri nel senso pieno del termine, preparando delle “bombe” di semi con le quali dare vita ad un “green attack”; quest’ultima modalità di intervento è particolarmente adatta per aree recintate e non facilmente accessibili, all’interno delle quali si possono lanciare le “bombe”.

Il guerrilla gardening nasce a New York nel Lower East Side e nel 1973 dà vita al primo di sessanta Community Gardens. A loro volta traggono ispirazione dall’esperienza dei Victory Gardens che ebbero ampia diffusione durante la seconda guerra mondiale. A partire da queste esperienze, negli anni sessanta si sono moltiplicati i casi, quali gli orti ad Harlem e i “giardini tascabili” a Manhattan. L’esperimento raggiunge una diffusione planetaria negli anni duemila con alcune iniziative spettacolari, quale quella organizzata a Londra da “Reclaim the Street” per piantare fiori fuori il Parlamento.

Le esperienze italiane

A partire dai primi anni 2 anche in Italia si sono moltiplicate le iniziative dei cittadini legati alla cura del verde come bene comune. La rete “Zappata romana” conta più di 7 orti, giardini condivisi e “giardini spot” ad opera di cittadini e associazioni che in prima persona ne curano la realizzazione e/o gestione. Nata nel 21, si prefigge lo scopo di monitorare e promuovere la creazione di questi spazi pubblici condivisi. Vale la pena sottolineare che la rete zappata romana è stata creata da uno studio di architettura che si occupa di “spazi urbani e partecipazione”, una sfida per la stessa architettura. Zappata Romana partecipa ad un progetto per la realizzazione del primo Hortus Urbis, il primo orto antico della capitale situato nel Parco dell’Appia Antica.

Sempre a Roma, con lo slogan “Quelli che il parco” è nata un’iniziativa dei cittadini del II Municipio, riuniti in un comitato di quartiere che hanno deciso di prendersi cura del Parco Nemorense, una zona verde abbandonata. Nato nel 26, dopo un lungo periodo di progettazione, nel 211 il comitato ha firmato un protocollo di collaborazione con il Comune di Roma per la tutela e salvaguardia del Parco.

La diffusione di iniziative legate agli orti di comunità ha spinto alla creazione di reti per lo scambio di informazioni ed esperienze. “Ortocircuito” è la rete degli orti milanesi e “Growtheplanet” è un sito che offre indicazioni a coloro che volessero cimentarsi nella creazione di un orto, oltre a diffondere con iniziative mirate la cura del verde presso le giovani generazioni.

Le iniziative istituzionali

In questo campo, non mancano le iniziative promosse dalle amministrazioni locali. Nel 21 il Comune di Roma ha presentato un progetto che prevede l’adozione da parte di privati di aree verdi, giardini e aiuole, al fine di curarne la gestione e la manutenzione. Lo strumento individuato dal Comune per realizzare questo progetto è quello previsto per le sponsorizzazioni: alle associazioni che si faranno carico di questa attività sarà permesso di apporre nel lotto individuato una targa per “farsi pubblicità “.

Con modalità simili il Comune di Sesto San Giovanni ha lanciato il progetto “Bene comune, cresce con cura“per la riqualificazione e valorizzazione delle aree verdi della città alle porte di Milano. Al progetto possono aderire cittadini comuni, le associazioni del territorio, le imprese e i commercianti. I diversi soggetti adottano o sponsorizzano orti, aiuole, giardini ma anche fioriere, rotatorie e fontane, dando un rilevante contributo per la città e al miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti.

Lo stesso è avvenuto a Napoli, dove su iniziativa de Il Mattino, è stata lanciata l’iniziativa “Adotta un’isola verde” con l’obiettivo di coinvolgere i cittadini nella manutenzione del verde pubblico.

In tutti questi casi la finalità è duplice: da una parte c’è la volontà di promuovere il senso civico e dall’altra quella di far risparmiare all’amministrazione pubblica un po’ di denaro. Con l’iniziativa sulle sponsorizzazioni delle aree verdi il Comune di Roma ha calcolato che avrebbe risparmiato 8mila euro all’anno e 3 milioni con un successivo ampliamento del programma.

Il verde come bene comune

La difesa dell’ambiente è forse l’esempio più ricco di esperienze di cura dei beni comuni e quello che vanta maggiori successi di pubblico. Gli orti e i giardini di comunità rappresentano un’esperienza per certi aspetti diversa e innovativa e particolarmente rappresentativa di un’attenzione tutta contemporanea ai beni comuni. Arena definisce i “beni comuni” come “quei beni che se arricchiti, arricchiscono tutti e se impoveriti impoveriscono tutti”. Un giardino abbandonato è un danno per un’intera comunità ; se qualcuno se ne prende cura, non sono solo i singoli a trarne vantaggio, ma l’intera comunità che si riappropria della disponibilità di un bene e che al tempo stesso riscopre un senso di appartenenza e un modo nuovo di vivere la città . Quest’ultima diviene cosìun laboratorio di sperimentazione della cura dei beni comuni, come ricordato da un editoriale di Christian Iaione del dicembre scorso.

Anche in questo caso è opportuno operare una distinzione a partire dal soggetto proponente e dalle finalità che si prefigge di raggiungere. Sul fronte istituzionale due motivazioni contrapposte campeggiano sulle altre: da una parte si colloca la promozione del senso civico e dall’altra l’utilizzo dei cittadini attivi come surrogato dell’intervento pubblico. Sul fronte dei singoli cittadini, il bisogno emergente di poter toccare con mano i risultati delle proprie azioni, costituisce una motivazione che spesso è alla base di queste iniziative. La distanza che gli istituti della democrazia stabiliscono tra il momento della decisione politica e la verifica degli effetti, fa si che i cittadini perdano il senso del loro contributo e scelgano altre strade per dare voce ai propri interessi.

Si profila pertanto un modo nuovo di manifestare il proprio impegno civico che assume un significato politico nel momento in cui tali iniziative coinvolgono un’intera comunità . A molti potranno apparire come un’interpretazione limitativa della politica, circoscritta a obiettivi di portata residuale, distante dai temi fondamentali di una collettività . Al contrario ne rappresentano la dimensione originaria, l’essenza stessa: la politica come amministrazione condivisa da parte dei cittadini della polis. Che non siano anche esperienze come queste a far ritrovare alla politica il senso della sua funzione all’interno della società , in un momento in cui sembra aver perso ogni capacità di dare risposte alle istanze dei cittadini.



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