Il Terzo settore deve incalzare i partiti perché facciano le riforme essenziali
Il punto di Labsus

Il Terzo settore e la tenuta della democrazia in Italia

Anche la democrazia è un bene comune di cui bisogna prendersi cura

Meno del 10 per cento dei cittadini ha fiducia nei partiti e nel Parlamento, quasi metà degli italiani ritiene che i partiti non siano necessari alla democrazia, un elettore su due alle politiche vuole votare per un movimento di mera protesta.

In queste condizioni generalizzate di disprezzo per le istituzioni e le regole della democrazia rappresentativa, che tipo di futuro ci stiamo preparando? Il Terzo settore ha vari buoni motivi per essere interessato a rafforzare la democrazia rappresentativa nel nostro Paese. In primo luogo, ovviamente, in quanto componente essenziale della società civile italiana. In secondo luogo come potenziale modello ispiratore di nuove forme di democrazia. E infine perché la fiducia che l’8 per cento dei cittadini nutre nei confronti del Terzo settore rappresenta indubbiamente un vanto, un merito, ma anche una responsabilità .

Il volontariato nelle istituzioni

Ma in che modo il Terzo settore può contribuire alla difesa della democrazia?

Le esperienze fatte finora non sono incoraggianti. Spesso il passaggio da un’organizzazione di volontariato alle istituzioni della democrazia rappresentativa, nel caso specifico un partito, comporta una sorta di duplice “sterilizzazione” su entrambi i versanti. Dal lato dell’organizzazione del Terzo settore, perché non si ha più alcun ruolo e si viene considerati come passati su un altro fronte rispetto al mondo del volontariato. Sul lato del partito, perché una volta esaurita la raccolta del consenso e il momento elettorale, quando si tratta di prendere decisioni cruciali e fare politica chi viene dal mondo del volontariato è considerato un outsider, un dilettante. E i “professionisti della politica” non hanno nessuna intenzione di lasciare spazio ai nuovi venuti.

D’altro canto anche la presenza di ex-dirigenti del Terzo settore in Parlamento, pur consolidata da decenni, se è servita a difendere le organizzazioni del Terzo settore, lo Stato sociale ed i diritti dei più deboli non ha potuto, forse anche proprio per la marginalità loro imposta, evitare le degenerazioni partitiche né il disprezzo generalizzato verso i “politici” che ha investito tutti, anche coloro (e sono più di quanti non si creda) che operano nelle istituzioni onestamente e seriamente e che dunque non meriterebbero tanto disprezzo.

In sostanza, la presenza nelle istituzioni e nei partiti di ex-dirigenti del Terzo settore può essere utile per la difesa della democrazia, purché alimentata costantemente mediante un fortissimo, costante ed esigente ancoraggio alle organizzazioni di provenienza per evitare sia la loro cosiddetta sterilizzazione, sia (il che è anche peggio) la loro cattura da parte delle logiche dei politici di professione.

Incalzare i partiti

Ma questo riguarda il futuro, le prossime elezioni. Cosa può fare oggi, subito, il Terzo settore per evitare che la situazione degeneri fino a un punto pericoloso per la tenuta stessa della democrazia nel nostro Paese?

Una cosa si può fare subito sul fronte delle regole della democrazia rappresentativa, che sono essenziali per il buon funzionamento del sistema nel suo complesso. Non solo del sistema politico o di quello istituzionale, ma proprio del “sistema Paese” nel suo insieme, tant’è vero che gli speculatori (i cosiddetti “mercati”) ci stanno attaccando anche perché non si fidano di quello che succederà nella politica italiana nel 213.

Il Terzo settore dovrebbe dunque incalzare con un’iniziativa di respiro nazionale tutti i partiti presenti in Parlamento affinché affrontino rapidamente due punti dirimenti per il rapporto fra partiti e cittadini, cioè da un lato la legge elettorale, dall’altro le forme del finanziamento ai partiti stessi.

La legge elettorale

Non spetta certo al Terzo settore dire quale legge elettorale o quale finanziamento ai partiti deve essere introdotto. Ma il Terzo settore deve farsi portavoce di tutti quei cittadini che in esso ripongono fiducia chiedendo che i partiti approvino una legge elettorale che metta gli elettori in grado di scegliere sia chi li rappresenta, sia chi li governa. Questo è il nucleo di ciò che deve essere garantito, il come farlo non spetta al Terzo settore dirlo, ma è compito appunto dei partiti.

Il finanziamento dei partiti

E l’altro punto riguarda il finanziamento dei partiti. Che sia totalmente pubblico, in parte pubblico e in parte privato, o in altra forma, anche questo è responsabilità dei partiti deciderlo. Quello che non può essere accettato è il permanere del sistema attuale, che è stato e tuttora è uno dei fattori più potenti di delegittimazione e quindi di indebolimento della democrazia nel nostro Paese.

Possono esserci anche altre questioni su cui il Terzo settore può incalzare i partiti in nome di una società civile sempre più disgustata, arrabbiata, delusa. Ma queste due sono essenziali e su di esse bisognerebbe mobilitare le organizzazioni del Terzo settore ed i loro aderenti, che in fin dei conti sono cittadini come gli altri (e forse ancora più disgustati, considerato tutto l’impegno profuso verso gli altri). Ci sono mille modi per mettere sotto pressione i segretari di partito, i parlamentari e in generale la cosiddetta “casta”, usando la Rete, i social network ma anche strumenti più tradizionali.

L’importante è non stare a guardare mentre alcuni irresponsabili che hanno perso il contatto con il mondo reale, arroccati in Parlamento come in una fortezza, sembra facciano apposta per fornire ogni giorno nuovi argomenti a chi pensa che forse la democrazia è un lusso che non ci possiamo più permettere.



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