" Un innegabile bisogno di diritti e di diritto si manifesta ovunque, sfida ogni forma di repressione, innerva la politica stessa "
Cultura

I diritti. Una storia infinita

Recensione a Stefano Rodotà Il diritto di avere diritti, Laterza, 2012.

immaginie_libro_R"Il fatto che si parli con tanta frequenza di nuovi diritti è il segno che la storia non si è fermata". La circostanza, tuttavia, che spesso tali diritti restino inascoltati induce a riflettere sullo spazio dagli stessi occupato nell'odierna società e, ancora più a fondo, sulla sfida che attende il diritto e le istituzioni di qui ai prossimi anni.

Troppo spesso si narra di diritti negati. E allora viene naturale chiedersi, con non poca mestizia, se quella che Norberto Bobbio ha definito “l’età dei diritti” rappresenti un’era ormai prossima al tramonto.

La rassegnazione, tuttavia, lascia il posto alla riflessione e alla speranza (ma non – si badi – alla facile utopia) nelle pagine de Il diritto di avere diritti, di Stefano Rodotà .

L’illustre studioso muove dal constatare come i diritti fondamentali – a partire da quelli eretti a vessillo della Rivoluzione francese del 1789, per intenderci – siano continuamente “minacciati” perché posposti alle esigenze di mercato, fino al punto di essere sfigurati da prerogativa a lusso. Nell’era della globalizzazione, infatti, “i diritti si dilatano e scompaiono, si moltiplicano e si impoveriscono (…) redistribuiscono poteri e subiscono soggezioni, soprattutto agli imperativi della sicurezza e alla prepotenza del mercato”.

Eppure il lavoro, l’istruzione, la salute non sono (rectius, non dovrebbero essere) negoziabili, pena la negazione stessa della persona e della sua dignità . Ce lo insegna la nostra Costituzione, che già all’articolo 3 parla di “dignità sociale”. E ce lo insegna, altresì, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, il cui articolo 1 sancisce l’inviolabilità della dignità umana, che “deve essere rispettata e tutelata”.

Perché queste parole non finiscano con l’essere formule vuote occorre, dunque, ristabilire gli equilibri tra uomo e mercato, ma anche tra istituzioni e cittadini. O – come afferma l’Autore – dare vita ad un “mutamento di paradigma”. Infatti, se da un lato l’attualità ci mostra come sovente i diritti finiscano per essere subordinati al mercato e per dovere obtorto collo ubbidire alle regole di quest’ultimo, dall’altro lato bisogna anche constatare come la stagione dei diritti non sia affatto conclusa. Al contrario, “è tutto un incessante riscrivere il catalogo dei diritti”, che sempre più spesso fioriscono dal basso e rispondono al comune sentire, al “prepotente emergere di comuni bisogni [anche] materiali”. Si pensi – ad esempio – alla battaglia per la tutela della privacy o per la difesa del diritto di ciascuno all’autodeterminazione, nonché a quella per la protezione dell’ambiente e la tutela delle generazioni future.

Sono questi bisogni, dunque, che devono costituire l’oggetto della “riflessione nuova” di cui parla Rodotà . E’ ad essi che il diritto e le istituzioni tutte oggi sono chiamati (nuovamente) a rispondere. Ed è altresìad essi che l’Autore guarda, senza retorica né nostalgia, bensìin chiave propositiva, alla ricerca di nuovi possibili modelli di tutela. Per questo motivo il “Diritto di avere diritti” ha il grande pregio di portare il lettore a riflettere – in disparte le ideologie – sul ruolo e sul senso che i diritti recano nell’odierna società e sullo spazio che essi meritano di occupare anche negli anni a venire. E’ proprio qui, dunque, che si annida la speranza, ossia nella constatazione che “la storia [dei diritti] non si è fermata”.

RODOTà€ S., Il diritto di avere diritti, Laterza, 212.



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