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I cittadini non sono più solo utenti, ma possono trasformarsi in produttori e gestori di servizi pubblici locali
Il punto di Labsus

L ‘ energia dei cittadini

" Dal basso " e " insieme " per la quarta rivoluzione istituzionale

I cittadini non sono solo portatori di bisogni. Possono trasformarsi in portatori di soluzioni. Se adeguatamente assistiti e incentivati, i cittadini possono immettere le proprie energie, il proprio tempo, le proprie idee, risorse, i propri in questo processo di trasformazione. Questa verità  che è alla base del cambio di paradigma richiesto dal principio di sussidiarietà  orizzontale è particolarmente vera nel campo dei cd. servizi pubblici locali (energia, acqua, rifiuti). Proviamo a dimostrarlo partendo dalla produzione di energia e cercando di applicare le declinazioni della "sussidiarietà  quotidiana" (che vede i "cittadini singoli" dell'articolo 118.4 Cost. impegnati a risolvere problemi di interesse generale attraverso un cambio di stile di vita nelle piccole scelte quotidiane) e dalla "rivoluzione collaborativa" (che induce "cittadini associati" dell'articolo 118.4 Cost. a collaborare, a mettersi insieme per organizzare dal basso una risposta a un problema di dimensione collettiva che normalmente spetterebbe alle istituzioni pubbliche risolvere da sole).

Azione individuale vs. cooperazione, produzione vs. gestione, produzione diretta vs. produzione indiretta

Applicando i principi della sussidiarietà  quotidiana, bisogna trasformare le singole case e i singoli edifici, privati e pubblici, in centrali di produzione diffusa di energia capaci anzitutto di soddisfare il proprio fabbisogno energetico e poi di cedere il surplus di energia prodotta alla rete per soddisfare il bisogno di chi ha necessità  temporanee o permanenti di maggiore energia. Inoltre, aderendo agli strumenti e alle tecniche della rivoluzione collaborativa, è possibile creare delle vere e proprie forme di produzione associata e di comunità  dell’energia investendo su forme cooperative di produzione dell’energia. Non è un’utopia, esempi e sperimentazioni anche su larga scala sono già  in atto. Bisogna tenere presenti due distinzioni però. Infatti, per un verso bisogna tenere separati esempi di mera produzione decentrata da esempi di produzione e gestione; e, per altro verso, bisogna incrociare esempi di produzione diretta di nuove quantità  di energia con esempi di produzione indiretta mediante risparmio energetico.

Le case energeticamente autosufficienti e altre forme di risparmio energetico individuale

La trasformazione del cittadino in produttore di servizi energetici può avvenire anzitutto incentivando la diffusione di forme di produzione domestica dell’energia attraverso un mix di impianti fotovoltaici, termici e minieolici. Ad esempio, a Monsano in provincia di Ancona è stata realizzata la prima casa energeticamente autosufficiente alimentata da un impianto fotovoltaico da 12 kilowatt di picco (su pensilina), da un impianto termico da 12 kilowatt termici e da uno minieolico da 1 kilowatt di picco. Il sistema di produzione domestica dell’energia è governato da un dispositivo SES (Smart Energy System) che permette di immagazzinare energia prodotta in eccesso e di utilizzarla quando il fotovoltaico non produce. Secondo gli ideatori del sistema si tratta di un accorgimento che rende inutile l’allaccio alla rete perché rimedia “automaticamente” alla non programmabilità  delle rinnovabili: il fotovoltaico produce di giorno, mentre mediamente i consumi di una casa sono alti a fine giornata. La fattibilità  e sciabilità  della sperimentazione va naturalmente testata sul piano tecnico. E in ogni caso la totale autosufficienza è solo un’opzione. L’altra opzione potrebbe essere quella di allacciarsi alla rete per cedere energia e guadagnare su questa cessione.

Si sprecano poi le iniziative di comunicazione istituzionale e di incentivazione del risparmio energetico. Consumando meno il cittadino indirettamente produce energia perché libera risorse per altri usi più convenienti per il sistema economica e contemporaneamente riduce la dipendenza del sistema da fonti tradizionali e/o straniere di produzione dell’energia. Da questo punto di vista una comunicazione istituzionale che miri a fare empowerment consumeristico del cittadino rendendolo edotto di tutte le possibilità  che ha per risparmiare sul costo dell’energia o per contribuire alla produzione di energia attraverso un mix energetico di minore impatto ambientale possono sicuramente iscriversi nell’ambito di una forma regulation by information che mira a modificare il comportamento dell’individuo orientandolo verso scopi di interesse generale ancora troppo poco indagata e sperimentata.

Le comunità  energetiche

Sotto il profilo della rivoluzione collaborativa, i cittadini non sono più solo co-produttori ma divengono anche co-gestori del servizio di distribuzione.

Quello che si può fare qui è anzitutto favorire la aggregazione di produttori diffusi di energia in cooperative di comunità  e creare una nuova forma di partenariato pubblico-privato, in cui il privato sono gli stessi cittadini. Vanno in questa direzione iniziative come la comunità  solare di Casalecchio di Reno, le diverse cooperativa di comunità  e di utenza che si stanno diffondendo sul territorio italiano e, in particolare, quella di Melpignano, il progetto Sole Comune lanciato in diversi comuni italiani.

Altra strada da praticare, questa volta in materia di risparmio energetico, è quella di favorire forme di cooperazione per i servizi funzionali al risparmio energetico attraverso la costituzione di ESCO (Energy service company) o ESPCO (Energy service provider company) di comunità . La ESCO è una “persona fisica o giuridica che fornisce servizi energetici ovvero altre misure di miglioramento dell’efficienza energetica nelle installazioni o nei locali dell’utente e, ciò facendo, accetta un certo margine di rischio finanziario. Il pagamento dei servizi forniti si basa, totalmente o parzialmente, sul miglioramento dell’efficienza energetica conseguito e sul raggiungimento degli altri criteri di rendimento stabiliti.” La EPSCO a differenza della ESCO non assume alcun rischio né tecnico né finanziario in quanto si remunera sulla base delle prestazioni eseguite e non sulla base dei risultati dei progetti realizzati.

Inoltrarsi nella (e disboscare la) giungla normativa e regolatoria

Il quadro normativo e regolatorio in materia di autoproduzione dell’energia e di efficienza energetica è particolarmente complesso e andrebbe analizzato approfonditamente soprattutto sotto il profilo delle possibilità  che l’Autorità  di regolazione del settore (AEEG) ha di incentivare attraverso la regolazione della tariffa investimenti nell’innovazione.

In ogni caso si registrano casi di Regioni che provano a sperimentare il modello qui immaginato. Ad esempio la Valle d’Aosta con la legge regionale 3/26 ha introdotto «Nuove disposizioni in materia di interventi regionali per la promozione dell’uso razionale dell’energia ». Esse prevedono all’articolo 6 che la Regione Valle d’Aosta promuova, avvalendosi del Centro di osservazione avanzato sulle energie di flusso e sull’energia di rete, «la realizzazione di impianti dimostrativi, pilota e sperimentali per l’utilizzazione delle fonti energetiche rinnovabili e per l’impiego di tecniche di efficienza energetica e di sistemi e installazioni a basso consumo energetico specifico » con un finanziamento che può arrivare al 7% della spesa ammissibile documentata.

Altra politica pubblica ispirata alla medesima filosofia qui illustrata è quella fondata sul Piano di azione per l’energia sostenibile (PAES). Il PAES comprende azioni volte a ridurre le emissioni di anidride carbonica e il consumo finale di energia da parte degli utenti finali. Gli interventi del PAES riguardano sia il settore pubblico, sia quello privato. Le istituzioni pubbliche devono anzitutto adottare misure per i propri edifici, gli impianti, il parco automobilistico, il trasporto pubblico e cosìvia. Ma attravero il PAES esse devono puntare soprattutto alla promozione di interventi diretti alla produzione locale di elettricità  (energia fotovoltaica, eolica, cogenerazione, miglioramento della produzione locale di energia) e alla generazione locale di servizi di riscaldamento/raffreddamento. Il PAES dovrebbe, poi, influenzare il consumo di energia a lungo termine attraverso strumenti di pianificazione territoriale. E, infine esso dovrebbe incentivare gli acquisti (anche pubblici, attraverso una politica di appalti pubblici verdi) di prodotti e servizi efficienti dal punto di vista energetico, oltre che stimolare un cambiamento nei comportamenti di consumo, convincendo e coinvolgento con politiche di comunicazione istituzionale tutti i cittadini e tutti i portatori di interesse.

La quarta rivoluzione istituzionale

Il ruolo dei poteri pubblici cambia. Dopo lo Stato-Leviatano (il “cane da guardia” che si limita a mantenere l’ordine pubblico per evitare che gli istinti egoistici dell’individuo lo inducano a sopraffare il più debole con la violenza), lo Stato produttore e dispensatore di servizi di benessere, anche noto come Welfare State, e lo Stato regolatore che arbitra il libero gioco della concorrenza fra operatori privati impegnati a produrre anche beni e servizi di interesse generale secondo logiche di mero profitto privato, si affaccia la quarta rivoluzione istituzionale e cioè lo “Stato relazionale” o “Stato-regia”. Si tratta di uno Stato che produce governance, cioè governa reti di collaborazione tra diversi soggetti tutti interessati alla realizzazione di uno scopo comune.

E’ chiaro che per realizzare questo cambio di paradigma anche in materia di servizi pubblici locali, nel medio-lungo termine occorrerà  modificare la mission e la governance interna di una azienda produttrice di servizi pubblici locali. Ad esempio, in materia di energia, lo scopo non dovrà  più essere quello di massimizzare la produzione dell’energia per aumentare gli utili e quindi i profitti. Si tratterà  di fare esattamente il contrario. Ridurre la quantità  prodotta in house e aumentare la quantità  prodotta dalla comunità . Questo vuol dire prendersi cura non della produzione di energia, bensìdei beni comuni cui essa è funzionale. Non la produzione e la distribuzione di energia, dunque, ma la vivibilità  urbana, l’ambiente, la coesione sociale, l’integrazione. E via così. Il core business di una municipalizzata diventerà  allora quello di garantire i servizi di rete, di interconnessione, cioè la possibilità  che i diversi nodi di produzione diffusa dell’energia comunichino tra loro e che non vi siano scompensi nel sistema. In questo senso è chiaro che se il modello prende piede, anche la governance aziendale dovrà  cambiare. Oggi le scelte gestionali di chi amministra una municipalizzata in forma di SPA sono guidate dalla massimizzazione del valore delle azioni naturalmente connesso all’aumento della quantità  di energia prodotta direttamente dalla municipalizzata. Gli amministratori rispondono ai soci se compiono scelte che vanno in una direzione opposta. Per questo occorrerà  trasformare le municipalizzate in non profit utilities che abbiano ad oggetto lo scopo di interesse generale (i.e. i beni comuni di cui sopra), reinvestano gli utili nel miglioramento della qualità  dei servizi funzionali alla produzione diffusa dell’energia e si finanzino sul mercato dei capitali attraverso bond solo ed esclusivamente per ammodernare, mantenere e migliorare le infrastrutture occorrenti alla interconnessione dei nodi di produzione elettrica diffusi sul territorio.

Approfondire e sperimentare

L’obiettivo e la responsabilità  di una municipalizzata che volesse proiettarsi nel futuro e divenire protagonista della terza rivoluzione industriale e della quarta rivoluzione istituzionale dovrebbe essere quello di investire sull’approfondimento delle condizioni giuridiche ed economiche di fattibilità  e di lanciare una sperimentazione sul campo in ambiti geografici ridotti per provare a individuare problematicità  e potenzialità  di una o più delle soluzioni di governance per la produzione di servizi pubblici locali qui illustrate.



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