Quanti e quali sono davvero i beni comuni?
Cultura

Beni comuni, ma cum grano salis!

Recensione al saggio di Stefano Nespor, L ' irresistibile ascesa dei beni comuni, pubblicato in Federalismi.it. Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario e comparato n. 7/ 2013.

foto_libriDal 2011 in Italia si fa un gran parlare di beni comuni, il che ha permesso - e permette tuttora - di dare voce ad istanze un tempo inascoltate. Tuttavia, è bene guardare con il giusto distacco al proliferare dei c.d. new commos, poiché inglobando ogni cosa nella categoria "beni comuni" si corre il rischio che "niente possa essere davvero protetto".

Si intitola “L’irresistibile ascesa dei beni comuni” il recente saggio di Stefano Nespor, direttore e co-fondatore della Rivista giuridica dell’ambiente, da poco apparso su Federalismi.it. Ed, in effetti, a partire dalla primavera del 211 – vale a dire in occasione del referendum abrogativo che, passato alla storia per lo slogan “acqua come bene comune”, in realtà chiamava i cittadini ad esprimersi circa le forme di gestione dei servizi pubblici locali – in Italia si è fatto un gran parlare di beni comuni.

Beni comuni: diversi punti di vista

A portare alla ribalta il tema, iniziative sorte dal basso o con il sostegno delle istituzioni, fermenti giurisprudenziali e, non ultimo, una nutrita serie di iniziative editoriali, cui ha contribuito anche Labsus con L’Italia dei beni comuni.

A tale ultimo riguardo, invero, ad aprire la strada – anticipando già nel 24 quello che si sarebbe rivelato il leit motiv degli ultimi tempi – è stato Franco Cassano con il volume dal titolo Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni. Dopo di lui, un lungo elenco di autori si sono misurati con questo tema, analizzandolo da plurime angolazioni. Da Ugo Mattei a Stefano Rodotà , passando per Paola Chirulli, Alberto Lucarelli, Antonello Ciervo e – da ultimo, nonché in senso fortemente critico – Ermanno Vitale.

Ciò non di meno, come più volte ricordato dal Vice Presidente emerito della Corte costituzionale Paolo Maddalena, i beni comuni non sono un’invenzione dei nostri giorni. Lo sa bene Stefano Nespor che nel suo saggio racconta la loro storia.

Una storia “in quattro tempi”, il cui inizio secondo l’Autore coincide – a differenza di quanto sostenuto da altra parte della dottrina – con il noto saggio di Garrett Hardin dal titolo “The Tragedy of Commons“, apparso sulla rivista Science nel 1968. La ricerca dello scienziato in questa prima fase – ricorda Nespor – era volta essenzialmente a dimostrare come i beni comuni siano destinati alla rovina, giacché per essi non varrebbe “il principio sostenuto da Adam Smith secondo cui, per effetto della mano invisibile del mercato, gli interessi personali dei singoli (…) conducono sempre all’interesse collettivo (…)”.

Le stagioni dei beni comuni

Di lìa pochi anni, tuttavia, nel dibattito dottrinario sulla materia inizia a farsi spazio un cauto ottimismo. Si apre cosìla seconda stagione dei beni comuni, che – nella ricostruzione operata da Nespor – vede al centro le ricerche di Elinor Ostrom. L’illustre economista, premio Nobel nel 29, mette in dubbio la “ineludibilità delle (…) tragiche previsioni” di Hardin, affermando di contro che la “tragedia dei beni comuni non è una conseguenza inevitabile dell’uso da parte di una pluralità di soggetti” di un medesimo bene. Specie se questi ultimi si conoscono, comunicano tra di loro e sono consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. In definitiva, i beni comuni possono essere preservati a patto che gli stessi siano percepiti come “elementi di una relazione [tra] i gruppi sociali che li (….) gestiscono”.

Segnali ancor più rincuoranti arrivano, in quella che l’Autore identifica come la terza fase della storia dei beni comuni, dalla giurista statunitense Carol Marguerite Rose, la quale – piuttosto che di tragedia – preferisce parlare di “commedia” dei beni comuni. La studiosa, infatti – ricorda Nespor – affrontando il delicato tema del rapporto tra proprietà e beni comuni, ha finito con il dimostrare che “il libero accesso a determinati beni non solo non ne comporta il depauperamento o la distruzione, ma produce benefici economici e sociali per l’intera collettività organizzata”. Emblematico il caso delle infrastrutture, quali – ad esempio – le reti ferroviarie o il sistema autostradale.

Con la fine del Novecento, tuttavia, le cose cambiamo. L’ultima stagione dei beni comuni, tuttora in corso, presenta uno scenario completamente nuovo in cui imperano le innovazioni tecnologiche applicate ai più svariati settori. Ciò ha fatto sì- osserva l’Autore – che nuovi beni comuni siano sorti e continuino a sorgere, alterando di fatto “le premesse dalle quali era partito il dibattito a seguito dello scritto di Hardin“. In sostanza, i beni comuni – un tempo oggetto di indagine per pochi studiosi, sono diventati un tema di grande attualità , finendo per reclamare un proprio spazio e portando persino a relativizzare la classica dicotomia proprietà privata/proprietà pubblica.

New commons

Ciò non di meno, Nespor acutamente osserva come la “proliferazione” dei c.d. new commos e il crescere del relativo dibattito se, da un lato, “hanno permesso di sviluppare sinergie” e di dare voce a numerose istanze, dall’altro lato hanno però comportato (o, perlomeno, rischiano di comportare) il “progressivo svuotamento di significato della categoria”. Infatti – ammonisce l’Autore – “se tutto diventa bene comune (…), c’è il pericolo della disgregazione della categoria” cui si accompagna il rischio che “niente possa essere davvero protetto”. Insomma come a dire: beni comuni si, ma cum grano salis!



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