Qualsiasi forma di cambiamento nasce da una spinta che viene dal basso...il terreno
Notizie

Approfondimento sull ‘ agricoltura sociale a Roma (seconda parte)

Orto Capovolto, Coltivatorre, SarSan e PachaMama

foto_acquerello_agro_romanoSiamo giunti alla seconda tappa del nostro viaggio nell'universo variopinto dell'agricoltura sociale a Roma. Questa volta approfondiremo le esperienze dell'Orto Capovolto, di Coltivatorre, di SarSan e del casale PachaMama, tutte caratterizzate da un alto tasso di integrazione ed inclusione sociale.

Orto Capovolto e Coltivatorre

Da oltre cinque anni in via Ardeatina 524, all’interno dell’Istituto Agrario G. Garibalbi, un gruppo di adolescenti diversamente abili con il supporto di assistenti specialistici coltiva e si prende cura di un ampio orto urbano caratterizzato, oltre che da alberi da frutto, piante aromatiche e piantagioni di ortaggi, anche da laghetti di ninfee. Uno spicchio di realtà bucolica che d’estate diventa la sede temporanea di mostre, cineforum, mercatini handmade e bio, merende sul prato e concerti all’aperto.

Sul sito dell’iniziativa, la filosofia del progetto viene presentata in questo modo: “Qualsiasi forma di cambiamento nasce da una spinta che viene dal basso…il terreno, similmente ad un fluido contenuto in un recipiente, spinge non solo dal basso ma anche verso le pareti di contenimento. L’entità di tale spinta ha determinato la necessità di accogliere elementi nuovi che dal di fuori potessero rispondere sinergicamente ad una esigenza di completezza. L’Orto Capovolto allude al punto di partenza che muove lo scambio: uno spazio rurale contagiabile e contagiante, espressione di un complesso tessuto di attività eterogenee ed interconnesse, dall’ampia valenza sociale”.

La produzione agricola è chiaramente subordinata alla ricerca di percorsi di inclusione sociale che affrontino i vantaggi e gli svantaggi connessi alla disabilità adulta (sindrome d’autismo) e che siano calibrati alle abilità ed alle esigenze del singolo.

Con le stesse finalità nel 1997 è nato il progetto di orticultura biologica Coltivatorre gestito da ragazzi disabili, e non, costituitosi in associazione di promozione sociale nel 2003. L’attività si svolge presso il centro sociale autogestito La Torre, nella zona Casal De’ Pazzi, nella riserva naturale della Valle dell’Aniene.

L’esperienza di Coltivatorre è basata sull’autofinanziamento e tutti sono coinvolti nelle fasi di proposta, gestione e realizzazione del progetto in modo tale che “ognuno possa partecipare attivamente, condividendo impegno e responsabilità , oltre che importanti momenti di socializzazione, cercando cosìdi uscire dal consueto meccanismo assistente-assistito”.

SarSan a Tor Sapienza

I protagonisti del progetto SarSan sono i ragazzi ed i bambini Rom di Tor Sapienza; l’iniziativa è stata promossa dal Laboratorio di Arte Civica Università degli Studi Roma Tre, ABCittà Cooperativa (ente capofila), Centro Culturale Michele Testa, Associazione 21 Luglio, Ass. Incorporartes, con il patrocinio del VII Municipio. Presso il Centro Culturale Michele Testa sono stati realizzati un orto ed un giardino con l’obiettivo di rafforzare l’inclusione e l’integrazione sociale della comunità Rom. SarSan è uno spazio creativo e di aggregazione (è previsto anche un calendario di appuntamenti per i laboratori di arte e cultura) nel quale adulti e bambini possono esprimersi, conoscere e farsi conoscere dagli abitanti del quartiere in un’ottica di sviluppo comunitario.

Una fattoria sociale in costruzione al Laurentino

foto_pachamamaAvevo dei dubbi sul fatto di inserire in questo approfondimento anche l’esperienza del casale PachaMama (che in lingua quechua significa Madre terra) poiché rappresenta un caso limite rispetto agli altri progetti presentati. Quello che oggi viene chiamato PachaMama è infatti uno spazio di dieci ettari di campagna nella periferia romana in zona Laurentina, composto da un casale a tre piani e da due manufatti abbandonati da anni, recentemente occupato (durante l’ondata di occupazioni iniziata lo scorso dicembre con lo Tsunami Tour dei movimenti per il diritto all’abitare) da ragazzi che provengono da diverse esperienze sociali come Arci, Action per il diritto alla casa e cooperativa Rom Future Service.

L’obiettivo degli occupanti è quello di rigenerare un territorio dell’agro romano lasciato al degrado e trasformarlo in uno spazio urbano di interesse collettivo che possa coniugare quattro diverse esigenze sociali: accesso alla terra, lavoro, diritto alla casa e integrazione.

Il casale infatti secondo il comunicato degli attivisti sarà “la casa di 15 nuclei familiari che allo stesso tempo creeranno una trattoria biologica con i prodotti degli orti urbani antistanti al perimetro del casale (..) All’interno del casale si punta anche a realizzare alloggi per accogliere minori e donne in difficoltà , una bottega artigianale, una falegnameria ed un laboratorio di arti grafiche. Nell’occupazione ci sono 5 famiglie Rom che provengono dal campo nomadi sgomberato di Tor de Cenci”.

Alcuni interrogativi legittimi

La natura borderline di questo caso risiede sia nella forma che nella sostanza del progetto. Alcuni abitanti del quartiere Eur Papillo, all’interno del quale si trova il casale, contestano agli attivisti di aver occupato abusivamente, e quindi illegalmente, un terreno ed un casale per i quali il comitato di quartiere chiede da anni un impiego sociale, criticando inoltre l’allaccio abusivo dell’acqua.

Alcuni infatti non condividono la modalità con la quale è stata portata avanti l’iniziativa, sostenendo che i residenti siano stati chiamati in causa solo ad occupazione avvenuta, quando invece la comunità poteva essere coinvolta anche in fase di progettazione.

C’è chi si domanda chi e in base a cosa siano state scelte le persone/famiglie che andranno a risiedere nel casale passando avanti alle persone che regolarmente stanno aspettando una casa dal comune e da chi saranno gestite le attività commerciali, ritenendo che il casale in realtà non sarà messo a disposizione della collettività (anche se non formalmente) ma verrà utilizzato solo dai movimenti e dalle organizzazioni “vicine” agli occupanti. Molto interessante il dibattito avvenuto in seguito ad un articolo di Paese Sera.

foto_pachamama2Gli attivisti nel frattempo hanno iniziato i lavori di riqualificazione, organizzando anche dibattiti aperti con esponenti politici, concerti ed eventi di autofinanziamento.

Il casale sarebbe dovuto essere un “punto verde qualità ” come previsto dalla delibera 169 del consiglio comunale approvata il 2 agosto del 1995 dalla giunta Rutelli. La procura in seguito ai numerosi scandali ha bloccato i fondi ed i vari punti verdi qualità previsti sono rimasti abbandonati o sulla carta.

L’urgenza delle esigenze sociali, la lentezza della burocrazia e l’immobilismo (spesso ragionato) della politica rischiano di legittimare la pratica crescente dell’occupazione che rappresenta una soluzione rapida ma non sempre condivisa.

Rimangono infatti diversi problemi irrisolti come ad esempio: gli interessi dei cittadini che si erano attivati legalmente, con gli stessi obiettivi (funzione sociale dello spazio) degli attivisti del casale PachaMama, possono coincidere con quelli degli occupanti? E nei casi in cui gli obiettivi non coincidessero neppure? C’è chi è più legittimato di altri a rappresentare l’interesse della collettività ? Se la politica non interviene, il non uso di beni pubblici o privati può essere legittimato?

Continueremo a seguire l’esperienza del casale PachaMama poiché lo consideriamo un interessante caso in progress, sperando prevalga il dialogo e la piena apertura (intesa anche come accessibilità ai servizi del casale) da parte dei protagonisti coinvolti.

LEGGI ANCHE: