Idee per (con)dividere la città di Gerusalemme
Cultura

Gerusalemme tra storia, identità e prospettive di city diplomacy

GERUSALEMME-Il volume curato dalla storica Claudia De Martino si propone di raccontare - attraverso una "chiave di lettura originale e aggiornata" - Gerusalemme, "realtà complessa come lo sono sempre gli spazi fisici ed emotivi che racchiudono il vissuto di più generazioni e di più popoli in conflitto tra loro".

Non è mai cosa semplice raccontare la realtà . Perché il più delle volte non è semplice mettere da parte l’emotività e il coinvolgimento personale. Cosìcome, d’altro canto, è forte il rischio di “peccare” in senso opposto, scadendo nell’asettica elencazione di date, nomi e fatti.

E’ ancora più difficile però raccontare una realtà complessa, come è quella di Gerusalemme dove storia, religione, politica si mescolano a tutto ciò che di bello (e di meno bello) c’è da raccontare. Lo deve sapere bene la storica Claudia De Martino, curatrice e co-autrice del volume Su Gerusalemme. Strategie per il controllo dello spazio urbano, Castelvecchi Editore, Roma, 213, a cui va il merito di aver dato vita ad un “contributo pluralista, informato e intellettualmente onesto, ma allo stesso tempo coinvolto e interessato” su Gerusalemme, città cuore del conflitto israelo – palestinese.

Ciò che più positivamente colpisce del lavoro è senza dubbio la prospettiva. O, meglio, le prospettive: plurale, territoriale e “futurista”. Gerusalemme, infatti, viene letta da occhi diversi – quelli del giurista, dello storico, del politologo e finanche dell’urbanista – che guardano al territorio della città senza indugiare troppo sul suo passato, bensì provando ad immaginarne il futuro. Per questa via veniamo a conoscere una città che, pur formalmente indivisa, è in realtà squarciata in due. Gerusalemme, infatti, “dal punto di vista storico, sociale e demografico racchiude due metà fortemente disomogenee e maggioranze etniche diverse”. Una città in cui convivono faticosamente le identità di due popoli, quello israeliano e quello palestinese, ciascuno dei quali vede in essa il simbolo della propria storia a cui (comprensibilmente) non intende rinunciare.

La conflittualità , dunque – spiega la curatrice del volume – deriva sia dalla circostanza che si vorrebbe fare di Gerusalemme la capitale di entrambi gli Stati, quello israeliano e quello palestinese, sia dal fatto che “il valore simbolico della città è condiviso a livello internazionale da un’ampia comunità di Stati, gruppi religiosi ed etnici che in qualche modo vi ricollegano le proprie origini storico-mitiche, religiose o identitarie e che per questa ragione conferiscono alle vicissitudini della città una particolare rilevanza”. A ciò si aggiunga il carattere “urbano” dello scontro, alimentato e perpetrato da “politiche pubbliche che investono gli aspetti demografici, le pratiche urbanistiche municipali e i servizi sociali” della città .

Di qui il senso di analizzare la questione di Gerusalemme da una prospettiva territoriale e l’importanza di provare ad immaginare nuove forme di city diplomacy in una realtà dove la “guerra si combatte per ogni palmo di terra, per ogni faddan e per ogni casa, per ogni scuola e per ogni quartiere, per ogni infrastruttura e per ogni tratto di Muro che preclude la vista di ciò che c’è oltre”.

Per questo motivo, nell’economia del volume, oltre ai pregevoli scritti di Ruba Saleh e di Claudia De Martino – che tracciano il quadro socio-politico della Gerusalemme Est ed Ovest – appaiono su tutti particolarmente significativi i saggi di Enzo Maria Le Fevre Cervini ed Enrico Molinari. Infatti, se quest’ultimo si preoccupa di indagare il senso profondo dello status quo tra le diverse comunità religiose, arrivando ad affermare come l’osservanza dello stesso da parte dei vari gruppi coinvolti possa agevolare una coabitazione rispettosa dei reciproci diritti, Enzo Maria Le Fevre Cervini guarda con ancor più coraggio al futuro provando ad immaginare “scenari e prospettive [capaci di] rendere giustizia alla speranza di una possibile condivisione della città “, senza inciampare nel rischio di “ipotesi superficialmente pacifiste”.

D’altra parte è solo imparando a condividere gli spazi in cui si radicano le rispettive radici che i due popoli ancora “ferocemente attaccati al passato” possono sperare di riuscire a vivere pacificamente il futuro.



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