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Il metodo seguito dal progetto "Le città  come beni comuni" si ispira ad una massima semplicissima: Conoscere per operare. Operare conoscendo.
Il punto di Labsus Notizie Regolamento amministrazione condivisa

Le città  come beni comuni

Il 1 dicembre 2011 Marco Cammelli, presidente della Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna, in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Imola, organizzò  un seminario per illustrare le molteplici ricadute del principio di sussidiarietà  sull'amministrazione pubblica. Da tempo con Cammelli si ragionava su questi temi, ma era mancata l'occasione di una riflessione più approfondita. Il seminario di Imola fu molto più di un'occasione di riflessione, in realtà  fu l'inizio di un progetto che potrebbe cambiare il modo di amministrare le nostre città . Perché fra i partecipanti c'era Giacomo Capuzzimati, Direttore generale del Comune di Bologna, che colse al volo l'opportunità  di applicare alla propria amministrazione le proposte emerse durante il seminario.

Così, per caso, è nato il progetto intitolato “Le città  come beni comuni”. Ma come rispondeva la Nobel Rita Levi Montalcini quando le chiedevano se avesse fatto le sue scoperte per caso: “Forse sì… del resto anche la lotteria si vince per caso. Però bisogna prima comprare il biglietto!”. Il biglietto che noi avevamo comprato era l’impegno pluriennale di Labsus nello studio della sussidiarietà , mentre per vincere la lotteria mancava soltanto il “casuale” incontro con Cammelli e Capuzzimati che ha dato il via al progetto.

Ecco perché dal gennaio 2012 ad oggi Labsus, con il sostegno economico della Fondazione del Monte, la collaborazione strategica del Comune e la partnership sul territorio del Centro Antartide, ha ideato e gestito in tre quartieri di Bologna altrettanti laboratori sui problemi connessi con l’applicazione del principio di sussidiarietà . E’ stato un lavoro veramente molto impegnativo, ma entusiasmante sia dal punto di vista intellettuale sia umano.
I primi risultati sono stati presentati alla stampa a Bologna il 17 ottobre scorso, ma il progetto prosegue e culminerà  nel febbraio 2014 con un evento nel corso del quale sarà  presentato il regolamento del Comune di Bologna per l’amministrazione condivisa.

Un nuovo modo di amministrare

L’obiettivo del progetto consiste nel dimostrare con i fatti che oggi si possono amministrare le città  utilizzando, oltre alle modalità  tradizionali, anche il modello dell’amministrazione condivisa, grazie al quale i cittadini mettono a disposizione della comunità  tempo, competenze, esperienze e idee per prendersi cura dei beni comuni presenti sul territorio in cui vivono.
Di fatto, già  oggi a Bologna e altrove molti cittadini singoli e associati applicano senza saperlo il principio costituzionale di sussidiarietà , prendendosi cura di piazze, portici, giardini, scuole, etc.. Il problema è che lo fanno pensando di supplire in tal modo ad una carenza dell’amministrazione comunale. Il progetto intende invece dimostrare concretamente che, se vogliamo mantenere la qualità  dei beni comuni cui siamo abituati, questo può diventare un modo “normale” di amministrare le nostre città .

La sfida culturale

In tutto questo, come sottolinea il presidente della Fondazione Marco Cammelli, c’è “un dato di sfida inevitabile, perché questo tema è in realtà  il tema del ripensamento dell’amministrazione. O il sistema riesce a immaginare un’amministrazione organizzata e distesa in modo diverso o veramente ci troviamo in difficoltà “.

E la sfida principale, come spesso accade, è il cambiamento profondo di mentalità  richiesto ai due soggetti che danno vita al modello dell’amministrazione condivisa, fondato sulla sussidiarietà .
In primo luogo ai cittadini bolognesi, che devono comprendere come oggi essere cittadini comporti un’assunzione di responsabilità , uscendo dalla logica della delega ai soggetti pubblici sempre e su tutto, per prendersi cura della propria città  insieme con (non al posto della) amministrazione comunale.
In secondo luogo all’amministrazione comunale, che a sua volta deve imparare ad amministrare non soltanto “per conto dei” cittadini, ma anche “insieme con” loro, riconoscendo i cittadini non soltanto come portatori di bisogni, ma soprattutto come portatori di competenze e capacità  preziose per il benessere della comunità .

Ci vuole coraggio

Secondo Cammelli il Comune di Bologna ha avuto coraggio perché ha capito che “Se la logica è solo quella di corto respiro dei tagli non ci si fa, perché per arrivare alla cittadinanza attiva il cammino è molto lungo e deve affrontare alcuni colli di bottiglia chiave del nostro sistema. In primo luogo il tema dei sistemi di comando, poi quello delle antenne della pubblica amministrazione nella società , il tema delle risorse, il tema della partecipazione, quello della programmazione e infine quello della responsabilità . Senza tutto questo non è pensabile nè possibile strutturare un’amministrazione condivisa”.
Sotto questo profilo, continua Cammelli “Il merito di questo progetto e in un certo senso anche la sua vulnerabilità  è che non evita nessuno dei punti chiave, anzi li affronta tutti uno per uno. Da questo punto di vista un successo come quello che tutti ci auguriamo avrebbe veramente una portata notevole”.

La cittadinanza attiva non è utopia

Oggi molti amministratori locali, fra cui certamente anche il Sindaco e l’amministrazione comunale di Bologna, hanno capito che i cittadini possono essere alleati preziosi per la soluzione dei problemi della comunità . Perché l’esperienza di questi ultimi anni dimostra chiaramente che non è affatto utopia pensare che le grandi capacità  di iniziativa, innovazione, organizzazione e molte altre ancora di cui noi italiani siamo dotati possano essere messe a servizio della comunità , per vivere meglio tutti.
Le centinaia di casi raccolti nella sezione di Labsus intitolata L’Italia dei beni comuni dimostrano che l’amministrazione condivisa può essere un modello complementare (non sostitutivo!) rispetto al modello tradizionale dell’amministrazione. Ma affinché ciò accada è necessaria la collaborazione sia dei soggetti pubblici sia dei cittadini. E infatti l’amministrazione condivisa si chiama cosìproprio perché nasce dalla collaborazione paritaria di queste due categorie di soggetti.

Le energie dei cittadini

Il ruolo dei soggetti pubblici è fondamentale sotto vari profili. Innanzitutto perché, come osserva ancora Cammelli “Le energie dei cittadini da sole evidentemente non bastano”. Ma poi anche perché “si rischia il frazionamento, le differenze fra chi ha strumenti culturali e chi non li ha. Rischiamo di avere un tessuto che sia pure con le migliori intenzioni si lacera, perché il singolo gruppo di cittadini vede il singolo problema, non ne vede altri e si rischia di scivolare nell’eclettismo e nel particolarismo”.

Il problema segnalato da Cammelli è particolarmente rilevante. Bisogna assolutamente evitare forme di neo-feudalesimo di quartiere, frammentando la manutenzione condivisa degli spazi urbani a seconda del maggiore o minore grado di attivismo civico degli abitanti delle varie zone della città .
Anche, anzi forse soprattutto sotto questo profilo il ruolo del comune è cruciale, in quanto soltanto i rappresentanti eletti, che rispondono all’intera comunità , possono garantire il rispetto del principio di imparzialità  e la tutela dell’interesse generale.

Partire dalle cose, non dalle regole

Infine, il tema delle regole. Guai, dice Cammelli, a scrivere “regole partendo dalle regole. Le regole si scrivono partendo dalle cose. Le regole costruite partendo dalle regole sulle regole sono pascoli pieni di parole”. L’approccio deve invece essere quello seguito dal progetto: “Due anni di riunioni, poi arrivo al regolamento. Parto dai quartieri, non dalla Costituzione”.
Proprio questo è stato il metodo seguito dal progetto “Le città  come beni comuni”, ispirandosi ad una massima semplicissima: Conoscere per operare. Operare conoscendo.
Prima di avviare la fase operativa si sono assunte per mesi tutte le informazioni necessarie sia nei quartieri di Bologna, sia all’interno dell’amministrazione comunale.E poi una volta entrati nella fase operativa ci sono stati periodici momenti di riflessione per ragionare su quanto realizzato fino a quel momento e trarne indicazioni su come andare avanti, correggere gli errori, etc..

Un regolamento open source

Infine, sulla base delle indicazioni emerse dai tre quartieri-laboratorio, in questi ultimi mesi un gruppo di lavoro interno all’amministrazione, sotto la direzione scientifica di Labsus, sta redigendo una prima bozza del regolamento comunale, una sorta di testo unico che disciplinerà  tutte le forme di collaborazione fra cittadini e amministrazione. Questa bozza a sua volta sarà  sottoposta all’esame di giuristi di varie università  e infine sarà  portata in Giunta per l’approvazione finale.
Una volta approvato dalla Giunta comunale, auspicabilmente entro la fine dell’anno, il regolamento sarà  messo a disposizione degli amministratori locali di tutta Italia sia attraverso eventi pubblici, sia soprattutto attraverso un sito.  Sarà  per cosìdire un regolamento open source, un wiki-regolamento che ogni comune italiano potrà  utilizzare adattandolo alle proprie esigenze.

Visita il sito del progetto “Le città  come beni comuni”

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