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Se una nuova teoria dei beni comuni dovesse sopperire al decadimento della funzione sociale della proprietà , costituirebbe un risultato ben modesto
Cultura Labsus Papers

Beni collettivi e beni comuni

Riflessioni per una nuova politica del diritto

Le riflessioni di Eugenio Caliceti sui beni comuni prendono le mosse da una critica del modo in cui la nozione di beni comuni è declinata nel dibattito giuridico attuale. In primo luogo, l ' autore rileva come tra i beni comuni siano oggi annoverati anche quei beni che si potrebbero definire immateriali; la fiducia reciproca, il capitale sociale, il capitale umano. Questi beni vanno acquisendo un ' importanza sempre maggiore, data dalla crescita del loro valore economico e sociale. Questi «nuovi » beni sono considerati, nella visione attuale, «ontologicamente insuscettibili di essere allocati per mezzo di diritti esclusivi di natura proprietaria »: per Caliceti, al contrario, «una nuova teoria dei beni comuni (…) dovrebbe invece introdurre tali risorse in una logica di gestione sostanzialmente proprietaria, sebbene declinata in chiave collettiva », senza lasciare che l ' attenzione si focalizzi solamente sul governo pubblico partecipato di queste risorse, rendendo superflue le categorie dominicali tradizionali.

Caliceti prende le mosse dalla critica di queste tesi e introduce le sue riflessioni sulla nozione di beni collettivi, dandone una definizione precisa e ponendo l’accento sul fatto che «i beni comuni costituiscono una specifica declinazione della proprietà  collettiva pubblica ». Un bene può essere definito collettivo «quando è titolato, in senso proprietario, a un insieme individuabile di soggetti e su cui ricadono, al contempo, diritti di accesso di natura dominicale spettanti ai membri del gruppo proprietario del bene ».

Dalla critica alle tesi dominanti, una riscoperta dei beni collettivi

L’insieme individuabile di soggetti cui apparterrebbe un bene comune può essere anche molto ampia e arrivare a comprendere, nel caso dei beni ambientali la comunità  nazionale, nel caso dei beni patrimonio dell’Umanità  l’umanità  stessa. Caliceti prende le mosse[1] dal dibattito sull’opportunità  di tradurre il titolo dell’opera della Ostrom ” Governing the commons ” con ” Governare i beni collettivi ” piuttosto che ” Governare i beni comuni ” . Quello che è da molti considerato un errore viene utilizzato come spunto di riflessione dall’autore che sottolinea la necessità  di approfondire il concetto di bene collettivo.

Una logica “proprietaria” per i beni comuni

Il percorso seguito da Caliceti approda alla necessità  di rielaborare l’istituto giuridico della riserva, per mezzo del quale avveniva l’acquisizione originaria delle terre civiche, un istituto che, nella visione dell’Autore, è stato ingiustamente condannato all’oblio. Caliceti propone una teoria dei beni comuni come beni collettivi, prevedendo la possibilità  per gruppi di cittadini di acquisirli. La collettivizzazione di beni ritenuti d’interesse pubblico preminente rappresenta, per l’autore, una soluzione che permetterebbe di allocare in capo alla collettività  poteri regolatori complementari a quelli garantiti dall’amministrazione, massimizzare i vantaggi per la collettività  di riferimento (tenuto conto della possibilità  di redistribuzione degli utili a suo favore) la sperimentazione di forme alternative alla logica del mercato ma inscritte in una logica proprietaria per il godimento e l’utilizzo di questi beni. Ultimo ma non ultimo, la possibilità  che questi beni siano acquisiti da gruppi (i soggetti potenzialmente titolari di questa posizione, secondo l’Autore, sarebbero quelli indicati dalla Costituzione, i lavoratori, gli utenti, infine l’intera comunità  nazionale) permetterebbe di approfondire il concetto di partecipazione.

Quei principi del nostro ordinamento giuridico che sono da anni al centro dell’attenzione, la partecipazione, lo sviluppo ecologicamente orientato, infine il principio di sussidiarietà  orizzontale, trovano in questa rinnovata visione della politica del diritto proposta da Caliceti la possibilità  di sperimentare modalità  innovative d’implementazione.

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[1] L’oggetto di studio di Elinor Ostom sono le cosiddette CPRs (common pool of resources) intese come un sistema di risorse naturali per le quali l’esclusione dall’uso di alcuni soggetti non sia conveniente perché toppo costoso. F. Fotino, Governare i beni comuni. L’evoluzione delle istituzioni per un’azione collettiva, 1 giugno 2010.

 

 



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