Man mano che l ' opera prende vita le persone partecipano e le fasi della realizzazione si trasformano cosìin un bel momento di aggregazione
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Wunderkammern: l ‘ opera d ‘ arte come bene comune

A Roma gli edifici privati diventano un laboratorio permanente di Urban Art

Immaginate un quartiere semiperiferico: frastagliati palazzetti anni Venti mescolati a edifici seriali di più recente fattura. Immaginate anonime fiancate, un forzato non-finito di mattoncini rossi e intonaci monocromatici. Ora immaginate cosa accadrebbe se, in poche ore, queste piatte fiancate diventassero opere d ' arte…

Siamo a Roma, nel V Municipio, e l’esercizio di fantasia appena descritto diventa realtà grazie all’iniziativa di una galleria d’arte e la collaborazione virtuosa di cittadini e amministrazione municipale. Succede cosìdi voltare l’angolo come tutte le mattine e di trovarsi di fronte, meraviglia, un’opera astratta che ricopre l’intera parete laterale di un palazzo! Possono essere cubi verde acceso su fondo arancione, o un labirinto bianco su intonaco grigio o, ancora, una composizione astratta a metà strada fra Kandinsky e Mirò…

Lasciamo che siano le parole di Giuseppe Pizzuto, direttore di Wunderkammern, a descrivere questa esperienza, nell’intervista che ci ha rilasciato:

Wunderkammern nasce nel 1998 a Spello, da un’idea di Franco Ottavianelli e Afra Zucchi. Per molti anni è stata una realtà legata al mecenatismo: il concetto era quello di ” arte in privata abitazione ” , in cui da una piccola finestra che dava all’esterno (cosiddetta ” fenestella ” ) chi passava poteva guardare ciò che c’era dentro… La filosofia è sempre rimasta legata al concetto di ” meraviglia ” : le wunderkammern (letteralmente le ” stanze della meraviglia ” ) storicamente erano i ” cabinet de curiosités ” dove i primi collezionisti raccoglievano le meraviglie del mondo per poi renderle fruibili, nelle proprie abitazioni, ad amici e conoscenti. Perciò il tema della creazione di meraviglia e stupore nel fruitore delle opere, è sempre stato la mission della galleria. Poi, nel 2008, dopo un lungo periodo all’estero, Giuseppe Ottavianelli ha deciso di trasferire Wunderkammern a Roma per proseguirne l’attività ampliandola. Alla fine del 2011 sono entrato anche io affiancando Giuseppe nella direzione. Abbiamo deciso di concentrarci sul tema dell’arte pubblica, dell’arte urbana…i temi che ci appassionavano di più. Già nel 2010 Wunderkammern ha organizzato la prima personale di Invader in Italia. Abbiamo quindi deciso di proseguire su questo filone invitando artisti internazionali come i francesi Ludo, C215, Rero, Jef Aérosol o gli americani Mark Jenkins, Dan Witz e Aaakash Nihalani, senza ovviamente tralasciare i ” nostri ” Agostino Iacurci, Sten Lex, 2501, etc…

Trasformate ” superfici verticali private ” in opere d’arte pubbliche, come rispondono i proprietari di questi edifici ai vostri propositi?

La risposta varia a seconda di quanto tu sia stimato e riconosciuto in un determinato territorio. All’inizio la questione non era semplice: i primi esperimenti sono stati piuttosto difficili da realizzare, perché dovevamo convincere uno o più interlocutori del quartiere di Torpignattara a rilasciarci una specie di autorizzazione ” in bianco ” dato che difficilmente siamo in grado di sapere esattamente cosa l’artista vorrà realizzare su quella superficie; col tempo però, grazie alla diffusione e al riconoscimento della nostra attività come arte pubblica e urbana, il compito si è semplificato. E’ una vera e propria opera di convincimento delle persone, di conoscenza diretta degli interlocutori, di rottura del muro della ” diffidenza ” …anche perché non sono normalmente previste contropartite economiche per i proprietari degli immobili (né ovviamente vengono chiesti soldi come contropartita per la realizzazione dell’opera), e solitamente siamo noi a coprire i costi di produzione dell’opera (ovvero i costi dei materiali, delle vernici, i costi legati all’affitto dei bracci meccanici o al montaggio delle impalcature, etc). Ci sono opere che coprono spazi davvero estesi, come ad esempio quella di Agostino Iacurci che si sviluppa su un’area di circa 30 metri di altezza per circa 18 metri di larghezza, con i relativi oneri economici in termini di realizzazione.

Siete ricorsi a ” facilitatori ” o mediatori locali per mettervi in contatto con i proprietari degli appartamenti dei palazzi?

Per il muro fatto da Agostino Iacurci e per quello realizzato da Sam3 sulla rampa della tangenziale abbiamo avuto bisogno del placet delle istituzioni politiche locali, in particolare il V Municipio. Sono stati loro i nostri interlocutori. Con questi attori più la collaborazione è frequente più aumenta la loro disponibilità nel rilasciare i dovuti permessi, soprattutto perché il nostro lavoro ottiene un crescente grado di apprezzamento e riconoscimento e perché in qualche modo viene apprezzata e riconosciuta la nostra professionalità e la nostra costante presenza sul territorio. Oltre ai contatti con l’amministrazione per gli aspetti autorizzativi, abbiamo contatti con il Comitato di quartiere: spesso sono stati loro ad averci aiutato a ” scovare ” le superfici sulle quali realizzare le opere degli artisti che ospitiamo.

Perciò le istituzioni politiche, dopo un’iniziale perplessità , hanno reagito positivamente…

Sì, più che di perplessità parlerei proprio di mancata conoscenza, e non solo a livello istituzionale. D’altra parte, presentarsi e dire: ” posso fare qualcosa di non meglio definito sul muro di casa tua? ” diciamo che suscita qualche reticenza…qualche imbarazzo. Poi, vedendo quanto effettivamente viene realizzato su altri muri e vedendo che si ha a che fare con una realtà stabilmente presente ed impegnata sul territorio, cittadini e istituzioni hanno iniziato a conoscerci e a fidarsi di noi. Ripeto, siccome è difficile presentare un bozzetto definito già dalle prime fasi, col tempo si è venuto a creare un rapporto impostato sulla fiducia fra amministrazione, proprietari dei muri e noi.

Qual è la risposta da parte dei residenti e del pubblico più in generale?

Direi ottima, nel senso che segue un po’ il trend appena descritto: iniziale diffidenza e poi grande apertura, curiosità e partecipazione. In quasi tutti gli interventi ho notato, ad esempio, che all’inizio chi abita di fronte ci osserva, domanda e può sollevare delle perplessità ; poi, man mano che l’opera prende vita, quelle stesse persone partecipano e le fasi della realizzazione si trasformano cosìin un bel momento di aggregazione: la signora che porta una bottiglia d’acqua agli artisti, i dirimpettai che arrivavano con panini e cose da mangiare nelle pause, i ragazzi che si fermano a fare video e fotografare…un momento decisamente vitale, di grande vitalità per il quartiere.

Si può pensare a questo tipo di arte come a un bene comune, e se sì, per quali motivi?

A mio avviso assolutamente sì! Perché è un’opera che, al di là della proprietà privata del muro è destinata a essere liberamente fruibile da tutti: è un’opera di arte pubblica, proprio come fosse, ad esempio, la fontana della Barcaccia a Piazza di Spagna.

Che ruolo gioca il concetto di ” condivisione ” nell’Urban Art?

Sicuramente il momento della condivisione è importante…penso ad esempio alla ” condivisione ” attraverso i social network, a come attraverso questo strumento le opere possano diffondersi rapidamente. Poi c’è il ” momento ” della condivisione sincronico e ” offline ” , negli istanti in cui l’opera viene realizzata, con quelle dinamiche di cui ti parlavo prima: la condivisione fra artista, residenti, passanti. Un’esperienza importante anche per lo stesso artista, non solo per il modo in cui viene realizzata l’opera, ma anche nelle fasi precedenti, di studio. Perché molto spesso gli artisti si lasciano influenzare dal luogo, ne ricevono le suggestioni e si lasciano ispirare dal quartiere, dalla sua gente…l’artista restituisce, in qualche modo, al quartiere quello che il luogo è stato in grado di trasmettergli. C’è poi la sinergia fra le persone: spesso ho visto formarsi piccoli gruppi, parlare e discutere dell’opera, tornare per vedere come si veniva facendo…altri momenti di condivisione a partire da queste ” incursioni ” di Urban Art.

Consideriamo, infine, un aspetto ” materiale ” : arte pubblica come vettore di crescita economica?

Sicuramente dal nostro punto di vista di galleristi non possiamo non considerare che questi interventi rientrano a pieno nel nostro progetto imprenditoriale, sono una parte importante della nostra attività . Ovviamente come galleria il nostro lavoro è anche vendere opere d’arte, detto in modo molto banale. Qualcuno ancora interpreta questi interventi in modo malizioso, come mere strategie di marketing…soprattutto in Italia, va ancora molto di moda il pensare che la street art una volta che entra in galleria perda un po’ del suo ” spirito ” . In realtà quello che viene venduta in galleria non è la street art ma un’opera (a questo punto non più pubblica) che un determinato artista facente parte di questo grande movimento ha realizzato per una specifica mostra o comunque destinando la stessa opera al ” mercato ” . E’ assolutamente normale distinguere il lavoro di un artista che viene fatto e concepito per lo spazio pubblico dalla ricerca che quello stesso artista sperimenta attraverso la produzione di opere all’interno del suo studio. Del resto questo è l’unico modo per consentire effettivamente agli artisti di vivere dei proventi della loro arte. Il ruolo della galleria, per come lo interpreto io, è proprio quello di trovare – attraverso i collezionisti, le fondazioni, etc. – le risorse finanziarie che consentano agli artisti di sostentarsi e quindi di poter proseguire nella loro ricerca.
Ci sono poi le ricadute a livello locale: dai bisogni legati alla realizzazione dell’opera e dell’esposizione (colori, vernici, tele, materiali, catering, attrezzature meccaniche), che generano ” spesa ” da parte della galleria sul territorio, al valore aggiunto in termini di visibilità e conoscenza del quartiere stesso…oggi inoltre l’idea di un ” museo a cielo aperto ” da visitare passeggiando con lo sguardo verso il cielo, comincia a prender forma come progetto culturale con potenziali ricadute anche a livello turistico. Per il momento si tratta ancora di realtà ed esperienze micro-locali. Penso, ad esempio, a un caso recente: un’associazione fotografica romana che ci ha contattato per fornire loro la mappa dei muri al fine di organizzare uscite fotografiche con gli studenti… Come vedi le opportunità sono molteplici, con ricadute sia di breve che di lungo termine.

Wunderkammern rappresenta l’avamposto di un modello economico a somma positiva in grado di produrre frutti non solo in termini materiali, ma soprattutto culturali e civili: Urban Art come strumento di richiamo per il turismo culturale, a tutto vantaggio degli operatori locali; street art come leva per recuperare esteticamente un quartiere a rischio di degrado; con l’arte urbana, soprattutto, le ” pareti delle strade ” si decorano, e si arricchiscono di messaggi e suggestioni, che non passano inosservate agli occhi di chi quelle strade le percorre ogni giorno, e cosìfacendo scopre le avanguardie dell’arte pubblica contemporanea: Sten & Lex, Invader, Sam3, Jef Aereosol, C215…se ancora non li conoscete, provate a chiedere alla Rete.

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