I beni comuni, in generale, sono beni fragili perché " di tutti e di nessuno " . Allo stesso modo sono fragili i dialetti, parlati in famiglia o nella vita quotidiana della propria città o del proprio paese, ma non insegnati nelle scuole o in modo "istituzionale". Parlare lo stesso dialetto, in un paese come l'Italia, in cui esso è la vera " prima lingua " , significa creare una comunità
Il punto di Labsus Notizie

I dialetti sono beni comuni fragili e preziosi

Esistono beni comuni materiali, ” tangibili ” , come le scuole e i giardini, ma esistono anche beni comuni immateriali come il capitale umano, la fiducia reciproca, o la cultura di un paese. I beni comuni, materiali o immateriali che siano, condividono delle caratteristiche: possono determinare la coesione sociale e divenire una prospettiva per la società , inoltre sono beni condivisi e da condividere, perché solo la condivisione ne garantisce la riproduzione nel tempo.
Un aspetto peculiare della cultura del nostro paese sono i dialetti, che, proprio perché sono diversi gli uni dagli altri anche a distanza di pochi chilometri, contribuiscono a formare la nostra unicità e creano una realtà culturale variegata ed unica nel paesaggio linguistico indoeuropeo. Solo in India infatti è presente un’altra cosìampia varietà linguistica.

I beni comuni, in generale, sono beni fragili perché ” di tutti e di nessuno ” . Allo stesso modo sono fragili i dialetti, parlati in famiglia o nella vita quotidiana della propria città o del proprio paese, ma non insegnati nelle scuole o in modo “istituzionale”. Parlare lo stesso dialetto, in un paese come l’Italia, in cui esso è la vera ” prima lingua ” , significa creare una comunità .

L’Italia delle Italie, campanilismo VS nazionalismo

Come sosteneva Tullio De Mauro, parlare dell’Italia, significa parlare delle Italie. Da comune a comune, i dialetti, gli accenti, cosìcome i cibi e le tradizioni variano. In Italia è molto più corretto, infatti, parlare di campanilismo, che parlare di nazionalismo. A differenza di altri paesi europei, come ad esempio la Germania, dove in un determinato periodo della storia si è avuta una vera e propria unificazione che ha portato ad un sentimento nazionale, anche fortificato dalla lingua ” comune ” , l’Italia fin dai tempi più antichi ha avuto uno sviluppo culturale differente.

Dal latino…fino a noi…

La romanizzazione della penisola iniziata tra il IV e il III sec. a.C. è stato l’unico processo di unificazione prima del 1861, che tuttavia non ha comportato assimilazione: la rinuncia da parte delle popolazioni assoggettate all’autonomia politico-amministrativa non significava la perdita dei costumi e delle tradizioni locali. Così, il latino, nei mille anni della conquista romana, si è andato ad innestare su un florilegio di lingue già presenti nell’immensa geografia di questa espansione. Il latino, lungi dall’essere il blocco monolitico che viene insegnato nelle scuole, era una lingua viva, parlata e quindi soggetta a modificazioni.

Dal latino effettivamente parlato, via via, nascono i volgari e dai volgari, le lingue neolatine, come il francese, l’italiano, lo spagnolo, il rumeno, ma anche il milanese, il mantovano, il genovese etc. : infatti, anche i dialetti di origine latina, sono lingue neolatine. La maggior parte dei dialetti italiani ha questa stessa origine. Grande importanza è ricoperta dal sardo, che proprio per il caratteristico isolamento del territorio in cui viene parlato, la Sardegna appunto, è ritenuta la più conservativa delle lingue neolatine. In Italia, tuttavia, esistono anche dialetti che non hanno un’origine neolatina. Sono le isole e le penisole alloglotte, di cui un esempio sono il grecanico salentino e il grico di Calabria – di origine greca, appunto – o i dialetti albanesi, sparsi per tutto il meridione, o le isole tedesche in Alto Adige.

1861, unità politica, non linguistica

L’unità d’Italia avviene nel 1861 e culturalmente il nostro paese si presentava come un’accozzaglia di dialetti anche molto diversi fra loro. Fra tutti, come lingua nazionale, si scelse il fiorentino, perché esso aveva goduto nel passato di enorme prestigio. Si pensi al ruolo egemone di Firenze nel XV secolo con Lorenzo il Magnifico ed al prestigio culturale delle ” Tre Corone ” , ossia Dante, Petrarca e Boccaccio, che proprio in fiorentino avevano composto le loro opere.
Si trattò, nel 1861, di una ricerca puristica, come se il cambio di lingua potesse essere repentino e potesse essere imposto dall’alto. Proprio per questo si ritiene che in quello stesso anno solo il 2,5% della popolazione usasse l’italiano, appannaggio comunque delle élite colte e ancora nel 1963, a più di un secolo dall’unificazione politica, secondo gli studi di De Mauro, gli italiani sono ben lontani dall’unificazione linguistica, per la quale dovremo attendere gli anni Ottanta.

Pian piano, l’italiano si impone sui dialetti

I fattori che consentirono all’italiano di imporsi come lingua nazionale furono molteplici: la dialettofobia istituzionale nelle scuole, l’abbandono delle campagne e la progressiva emigrazione verso il triangolo industriale Torino-Milano-Genova, la leva obbligatoria, la burocrazia e la tv, che obbligavano gli italiani dapprima dialettofoni ad utilizzare una lingua ” comune ” per potersi comprendere. La sempre maggiore pressione della lingua italiana sui dialetti, soprattutto nelle aree metropolitane, ha fatto sìche certi tratti di essi siano scomparsi (come ad esempio le forme arcaiche utilizzate dai parlanti più anziani, a scapito di forme più moderne e più vicine all’italiano usate dai più giovani) o addirittura che si stiano perdendo i dialetti stessi (la maggior parte dei giovani di questi anni non è in grado di formulare un discorso intero nel dialetto di origine) e con il tempo si corre il rischio di appiattire la varietà che rende prezioso ed unico il nostro Paese.

Tenere vivi i dialetti per la nostra identità

Parlare in dialetto in famiglia o con gli amici, fare una battuta, organizzare recite o commedie dialettali, bandire concorsi di poesia in dialetto sono tutte modalità , per autonoma iniziativa dei cittadini, per tenere vivi i dialetti e ciò significa tenere viva la nostra identità , non a scapito delle altre identità , ma tutelando quelle differenze che rendono ricco il nostro paese.
Inoltre, moltissimi stranieri che vivono in Italia ormai da decenni hanno acquisito la parlata del luogo in cui si sono trasferiti e anche per gli stessi italiani che, magari per motivi di lavoro hanno dovuto cambiare città , acquisire il ” nuovo ” dialetto, significa ” integrarsi ” nella comunità .

L’emozione del dialetto

Nell’epoca contemporanea, data la capillare diffusione della lingua italiana in tutti gli strati della popolazione, è molto meno facile parlare di svantaggio culturale legato all’uso del dialetto, se non in casi eccezionali. Se anche il dialetto è una lingua, dunque, in che cosa un dialetto è diverso da una lingua? Non esiste una distinzione vera e propria, se non che nell’immaginario comune, il dialetto denota svantaggio culturale.
Probabilmente la vera differenza fra la lingua e il dialetto è da riconnettere all’emotività che permane dietro l’uso dell’una o dell’altro. In altre parole, per noi l’italiano potrebbe essere la lingua della razionalità , della letteratura, della scienza, etc. Mentre il dialetto potrebbe essere la lingua dell’emotività : ci esprimiamo in dialetto quando siamo preda della rabbia, o manifestiamo sdegno o compiacimento genuini rispetto ad una particolare situazione della vita. Il dialetto, spesso proprio in questi frangenti, è intraducibile e l’italiano non sarebbe in grado di rendere quella determinata emozione e anche chi è solito esprimersi correttamente in italiano, si lascia trasportare dal dialetto di origine per esprimere la propria emozione.

Per salvare il proprio dialetto

Salvare il proprio dialetto è un’operazione che non comporta costi, ma è molto più complessa, perché deve essere quotidiana. Non solo: deve essere trasmessa ai giovani, sempre più proiettati per le necessità dell’economia verso la lingua inglese. Sarebbe bello che i ragazzi interrogassero i più anziani sui loro dialetti e che i più anziani si rendessero disponibili a questo. Con tale scambio linguistico i giovani sarebbero più coscienti delle loro origini e gli anziani meno soli. Contribuirebbero entrambi, insomma, al benessere della comunità , uno degli obiettivi principali della cura condivisa dei beni comuni.

Link utili:
Sui dialetti http://www.dialettando.com/
Su Tullio De Mauro http://www.tulliodemauro.com/
Sulla lingua sarda http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_sarda
Sulle penisole alloglotte http://freeweb.dnet.it/liberi/min_it/min_it.html

LEGGI ANCHE:

 



Lascia un commento