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Comunicare, ovvero: mettere in comune
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Il Regolamento c ‘ è, ma i cittadini lo sanno?

Un primo resoconto sulle attività  di comunicazione (non) realizzate dai Comuni aderenti

A poco più di un anno dalla sua nascita, sono ben 44 i Comuni italiani che hanno scelto di accogliere nel proprio assetto normativo il Regolamento per l ' amministrazione condivisa dei beni comuni urbani. E l ' elenco è in costante evoluzione: in altri 77 Comuni la procedura di adozione è già  in corso d ' opera. Ma i diretti interessati, alias i cittadini attivi, ne sono al corrente?

Cifre che suscitano certo soddisfazione, sia per il lavoro di promozione svolto da Labsus, sia per il grado di consapevolezza raggiunto da una buona fetta di amministratori pubblici e cittadini attivi.  Tuttavia, l’approvazione del Regolamento è, naturalmente, soltanto il primo passo: se l’intento è quello di costruire una proficua e ordinaria prassi collaborativa tra rappresentanti e rappresentati, verso un riconoscimento sostanziale del ruolo da protagonista che il cittadino può e deve avere nella cura e gestione dei beni comuni, alle amministrazioni pubbliche è demandato un certo grado di proattività  nella diffusione e promozione di questo nuovo strumento, assicurandone la conoscenza e facilitando lo sviluppo di iniziative da parte dei cittadini.

Un bilancio ancora deludente

Dei 43 Comuni che lo hanno adottato, soltanto Bologna, Chieri e Anagni hanno predisposto una sezione dedicata al Regolamento sul proprio sito web. La maggior parte dei comuni si limita a segnalare l’avvenuta adozione, mentre in alcuni siti istituzionali non vi è addirittura traccia del Regolamento (neanche come file pdf da scaricare!). Eppure, lo spunto per un’opportuna comunicazione potrebbe essere preso anche dai loro stessi siti web: penso al comune di Pomezia, che presenta una sezione dedicata a ” Decoro Urbano ” , con un link al portale del progetto contenente tutte le informazioni rilevanti per i cittadini interessati. Perché non predisporre uno strumento simile anche per l’amministrazione condivisa? Interessante il caso di Terni, che si serve a tale scopo della piattaforma ” PrendoParte ” , ma che, ci auguriamo, sia presto riattivata in quanto ” non disponibile ” ormai da diverso tempo.

Le best practices: Bologna, Chieri, Anagni

Sono tre i casi virtuosi da cui poter prendere ulteriori spunti. Il Comune di Bologna, pioniere in questa grande avventura, instancabile città -laboratorio di sperimentazioni collaborative e decisamente all’avanguardia in fatto di comunicazione web, non poteva certo deludere le nostre aspettative: si clicca sulla ” Comunità  ” , si accede ai ” Beni Comuni ” … Si aprono le norme condivise! Non ci si limita ad allegare il Regolamento, ma se ne spiegano la ratio, il processo, le istruzioni per renderlo effettivo e partecipato, presentandone i risultati concreti, con l’elenco e l’annessa descrizione di tutti i Patti di Collaborazione sinora siglati.
E che dire di Chieri? A soli 7 mesi di distanza dall’adozione del Regolamento, la città , mentre si prepara ad accogliere un evento di straordinario impatto comunicativo quale sarà  il Festival Internazionale dei Beni Comuni, si candida ad essere riconosciuta come la ” patria ” italiana dei commons. Il sito del Comune dedica ai beni comuni una sezione apposita, in cui illustra il Regolamento ed i suoi principi, le modalità  di partecipazione ed i Patti di Condivisione in cantiere.
Eppure, non è necessario essere ” grandi ” come Bologna, né annoverare personalità  di rilievo come Ugo Mattei nella propria amministrazione, per dialogare efficacemente con i propri cittadini: il comune di Anagni ne è un chiaro esempio. Un sito web molto semplice, senza grandi pretese estetiche, ma efficace: oltre l’ ” Amministrazione trasparente ” c’è l’ ” Amministrazione condivisa ” , con un breve storytelling sul processo di adozione, il testo del Regolamento, i principi, e le indicazioni relative alle proposte di collaborazione.

Le tecnologie digitali offrono un ventaglio di opzioni comunicative a dir poco stimolante, se c’è la volontà  politica di utilizzarle a questo scopo. A forza di ripeterlo, il concetto sembra quasi retorico: ma la posta in gioco, al tempo del web 2.0, è troppo alta per non correre questo rischio. La partita in onda, con esiti che dipenderanno dall’impegno di tutti, funzionari e cittadini insieme, è ancora quella della Democrazia con la D maiuscola, del governo informato, partecipato, trasparente e condiviso dei beni comuni.

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