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La permacultura si ispira alla natura per creare un ' agricoltura permanente. Molti pensano che fare permacultura corrisponda a fare agricoltura ma si sbagliano
Cultura

Permacultura: imparare dalla natura la cultura dell ‘ agricoltura permanente

Intervista a Flavio Troisi, autore di Lascia tutto e seguiti!

Labsus raccoglie molte testimonianze di cittadini attivi nella cura dei giardini di città , nella rigenerazione delle aree vegetali territoriali, nella gestione dei giardini e dei boschi. Alla ricerca di spunti nuovi, ma ancor più di una visione radicalmente diversa sulla natura maestra di vita (anzi, di agricoltura!) abbiamo incontrato Flavio Troisi.

Chi sono e cosa fanno i designer di permacultura?
Io, che ho frequentato l’Istituto italiano di permacultura, e Marco Matera, che ha studiato e vive a Reading in Inghilterra, siamo due designer di permacultura. L’idea è quella di tradurre articoli inglesi, australiani eccetera in italiano. Diamo una mano nell’editing a chi vuol far conoscere ecovillaggi, orti condivisi, progetti di benessere. Da un paio di settimane abbiamo lanciato il sito http://www.permacultura-transizione.com/ che ha già  avuto tantissimi riscontri. Ma il primo designer di permacultura è stato Rob Hopkins, il padre del concetto di transizione: lui andava nei paesi in via di sviluppo e promuoveva progetti pilota di permacultura a livello urbano, applicandola sul piano sociale, allo scopo di aprire opportunità  alle comunità  locali. Un’intuizione nata in paesi poveri che è piaciuta poi anche da noi, perché è proprio lo stile di vita occidentale quello più insostenibile!

Che cosa è la permacultura e che differenza c’è tra permacultura e transizione?
La permacultura è la disciplina, o, meglio, il metodo. Consiste nel progettare degli insediamenti umani sostenibili rigenerativi, ispirati alle logiche e alle dinamiche della natura. La transizione è l’applicazione sociale della permacultura.

Ci fai qualche esempio per capire meglio, ad esempio riferito alla grande passione degli italiani col pollice verde?
Certo, parliamo della cultura dei giardini, che come molti sanno si divide in due tronchi (!): jardin à  la franà§aise, i giardini francesi simmetrici e razionali come quello di Versailles, e gli english garden, che imitano la natura con alberi e cascate apparentemente più spontanei. Da un lato è la ragione che domina su tutto. Dall’altro la ragione che trova un accordo con la natura: attraverso il progetto si può dire: ” Noi umani ci adattiamo alla natura e attraverso il progetto troviamo un compromesso, facciamo un accordo con la natura ” . Nella permacultura la logica è ancora diversa e risale al 1978, quando in Tasmania un esperto di ecologia di nome Bill Mollison iniziò a lavorare sul fatto che: ” Noi impariamo dalla natura ” .

Qual è la scoperta? In fondo la natura è da sempre magistra vitae.
Questi signori hanno scoperto un’altra cosa, cioè che il principale fattore di estinzione della razza umana è l’agricoltura insostenibile, quella che: primo, privilegia la monocoltura (le infinite distese di grano come gli sterminati frutteti di sole mele); secondo, usa l’aratura (scavando la terra); terzo: usa sostanze chimiche inquinanti.

E quale sarebbe dunque l’alternativa all’agricoltura, o l’agricoltura alternativa?
La permacultura si ispira alla natura per creare un’agricoltura permanente. Molti pensano che fare permacultura corrisponda a fare agricoltura ma si sbagliano. Mentre l’agricoltura ha eroso ed erode la fertilità  del suolo, non solo laddove il modello sia la monocultura o si usino prodotti chimici, ma anche laddove si usino piante annuali. Nell’orticultura ogni anno bisogna piantare le piante, mentre la natura non lavora così! Se andiamo in un bosco capiamo che è un sistema autonomo e indipendente.

E quali cambiamenti potrebbero invece riguardare le città ?
Le food forest, dette anche forest garden, sono probabilmente lo scenario che colpisce maggiormente l’immaginazione: un sistema progettato dall’uomo osservando come funzionano le foreste vere per creare delle foreste in cui noi possiamo entrare e mangiare tuuto ciò che cresce lìdentro. Una volta che è creata, è fatta! Poi puoi avere anche delle radure in cui metti delle piante annuali.

Anche cortili di case o piccoli spazi verdi urbani potrebbero diventare food forest?
Certo, anche i giardini pubblici. E’ totalmente fattibile. Io ad esempio ho partecipato alla creazione di una food forest a Cuneo  che fra una decina d’anni sarà  un posto in cui tutti potranno passare e mangiare.

Quindi lo scopo è sfamarsi gratis?
Non solo. Questi sistemi sono progettati su sette livelli e ogni livello corrisponde a un uso: mangiare, certo, ma anche avere fibre e tinte per i vestiti, medicine. Nulla è affidato al caso, per questo si parla di design dell’ambiente, ispirandosi alla natura.

Veniamo a un tema caro a Labsus: che ruolo ha l’amministrazione pubblica in tutto ciò?
Centrale, ma noi partiamo dal basso. Tutto nacque dalla crisi petrolifera degli anni settanta, in cui fu chiaro che il problema non era il trasporto delle merci nei mercati, ma la loro produzione… fu chiaro allora ed è chiaro adesso che non sempre si può aspettare che qualcuno in alto decida. Dopo di che cerchiamo di coinvolgere gli amministratori e di collaborare con loro. Ma la permacultura ragiona sul lungo termine mentre la politica, di solito, no. A Cuneo invece la food forest è stata pensata insieme agli amministratori e sta coinvolgendo tutta la cittadinanza diventando un luogo di aggregazione.



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