Succiso, in provincia di Reggio Emilia, 1000 metri sul livello del mare e a due ore di strada dal suo capoluogo di provincia, in cent’anni è morto e risorto almeno tre volte, solo perchè di più non sappiamo. Nel 1920 è sopravvissuto al terremoto. Nel 1954 invece è stato devastato da una frana che ha fatto uscire tutti gli abitanti dalle proprie case per non tornarvi più. Non per andarsene però: l’hanno ricostruito dopo una battaglia civile ordinata e democratica e anche discussioni pubbliche e private su quale terra sarebbe stata valorizzata da nuove abitazioni. L’hanno ricostruito più a monte, in pace fra loro e per quella che volevano per i loro figli. La terza volta ha rischiato di morire per la chiusura dell’unico bar, nel 1991. Alcuni suoi abitanti – c’era una proloco e a votare ci andavano tutti, memori di un diritto conquistato col sangue – hanno messo mano a cazzuola e carriola – tutto è più facile quando si pensa con le mani – e il bar se lo sono riaperti. Sono andati in banca, perché qualche soldo serviva, e dal notaio per fare una cooperativa, perché a nessuno, quel bene da allora comune, venisse in mente di portarglielo via. Della fatica lassù c’è memoria e quando viene fatta davvero genera proprietà , collettiva se fatta insieme.
Così, se chiedi ora alla gente di chi è quel bar, se è pubblico o privato, potresti anche non avere risposta, scansato come chi parla lingue inutili per vivere là.

Identità , abitazione, paura, bisogno, fatica, comune

E’  più facile dare significato alle parole, intenderne il senso, se raccontano storie e rappresentano vita. Se hai pazienza e sguardo per attraversarle e leggerne gli esiti ne intendi anche gli usi e diventano attrezzi. Succiso, da quella volta del bar, è cooperativa di comunità, ma ben difficile sarebbe capirne l’esatta portata se non passando dal suo racconto.   E’ l’esercizio necessario, con umiltà, di fronte ad ogni cooperativa e ad ogni impresa che voglia dirsi comunitaria. Che dica di un paese o di un quartiere, di un capannone o di una piazza abbandonati. Magari di un teatro che riapre per tornare ad essere luogo o di una scuola che scende in strada per farsene invadere, produttiva di alfabeti sociali ed economici partecipati. E’  di tendenza citare la cooperazione di comunità  e crederne effetti clamorosi e taumaturgici, ma se qualcuno ve ne parla, dimenticatevi un attimo gli effetti e chiedetegli prima di raccontarvela, di darle un nome al cui associare volti e giorni.

Cooperative di comunità

Abbiamo detto di Succiso, con la sua Valle dei Cavalieri, ma potevamo dire di Cerreto Alpi e i suoi Briganti, di Tiriolo con Scherà, di Rais a Dossena oppure in Sardegna con la Viseras di Mamoiada e in città  con i giovani cooperatori della Paranza al Quartiere Sanità  di Napoli, di Monticchiello o di Campolattaro. Di altri ancora potremmo riferire. Le cooperative di comunità  raccontano ovunque di abitanti intraprendenti. Trasformata in sogno la paura, hanno messo mano alle cose di tutti e prima di andare dal Sindaco sono andati dal notaio e in banca, senza chiederne conto: produttori di beni comuni perché artigiani di una socialità  che si nutre di economie e dà  lavoro.
Succiso e le altre sono anime guida di un’opportunità  nuova. Le loro tappe di resistenza e sviluppo ci consegnano intuizioni, saperi e attrezzi con i quali riprodurre movimenti e accompagnare esperienze anche altrove, ovunque sia critica l’accessibilità  della gente ai servizi piuttosto che al lavoro o addirittura alle istituzioni e alla partecipazione democratica.

Costruire fiducia

Costruire fiducia. Tenere aperta la comunità  e conservare aspettativa di vita nei suoi abitanti riconsegnando loro i luoghi minimi di socialità , di incontro, di relazione. Fiducia è il prodotto tipico di origine non controllata in ogni impresa comunitaria.

Dare risposta

Essere mano presente e dare risposta. Essere fatto nuovo vicino alla gente senza pretenderne gratitudine o partecipazioni. Il bar a Succiso è diventato negozio di prossimità, servizio fisico all’abitare, per un paese distante. Perché non può diventarlo un’azienda? Perché non una biblioteca, una scuola o un ufficio postale? Le comunità  intraprendenti diventano cooperativa rendendo abitanti le attività  economiche e i servizi. Ci restituiscono così modelli di sviluppo locale fondati su istituzioni politiche, economiche o sociali nuovamente presenti e abitanti, infrastruttura e tessuto di un patrimonio comune. Un’opera di ricostruzione dal basso dopo un lungo percorso di smantellamento indotto dall’alto: dalle Casse di Risparmio, alle municipalizzate, all’organizzazione territoriale dello Stato e delle sue aziende.

Art. 41 Costituzione

Rendere produttivi per tutti fatti e luoghi dimenticati, pubblici o privati, per poterli ri-dire comuni. In questi racconti cooperativi è il passo decisivo che riattiva generatività  non solo con azioni proprie ma tentando di contaminare tutto il contesto. Ascoltiamo qui, da un lato,che non è pubblico ciò che sta nella proprietà  di un ente ma ciò che serve alla gente e ne è abitato; dall’altro, che un’attività  economica che non partecipa la vicenda territoriale e comunitaria si svolge “in contrasto con l’utilità  sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà , alla dignità  umana” (art.41, Costituzione) di quel luogo.

Dialogare con le istituzioni

Avere dialogo costruttivo (invece che competitivo) con istituzioni pubbliche presenti e consapevoli. Partner fondamentali di queste esperienze sono amministratori pubblici che ne hanno riconosciutoil significato e le hanno valorizzate, rispettandone e attendendone l’autonomia, senza invidie o timori da consenso. In ognuno dei casi citati si è assistito a prassi amministrative innovative e sono state determinanti leadership consapevoli: le persone e la loro visione, il sindaco e il presidente della cooperativa, hanno fatto la differenza.

Anche il tema della rappresentanza e dell’intermediazione politica ci sembra possa essere coinvolto. Non sappiamo se nuovi partiti politici, ancora applicando l’art.49 della Costituzione, sapranno reintermediare consenso, partecipazione e poteri. Sappiamo però, leggendo della Costituzione tutta la prima parte e perché qui l’abbiamo visto, che l’abitare responsabile dà  cittadinanza, che la comunità  è una forma necessaria di aggregazione e che un dialogo costruttivo con gli abitanti intraprendenti di una comunità  necessaria è condizione buona di governo locale.

Anche il gregge è per tutti

Considerare comuni e di tutti anche le attività  private dei singoli, pur senza espropri, godendo anzi degli interessi di ciascuno. In contesti a bassa densità  di risorse la vita passa dal partecipare come comuni anche le botteghe e le aziende. Non v’è nessuna possibilità  di vita lìper gli abitanti se il paese chiude le botteghe e nessuna di successo per una bottega se non partecipante quella comunità  come fosse di tutti. A Succiso questa luce si è accesa improvvisa quando la chiusura è toccata, stanco il suo pastore, ad un’azienda agricola e la cooperativa ha visto che non vi sarebbe stata vita senza il pecorino del paese, non senza il suo gregge: era di tutti e non era mai stato dichiarato da nessuno.

L’esperienza della cooperazione di comunità  consente di riscrivere modelli di business necessari nei contesti più vulnerabili. In genere le letture sullo sviluppo economico delle montagne fanno leva su elementi commerciali e di mercato: sarebbe nell’innovazione o nella tipicità  più distintiva il fattore di sviluppo determinante per ridare opportunità  economica e di lavoro. Un’affermazione vera ma insufficiente. Non c’è investimento commerciale che garantisca qui sostenibilità  e successo se l’imprenditore che lo produce non cerca remunerazione in vita per sé e per la sua famiglia in quella comunità . Un’attesa diversa ne decreterebbe comunque la delocalizzazione o la fine. Chiedete a un imprenditore, anche non cooperativo, cosa lo porta o lo mantiene in queste terre e la risposta non mancherà  mai di cominciare con i legami di vita e terminare, passando per ragioni di ordine aziendale, con un cenno ai giovani e al futuro. Chi investe qui deve necessariamente vedere più a fondo e più lontano. Perché non promuovere ovunque questo approccio come opportunità  invece che leggerlo come limite?

Essere welfare comunitario

Essere naturalmente e istintivamente mutualistici. Io da bambino, abitando in un paese, facevo il giro degli anziani andando a fare la spesa. Arrivavo al negozio con le liste di ciascuno e me ne tornavo a casa avendo fatto prima le consegne. Di giorno in giorno cresceva la mia relazione con gli altri abitanti, il valore di quella mia attività  in caramelle e spiccioli e un’informazione condivisa e reale sullo stato delle case e delle persone. Ero un pezzo dello stesso welfare comunitario indotto dall’affermazione della cooperazione che produce fiducia e mantiene attività  primarie. Non potranno certo mancare delega e professioni sociali alla vivibilità  dei territori, ma dove i flussi redistributivi che passano dalla funzione pubblica non generano soluzioni sufficienti, allora scopriamo risposta in modelli economici più inclusivi e di coproduzione. Dove non si produce abbastanza per pagarsi un sistema di welfare, bisogna semplicemente esserlo rendendo direttamente rispondenti il modo di produrre e di stare insieme. Come un tempo il bambino con i vecchi del paese, è oggi il furgone della cooperativa a fare la spesa a valle per tutti, a consegnare farmaci o ad accompagnare bambini a scuola e anziani all’ospedale. Tutto possibile perché il furgone è mezzo produttivo del ristorante che attende clienti e per l’azienda agricola che produce il pecorino.

Era il paese che voleva vivere, tutto qui. Ciò era bastato per essere banca e banca del paese, quand’Al Cic, il figlio di Svanin, aveva avuto bisogno per il locale. Voleva rinnovare il banco e allargare la sala per dare anche da mangiare a chi arrivava. Non s’era mai vista tanta gente insieme, all’unica filiale del Comune, per un solo conto. Tutti insieme a firmare perché quel giovane potesse avere il mutuo che chiedeva, e tutti insieme per il loro ristorante [1].

[1]Teneggi G.,Bragazzi J., E le montagne si inchinarono ad ascoltare, AbaoAqu, 2016

Giovanni Teneggi è nato ed abita a Castelnovo ne’ Monti (Reggio Emilia, appennino tosco-emiliano) da dove lavora per Confcooperative allo sviluppo della cooperazione di comunità  in Italia.

Foto in anteprima di Ruggero Arena

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Bibliografia

AA.VV., MISE/Invitalia, a cura di IRECOOP ER, La cooperazione di comunità  per uno sviluppo locale sostenibile, studio sullo sviluppo della cooperazione di comunità , 12/2016. Scaricabile in  http://www.icn.coop/Documentazione/Progetti
AA.VV., Confcooperative, Cooperativa di comunità : circolo virtuoso per il territorio, collana STRUMENTI, N.5, 2015
Borzaga C., Zandonai F. , Oltre la narrazione, fuori dagli schemi: i processi generativi delle imprese di comunità, in RivistaImpresaSociale.it, 8 dicembre 2016
Dotti M., Giovanni Lindo Ferretti, Quassù l’umano non si è perso, in  Vita.it, 25 luglio 2016
Grella D., Il paese cooperativa dove ogni giorno si cambia lavoro, in  Vita.it, 23 maggio 2016
Teneggi G., E le montagne si inchinarono ad ascoltare, AbaoAqu, collana I QUADERNI, 2016
Teneggi G., Imprese rabdomanti di storie e luoghi per ritrovare comunità , in Animazione Sociale 2014 n.282
Teneggi G., Aree interne: dove il welfare non si fa con i servizi, in WelfareOggi 2016, n.2
Teneggi G., Cooperative di comunità : opportunità  per le generazioni, sfida per il Paese, in Vita.it, 12 dicembre 2016
Venturi P., Zandonai F., I probi pionieri del platform cooperativism, in  Che-fare.com, 9 febbraio 2016