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L’importanza della condivisione: la Legge della Regione Lazio

Con un ampio consenso la Regione Lazio si dota di una propria Legge per l'Amministrazione Condivisa dei Beni comuni. Una normativa importante che può essere da sprone per i Comuni. Intervista con la consigliera Marta Leonori

Ci ha messo tanta tenacia e convinzione per portare a compimento il processo di approvazione della prima Legge Regionale sull’Amministrazione condivisa.  E così grazie all’entusiasmo e alla capacità di tessere relazioni della Consigliera del Pd Marta Leonori, la Regione Lazio è la prima a dotarsi – con un consenso trasversale tra maggioranza e opposizione, ma non senza qualche ostacolo – di un quadro normativo che dovrebbe, quanto meno, incentivare le singole amministrazioni comunali ad adottare un proprio Regolamento. Dal quale, come si sa, non è automatico che nascano i Patti di collaborazione, ma senza il quale, anche questo è frutto dell’esperienza, molte idee ed energie rischiano di fare fatica per trovare uno sbocco concreto e continuo. Delle prospettive e dei prossimi passi per dare gambe e braccia all’Amministrazione condivisa dei Beni Comuni abbiamo parlato con lei.

In soli quattro mesi di lavoro, lei ha scritto, si è creato un clima positivo e – appunto – condiviso, per arrivare all’approvazione: a cosa è dovuto secondo lei?

E’ l’oggetto oltre che il metodo che abbiamo seguito ad aver creato questo clima: l’Amministrazione condivisa è un valore trasversale e riguarda le nostre città. L’attenzione civica che parte dal basso non può che trovare d’accordo le forze politiche. Tutte le audizioni che abbiamo fatto sono state caratterizzate da un buon clima (anche per merito del presidente di commissione, Rodolfo Lena, che ci ha creduto fin dall’inizio). E abbiamo fatto mano mano un lavoro di progressivo arricchimento ed equilibrio del testo iniziale affinché non presentasse equivoci in fase d’interpretazione.

Quali sono i punti qualificanti della legge?

Intanto la parte che riguarda il sostegno alle amministrazioni locali per la definizione dei loro Regolamenti. Poi il fatto che la stessa Regione si doterà di un proprio regolamento ed è, che io sappia, il primo caso nazionale. Poi abbiamo previsto percorsi di formazione per funzionari – regionali e locali – e per i cittadini (ci vorranno le deliberazioni attuative per poterli studiare e avviare: stiamo infatti parlando di una norma quadro), perché sono il punto cruciale affinché la legge possa funzionare. Altro punto qualificante è la previsione di una piattaforma dei dati che monitori tutto il territorio (Labsus sta facendo già un lavoro encomiabile, ma vorremmo che fosse un lavoro istituzionale, il più possibile completo e capillare). Una piattaforma accessibile facilmente che possa servire ai cittadini e alle amministrazioni locali per capire quali sono le esperienze esistenti, farle conoscere, fare scambio di buone pratiche in un reciproco arricchimento. E infine ci sono gli strumenti economici: la previsione, cioè, della possibilità che le amministrazioni che mettono in campo Patti, possano accedere a fondi regionali o altri vantaggi economici decisi direttamente dagli enti locali. Così come abbiamo salvaguardato le risorse per la manutenzione del verde. Inoltre: una parte del Fondo da mettere a bando e una parte per microprogetti “a sportello”, su specifiche materie ma non partecipando a bandi comparativi. Un emendamento, infine, presentato dal M5S, prevede la possibilità di crowdfunding.

Qual è la situazione dei Comuni del Lazio per quanto riguarda il Regolamento e in che misura questa Legge regionale potrà servire per incentivarli?

Sono quasi 20 i comuni che hanno il loro Regolamento (grandi e piccoli); abbiamo la prima esperienze dei comuni intorno al Lago di Bracciano che si sono messe insieme per valorizzare in modo condiviso il “Bene Lago”; c’è insomma una pluralità di esperienze che tiene conto delle caratteristiche dei singoli territori. Noi con questa Legge abbiamo escluso l’obbligatorietà perché c’è un grande rispetto per le scelte che fanno i Comuni. L’obbligo avrebbe significato imporre un adempimento senza magari una reale convinzione. Abbiamo preferito, invece, un equilibrio tra incentivazione e sostegno, affiancato all’autonomia dei soggetti. Anche perché ogni comune ha le sue caratteristiche. Si veda, ad esempio, Roma e gli altri Comuni pur capoluoghi. Abbiamo preferito la strada che prevede che, pur non dotandosi del Regolamento, si possa sposarne i principi e le possibilità che la Legge offre. Le associazioni e le amministrazioni che abbiamo sentito in audizione hanno apprezzato molto questo approccio.

Quali saranno i prossimi passi per rendere la Legge operativa?

Nei 120 giorni previsti ci sono da adottare le delibere attuative. Le prime riguarderanno, intanto, l’adozione del Regolamento stesso della Regione; e poi quella per le linee guida indirizzate ai comuni che vorranno redigere un proprio regolamento. Un’altra delibera sarà indirizzata ai percorsi di formazione per i dipendenti e i cittadini attivi.

Avete previsto un Albo per l’indicazione dei Beni comuni regionali?

No, un albo no, perché potrebbe essere limitativo ed escludente: se una realtà associativa individua un bene non previsto dall’albo potrebbe essere compromesso il progetto. Abbiamo previsto invece un elenco di Beni disponibili come suggerimento per le amministrazioni che vogliono attivare dei progetti, elenco da inserire nella piattaforma. Beni materiali e immateriali che riguardano i diversi settori. Sono così tante le cose che si possono fare che elencarle prima potrebbe essere limitante e alla fine controproducente. Nulla vieta, poi, che le singole amministrazioni possano fare un proprio Albo.