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Coltivare l’abitare. Villaggio 95, un progetto “biodiverso”

Gli orti sociali per creare comunità, nel cuore di una metropoli

«L’idea dell’orto urbano nasce anni fa dalla volontà di sottrarre un pezzo di terra al degrado del contesto cittadino e di affidarlo al singolo. Ma questo concetto ormai è superato: oggi occorre spingere perché si passi a un livello “sociale” successivo». A Villaggio 95, spazio verde di circa 8800 mq nel cuore di Roma, mi accoglie Vito Cristella, esperto di agricoltura sociale e presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Orti e mestieri”, che collabora nella gestione del terreno nel quartiere di Casalbertone. Qualche passo in più e il caos della metropoli resta un ricordo lontano: nel caldo di luglio i 27 lotti coltivati spumeggiano di colori, tra fiori, frutti e foglie. «Qui l’esperienza dell’orto urbano evolve in orto sociale» mi spiega Vito mentre ci sediamo in un’area coperta, destinata a momenti di formazione e convivialità per gli ortisti. «Uno spazio che non è soltanto fonte di beni primari, ma uno strumento sociale che ha a che fare con riabilitazione, integrazione e riscatto. La differenza con un orto privato è che qui si crea comunità. A Villaggio 95 il singolo cittadino incontra, su un terreno comune, l’estrema marginalità». La passione per la terra scorre nelle vene di Vito sin da quando era bambino, mentre ne parliamo il suo sguardo s’illumina dietro gli occhiali neri.

“Se diciamo terra, diciamo casa e radici”

Ma facciamo un passo indietro. Villaggio 95 è un progetto della cooperativa sociale Europe Consulting Onlus inaugurato lo scorso 22 giugno, con l’apertura al pubblico degli orti sociali per cui, insieme a Binario 95 (dal numero civico dove a sede a Via Marsala un centro per senza fissa dimora), collabora “Orti e mestieri”. «Una comunità nella città che metterà insieme diversi tipi di attività incentrate sull’accoglienza, la formazione, l’integrazione e la sostenibilità» si legge nella descrizione dell’iniziativa. «Villaggio 95 non riguarda solo gli orti. Se diciamo “terra”, diciamo “casa” e “radici”: un villaggio è per chi ha deciso di fermarsi, di diventare stanziale e per questo l’idea è quella di mettere a disposizione, in futuro, anche delle abitazioni per chi non ha un posto dove stare». Forse proprio la risposta che ci voleva per una delle urgenze più pressanti di questa zona ad est della capitale: come tornare a sentirsi corresponsabili. Nella primavera scorsa, tramite bando, i lotti coltivabili (per 2600 mq) sono stati assegnati a gruppi di privati cittadini del territorio, ad associazioni che si occupano di diversa utenza (come minori non accompagnati, persone con disabilità fisiche e mentali) e a persone senza fissa dimora.

Riscoprire il valore del tempo e della pazienza per fare comunità

«Tutti i popoli del mondo sono accomunati dal frutto della terra, dal cibo che si condivide. L’agricoltura è lo strumento migliore per mettere in relazione le diversità». Questa “filosofia agricola” è ciò che, da più di un anno, muove i progetti sposati dall’associazione di cui Vito è presidente: «Come associazione, mettendo al centro l’esperienza della coltivazione e dell’artigianato, vogliamo non solo promuovere la bellezza della tradizione agricola italiana e del lavoro manuale, ma attraverso la conoscenza far riscoprire il valore del tempo, della pazienza, dell’inclusione e della comunità». Vito mi racconta quasi emozionato di quanto sia necessario tornare a sentirsi figli, e non padroni, della natura che ci circonda, ad amare la propria terra in quanto libro della propria storia, e mentre parla tiene stretta una penna fatta con il legno dei suoi ulivi pugliesi.

Stare vicini per produrre relazioni buone

A Villaggio 95 questa mattina non c’è nessuno, perché chi lavora l’orto sa che ogni attività ha il suo tempo. I pezzi di terreno sono di diversa grandezza, ampi abbastanza perché la coltivazione sia soddisfacente e produttiva, ma al tempo stesso accostati l’uno all’altro per favorire le relazioni buone. «Ci sono strati sociali che facciamo fatica a considerare, persone che vorremmo quasi allontanare, non vedere: come ad esempio chi è affetto da malattia mentale. Ecco, in questi casi siamo “costretti” a stare a contatto proprio con la diversità che ci spaventa». Villaggio 95 è un progetto «biodiverso», la cui bellezza sta proprio nel rispecchiare l’originalità della natura: «La forza di questa iniziativa è quella di mettere insieme persone diverse per cultura, provenienza, classe sociale ed età. C’è scambio interculturale ma anche intergenerazionale. C’è il nonno che, emozionato, racconta al giovane la sua esperienza contadina di una vita intera, affinché non si perda quello che siamo stati».

Chi mette radici impara ad abitare

Tra gli scopi di “Orti e mestieri” non solo, dunque, tramandare la tradizione e l’esperienza, ma anche reintrodurre ragazzi migranti o senza fissa dimora al lavoro agricolo e di artigianato, attraverso corsi di formazione e la messa a disposizione di lotti da coltivare. Il sogno di Villaggio 95 infatti non si ferma agli orti sociali, ma presenta nel progetto anche la costruzione di casette in legno per persone in difficoltà, anche grazie alla possibilità di avere a disposizione un orto per la sussistenza. «La bellezza della natura è che “per sua natura” non discrimina, anzi aiuta a mettere radici. Amando la terra, avendone cura, io stesso metto radici in profondità e riesco a toccare le radici di tutti gli altri vicini». Ed è ovvio che chi mette radici impara ad “abitare” un luogo nella sua essenza più vera, e, inevitabilmente sarà portato ad accogliere.

Per rimettersi in sintonia con la parte più intima di sé

Passeggiando tra gli orti arrivo al centro del terreno e trovo uno spazio comune coltivabile. È qui forse il cuore del Villaggio: tutto mira alla costruzione di una comunità includente. Ciò che più manca all’essere umano di oggi. «Anche se – continua Vito – la riabilitazione ha a che fare con tutti, non solo con gli emarginati. Perché il lavoro, gli affanni quotidiani non ci danno il tempo di rientrare in contatto con la nostra esistenza e con quello che sentiamo dentro». Una povertà di “tempo denso” che in qualche modo rischia di colpire tutti gli abitanti delle grandi città. «In una realtà alienante come Roma, questi contesti consentono all’uomo di riscoprire l’idea del tempo che passa, di rimettersi in sintonia con la parte più intima di sé, di accorgersi del mondo intorno. E poi la natura, con i suoi tempi lunghissimi, insegna a tornare pazienti, per esserlo di più con noi stessi e con gli altri. A Villaggio 95 si coltiva materialità, ma poi quello che si riceve indietro è per lo più immateriale».