Beni comuni e amministrazione condivisaIl punto di Labsus

Le riforme sono beni comuni. Un patto repubblicano per difenderle

Se qualcuno nel governo fosse disposto a dare fiducia ai cittadini scoprirebbe che possiamo essere alleati preziosi per la realizzazione delle riforme
riforme

I beni comuni sono quei beni, come l’ambiente, la salute o la legalità di cui tutti dovremmo sentirci responsabili e prenderci cura, perché da essi dipende la qualità della vita di tutti noi.
Sotto questo profilo anche le riforme della pubblica amministrazione, della giustizia, del fisco e le altre riforme a cui Draghi e i suoi ministri stanno lavorando sono beni comuni di cui tutti dovremmo sentirci responsabili, preoccupandoci della loro approvazione e poi della loro realizzazione, perché dal loro successo dipende il nostro futuro collettivo.
Nella realtà, invece, non c’è affatto intorno a queste riforme un clima di partecipazione e di interesse diffuso da parte dell’opinione pubblica. La maggior parte dei nostri concittadini non sembra infatti aver capito che c’è un nesso strettissimo fra ciò che sta accadendo in queste settimane e come si vivrà in Italia nei prossimi anni.
Invece è tutto collegato, perché da queste riforme dipende in primo luogo l’erogazione da parte dell’Unione Europea dei fondi del PNRR e poi, soprattutto, la nostra capacità di utilizzarli per modernizzare il Paese. Detto in altri termini, dipende il destino dell’Italia per i prossimi decenni.

Un’ipotesi che fa paura

Un po’ perché un’ipotesi del genere fa paura, un po’ per incapacità di concepire un fatto così enorme, ma la maggior parte di noi tende a rimuovere l’idea che un Paese possa fallire. Eppure è successo. L’Argentina, per esempio, era un Paese prospero, in cui molti nostri connazionali sono emigrati nel secolo scorso in cerca di fortuna, che da anni ormai si dibatte in una gravissima crisi politica ed economica. Lo stesso è accaduto in Venezuela, Paese ricchissimo di petrolio rovinato da scelte politiche dissennate. In entrambi questi casi infatti, come in tutti i casi simili, il declino non è dipeso da un destino sfortunato, ma da decisioni sbagliate prese da classi dirigenti populiste, incompetenti e corrotte.
Se non vogliamo che l’Italia fra vent’anni si ritrovi in una situazione come quella argentina o venezuelana attuale dobbiamo adesso, in queste settimane, prendere alcune decisioni cruciali riguardanti il cattivo funzionamento delle nostre pubbliche amministrazioni, del nostro sistema giudiziario, di quello fiscale e di tutti gli altri grandi apparati pubblici (e privati) da cui dipende il funzionamento di un Paese complesso come l’Italia.

Il sabotaggio delle corporazioni

Il problema è che dentro e fuori quegli apparati ci sono persone e gruppi che considerano ciò che per il resto della società italiana è cattivo funzionamento come il migliore dei mondi possibili, perché consente loro di mantenere posizioni di potere, privilegi e rendite di posizione che le riforme del governo Draghi mettono in pericolo. A questi signori non importa nulla del nostro destino come comunità nazionale nei prossimi decenni, importa invece moltissimo proteggere i propri personalissimi e concreti interessi, poteri e privilegi. E se per far ciò devono sabotare Draghi, lo saboteranno, anzi, le burocrazie di alcuni grandi ministeri hanno già cominciato a farlo.
Il nostro è un Paese costellato di corporazioni grandi e piccole, ciascuna arroccata a difesa del proprio “particulare”, che negli anni sono sempre riuscite a far fallire tutti i tentativi che pure sono stati fatti di ridimensionare il loro potere. È evidente che ci proveranno anche questa volta, ma questa volta forse ci sono le condizioni per evitare che ci riescano.

Alcuni punti di forza

C’è innanzitutto un Presidente del Consiglio autorevole, competente, rispettato in Patria e all’estero, capace di prendere decisioni e di farle rispettare, che ha messo la propria straordinaria storia personale e professionale al servizio del Paese.
C’è un governo in cui nelle posizioni chiave ci sono persone competenti, esperti riconosciuti del settore di cui si occupano, che hanno le idee chiare su quali siano le riforme necessarie nei rispettivi settori di competenza.
C’è poi un contratto (perché di questo si tratta) fra l’Italia e l’Unione Europea, che ci vincolerà per anni al rispetto di condizioni stringenti sia per quanto riguarda l’erogazione dei fondi per la realizzazione del PNRR, sia per quanto riguarda il loro utilizzo, aiutandoci a resistere alle controspinte delle corporazioni.
C’è infine una situazione inedita, almeno in epoca repubblicana, di debolezza estrema del sistema dei partiti, tale da costringere il Presidente della Repubblica a nominare una sorta di “commissario straordinario” del sistema politico nella figura di Mario Draghi.
Questa debolezza dei partiti, se da un lato apre maggiori spazi a Draghi, dall’altro rappresenta però un problema, perché li rende facilmente ostaggio delle corporazioni, che hanno già iniziato il loro lavorio sotto traccia per contrastare le riforme necessarie per la realizzazione del PNRR. E infatti già ci sono stati pronunciamenti più o meno espliciti di partiti della maggioranza contro questa o quella riforma.

Non lasciamoli soli

Ci sono dunque alcune condizioni che potrebbero facilitare il lavoro del Presidente Draghi e dei suoi ministri per mettere l’Italia in condizione innanzitutto di ottenere i finanziamenti europei e poi di utilizzarli in maniera efficiente.
Ma sono tutte condizioni interne al Palazzo. Fuori, fra i cittadini, non c’è affatto la consapevolezza che le riforme che Draghi sta cercando di realizzare sono beni comuni di cui tutti dovremmo sentirci responsabili, perché è nell’interesse di tutti (quindi anche di ciascuno di noi) che esse abbiano successo.
Le riforme (tutte le riforme) sono dei processi, innescati da eventi (in genere una legge) che mirano a modificare le funzioni e l’organizzazione di un determinato settore. Come tutti i processi hanno bisogno di una continua immissione di energia per andare avanti, altrimenti si fermano, tanto più in presenza di resistenze ad un cambiamento vissuto come minaccia a consolidati sistemi di potere.
Ma negli anni passati è stato spesso commesso l’errore di credere che l’energia per mandare avanti i processi di riforma potesse venire unicamente dall’alto, per così dire, cioè dai vertici delle istituzioni.
È un errore non solo e non tanto perché se cambia il vertice dell’istituzione (sindaco, ministro) spesso anche il processo riformatore si ferma. Ma soprattutto perché, per quanto autorevole e competente, se il vertice istituzionale è lasciato solo non ce la fa a superare le resistenze opposte quotidianamente, pervicacemente, insidiosamente da tutti coloro che si oppongono al cambiamento, dentro e fuori l’apparato oggetto di riforma.
E questo vale anche per Draghi e i suoi ministri, che per quanto bravi non possono farcela da solia contrastare le resistenze che, annidate soprattutto ma non solo nelle burocrazie pubbliche, statali e locali, si oppongono a riforme da cui dipende se l’Italia diventerà l’Argentina d’Europa oppure conoscerà un secondo miracolo economico, come negli anni Sessanta del secolo scorso, questa volta però sostenibile, digitale e rispettoso dei beni comuni.

Un Patto per difendere le riforme

Bisogna creare nella cittadinanza la consapevolezza dei rischi collettivi che corriamo se dovessero vincere le corporazioni, tutte, comprese quelle di cui molti di noi fanno parte. E sulla base di questa consapevolezza dar vita ad un movimento di opinione per sostenere dall’esterno del Palazzo l’azione riformatrice di Draghi e dei suoi ministri, non lasciandoli soli a contrastare le resistenze di chi si oppone al cambiamento per difendere i propri interessi e privilegi.
L’esperienza di questi ultimi anni dimostra che il modello dell’Amministrazione condivisa funziona molto bene, riuscendo a mobilitare le energie di migliaia di cittadini nel prendersi cura dei beni comuni materiali e immateriali, migliorando la qualità della vita di tutti e rafforzando i legami di comunità. Se consideriamo le riforme necessarie per la realizzazione del PNRR come beni comuni, cioè come beni “nostri”, non “loro”, allora possiamo immaginarle oggetto di un grande Patto di collaborazione sottoscritto da un lato dal Presidente Draghi e dall’altro sia da associazioni di ogni genere, grandi e piccole, sia anche da migliaia di singoli cittadini attivi.

Un esercizio di intelligenza collettiva

Come tutti i Patti di collaborazione dovrebbe essere basato su alcuni principi fondamentali, come il rispetto reciproco, la fiducia e la trasparenza, mentre ciò che cambierebbe rispetto ai Patti tradizionali sarebbero le modalità del “prendersi cura”. Nei Patti tradizionali la cura si manifesta attraverso gesti concreti riguardanti beni materiali come il verde pubblico, le scuole, i beni culturali, etc., mentre in questo grande Patto repubblicano la cura si manifesterebbe attraverso un’azione di costante vigilanza sul processo riformatore, inteso esso stesso come un bene comune.
Grazie ad una totale trasparenza di tutte le informazioni riguardanti le riforme e la loro attuazione i cittadini, sia singoli sia associati, dovrebbero poter verificare costantemente sul web lo stato di avanzamento del processo riformatore, contribuendo con la loro vigilanza al superamento delle resistenze e al miglioramento degli interventi. Ci sono nel nostro Paese straordinarie competenze ed intelligenze che, stando all’esperienza fatta da Labsus in questi anni, sarebbero ben liete di contribuire al successo delle riforme, intese come beni comuni.
Naturalmente tutto questo richiederebbe un’organizzazione, probabilmente incardinata presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma non è questa la sede per discuterne. I vantaggi che deriverebbero da questo grande esercizio di intelligenza collettiva sarebbero enormi, sia dal punto di vista pratico, per assicurare cioè il successo delle riforme e dei progetti del PNRR, sia da quello sociale e politico in senso lato, perché l’intero Paese si sentirebbe potenzialmente protagonista del cambiamento innescato dalle riforme, rafforzando così il senso di appartenenza alla comunità nazionale.

Abbiamo dimostrato che si può fare

Non è affatto un’utopia. Innanzitutto, perché l’esperienza di Labsus dimostra che in Italia ci sono energie nascoste che con strumenti come i Patti di collaborazione possono essere “liberate” nell’interesse generale. E poi perché questo ultimo terribile anno e mezzo ha dimostrato che noi italiani siamo molto più consapevoli e responsabili di come ci piace descriverci.
La salute è sicuramente un bene comune e tutti noi ce ne siamo presi cura (e continuiamo a farlo) attraverso i nostri comportamenti quotidiani. L’anno scorso avevamo scritto un editoriale proponendo al governo allora in carica di stipulare con i cittadini un Patto per la salute facendo affidamento sul senso di responsabilità delle persone, non soltanto sulla minaccia delle sanzioni.
Adesso in ballo c’è qualcosa di altrettanto importante della salute, il nostro futuro collettivo. Se qualcuno nel governo attuale fosse disposto a dare fiducia ai cittadini scoprirebbe che possiamo essere alleati preziosi nella realizzazione di riforme dalle quali dipende il nostro futuro ed a cui quindi siamo tutti molto interessati. Perché anche il futuro, in fondo, è un bene comune!

Foto di copertina: Markus Spiske su Unsplash