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In partenza da Trento il treno Italia-futuro

L'Amministrazione condivisa: un treno diretto verso un nuovo modo di amministrare, su cui in questi ultimi anni sono già metaforicamente saliti migliaia di cittadini attivi
Treno

Riportiamo le riflessioni di Daniela Ciaffi, vicepresidente di Labsus, a margine del Convegno “L’Amministrazione condivisa“, tenutosi lo scorso giovedì 20 gennaio 2022, a Trento, presso la Facoltà di Giuridprudenza. Clicca QUI per scoprire tutti gli ospiti che hanno preso parte all’evento!

Prima fermata: un Piano di recupero civico

«Lo scopo di questo convegno consiste nell’avviare un’approfondita riflessione sull’amministrazione condivisa esattamente venticinque anni dopo la prima enunciazione, proprio a Trento, di tale teoria». In partenza da Trento ecco un treno diretto verso un nuovo modo di amministrare, su cui in questi ultimi anni sono già metaforicamente saliti migliaia di italiane e di italiani attivi (daremo tutti i numeri nel Rapporto Labsus 2021 su cui stiamo lavorando!). Non perderlo è importante, perché la prima fermata proposta da Gregorio Arena è il “Piano di ripresa civica” per un PNRR che potrebbe e dovrebbe essere più partecipato di come è, e in Italia – come mi è stato fatto più volte notare all’estero – abbiamo alcuni tra i giuristi più creativi di tutta Europa, che sono pronti ad aiutarci. Ne abbiamo bisogno anche perché viviamo una vita quotidiana molto compartimentata. La pandemia esaspera questa deriva, e anche chi studia e fa ricerca, la cui routine consiste nell’analizzare i problemi smontandoli metodicamente, è a forte rischio di incapsulamento settoriale. D’altra parte le politiche sono quasi sempre settoriali, così è il PNRR; i municipi sono divisi in settori che interagiscono con difficoltà. Ed è emblematico che il latino sector significhi “chi taglia”. Mentre abbiamo bisogno di alleanze nuove che cuciano e ricuciano insieme le risorse comuni.

S-compartimenti non per soli giuristi, né solo per esperti

Ora, se immaginiamo di essere su un treno che viaggia verso il futuro, possiamo rappresentare la nostra società divisa in scompartimenti diversi. Non mi riferisco tanto in questa metafora a una divisione di popolazioni secondo le categorie classiche della sociologia – ad esempio per reddito (privilegiati che viaggiano in prima classe) o per età (teenager in gita) – quanto piuttosto a persone che scelgono il luogo in cui sedersi in base ai propri interessi. Mi diverte pensare che la “s” davanti alla parola “compartimenti”, ad indicare gli scompartimenti del nostro treno, faccia il suo lavoro di prefisso privativo: indichi il fatto che i viaggiatori non sono fortunatamente tutti omogenei e stia lì, insomma, per far capire la differenza con un treno merci a compartimenti stagni. Nel 2000 uscì un libro intitolato E-topia (MIT press) in cui l’autore, William J. Mitchell, prefigurava una vita urbana in cui il web avrebbe potuto darci non solo l’opportunità di conoscere persone con cui condividere i nostri stessi interessi, ma anche di sprecare sempre meno tempo con persone con cui non abbiamo nulla in comune. Così, vent’anni fa era già prevedibile che avremmo pericolosamente man mano rallentato i nostri ritmi di allenamento al confronto con la diversità. A Trento, al contrario, il messaggio generale è stato chiaro: l’Amministrazione condivisa non è materia riservata ai soli giuristi. D’altra parte, proprio grazie a quell’aggettivo, “condivisa”, si scongiura in partenza la dinamica di essere tema riservato solo ad alcuni.

Al vagone ristorante si discute di un nuovo diritto

Gli oratori, nel loro complesso, comunicano più l’atmosfera di un vagone ristorante che quella di una sala meeting FrecciaLounge riservata a pochi eletti della comunità scientifica. Tecnicamente, chiunque avesse o abbia fame di questo tema, per così dire, poteva partecipare all’evento in presenza oppure on-line e può riguardarselo qui. Ma, soprattutto, il tema al centro dell’incontro a me continua ad apparire, di fatto, centrato su un nuovo diritto: il diritto a potersi prender cura dei beni comuni. Vorrei per un momento che chi sta leggendo si chieda se, camminando per strada e vedendo qualcuno in difficoltà o qualcosa che non va, pensi di aver diritto a prendersene cura, favorito in questa sfida da chi lavora nella propria pubblica amministrazione. I lettori di Labsus probabilmente conoscono questa possibilità, ma molte altre cittadine e cittadini non ancora. Non bisognava essere laureate in giurisprudenza per capire che il diritto di voto alle donne era un nuovo diritto. Nel romanzo storico “Il giudice delle donne” di Maria Rosa Cutrufelli (Frassinelli) si racconta dell’appello di Maria Montessori alle donne, nel 1906, affinché si iscrivessero alle liste elettorali; un gruppo di maestre di Ancona (“maestrine” accusate di rubare il lavoro ai colleghi maschi e di viaggiare disonorevolmente in treno da sole per raggiungere le scuole a cui venivano assegnate) rispose a questo invito e il presidente della Corte d’appello locale non respinse le loro iscrizioni, così da farle sperare – brevemente – di aver ottenuto il diritto al voto. Ugualmente, oggi, e parlando non di democrazia rappresentativa ma di democrazia contributiva, non bisogna essere laureate e laureati in giurisprudenza per seguire le argomentazioni di nessuna oratrice e nessun oratore di questa giornata trentina. Certo, sono commensali che parlano a tratti un dialetto loro, tecnico, e qui il paragone è di tipo meccanico-ingegneristico: gli interventi riassunti da Giangiorgio Macdonald rimandano a tratti allo stare dentro a una sala macchine di un treno a vapore.

La signora va nel gotha del Diritto amministrativo

Marianella Sclavi è una nota sociologa, autrice di un bellissimo libro che si intitola “La signora va nel Bronx” (Mondadori, 2006). Quindici anni dopo, la barricata che supera questa docente universitaria dell’arte dell’Ascolto attivo, non è degli abitanti del Bronx ma del gotha del Diritto amministrativo italiano. Da anni segue con passione il lavoro sul campo di Labsus e di molti soggetti affini per approccio partecipativo. È lei, in questo consesso, che incarna forse meglio quella “s” che apre ad altre discipline e ad altri mondi di non esperti, passando per i comportamenti delle persone nella loro vita quotidiana. Consiglio vivamente di ascoltarla, lei che da anni lavora sulla necessità di ascoltarsi “attivamente”, a partire da un’esperienza tratta dal recente libro di Michele D’Alena sull’immaginazione civica a Bologna (cheFare, 2021). Come si comporterebbero quei funzionari che chiudono le porte in faccia alle cittadine e ai cittadini attivi, se operassero in una amministrazione aperta, inclusiva, condivisa? Si chiede la studiosa e attivista, e prosegue: «La questione, così formulata, interessa assolutamente tutti, non solo i giuristi, in effetti i giuristi da soli non sarebbero in grado di darvi una risposta sensata».
Nella prospettiva di Marianella Sclavi, il Regolamento per l’Amministrazione condivisa dei beni comuni non è un ennesimo atto di riforma della pubblica amministrazione, ma un primo atto di re-invenzione della stessa. «Una riforma riguarda cambiare i regolamenti, le procedure e norme, per renderle più semplici, meno farraginose, trasparenti e così via, la re-invenzione implica cambiare la vision generale che sta alla base di tutto questo».

Su questo treno devono salire tutte e tutti

Per concludere, è molto importante che su questo treno per un futuro diverso, nel nome della parità tra soggetti che si impegnano in vario modo a partecipare alla cura dei beni comuni allo stesso livello dei responsabili pubblici, con ruoli tecnici e politici, possano salire tutte e tutti. In questo senso penso che la domanda proposta da D’Alena e accolta dalla Sclavi: “Questo metodo [l’amministrazione condivisa] lo usiamo solo per dare il bianco alle panchine del parco o decidiamo di farci dare una mano per ripensare le nostre democrazie?” vada riformulata a seconda dei contesti urbani e territoriali. Ci sono infatti periferie in cui la mentalità mafiosa è tale che anche ridipingere un paio di panchine, per propria autonoma iniziativa, è un atto di estremo coraggio. Molti ci hanno provato, e il giorno dopo le panchine o le fioriere erano gravemente danneggiate. Ci sono molti Patti che possono sembrare assai banali, ma per chi li stipula sono uno straordinario atto di protagonismo mai vissuto prima. Inoltre il Patto è un atto amministrativo sempre aperto a nuovi contraenti: l’alleanza tra un settore della pubblica amministrazione e un solo abitante può generare alleanze ben più ampie, evolvendo proprio verso il ripensamento dal basso delle nostre democrazie. Certamente, come sia Sclavi che D’Alena sottolineano, il ruolo delle facilitatrici e dei mediatori è importante, e su questo alcune pubbliche amministrazioni virtuose continuano ad investire.

Foto di copertina: alcuni Relatori del Convegno (credits:Alessandro Mondino)