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In Brasile la cura dei beni comuni è legata alla costruzione di una società più giusta

Portare avanti Patti di collaborazione in Brasile significa anche dialogare con le istituzioni per ampliare il diritto alla città
Brasile

Il concetto del bene comune riguarda soprattutto l’uomo e la sua natura collettiva e cooperativa (Cavalcanti, 2021a). È una via alternativa per la gestione dei beni comuni (e per la promozione del benessere comune) al di fuori dell’egemonia dello stato o del mercato (Dardot & Laval, 2019) ed è la buona gestione di beni condivisi tramite istituzioni collettive (Ostrom, 1990) (e non soltanto tramite sanzioni oppure attraverso la proprietà). È anche il principio della felicità e della virtù umana che deriva dalla vita collettiva e che è legata al concetto di benessere comune (Aristotele, 2011). Molte sono le scuole di pensiero che si dedicano allo studio di questo tema e altrettanto plurali sono i campi disciplinari che se ne occupano (Cavalcanti, 2021a).

Lo cogestione dello spazio pubblico: un modo di costruire democrazia

La gestione dei beni comuni, in cui tutti si responsabilizzano per lo stesso bene o scopo, ossia, per il benessere comune, è, a mio parere, un concetto prossimo alla costruzione della democrazia, permeando la vita di tutti i giorni di valori solidaristici e democratici (Cavalcanti, 2021b). Ovvero, essa riguarda il modo di vivere le nostre città e rafforza l’attitudine alla partecipazione e alla costruzione di uno spazio condiviso, in cui intendere in modo nuovo la vita pubblica. Ciò pervade, anzitutto, la presa di cura dello spazio pubblico. Per la filosofa Hannah Arendt, per esempio (che segue il pensiero di Aristotele), il comune è la vita pubblica, esso è la “sfera obiettiva” della nostra vita. Lo spazio pubblico è l’agorà della polis, inteso come spazio fisico d’incontro (Arendt, 1958, p. 22-73), ma è anche l’ecclesia come spazio di discussione collettiva (Dardot et Laval,2019, p.490). Lo spazio pubblico diventa così fondamentale per la costruzione della democrazia, perché assume sia la dimensione di uno luogo fisico, dove ci si confronta con i concittadini diversi da noi (e con i loro differenti bisogni), sia il luogo in cui si esercita una dialettica costruttiva che ci consente di imparare insieme, a partire dalle nostre differenze, le virtù umane: verità, giustizia, bontà. È precisamente il luogo in cui costruiamo la “sfera obbiettiva” della vita (Arendt, 1958, p.22-73).
Di conseguenza, desidero qui porre in relazione il concetto di democrazia sia con la fisicità e la cura dello spazio pubblico urbano sia con la vita e con ciò che sostanzia l’esistenza. Questo spazio materiale e immateriale è diventato nelle città moderne un progetto politico, secondo l’antropologo James Holston (Holston, 2008, p. 309-314). A mio parere, fenomeni come la crescente degradazione dell’ambiente urbano e della qualità della vita, la mancanza di cura degli spazi pubblici contemporanei – che in Brasile, deriva dalla forte speculazione edilizia – così come la trascuratezza degli spazi aperti e condivisi, vissuti spesso come depositi della proprietà privata, non deve essere scontata. È piuttosto, invece, la conseguenza di un disinteresse diffuso per la cosa pubblica o della mancanza di una volontà politica di far vivere la democrazia a partire dai luoghi della vita collettiva, dove è possibile superare l’indifferenza e far dialogare le differenze per costruire, attraverso i beni comuni, una società integrata, responsabile e consapevole.
Così, la cura dei beni comuni urbani, tramite i “patti di collaborazione” (Arena, 2021) e i “cittadini attivi” e il “principio di sussidiarietà” (Arena, 2006), possono essere molto efficaci per un esercizio sano della democrazia in questo paese Latino Americano. E ciò sia per promuovere il dialogo tra persone diverse e differenti gruppi di cittadini (e con diverse competenze) nelle città sia per agevolare la condivisione dei luoghi pubblici, imparando insieme tramite la cura di uno spazio a praticare il vivere democratico con uno spirito di apertura, di partecipazione e condivisone (Ciaffi, 2019). Dedicarsi alla cura di piazze, strade e giardini e il con-creare insieme piccoli spazi urbani in cui far vivere la città è esercitare la democrazia e significa offrire uno spazio di opportunità di conoscenze e competenze per l’esercizio di una vita associata virtuosa ed edificante. Questi spazi di cura, per quanto possano essere circoscritti, danno, mediante i “gesti” dei cittadini attivi, un “messaggio urbano” positivo, capace di promuovere un cambiamento di paradigma concettuale e pratico su ciò che significa vivere la città moderna. Cioè, promuovono una cultura di cittadinanza che va oltre il curare soltanto ciò che appartiene a se stesso (e a guardare soltanto a se stesso, ai propri bisogni), oppure di avere un atteggiamento remissivo e paternalistico con lo Stato (aspettando che lo Stato abbia la responsabilità esclusiva della vita pubblica e degli spazi pubblici). Coloro che si prendono cura della città promuovono così una cultura della cittadinanza che va oltre l’interesse personale e i particolarismi, supera l’indifferenza e il “paternalismo” amministrativo. Invita invece il cittadino a esercitare attivamente i propri diritti in libertà e autonomia, ad essere creativo nella cura e nella progettazione dello spazio pubblico, facilitando il dialogo civile e la promozione del benessere sociale. Tale esperienza è capace di restituire centralità alla dignità dell’uomo travolto dalle crisi attuali (politica, ecologica, sociale ed economica) che richiamano alla necessità di pensare e di agire in maniera collettiva, limitando gli egoismi individuali per salvaguardare le future generazioni.

Una visita degli studenti del corso nell’Ocupação 9 de Julho a un edificio abbandonato, attualmente gestito in modo condiviso da persone appartenenti al movimento dei senza tetto del centro di Sao Paolo (MSTC).

Il Brasile con la possibile lente dell’amministrazione condivisa

In un paese come il Brasile, però, la cura dei beni comuni è strettamente legata alla costruzione di un nuovo progetto democratico, che riduca le distanze di classe e produca spazi di dialogo tra i cittadini per attenuare le molte diseguaglianze e diminuire i privilegi; ma la cura dei beni comuni ha soprattutto un’importanza per la stessa sopravvivenza della società brasiliana. Il bene comune è un “topico” emergente e la cura dei beni comuni urbani per il benessere collettivo è invece portata avanti soprattutto dagli abitanti più vulnerabili e dai movimenti sociali che reclamano i loro bisogni primari: una abitazione, una vita dignitosa, il diritto alla città e alla cittadinanza, intesa in senso partecipativo. Molto spesso, in Europa, così come nei paesi sviluppati, la cura dei beni comuni riguarda i bisogni secondari dei cittadini poiché quelli primari sono già garantiti (Cavalcanti, 2019, 175-191). In questo modo, le occupazioni di edifici vuoti, per il benessere comune, o la gestione di risorse, per ragioni di sopravvivenza, sono solo alcuni esempi di cura di beni comuni urbani praticati in Brasile.
Sono pochi gli strumenti legali che permettono ai cittadini o a gruppi di cittadini, spesso marginalizzati, di rivendicare i propri diritti e che consentano loro di prendersi cura di questi beni. La loro gestione dipende spesso dal duro confronto tra i cittadini e l’amministrazione pubblica, che vincola l’uso dei beni a specifici bandi pubblici, i quali spingono gli stessi cittadini a organizzarsi come azienda, associazione o organizzazione non governativa per poter portare avanti i loro diritti, tramite progetti di privatizzazione dello spazio. I legami e le intenzioni che guidano l’azione dei “commoners” brasiliani, invece, sono definiti dalle relazioni interpersonali, dalle cause comuni e dalla necessità e dalla volontà di prendersi cura, in modo condiviso, delle risorse comuni. In questo scenario, i “commoners” riescono a instaurare reti di collaborazione con tutta la città e promuovano piccoli cambiamenti nella vita urbana di tutti i giorni. E ciò avviene a partire dagli spazi che i “commoners” creano per rispondere ai loro bisogni, ma che finiscono spesso per concreare veri e propri spazi pubblici, dove i cittadini possono godere liberamente e in sicurezza, della vita in comune, come nel caso della piazza, del “quilombo” ovvero della “Ocupação 9 de Julho”.
Portare avanti patti di collaborazione in Brasile significa valorizzare le esperienze che già si praticano nella città per via della necessità, ma significa anche dialogare con le istituzioni per ampliare il diritto alla città e gli spazi di partecipazione, tramite diversi strumenti per renderli legali. Si tratta di costruire patti a partire della politica dei bisogni primari comuni, dei legami di prossimità fra le persone che si occupano della cura dei beni comuni, e significa pure praticare valori e virtù quali la solidarietà, la giustizia e la generosità verso tutti i cittadini. Si tratta, soprattutto, di promuovere un dibattito sulla democrazia e sulla cura della vita pubblica fra diversi membri della comunità, in cui lo spazio pubblico, il diritto all’abitazione, la partecipazione siano centrali per rafforzare la cittadinanza e il diritto a vivere la città.

Un’attività con gli studenti del corso “Aprendendo com os Bens Comuns”, nel centro della città di Sao Paolo, in cui è stato chiesto agli abitanti e ai passanti cosa fossero i beni comuni. La maggior parte dei cittadini non sapeva cosa fossero, spiegando invece cosa fossero i beni privati o i beni pubblichi. Il privato è stato definito come quello che uno cura e il pubblico, come quello che è compito dello Stato curare. Portare avanti il concetto dei beni comuni ha richiesto un cambiamento di mentalità verso la partecipazione e la vita collettiva.


Ana Rosa Chagas Cavalcanti
è architetta e urbanista, ricercatrice post dottorato FAPESP Grant # 20/11917-6
nella FAUUSP São Paulo Research Foundation (https://fapesp.br/11789/referencia-ao-apoio-da-fapesp-em-todas-as-formas-de-divulgacao), docente a contratto del Programma di Attrazione e Ritenzione di Talenti dell’Università di São Paulo dove ha collaborato ad un corso sui beni comuni.

Bibliografia:

  • Arena, Gregorio (2006). Cittadini attivi. Roma-Bari: Editori Latterza.
  • Arena, Gregorio (2021). I Custodi della Belleza: Prendersi Cura dei Beni Comuni. Un Patto per L’Italia fra Cittadini e Istituizioni. Milano: Touring Club Italiano.
  • Arendt, Hanah (1958). Human Condition.Chicago: Chicago University Press.
  • Aristotle (2011). The Ethics of Aristotle (Nicomachean Ethics). Chicago: University of Chicago Press.
  • Cavalcanti, Ana Rosa Chagas (2019). Housing Shaped by Labour: The Architecture of Scarcity in Informal Settlements. Berlin: Jovis Press.
  • Cavalcanti, Ana Rosa Chagas (2021b). ‘A Origem dos Bens Comuns: Bases Históricas e Filosóficas dos Bens Comuns no Mundo Ocidental (portoguese per L’Origine dei Beni comuni: Basi Storiche e Filosofiche dei Beni Comuni nel Mondo Occidentale),’ Lezione il 09/09/2021, per il Corso AUH0545 Aprendendo com os Bens Comuns. Facoltà di Architetura e Urbanistica dell’Università di São Paulo.
  • Cavalcanti, Ana Rosa Chagas (2021 a). ‘Aprendendo com os Bens Comuns – Learning with the Commons’. FAU em Prosa – Lezione pubblica nella Facoltà di Architetura e Urbanistica dell’Università di São Paulo. Youtube FAUUSP (26/08/2021). Link:
  • Ciaffi, Daniela (2009). Sharing the Commons as a ‘New Top’of Arstein Ladder to Participation. Built Environment, 45, 162-172.
  • Dardot, Pierre; Laval, Cristian (2019). Commons: On Revolution of the 21st Century. London: Blomsburry Academic.
  • Holston, James (2008). Insurgent citizenship. Princeton: Princeton University Press.
  • Ostrom, Elinor (1990). Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action. Cambridge: Cambridge University Press.