La partecipazione è allo stesso tempo antidoto alla crisi democratica e motore di innovazione istituzionale. Perché sia efficace deve essere reale e non simbolica: non basta consultare, occorre co-progettare.

Questo è un breve percorso tra teoria e pratica: da un lato i principali concetti della democrazia partecipativa, dall’altro qualche cenno alle esperienze costruite a Roma, in particolare da quando è sindaco Gualtieri. Non un discorso astratto, quindi, ma un racconto che prova a volteggiare tra idee e processi reali.
Viviamo in società attraversate da profonde disuguaglianze, in mezzo a crisi della rappresentanza, astensionismo crescente e diffusa sfiducia. La democrazia partecipativa non è scelta opzionale, diventa sempre più una condizione di sopravvivenza anche per la dimensione rappresentativa, di cui può integrare la capacità di ascolto, decisione e legittimazione, sia con forme “lievi” di partecipazione informativa e consultiva che, soprattutto, con percorsi di reale cessione di sovranità.

Perché la partecipazione è cruciale oggi

La democrazia partecipativa per le istituzioni locali produce valore su più livelli:

  • Inclusione nei processi decisionali. La partecipazione permette di intercettare saperi diffusi ed esperienze concrete. Le politiche pubbliche sono più efficaci quando chi vive i problemi contribuisce a definirne le soluzioni.
  • Generazione di capitale sociale. Il capitale sociale è un fattore decisivo per la qualità democratica. Partecipare significa costruire relazioni, fiducia reciproca e senso di appartenenza, elementi preziosi in una “società delle solitudini”.
  • Legittimità e accountability. Processi partecipativi ben progettati migliorano la trasparenza e le decisioni pubbliche, integrando la rappresentanza.

In sintesi, la partecipazione è allo stesso tempo antidoto alla crisi democratica e motore di innovazione istituzionale. Perché sia efficace deve essere reale e non simbolica: non basta consultare, occorre co-progettare.

Cenni rispetto al quadro teorico

Tre concetti chiave strutturano il dibattito contemporaneo:

  1. Sussidiarietà orizzontale (art. 118 Cost.). Questo principio afferma che le istituzioni devono favorire l’iniziativa autonoma dei cittadini nello svolgimento di attività di interesse generale. È la base giuridica per modelli di governance in cui il potere non è delegato ma condiviso.
    “Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza” (art. 118, 1° comma).[…]
    Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118, ultimo comma)
  1. Amministrazione condivisa. Arena (I custodi della bellezza, 2020) propone un modello che supera la dicotomia pubblico/privato, nel quale i cittadini attivi si prendono cura dei beni comuni, materiali e immateriali. I patti di collaborazione rappresentano lo strumento operativo dell’amministrazione condivisa, trasformando la cura dei beni in pratica di cittadinanza attiva.
  2. La “città dei 15 minuti”. Carlos Moreno (La città dei 15 minuti, 2024) introduce un paradigma urbanistico che lega prossimità fisica e prossimità democratica. Se i servizi sono vicini, anche la partecipazione cresce: il quartiere emerge come unità di vita, di relazione e di democrazia.

Le sfide

Fin qui opportunità, potenzialità, visioni. Ma la partecipazione, è bene dirlo, non è un percorso semplice né automatico, non basta aprire uno spazio o convocare un incontro perché funzioni davvero, devono esistere alcune condizioni fondamentali.
La prima riguarda la credibilità della partecipazione promossa dalle istituzioni. Se i processi vengono attivati in modo sporadico, legati a singoli progetti, emergenze o momenti politici rischiano di essere esperimenti temporanei, fragili, spesso persino decorativi. Per renderli credibili servono stabilità, regole chiare, continuità nel tempo, integrazione dei processi decisionali.
La seconda sfida è la qualità della partecipazione. Coinvolgere non significa solo ascoltare. La partecipazione implica trasparenza, chiarezza sugli obiettivi, inclusione dei soggetti fragili e capacità di interlocuzione nei conflitti. Quando questi elementi mancano, si scivola volenti o nolenti nel tokenismo che legittima decisioni già prese.
Terza sfida, le risorse e le competenze. Partecipare richiede tempo, energie, strumenti. Non è un processo a costo zero, ha bisogno di investimenti e visione. Servono facilitatori formati, funzionari preparati, cittadinanza messa nelle condizioni di comprendere e incidere. E servono anche strumenti digitali accessibili.

Roma come caso studio: il quadro teorico che prende vita

A Roma, negli anni Ottanta e Novanta si è affermata prevalentemente una partecipazione conflittuale fatta di azione diretta, contrapposizione (o indifferenza) alle istituzioni locali, riappropriazione di spazi tramite occupazione, autogestione: è la stagione esemplificata dai centri sociali, che tra momenti alti e bassi è proceduta con chiusure e nuove aperture anche negli anni duemila, si pensi ad Acrobax, Esc, Astra e alle esperienze più intrecciate con la cultura (ex cinema Palazzo, teatro Valle), con la pratica sportiva popolare (palestre, squadre e polisportive) e con i movimenti per l’abitare (Spin Time, Maam, caserma Porto Fluviale). Nel primo decennio 2000 a esse si è affiancata una significativa diffusione di pratiche partecipative essenzialmente a guida municipale (qualcosa anche comunale), sull’onda di Porto Alegre, con uffici dedicati e bilanci partecipativi come strumento privilegiato di (ri)animazione territoriale. Dal secondo decennio 2000 tale spinta si è andata esaurendo e la partecipazione è tornata ad allontanarsi dalle aule istituzionali.
In questi anni abbiamo cercato di far sì che la democrazia partecipativa smetta di essere una categoria teorica divenendo esercizio quotidiano, fatto di luoghi, volti, relazioni e pratiche condivise costruite nei quartieri, nei municipi, nei percorsi di cura collettiva.
Immaginiamo una persona che entra in uno dei Poli civici integrati di mutualismo solidale. Non trova soltanto uno sportello informativo ma uno spazio vivo, associazioni e un’amministrazione con cui dialogare e progettare, che rispondono insieme ai bisogni del territorio. È qui che la sussidiarietà orizzontale smette di essere norma e diventa esperienza: si partecipa a costruire la risposta.
Una cosa simile accade con il Regolamento per l’amministrazione condivisa. Dietro ogni patto di collaborazione ci sono gruppi che si prendono cura di un giardino, una piazza, un edificio abbandonato, una memoria significativa. La teoria dell’amministrazione condivisa si traduce in gesti concreti, sistemare, tutelare, aprire, animare, diffondere, valorizzare, con la corresponsabilità a produrre decisionalità orizzontale.
La nuova mappa dei quartieri racconta in modo originale questa trasformazione. Non è una revisione tecnica dei confini, è un processo narrativo e identitario in cui la cittadinanza contribuisce a definire toponimi, perimetri, significati, con il quartiere che da spazio geografico diventa una comunità riconosciuta, un luogo in cui la partecipazione si intreccia con l’appartenenza.
Ciò avviene anche nelle altre azioni realizzate nel programma Roma Unisce 2025 come il Giubileo delle persone detenute, l’anima popolare dei nostri quartieri, l’accoglienza partecipata delle fragilità sociali, i musei diffusi, lo sport inclusivo, il contributo attivo al V incontro mondiale dei Movimenti popolari e la Scuola Diffusa per la cittadinanza digitale in cui la componente under 17 impara a usare coding e robotica e ad acquisire competenze digitali per esercitare diritti.
Roma Unisce 2025 è una narrazione collettiva, di una città che prova a ricucire fratture, a costruire ponti, a trasformare la partecipazione da straordinario a quotidiano. Restano criticità enormi: risorse limitate, disomogeneità tra territori, resistenze culturali e politiche, manca una governance multilivello capace di far interagire virtuosamente istituzioni, società civile e comunità locali. D’altronde, il percorso per rilanciare la democrazia partecipativa non è una moda né un pranzo di gala, è una risposta strutturale alla crisi della rappresentanza e alla complessità urbana contemporanea.
Roma è una Capitale con contraddizioni e complessità straordinaria: non ha bisogno solo di essere amministrata, deve essere ascoltata, co-costruita, attraversata da relazioni di cura e responsabilità condivisa. Per farlo la partecipazione non deve essere contorno ma deve tornare a essere centro, non eccezione ma metodo, non promessa ma pratica, in un passaggio dal governo della città al governo con la città, laboratorio vivo di una democrazia più giusta e inclusiva.

Andrea Catarci – Responsabile Ufficio “Giubileo delle Persone e Partecipazione” di Roma Capitale

Immagine di copertina: Laura & Alessandro su flickr