La co-progettazione come motore del cambiamento sociale

La mattina del 18 dicembre scorso, mentre è in corso lo sgombero dell’immobile in Corso Regina Margherita 47, un edificio storico già ex complesso dell’Opera Pia Reynero e, dal 1996, occupato per farne la sede del centro sociale Askatasuna, la signora Lucia distribuisce tè caldo a chi è lì dall’alba. Un gesto ripreso dai social e da tutti i media presenti, espressione di solidarietà e umanità in un contesto che, per qualche giorno, ha visto il quartiere Vanchiglia militarizzato, con scuole chiuse e strade deserte. La semplicità di un gesto di cura che cerca, in un contesto carico di violenza, di non cancellare quei processi di comunità che avevano trovato una composizione nel Patto di collaborazione sottoscritto lo scorso anno.
Due sono le premesse da tenere presenti per riflettere sul Patto di collaborazione per la gestione condivisa dell’immobile di Corso Regina Margherita, 47. La prima, è che il patto arriva a seguito di un riconoscimento da parte della pubblica amministrazione del valore sociale prodotto nello spazio, in un contesto di occupazione. La seconda, è che tale valore è il risultato di un lungo lavoro di tessitura tra le esigenze e le diverse anime del quartiere, che non può essere interrotto per le responsabilità individuali rispetto ad atti violenti e reati, che saranno sanzionati nelle sedi proprie, e che sono ragione dello sgombero dell’immobile, ma non del decadimento del patto.
Il significato di un Patto di collaborazione come quello di Torino, non l’unico nel nostro Paese, risiede nella capacità di trovare, a partire dalla definizione condivisa dell’interesse generale, soluzioni negoziate per la composizione di conflitti di carattere sociale attraverso processi di rigenerazione civica. Cosa non ha funzionato, tanto da portare l’Amministrazione comunale a dichiarare decaduto il Patto? Penso non sia sufficiente, per una prima valutazione di carattere generale, assumere come elemento decisivo quello di aver violato il divieto di accesso ai piani superiori dell’immobile, ma sia necessario, per comprenderne le ragioni più profonde, seguire quello che è stato il processo di co-progettazione. Partendo, innanzitutto, da cos’è un Patto di collaborazione, strumento oggetto in queste settimane di articoli, interventi, dibattiti che non sempre ne hanno colto le peculiarità e le caratteristiche.

Cosa è un Patto di collaborazione

Il Patto di collaborazione è un atto di natura negoziale, previsto dal regolamento sull’Amministrazione condivisa dei beni comuni, attraverso cui la pubblica amministrazione e i cittadini attivi, singoli o riuniti in formazioni sociali, concordano degli interventi di cura, rigenerazione o gestione condivisa dei beni comuni, per soddisfare interessi generali. Nel patto vengono definiti gli obiettivi da perseguire, la durata, le modalità di svolgimento delle azioni di cura, il ruolo ed i reciproci impegni dei soggetti coinvolti, la comunicazione di interesse generale e altro ancora. Il Patto fornisce una cornice giuridica a quelle pratiche sociali informali che si attuano nello spazio urbano. La grande novità che i Patti di collaborazione hanno introdotto nel nostro ordinamento sta nella loro capacità di tenere insieme all’interno di una cornice amministrativa una dimensione sociale, culturale, politica. Nasce, così, un nuovo equilibrio tra esercizio del potere, costruzione di relazioni di fiducia, condivisione di responsabilità capace di produrre benessere per le persone, protagoniste a pieno titolo della risposta ai bisogni propri e delle comunità di riferimento. Il Patto di collaborazione può essere uno strumento efficace, dunque, anche per elaborare risposte innovative a forme di esclusione sociale, discriminazione, povertà economiche e sociali. Di fronte a queste sfide, che si manifestano sempre più spesso attraverso la rabbia di chi non si sente rappresentato, si può scegliere la scorciatoia della repressione securitaria alla ricerca di facili consensi, oppure quella più difficile e complessa della mediazione.  Si tratta di stare nella relazione di conflitto, provando a costruire una cornice di un interesse generale condiviso, finalizzata a creare le condizioni per un reale cambiamento di un modello che alimenta diseguaglianze e solitudine. Il Patto di collaborazione sull’immobile di Corso Regina Margherita aveva questa ambizione. Non nasceva dal nulla, ma attraverso il confronto dialettico con quelle realtà che intorno a quello spazio avevano trovato casa ed erano divenute, negli anni, riferimento per alcuni bisogni concreti del quartiere.
Come un Patto di collaborazione di questo genere può costituire il punto di incontro tra l’istituzione pubblica, che ha bisogno di farsi interprete della tutela di diversi interessi e applicare vincoli di carattere normativo, e una forma di militanza non omologabile in forme di partecipazione tradizionali, che vede nel dissenso manifestato  l’espressione della propria soggettività politica?
Un Patto che voglia avere questa ambizione rappresenta il tentativo di piegare la retorica del cambiamento al quotidiano lavoro di cura in grado di incidere per davvero sullo stato delle cose, attraverso la definizione condivisa dell’interesse generale, la definizione di specifiche attività, un sistema di regole capace di liberare le energie presenti nelle nostre comunità senza derogare ai principi generali che governano l’azione della pubblica amministrazione.

La centralità della co-progettazione

Come raggiungere questo obiettivo? Attraverso una efficace co-progettazione, il momento, cioè, in cui istituzioni e cittadini si confrontano. È attraverso la co-progettazione che la rivendicazione sociale può diventare motore di un cambiamento reale che investe tanto le istituzioni quanto la comunità. Solo così i Patti di collaborazione si rivelano come spazio di elaborazione non solo di un nuovo modo di amministrare, ma anche come espressione di una nuova soggettività politica. Nella documentazione allegata al Patto di collaborazione sull’immobile di Corso Regina Margherita si possono leggere i verbali delle riunioni di co-progettazione e i resoconti della Cabina di regia, lo strumento di governance utilizzato per il confronto periodico tra pubblica amministrazione e soggetti civici.

Alcune possibili criticità

Dalla lettura dei documenti sembra emergere una relazione centrata più sull’equilibrio degli adempimenti formali da rispettare che una vera condivisione e ridefinizione della funzione sociale dello spazio. Attenzione, nel Patto di collaborazione sono chiaramente descritte le attività di carattere sociale e culturale aperte agli abitanti così come il richiamo ai valori costituzionali, all’antifascismo, al ripudio di ogni forma di violenza ma, allo stesso tempo, la relazione sembra bloccata sul versante del tecnicismo, senza affrontare il nodo della tessitura di nuove reti sociali di mutuo aiuto e la riflessione su una nuova classificazione di spazi e servizi oltre la distinzione classica pubblico/privato. Questa criticità trova riflesso anche nella poca conoscenza del patto stesso da parte di quei cittadini e quelle comunità, compresa la scuola in tutte le sue componenti, che pure hanno realizzato in quello spazio una serie di attività e trovato risposte ad alcuni bisogni sociali. Se nella gestione quotidiana delle relazioni tra soggetti civici e istituzioni prevale il confronto sugli aspetti e gli adempimenti formali, il Patto di collaborazione rischia di essere percepito solo come un atto amministrativo e non come un processo relazionale e un esercizio di cittadinanza, con i suoi diritti e doveri, dove il tema del conflitto, sempre più centrale nei nostri contesti urbani, non è più solo un elemento di riflessione teorica, ma viene declinato in attività di cura per il perseguimento di un interesse generale.
Secondo questa impostazione anche le ragioni che hanno portato la pubblica amministrazione a considerare decaduto il patto si sono limitate a rilevare il mancato rispetto della prescrizione relativa all’utilizzo dei piani superiori dell’immobile che, peraltro, non era mai emersa negli incontri della Cabina di regia. Ancora un’applicazione rigida dei contenuti formali senza che sia stata verificata l’episodicità o meno della violazione o si siano aperti spazi di confronto su quello che significa condivisione di responsabilità e rispetto delle prescrizioni previste dal patto.

Cosa fare adesso?

Due i rischi da evitare. Lasciare, come troppo spesso accade nelle nostre città, che sia l’abbandono a prevalere. Quelle mura tirate su per impedire a chiunque l’accesso a quegli spazi rappresentano una sconfitta per tutti. Bisogna riproporre il dialogo e la collaborazione, magari con più attenzione alla costruzione delle relazioni in sede di co-progettazione e una maggiore conoscenza del Patto di collaborazione, in ogni suo elemento, da parte di tutti gli attori coinvolti, in particolare le comunità di riferimento, i cittadini attivi, la scuola, le associazioni. In secondo luogo, rinunciare a processi di natura collaborativa per assegnare quello spazio tramite procedure competitive rischia di alimentare logiche proprietarie e privatistiche, che mal si conciliano con la storia di quello spazio e con la vocazione della città di Torino ad essere laboratorio politico, sociale e culturale.
Chi rischia di pagare il prezzo più alto di quanto accaduto sono i cittadini del quartiere, la scuola, le formazioni sociali strutturate e informali, e in particolare coloro che hanno, in questi anni, frequentato quegli spazi e ancora di più lo hanno fatto dopo la sottoscrizione del patto. Loro oggi chiedono un’altra opportunità, forse più consapevoli di cosa sia un Patto di collaborazione e delle implicazioni che esso comporta. Il prezzo da pagare sarebbe una ulteriore radicalizzazione del conflitto, la perdita di un luogo di incontro e mediazione garantito dalla collaborazione e la chiusura di un ulteriore spazio libero e gratuito per il quartiere e non solo.
Anche Labsus non intende sottrarsi al confronto. Il prossimo mese di marzo, nei giorni dal 26 al 28, si terrà ad Assisi la seconda edizione del Festival dell’Amministrazione condivisa dei beni comuni. Tre giorni di riflessione, confronto, elaborazione concreta con la nostra rete diffusa in tutto il Paese. In quella occasione uno dei tavoli di lavoro sarà dedicato al tema della gestione del conflitto attraverso le lenti della partecipazione e mediazione nei processi decisionali. È una scelta che non è direttamente legata alle vicende di Torino ma che, alla luce di quanto accaduto e sta accadendo in altre città, da Roma a Milano, assume ancora più rilevanza e spessore. Riflettere sulla dimensione culturale e politica dell’Amministrazione condivisa significa, dunque, cercare sentieri e percorsi nuovi per recuperare spazi di democrazia e sostenere quello che di nuovo sta nascendo, in forme diverse dal passato e attraverso identità nuove, capaci di mobilitare energie per la cura di persone e luoghi e di riconoscersi in principi e valori condivisi.

LEGGI ANCHE:

Immagine di copertina: Foto del pranzo sociale di Natale del 19 dicembre dopo lo sgombero