L’anno scorso, ad Assisi, in occasione del primo Festival dei Patti di Collaborazione, Gregorio Arena ha offerto una riflessione particolarmente efficace su due figure archetipiche che emergono inevitabilmente quando si parla di beni comuni: i Predatori e i Custodi.
In quell’occasione, la reazione di molti tra noi – certamente la mia – è stata quasi istintiva: ci siamo riconosciuti immediatamente nel ruolo dei Custodi. Forti delle nostre storie personali e collettive di impegno civile, ci siamo sentiti naturalmente dalla “parte giusta”. Col passare dei mesi, però, quella distinzione apparentemente così facile e netta ha iniziato a incrinarsi, dissolvendosi in una serie di dubbi. Questo è accaduto soprattutto quando ho cominciato a interrogarmi sul Patto di collaborazione che da anni anima il Centro Don Milani. La domanda è diventata inevitabile: cosa impedisce a un Custode di scivolare, forse senza accorgersene, in una logica predatoria, pur mantenendo intatta la propria coscienza etica?
L’insidia del “Predatore virtuoso”
Il predatore più difficile da contrastare non è colui che agisce con palese dolo, ma chi si percepisce sinceramente come un protettore. È il soggetto che rivendica l’esclusività della gestione in nome di una reale (o presunta) competenza superiore o di meriti storici acquisiti sul campo.
Il confine tra cura e possesso è una sfumatura sottile. Ci si ritrova in questa zona d’ombra quando la “concessione” di un bene smette di essere letta come un servizio pubblico oneroso e viene vissuta come un riconoscimento simbolico, se non addirittura come un premio alla carriera associativa. La logica tradizionale dell’assegnazione amministrativa tende spesso ad assecondare questo slittamento: consegnare una chiave equivale, non di rado, a creare un piccolo feudo, nel quale l’ente assegnatario esercita un controllo di fatto monocratico, trasformando il bene comune in una proprietà privata temporanea.
Il paradigma del Don Milani: dal Condominio alla Villa
Per analizzare questa deriva, l’esperienza del Centro Don Milani di Bagheria – bene confiscato alla mafia e simbolo di riscatto territoriale – offre un caso di studio esemplare. Nel 2022, la firma del primo Patto di collaborazione fu accolta come un trionfo della partecipazione: 27 enti firmatari, un numero imponente che sembrava garantire una protezione solida e diffusa del bene.
Il contesto materiale in cui quella adesione si è prodotta ha avuto un peso determinante. Al momento dell’attivazione del Patto, il Centro si presentava come una villa appena restaurata, pienamente funzionale e immersa nel verde: uno spazio accogliente, privo di criticità evidenti e immediatamente fruibile. Questa condizione ha reso il Patto fortemente attrattivo, favorendo una rapida convergenza di soggetti diversi, spesso accomunati più dalla percezione di un’opportunità concreta che da una piena assunzione della complessità insita in una gestione condivisa.

Foto di Antonio Tozzi
È in questo scenario che ha preso forma l’equivoco di fondo. Molti di noi sono entrati in quella struttura con il paradigma del condominio: l’idea che lo spazio potesse essere suddiviso in “stanze” implicitamente assegnabili, relegando il bene comune alle aree di transito e agli spazi esterni, da governare tramite la classica – e spesso conflittuale – assemblea di stampo condominiale.
La realtà del Don Milani, però, è quella di una villa: uno spazio fluido, privo di confini netti e con un numero di stanze talmente esiguo da escludere alla radice qualsiasi forma di uso esclusivo. Fin dall’inizio, questo ha imposto a tutti la complessità della coabitazione. Ci siamo scoperti coinquilini, appartenenti a realtà diverse per dimensioni e finalità, costretti a una convivenza non mediata da pareti fisiche né da soggetti intermedi.
In questa assenza di confini sono emerse dinamiche di micro‑conflittualità quasi domestiche: l’Associazione A trova il disordine lasciato dall’Associazione B la quale, per una forma di silenziosa ritorsione, trascura la pulizia post‑attività, generando un disagio per l’Associazione C. Chiunque abbia vissuto da studente fuori sede in un appartamento condiviso conosce bene queste dinamiche; qui, tuttavia, l’aggravante era data dal fatto che non si trattava solo di persone, ma di operatori di enti e associazioni. In questo contesto, il bene comune ha rischiato di perdere consistenza e significato, trasformandosi progressivamente in una terra di nessuno, dove la rivendicazione del diritto prevale sulla disponibilità al dovere quotidiano.

Foto di Antonio Tozzi
2024: il colonialismo d’arredo
Al rinnovo del Patto di collaborazione, nel 2024, il numero dei firmatari è sceso a 18. Una selezione naturale che ha allontanato chi all’inizio cercava semplicemente una sede gratuita. Sfumata la possibilità di ottenere una stanza, si è passati a una forma di colonialismo d’arredo. Sono apparsi armadi e lucchetti: non potendo possedere l’immobile, si è passati al possesso del mobile.
Eravamo tutti predatori? In realtà, ciascuna associazione aveva legittimamente bisogno di uno spazio dove lasciare il proprio materiale e, in assenza di stanze, ha scelto la soluzione dell’armadio. Non vi era dolo né volontà di prevaricazione; tuttavia, questo processo, moltiplicato per tutte le associazioni pattiste, rischiava di trasformare progressivamente lo spazio da centro aggregativo giovanile a deposito logistico.
Nel frattempo, i problemi strutturali di manutenzione e cura rimanevano sullo sfondo, sistematicamente irrisolti.

Foto di Antonio Tozzi
La svolta: il progetto Ri.Gen. e la palestra permanente di volontariato
Questa consapevolezza ha imposto un cambio di passo radicale. È apparso evidente che il Patto di collaborazione non potesse ridursi a una mera “patente di legittimità” formale, ma dovesse configurarsi come una palestra di impegno civico continuo.
È proprio in seno alle associazioni firmatarie del Patto di collaborazione che nasce il progetto Ri.Gen. (sostenuto da Fondazione con il Sud), come risposta collettiva alla logica dell’armadietto e come tentativo consapevole di trasformare il Centro Don Milani in una palestra permanente di volontariato. Ri.Gen. non interviene dall’esterno, ma prende forma dall’esperienza concreta delle criticità emerse, rappresentando un’evoluzione interna e matura del Patto stesso.
Il nuovo Patto, oggi in fase di stesura, non chiede più agli enti cosa intendano fare nel Centro, ma come intendano prendersene cura. La strategia anti‑predatoria si traduce in un impegno preciso: la richiesta a ogni ente firmatario di dedicare 20 ore mensili di volontariato, orientate alla cura, alla manutenzione e all’accoglienza nella struttura.

Foto di Antonio Tozzi
Verso un Patto “scomodo”
Le previsioni per il prossimo rinnovo indicano una base ulteriormente ridotta di firmatari. Un dato che, letto superficialmente, potrebbe sembrare una perdita, ma che in realtà segnala un aumento di consapevolezza e responsabilità. Il Patto resta uno strumento inclusivo, ma la cura di un bene comune non è un pranzo di gala: richiede presenza, continuità e assunzione di oneri concreti.
Il valore di un Patto di collaborazione non si misura dal numero di firme o di loghi apposti in calce, ma dalla capacità di mantenere le porte aperte, tanto negli spazi quanto nei processi decisionali. In questo senso, il Patto diventa un esercizio di umiltà codificata, che aiuta chi vi aderisce a restare Custode, mettendolo al riparo da pericolose chine predatorie.
In fondo, siamo tutti potenzialmente a un armadietto di distanza dal diventare predatori.
Antonio Tozzi è progettista e Youth Worker. Fa parte del Consiglio Direttivo di Arci Palermo e presiede il circolo Bocs di Bagheria, realtà che si occupa di aggregazione giovanile e promozione culturale. Ricopre inoltre l’incarico di Coordinatore del Centro Don Milani. Il suo percorso professionale e di attivismo è focalizzato su alcuni pilastri specifici: lo sviluppo di percorsi che rendano più solidi i processi democratici e la creazione di spazi di partecipazione per le nuove generazioni.
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Immagine di copertina: Centro Don Milani di Antonio Tozzi
