L'esperienza del patto di Largo Mengaroni a Tor Bella Monaca a Roma. Cura, valorizzazione e animazione di una piazza della Capitale.

“La piazza siamo noi”, questo il nome scelto per il patto di collaborazione per la cura e l’animazione della piazza, riqualificata, di Largo Mengaroni a Tor Bella Monaca a Roma.
Un nome che potrebbe sembrare arrogante, escludente, ma che piuttosto sottolinea l’identità collettiva, il senso di appartenenza positiva, di una comunità verso un luogo simbolo di resilienza, di riscatto sociale, di possibilità individuale e collettiva, in un contesto grigio e pluriproblematico come quello di Tor Bella Monaca, dove la differenza ed il cambiamento è attuato, ogni giorno, dalle persone che lo vivono.
Quel “noi” è quindi simbolo della comunità che si riconosce, mentre “piazza” è la valorizzazione di uno spazio, non solo urbano, come luogo pubblico di aggregazione, condivisione e vita sociale.

Contesto e origini

Tor Bella Monaca è un quartiere popolare, si stima una popolazione di circa 28.000 abitanti, con una densità elevata (circa 36.000 ab./km²). Fu realizzato negli anni ‘80, con un cantiere lampo di circa 3 anni, per rispondere all’emergenza abitativa romana. È un quartiere dove ogni servizio, dalle strade alle scuole, passando per le linee bus, è stato frutto delle lotte dei suoi abitanti.
Tor Bella Monaca è troppo spesso noto come quartiere “malfamato”, segnato da forte degrado, illegalità e spaccio, con un alto indice di vulnerabilità sociale e materiale.  È un territorio raccontato spesso dalla stampa generalista con questo stereotipo negativo a cui si aggiunge l’assenza, da decenni, di politiche pubbliche e amministrazioni spesso assenti.  È un quartiere  in cui spesso le persone si sentono emarginate, abbandonate, private di diritti fondamentali come il lavoro, in cui la paura e la precarietà affossano i sogni e le prospettive future dei suoi abitanti, un luogo che alcuni vorrebbero lasciare, mentre per  altri, la criminalità organizzata, è terra di conquiste ed egemonia. Per molti è casa ed è l’unica possibilità di vita.
È in questo complesso contesto che qualcosa di buono, vincente, duraturo, prezioso, viene dalle persone che non accettano le etichette attribuitegli e che nel tempo, lottando per i propri diritti, hanno costruito alternative al degrado attraverso gesti di cura, di partecipazione, di riscatto.
Per sostenere queste persone, combattendo lo stereotipo che vuole segnare indistintamente il destino di uno tra i più grandi quartieri della periferia romana, nel 2020 un gruppo di coraggiosi sognatori avvia il percorso di rigenerazione, urbana ed educativa, di Largo Mengaroni, luogo di cultura ed attivismo che già negli anni ‘90 con la nascita del Centro Sociale “Il Chentro”, si era distinto come luogo di vita sociale, animazione e protagonismo.
I promotori di questo ambizioso progetto, CRESCO, Cantiere di Rigenerazione Educativa, Scuola, Cultura, Occupazione, sono: la Fondazione Paolo Bulgari, che ha finanziato l’intero intervento, sostenendo e partecipando attivamente alla sua realizzazione; l’Associazione culturale Cubo Libro, che dal 2008 porta avanti progetti culturali, educativi, di animazione territoriale nel quartiere; il Dipartimento DICEA dell’Università La Sapienza, che dal 2015, attraverso il Laboratorio di Studi Urbani “Territori dell’Abitare”, fa ricerca-azione sul territorio. Insieme ai protagonisti di CRESCO si sono affiancati, nella costruzione del patto di collaborazione, l’associazione Labsus, Laboratorio per la sussidiarietà, l’amministrazione del Municipio VI Le Torri, il dipartimento Ambiente di Roma Capitale.
Fin dalle prime fasi di progettazione del patto hanno partecipato tanti abitanti del quartiere desiderosi di cambiamento. Il progetto CRESCO attraverso il coinvolgimento attivo e costante delle persone, protagoniste indiscusse del processo di cambiamento, ha voluto trasformare lo spazio pubblico di Largo Mengaroni, in Bene Comune, vissuto, curato, abitato con consapevolezza e responsabilità, attraverso un lungo percorso, fatto di molteplici fasi, macro e micro obiettivi, documentazione costante e parallela narrazione sincera ed autentica.
Dopo le diverse fasi di coprogettazione, caratterizzate da numerosi incontri in piazza, assemblee, strumenti di partecipazione, si è arrivati alla definizione specifica del progetto partecipato di rigenerazione, basato sui bisogni e desideri degli abitanti stessi della piazza.
Nella fase di realizzazione del cantiere si è avviata la fase di costruzione non solo dell’opera pubblica, ma anche dello strumento sociale di tutela e animazione della futura piazza, il Patto di collaborazione.
Il progetto è iniziato nel 2020, ma solo nel febbraio 2023 inizia il cantiere e, agli inizi della primavera dello stesso anno, si avvia la costruzione del Patto che viene firmato dagli abitanti e dalle associazioni, in occasione dell’inaugurazione della piazza rigenerata nel dicembre 2023.

La costruzione del patto

La prima volta che a Largo Mengaroni si è parlato di  amministrazione condivisa” è stato quando, all’interno del Cubo Libro, Giulio Cederna, direttore della Fondazione Paolo Bulgari, ha chiesto a Gregorio Arena, Fondatore di Labsus, di illustrare a Claudia Bernabucci, presidente dell’Associazione Cubo Libro, il potenziale di questo strumento, fondato sul principio di sussidiarietà orizzontale, che in numerose esperienze in tutta Italia, aveva permesso a molti cittadini attivi, di essere legittimati, al pari delle amministrazioni, nell’operato di cura, valorizzazione e animazione del Bene Comune.

Foto di Claudia Bernabucci

Fin da quel primo momento lo strumento è sembrato vincente, rispecchiava a pieno tutte le caratteristiche di quella storia fatta di resilienza, riscatto, riappropriazione e protagonismo che caratterizzava il percorso della nostra piazza. La possibilità di restituire ai cittadini un ruolo riconosciuto dalle istituzioni, al pari di associazioni e amministratori, nella gestione dello spazio pubblico risuonava come perfetta definizione di quel processo vissuto e sostenuto dal progetto Cresco.
Il “Regolamento per l’Amministrazione condivisa dei beni comuni”, finalmente approvato anche a Roma, proprio nel maggio 2023, era l’occasione perfetta per sperimentare uno strumento innovativo in una realtà a Roma, caratterizzata dall’attivismo degli abitanti che per decenni è stato il motore positivo di un controverso territorio, al culmine di un percorso basato sulla partecipazione popolare, nel momento in cui si affermava la comunità riunita attorno ad una piazza, simbolo, bene comune.
Dopo quel primo incontro abbiamo chiesto più volte al gruppo di esperti di Labsus, oltre a Gregorio, le preziose Elisabetta Salvatorelli e  Irene Ianiro, di spiegare nel dettaglio, usando molteplici linguaggi, la possibilità data dall’amministrazione condivisa e dai patti di collaborazione, agli abitanti di Tor Bella Monaca, alle numerose realtà sociali ed associazioni interessate, per creare consapevolezza e adesione profonda al percorso. Dopo mesi di lavoro, oltre 60 abitanti ed 11 realtà sociali hanno sottoscritto il patto “La piazza siamo noi”, non solo con l’obiettivo di tutelare e curare la nuova piazza del quartiere, ma con l’impegno di viverla ed animarla costantemente, secondo i propri, ma comuni, interessi.

Il Patto

“La piazza siamo noi”, come la storia da cui proviene, è un patto ambizioso e variegato, unisce nella sua sottoscrizione tante diversità, che ne fa nella sua composizione ricchezza e modello.
Nella sua eterogeneità di intenti e composizione, rappresenta in maniera veritiera il contesto di appartenenza, le diverse età, culture, estrazioni sociali, le soggettività racchiuse nelle sue firme sono la dimostrazione di quanto l’intento, la Piazza bene comune, di questo complesso quartiere popolare, sia trasversale, genuinamente un bene per tutt@, un luogo di diritto e dignità, uno spazio pubblico fondamentale per il benessere individuale e per la qualità della vita collettiva.
Tra i firmatari, non solo i protagonisti del percorso di partecipazione, ma tanti soggetti interessati negli anni di cantiere, spronati alla partecipazione dall’orizzontalità degli strumenti utilizzati, dalla scuola del comparto alla parrocchia, da intere famiglie a singoli attivisti, da anziani ad artisti, da insegnanti a bambini, da educatori a volontari che ogni giorno attraversano la piazza. Tutti hanno trovato il proprio spazio e il proprio ambito.

Foto di Claudia Bernabucci

Il Patto di collaborazione per la piazza di Largo Mengaroni non parla infatti solo di cura e ordinaria manutenzione ma parla di iniziative culturali, artistiche, azioni di comunità, formazione, informazione e tanto altro, il protagonismo nel patto riporta il singolo interesse di ognuno verso il bene comune, nella firma i sottoscrittori hanno indicato il proprio campo di interesse ma soprattutto il proprio impegno.
Un Patto di collaborazione molto eterogeneo, sottoscritto da istituzioni come il VI  Municipio di Roma Capitale, il Dipartimento Ambiente e l’AMA (Azienda Municipale Ambiente) che si impegnano al fianco di 60 cittadini e cittadine ed 11 realtà diverse per mission e struttura, Cubo Libro, Gasotto, TBMusic LAB, IC Acquaroni, Alberi in periferia, Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani (AGESCI) Gruppo Roma 422, Associazione Croma, Compagnia delle Bollicine, Parrocchia Santa Rita, Ciclofficina la Gabbia, Libera contro le mafie. La gestione è una sfida oggettiva e al tempo stesso una grande motivazione all’impegno.

La sfida

Date le premesse ed il contesto in cui il patto “La piazza siamo noi” prende vita, la sfida non è sicuramente solo tenere assieme la diversa composizione dei suoi firmatari, o combattere il pregiudizio che etichetta il territorio come malfamato, ma è anche contrastare quella disillusione profonda e paura dell’ennesimo intervento estemporaneo, destinato a non durare nel tempo, che attanaglia nel profondo il pensiero degli abitanti del quartiere.
Come il progetto ha mosso i suoi primi passi questi pensieri sono emersi, costanti e pungenti come una vocina maligna che sussurrava all’orecchio “non ce la farai”, “non finiranno mai i lavori”, “la piazza sarà danneggiata prima del termine del cantiere”, “la nuova piazza non durerà”, “romperanno tutto”. Ma questi pensieri sono stati vissuti come triste conferma di quanto questo intervento fosse necessario e anziché scoraggiarsi, il gruppo di partecipanti al progetto ha maturato consapevolezza coinvolgendo anche gli scettici.

Foto di Claudia Bernabucci

Rispettare ed accogliere le diverse opinioni, anche quelle più negative, ha permesso di sperimentare la vera inclusività del progetto, ha messo alla prova, nella convinzione e nell’impegno, chi si è sentito responsabile del processo, e ha permesso a coloro che si sono avvicinati a questo processo, nel tempo, lento e specifico di ognuno, di trovare la propria motivazione, il proprio modo di partecipare, la propria personale risposta a quelle paure, che non serviva contrastare, ma che piuttosto era importante ascoltare, per sentirle mutare di pari passo ai risultati, per vederle affievolite giorno dopo giorno in una piazza che ormai ha compiuto due anni dalla sua riqualificazione e che vede ancora vivo ed attivo, non nella forma, ma nella sostanza, il suo patto di collaborazione.

Il metodo: partecipazione pratica, non formale

Se la retorica delle promesse, le tante parole della politica, le innumerevoli dichiarazioni degli amministratori di turno, hanno reso gli abitanti di Tor Bella Monaca diffidenti, era necessario che il percorso intrapreso con la riqualificazione della piazza, fosse concreto, tangibile, che i risultati fossero visibili in tempi relativamente brevi, che le numerose sfide fossero vinte insieme, con le persone, e non contro di queste o creando conflitto tra queste.
La partecipazione attiva è stata anche in questo caso la risposta, gestire il patto, come il cantiere, coinvolgendo le persone nella costruzione del processo, del metodo di lavoro, negli impegni da prendere, negli interessi da perseguire, ha permesso, nel tempo, che il patto si componesse spontaneamente. Le firme, come la sua stesura, sono avvenute attraverso mesi di lavoro condiviso, di incontri, di laboratori, di azioni ed eventi in piazza, che hanno permesso di sperimentare attivamente il processo prima di definirlo e sottoscriverlo.
Nei mesi di costruzione del patto si sono infatti sperimentate occasioni di messa in pratica del senso di questo, sono stati realizzati insieme arredi per la piazza, organizzati momenti conviviali, persino il programma dell’inaugurazione è stato deciso assieme.
È con questa modalità che il patto dopo la sua sottoscrizione è andato avanti. Ogni singolo firmatario ha scelto dove posizionarsi per il bene comune, dichiarando una responsabilità già sperimentata (e non viceversa aderendo ad un impegno sconosciuto), ha spontaneamente dato seguito nel tempo a quanto espresso con il patto.
Il patto di Largo Mengaroni non ha assemblee periodiche prestabilite, si riunisce al bisogno, in piccoli sottogruppi o in forma allargata su convocazioni che partono dai suoi singoli sottoscriventi, le attività non vengono organizzate “a tavolino” ma è la condivisione di competenze, buone pratiche e relazioni personali che porta ognuno nel sentirsi libero, e responsabile, di realizzare il proprio obiettivo.
E così ogni giorno cresce l’aiuola che qualcuno ha iniziato a piantare portando in autonomia piantine dal suo balcone in piazza, si radicano gli alberi che sono stati piantati insieme, si curano e puliscono le zone che non sono di competenza AMA, qualcuno ogni mattina cambia i sacchi nei cestini, qualcuno ogni pomeriggio spazza la pista dello skate park prima del suo utilizzo oppure ripulisce il campo da basket dai rifiuti lasciati da qualche “maleducato”.
Passare all’azione di contrasto alla maleducazione, non limitarsi alla critica, condividere il malessere per le mancanze altrui con qualcuno con cui quotidianamente si condivide la socialità, la cura e il senso civico è la risposta più efficace che ogni giorno si costruisce per contrastare quella “vocina maligna”, che non ha ancora  smesso di sussurrare, ma che ogni giorno è costretta ad inventare nuove critiche.
Come ogni spazio pubblico, “La Piazza siamo noi” non è un’oasi perfetta, priva di difetti o problemi. Come qualsiasi cosa utilizzata e vissuta è soggetta all’usura e al danneggiamento, ma quello che ne fa, dopo due anni, un percorso vincente, è la risposta collettiva ad ogni evento, da quello più materiale, al problema sociale.

Foto di Claudia Bernabucci

Foto di Claudia Bernabucci

Se prima del Patto nessuno si sentiva in diritto, o semplicemente libero, di mostrarsi attento al proprio territorio attraverso piccoli gesti di cura, o costanti posizionamenti positivi, e restava in silenzio o chiuso nel proprio appartamento, oggi, in piazza si percepisce un clima attento a quel che succede, si costruiscono spontaneamente risposte ai problemi, si chiedono momenti di confronto o azioni di supporto laddove i problemi sono più complessi.
È a questo movimento, che non ha bisogno di gesti plateali, o voci amplificate, ma che si muove a passo lento, semplicemente, giorno dopo giorno, che il patto deve la sua stabilità, il suo crescente interesse, la sua continua spinta propositiva.
A Largo Mengaroni, dopo due anni dalla riqualificazione della piazza, lo sguardo si sta ora spingendo più in là, verso la meravigliosa pineta adiacente. Le azioni di pulizia ed organizzazione di attività sono già cominciate e qualcuno già immagina un nuovo patto su cui lavorare.

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Immagine di copertina: Foto di Claudia Bernabucci