C’è un Comune della Toscana in cui i patti di collaborazione hanno raggiunto, nell’arco di quasi nove anni, un numero ragguardevole: ne sono stati infatti sottoscritti circa 150, di tipologia assai diversa, da quelli più complessi, caratterizzati dalla presenza di numerosi ed eterogenei firmatari, a quelli più semplici, come nel caso della cura di un singolo albero da parte di un solo cittadino. Considerati nel loro insieme, e inclusi anche i patti educativi di comunità, essi compongono una fitta costellazione di esperienze che restituisce l’immagine di una città che ha scelto l’amministrazione condivisa quale diversa modalità di costruzione del rapporto collaborativo tra Comune e cittadinanza. Questo Comune è inoltre tra i primi in Toscana ad essersi dotato di un proprio ufficio di amministrazione condivisa, così da conferire solidità all’architettura organizzativa interna dell’ente. Questa città è Livorno, la più giovane tra le città capoluogo della Toscana, in quanto elevata dai Medici al rango di città nel 1606. Ma è anche una città nella quale la presenza giovanile risulta in crescita, dal momento che i dati statistici del 2025 evidenziano un aumento assai significativo della popolazione compresa tra i 18 e i 35 anni, circostanza che, come ha osservato il sindaco Luca Salvetti, dipende dal fatto che non solo la città offre opportunità occupazionali, ma anche che “si vive bene”.
Perché questa scelta per il modello dell’amministrazione condivisa?
È forse necessaria una breve premessa storica per tentare di fornire una risposta. Le radici di Livorno affondano nella fine del Cinquecento, quando i Medici vi istituirono il porto franco, vale a dire una zona esente da dazi che fece della città un polo commerciale cosmopolita e uno dei principali fulcri mercantili del Mediterraneo. Proprio grazie alle agevolazioni fiscali previste dalla Costituzione livornina, Livorno attirò mercanti stranieri provenienti da molti paesi, ma anche gruppi perseguitati in altri contesti statali, come quelli della Spagna, del Portogallo e della Grecia. Livorno si configura dunque come una vera e propria “città delle Nazioni”, multietnica e multireligiosa, che ha visto confluire anche comunità ebraiche e armene provenienti da diversi paesi europei. Il suo sviluppo si è così fondato sulla capacità di far convivere e dialogare le molteplici differenze che ancora oggi la caratterizzano e, dunque, anche sulla cura di spazi e beni comuni funzionali alla vita economica e sociale delle diverse comunità che vi si insediarono. Ma Livorno è anche una città “ribelle”, spesso contraddistinta da un rapporto critico con i poteri centrali e da una diffusa insofferenza verso i c.d. “poteri forti”, nonché costantemente orientata alla ricerca di nuove forme politiche di amministrazione e di partecipazione civica. L’amministrazione condivisa si colloca, dunque, all’interno di questo più ampio contesto storico e culturale.
Perché dunque si è sviluppata l’amministrazione condivisa dei beni comuni, più che in ogni altro Comune della Toscana?
Come sintetizzato da Libera Camici, vicesindaca del Comune e assessora con delega anche ai beni comuni, “occorre coraggio per scegliere i percorsi dell’amministrazione condivisa”. Si tratta, in effetti, del coraggio di assumere fino in fondo un’innovazione nel modo di concepire il rapporto tra amministrazione e cittadini, non più costruito secondo una logica verticale, ma improntato a una relazione paritaria. Si tratta, altresì, del coraggio di dare a tale scelta un adeguato fondamento organizzativo, tanto all’interno dell’ente quanto sul territorio, mediante strumenti di decentramento e attraverso i comitati di zona. In questa prospettiva, il coraggio consiste anche nell’accettare di condividere con la cittadinanza una quota del potere tradizionalmente concentrato in capo a chi governa, riconoscendo nell’amministrazione condivisa non una rinuncia, ma una diversa e più matura modalità di esercizio della funzione pubblica. Ed è proprio tale atteggiamento che consente di misurarsi con la pluralità dei gruppi sociali, compresi quelli più “ribelli”, nella convinzione, profondamente radicata nella storia della città, che sia precisamente la capacità di dialogo tra le differenze a generare nuove forme di sviluppo. È anche in questa chiave, allora, che può essere letto il percorso di Livorno verso l’amministrazione condivisa.
Un patto che ha fatto “scuola”
Del resto, il primo patto di collaborazione fu proprio quello promosso nel 2017 da Pino Pera, per Reset, e da Silvia Menicagli, per Terme del Corallo Onlus, avente ad oggetto la cura di uno spazio, costituito da un immobile con parco dei primi del Novecento, completamente abbandonato nel cuore della città. Si trattò di un patto dotato di un forte significato identitario, sul piano storico e civico, che nel corso del tempo ha assunto anche una marcata valenza inclusiva e sociale, ad esempio attraverso esperienze di giustizia riparativa e percorsi educativi rivolti a studenti temporaneamente sospesi dalla frequenza scolastica. Non meno significativa fu la risposta della cittadinanza, che accolse con particolare entusiasmo questa prima esperienza, partecipando numerosa alle iniziative pubbliche organizzate da Reset, tra cui tre serate di eventi che trasformarono persino il cavalcavia di accesso dall’autostrada al centro di Livorno in una sorta di grande loggione a cielo aperto del “teatro” improvvisato presso le Terme. Al tempo stesso, decisiva fu la scelta dell’amministrazione comunale di accordare fiducia all’iniziativa, accogliendo la richiesta di chiudere le strade di accesso, nonostante il carattere obiettivamente sperimentale, e dunque rischioso, della proposta. Si trattò, in altri termini, di una vera e propria scommessa condivisa tra amministrazione e cittadini attivi, il cui esito superò ogni aspettativa, come dimostra la partecipazione di circa 22.000 livornesi. In questa vicenda emergono con particolare evidenza i due elementi che hanno segnato l’intero percorso livornese, vale a dire il coraggio e la fiducia reciproca, non semplicemente enunciati, ma concretamente praticati. È anche grazie a tale presupposto che si è resa possibile la successiva diffusione di numerosi patti di collaborazione nei più diversi ambiti. Il patto delle Terme del Corallo, dunque, non soltanto fu il primo, ma finì anche per costituire un modello esemplare, capace in certa misura di “fare scuola”. Non a caso, si tratta di un patto che è stato altresì premiato nel corso del Festival dell’amministrazione condivisa di Assisi del 2026.
Adaptwise e ANCI Toscana: verso un patto per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici con un’amministrazione condivisa “multilivello”
Uno dei più recenti patti di collaborazione va segnalato per il suo elevato grado di innovazione. Nel biennio 2023-2024, infatti, un progetto europeo coordinato da ANCI Toscana e cofinanziato dal Programma Interreg IT – FR Marittimo 21-27, dall’amministrazione comunale di Livorno al fine di sperimentare l’impiego dei patti di collaborazione in un ambito certamente inconsueto e di particolare rilievo innovativo, quale quello dell’adattamento ai cambiamenti climatici. Si è trattato di un progetto di matrice europea, rispetto al quale tanto ANCI Toscana, rappresentata dalla coordinatrice progettuale Valentina Bucchi, quanto il Comune di Livorno, per il tramite dell’assessora all’urbanistica Silvia Viviani, hanno compiuto una precisa scelta di fondo: quella di ritenere che lo sviluppo di comportamenti adattivi ai cambiamenti climatici richieda, anzitutto, comunità locali consapevoli e protagoniste, nonché la costruzione di forme di collaborazione e dialogo fondate su impegni reciproci puntuali, secondo una logica bottom-up, piuttosto che discendente.
In questa prospettiva, è stato proposto alla cittadinanza un percorso partecipativo volto a far emergere proposte provenienti dalle comunità stesse. Labsus è stata chiamata a prendervi parte attivamente, a supporto del percorso promosso da ANCI, nella consapevolezza che tali proposte avrebbero potuto trovare nei patti di collaborazione la propria più adeguata formalizzazione giuridico-organizzativa. Il progetto europeo, in altri termini, individuava specifici obiettivi di resilienza climatica intorno ai quali attivare le comunità locali, mentre ANCI Toscana e il Comune di Livorno hanno riconosciuto nei patti di collaborazione lo strumento probabilmente più idoneo a strutturare quella collaborazione che appariva indispensabile per il perseguimento di tali obiettivi. Si è così delineata una forma di amministrazione condivisa che potrebbe definirsi multilivello, in quanto articolata non soltanto sulla dimensione comunale, rappresentata dal Comune di Livorno, ma anche su quella regionale, espressa da ANCI Toscana, nonché su quella europea, riflessa nella partecipazione al progetto di altri territori, italiani e francesi, interessati a conoscere l’esperienza dell’amministrazione condivisa pur in assenza, nei rispettivi contesti, di strumenti analoghi già consolidati. Non a caso, il progetto ha previsto, in una fase iniziale, un momento di conoscenza reciproca dedicato ai temi dell’amministrazione condivisa dei beni comuni e alle caratteristiche proprie dei patti di collaborazione, che ha costituito il primo snodo del relativo percorso di attuazione.
Per un esame più puntuale del progetto e del suo sviluppo, anche con riguardo a tale fase introduttiva, si rinvia alla relativa documentazione.
Dalla prossimità locale alla visione globale, un percorso tutt’altro che semplice in un’area difficile
La domanda di fondo cui il progetto intendeva rispondere era la seguente: come affrontare fenomeni quali alluvioni, siccità e ondate di calore a partire dalla dimensione della prossimità, cioè dal quartiere e dalla quotidianità delle comunità che vi abitano? Se l’“adattamento” costituisce la parola chiave per individuare le soluzioni che consentiranno, in futuro, di fronteggiare concretamente gli effetti del cambiamento climatico sulle nostre vite, preparandoci ai rischi e contribuendo alla costruzione di società più resilienti, occorre allora domandarsi da dove sia possibile cominciare. Non si tratta, infatti, soltanto di intervenire nei momenti dell’emergenza, pur nel necessario coordinamento con la protezione civile, ma anche di promuovere cambiamenti di carattere trasformativo, vale a dire non limitati alla sola prevenzione degli effetti negativi del cambiamento climatico, bensì orientati a generare comportamenti e misure capaci di prefigurare un futuro diverso. In tale prospettiva, cittadini e comunità possono offrire un contributo essenziale, non soltanto attraverso la formulazione di proposte, ma anche mediante il concreto svolgimento di attività in collaborazione con l’ente pubblico.
In questa chiave, Labsus ha aderito al progetto, muovendo dall’idea che anche la resilienza ai cambiamenti climatici possa essere qualificata come un bene comune da tutelare pure su piccola scala, tanto su suolo pubblico quanto su suolo privato, mediante patti di collaborazione tra cittadini, imprese ed enti pubblici. ADAPTWISE si colloca, pertanto, in rapporto sinergico e complementare rispetto alla pianificazione dell’adattamento di più ampia scala, che spetta naturalmente alle istituzioni e richiede i necessari investimenti pubblici, ma che può trovare, nelle iniziative di prossimità, un fondamentale terreno di radicamento sociale e civico.
Una delle aree prescelte per la sperimentazione è stata una specifica zona del Comune di Livorno, cioè l’area di Collinaia e le limitrofe Scopaia e La Leccia. Si tratta di un territorio certamente difficile, anche all’interno di un contesto cittadino generalmente favorevole all’amministrazione condivisa. La sua complessità deriva anzitutto dal fatto che esso è stato colpito dall’alluvione del 2017, che causò otto vittime. In tale area, inoltre, il conflitto intorno ai temi della sostenibilità ambientale si era manifestato in modo particolarmente intenso: le associazioni degli alluvionati, così come i comitati locali contrari ad alcune opere pubbliche incidenti sugli spazi verdi, avevano già contribuito a rendere complessa la stessa presentazione del progetto a livello territoriale.
L’idea sviluppata nell’ambito di ADAPTWISE è stata allora quella di iniziare dall’ascolto delle diverse realtà presenti sul territorio, associazioni, organizzazioni, imprese, singoli cittadini, nonché del Comitato di zona di riferimento. Il percorso partecipativo ha preso infatti avvio, dopo una breve presentazione iniziale, da una serie di interviste rivolte ai portavoce di questo contesto profondamente segnato dall’esperienza dell’alluvione, privilegiando l’ascolto individuale e partendo dai soggetti maggiormente coinvolti, compresi gli stessi alluvionati. Si è trattato di una fase di ascolto ampia e approfondita, che ha consentito anche di elaborare una mappa della vulnerabilità percepita rispetto non soltanto al rischio di nuove alluvioni, ma più in generale agli effetti del cambiamento climatico.
Il passaggio successivo ha consistito allora nel tentativo di ricomporre, attraverso questi racconti e queste storie, spesso anche personali, una visione complessiva, capace di collegare la prossimità dei problemi vissuti quotidianamente alla dimensione globale dei fenomeni climatici. E ciò è stato reso possibile anche grazie alla pluralità di competenze e sensibilità espresse dagli intervistati, i quali, non di rado, neppure si conoscevano tra loro.
L’alleanza come proposta emergente, verso un patto unitario e complessivo
La visione d’insieme ha rappresentato l’esito più significativo della fase di ascolto. Dalle interviste emergeva infatti, con crescente evidenza, l’esigenza di mettere in relazione i diversi soggetti coinvolti, affinché potessero incontrarsi, confrontarsi sulle possibili iniziative da intraprendere e immaginare insieme che cosa fosse concretamente realizzabile mediante la convergenza delle forze, dei saperi diffusi e delle esperienze maturate nel territorio. Si delineava così, sin da questa prima fase, una prospettiva fondata sull’apprendimento collettivo e sulla possibilità di generare pratiche suscettibili di essere replicate anche in altri contesti locali. Non soltanto le istituzioni, ma anche i soggetti del Terzo settore, insieme alla parrocchia, alle scuole e ad altre realtà territoriali, hanno mostrato di riconoscersi nell’obiettivo sussidiario di costruire una comunità capace di affrontare gli effetti del cambiamento climatico e di prepararsi, in modo condiviso, ai processi di adattamento. In tale contesto, il Comune ha scelto di esercitare soprattutto un ruolo di sostegno e di accompagnamento, lasciando ampio spazio all’auto-organizzazione delle forze coinvolte, ma manifestando al tempo stesso fiducia verso le proposte che andavano progressivamente emergendo dalla cittadinanza, compresa l’alleanza che stava prendendo forma.
Dopo alcuni mesi di incontri, svoltisi sia online sia in presenza, è emersa con particolare nettezza l’idea di promuovere un unico patto, idoneo a dare forma e riconoscimento all’alleanza sviluppatasi all’interno della comunità di Collinaia e delle aree limitrofe, al fine di individuare congiuntamente le iniziative da intraprendere. A tale risultato si è pervenuti attraverso un percorso articolato, segnato da numerose riunioni, dall’esame di alcune buone pratiche europee in materia di comunità adattive e dalla condivisione, anche grazie al supporto di Labsus, di linee guida e di un vademecum finalizzati alla costruzione di patti di collaborazione efficaci.
Il processo ha trovato poi un momento di particolare consolidamento in quattro incontri pubblici in presenza, aperti alla popolazione delle zone interessate, i cosiddetti “weekend climatici”, all’esito dei quali è stata elaborata una vera e propria proposta di patto quadro, presentata al Comune nel giugno 2025 per l’avvio della successiva fase di co-progettazione. A ciò si è altresì aggiunto il contributo di giovani studiosi e studiose universitari, che hanno offerto ulteriore supporto all’elaborazione della proposta.
A questo punto, all’amministrazione comunale spettava il compito di aprire un confronto non soltanto con i proponenti del patto, ma anche all’interno della propria struttura organizzativa, affinché la proposta potesse essere attuata in coerenza con la pianificazione urbana, con le competenze della protezione civile e con quelle dei settori preposti alla gestione del verde pubblico. Si trattava, evidentemente, di un passaggio tutt’altro che immediato, nella misura in cui avrebbe richiesto la costruzione di sinergie tra ambiti amministrativi nei quali le competenze tecniche tendevano fisiologicamente a prevalere su altri ordini di considerazioni.
La proposta di patto ha così consentito di individuare le priorità di un piano locale orientato al rafforzamento della resilienza territoriale. Le azioni ipotizzate sono prevalentemente di ridotta scala, ma non per questo prive di incisività, e comprendono, tra l’altro, la cura del verde urbano nelle aree più fragili, il miglioramento della gestione delle acque piovane, la creazione di spazi sicuri per fronteggiare i periodi di calore estremo, la promozione di attività di formazione e coinvolgimento della comunità, a partire dalle scuole, nonché l’individuazione di misure utili per la gestione delle emergenze, come l’impiego di paratie mobili o la predisposizione di risposte più efficaci alle piene dei corsi d’acqua. In questa prospettiva, l’obiettivo non è soltanto quello di ridurre o contenere gli impatti degli eventi climatici estremi, ma anche quello di rafforzare la coesione sociale e la capacità dei cittadini di prendersi cura della resilienza del proprio quartiere, costruendo una comunità attraverso pratiche condivise.
Tra le principali linee di azione individuate, all’esito delle numerose riunioni e dei materiali progressivamente elaborati, vi rientrano: il monitoraggio civico degli allagamenti e delle isole di calore urbano, la creazione di spazi comunitari resilienti, inclusivi e orientati alla sensibilizzazione, lo sviluppo di iniziative di citizen science, interventi di manutenzione diffusa, la promozione di una cultura della resilienza a partire dalle scuole, anche mediante la creazione di una biblioteca dedicata ai bambini e alle bambine, nonché il ripristino di piccole infrastrutture idriche e di spazi verdi connessi ad alcune ville storiche dell’area, anche attraverso percorsi di inclusione sociale. Proprio quest’ultimo versante è stato curato in misura significativa da Reset, confermando ancora una volta il ruolo generativo svolto dall’esperienza delle Terme del Corallo. In tal senso, infatti, le Terme del Corallo hanno continuato “a fare scuola”, mostrando come sia possibile non arrestarsi di fronte alla pluralità dei punti di vista, dei ruoli e delle possibili tensioni tra gli attori territoriali e istituzionali, ma piuttosto valorizzare ciò che unisce, orientando il lavoro comune verso obiettivi condivisi mediante un approccio operativo.
In questo senso, il tratto forse più rilevante dell’intero percorso è stato proprio la capacità di dare consistenza all’alleanza che si andava formando, facendone prevalere la forza aggregante rispetto alla diversità delle visioni, degli atteggiamenti e delle posture dei singoli soggetti coinvolti.
La “forza” della dimensione europea
A partire dal giugno 2025 hanno preso avvio i primi incontri di co-progettazione con l’amministrazione, protrattisi sino alla seconda metà dello stesso anno. La base del confronto era costituita dalla proposta di patto elaborata nella fase precedente, una proposta che dava forma all’alleanza tra i diversi pattisti, accomunati da obiettivi condivisi nei quali tutti si riconoscevano e rispetto ai quali tutti assumevano una responsabilità paritaria circa i risultati da conseguire. In tale prospettiva, l’alleanza esprimeva anche la forza derivante dall’unità del fronte proponente, e dunque la capacità di sottoporre al Comune un impianto complessivo da accogliere nella sua interezza. Si trattava di un patto-quadro, unitario nella sua impostazione generale, ma al tempo stesso articolato internamente in quattro aree specifiche, ciascuna contrassegnata da propri compiti, impegni e responsabilità, nonché dalla presenza di un referente dedicato.
Il passaggio dalla proposta iniziale alla definizione del patto-cornice, successivamente articolato in quattro distinti patti attuativi, si è sviluppato attraverso il coinvolgimento dei diversi uffici competenti rispetto alle numerose materie che il patto finiva con l’intersecare trasversalmente. Ciò è avvenuto dopo che l’ufficio per l’amministrazione condivisa ne aveva verificato la coerenza sia con il regolamento comunale, sia con l’accordo originariamente intervenuto tra ANCI Toscana e il Comune di Livorno.
Il coordinamento generale è stato inoltre assicurato da ANCI Toscana, che entrava a far parte del patto anche in qualità di firmataria e che svolgeva, al tempo stesso, una funzione di raccordo nei confronti dell’amministrazione comunale. Il programma, intanto, ha iniziato a trovare una prima attuazione concreta, tanto da consentire già l’acquisto dei materiali necessari ai primi interventi previsti.
Oggi il percorso può dirsi ancora in una fase intermedia, posto che il progetto si concluderà nel 2027, ma risultano già realizzate, o comunque programmate, le prime riunioni congiunte sia tra i pattisti, sia con i referenti dell’amministrazione comunale e di ANCI Toscana.
Ciò che merita di essere particolarmente sottolineato è, tuttavia, il fatto che il patto ha potuto prendere forma soprattutto grazie alla sua dimensione europea. Essa, infatti, non solo ha conferito cogenza al percorso, sulla base dell’accordo iniziale siglato tra ANCI Toscana e il Comune di Livorno, ma ha anche vincolato tutti i soggetti coinvolti al rispetto di tempi definiti e ha reso disponibili specifiche risorse economiche, che hanno consentito di effettuare i primi acquisti indispensabili per dare concreta attuazione alle azioni previste. In questo senso, il progetto ha apportato vere e proprie risorse condivise, idonee a tradurre in termini operativi obiettivi anche ambiziosi, concepiti non già come risultati immediatamente esauribili, bensì come l’avvio di un percorso destinato a svilupparsi negli anni successivi al 2027 all’interno di quel territorio livornese. Proprio per questo, esso ha contribuito a costruire un processo difficilmente reversibile per tutti i soggetti coinvolti, comunità locali, associazioni, amministratori e tecnici.
In assenza di quel progetto iniziale, divenuto progressivamente vincolante, e senza il ruolo svolto da ANCI Toscana nell’avviare il percorso e nel sostenerlo anche sul piano economico mediante le risorse europee, è verosimile ritenere che un’iniziativa tanto complessa e ambiziosa, capace di mettere in relazione sia differenti settori interni all’ente, sia associazioni e cittadini del territorio, avrebbe rischiato di arenarsi nel tempo. I tempi imposti dal progetto, unitamente alle risorse rese disponibili, hanno invece indotto tutti gli attori coinvolti ad accelerare il processo, favorendo la costruzione di alleanze e spingendoli a guardare oltre i conflitti di competenza, la frammentazione dei saperi e la pluralità degli interessi in campo. Inoltre, la dimensione europea ha consentito anche di diffondere conoscenze in altri territori e di attivare scambi di visioni ed esperienze con gli ulteriori partner, nazionali e francesi, coinvolti nel progetto.
Conclusioni
Da questa esperienza emerge con particolare evidenza la rilevanza della dimensione sovracomunale e, in special modo, di quella europea. È infatti proprio tale dimensione ad avere reso possibile la sperimentazione, in un ambito innovativo quale quello della resilienza ai cambiamenti climatici, di un patto di collaborazione capace di dare forma istituzionale a un’alleanza territoriale che, altrimenti, sarebbe verosimilmente rimasta inespressa. Ciò è avvenuto in un contesto particolarmente delicato, segnato dagli effetti drammatici degli eventi alluvionali, ma al tempo stesso già sensibile e recettivo rispetto alle logiche dell’amministrazione condivisa.
La forza del patto deriva, in larga misura, proprio da questo ruolo svolto dalla dimensione europea. Essa, infatti, non solo favorisce esperienze di partecipazione attiva della cittadinanza e la diffusione dei relativi risultati, contribuendo così anche alla conoscenza e alla circolazione di strumenti quali i patti di collaborazione e l’amministrazione condivisa, ma rende altresì disponibili le condizioni materiali affinché tali esperienze possano tradursi in pratiche effettive. In questo senso, ANCI Toscana si è fatta interprete e veicolo di tale forza propulsiva, contribuendo a far sì che venissero sostenute, almeno nella loro fase iniziale, le azioni e le dotazioni materiali necessarie per dare attuazione a quanto congiuntamente definito da cittadini e amministrazione. Al tempo stesso, il progetto ha imposto tempi, obiettivi e risultati, sottoponendo il percorso a una dinamica di monitoraggio e valutazione che ne ha rafforzato la tenuta e la credibilità.
Proprio per la sua natura sovracomunale ed europea, e dunque per il suo carattere di esperienza di amministrazione condivisa multilivello, il progetto ha potuto svilupparsi con una propria autonomia economica e organizzativa, tale da garantire non soltanto la nascita del patto, ma anche la sua effettiva attivazione, facilitando la costruzione di un’alleanza sia tra i cittadini, sia tra questi e l’amministrazione locale, anche grazie al ruolo attivo assunto da ANCI Toscana.
Alla luce dell’esperienza di ADAPTWISE, sembra allora possibile ritenere che la dimensione europea possa rappresentare una direttrice particolarmente promettente per quei progetti di cura dei beni comuni che si caratterizzano per un più elevato tasso di innovazione. In tali contesti, infatti, lo scambio di esperienze su scala internazionale consente non solo di diffondere conoscenze e competenze, ma anche di mostrare concretamente che cosa significhi costruire percorsi di amministrazione condivisa dei beni comuni capaci di coniugare partecipazione, responsabilità diffusa e capacità trasformativa dei territori.
Immagine di copertina: fotografia di Mario Morroni.
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