Il problema di partenza: una Pubblica Amministrazione che ottimizza, non che immagina
Il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale tende a oscillare tra due estremi ugualmente sterili: la celebrazione acritica dello strumento e la demonizzazione apocalittica. Entrambi hanno un difetto comune: mancano di concretezza. La domanda emersa dall’evento, che invece vale la pena porre, soprattutto per chi lavora ogni giorno nei territori con cittadini e istituzioni, è più precisa: a chi appartiene l’IA, chi ne fissa le regole, e a quale fine viene orientata?
I modelli oggi disponibili sono proprietà di grandi soggetti privati, costruiti con logiche estrattive e senza governance condivisa. Lasciarli così significa lasciare che amplifichino le stesse asimmetrie di potere che l’amministrazione condivisa prova invece a cambiare. Ma la risposta non può essere ignorare lo strumento: significa scegliere meglio gli strumenti e occupare lo spazio prima che lo occupino altri.
C’è poi una tentazione a cui le amministrazioni rischiano di cedere facilmente: usare l’IA per ottimizzare il mondo com’è, non per immaginarne uno diverso. Più efficienza negli stessi processi, più velocità nelle stesse decisioni, più dati sugli stessi fenomeni. Ma se quei processi riproducono le ingiustizie, l’IA le riproduce ancora più in fretta. La scelta tra ottimizzare e immaginare non è tecnica: è una scelta politica.
Cosa ha a che fare tutto questo con i patti di collaborazione
L’amministrazione condivisa, così come Labsus l’ha promossa e praticata in questi anni, è un modello politico oltre che amministrativo. Il Regolamento per l’Amministrazione condivisa dei beni comuni e i Patti di collaborazione che ne derivano non sono strumenti burocratici: sono la forma concreta in cui cittadini attivi e istituzioni si riconoscono come soggetti su un piano paritario, corresponsabili della cura dei beni comuni, di ciò che appartiene a tutti.
In molte città italiane alcune delle esperienze più vive non sono servizi pubblici tradizionali ma beni comuni, spazi collaborativi e plurali come orti e giardini condivisi, biblioteche di comunità, portinerie di comunità, case di quartiere, spazi autogestiti ecc. Non è un fenomeno marginale: è un cambio di paradigma già in atto, che va da un modello basato sull’erogazione di servizi a uno fondato sulla cura e la gestione condivisa. L’IA può essere uno strumento prezioso per questo paradigma solo se viene usata e progettata con questa visione, non in sua assenza.
Il punto nodale, emerso con chiarezza dal recente evento promosso da Labsus e Fondazione ISMU, è questo: l’amministrazione condivisa e l’IA non sono due piani separati. Il loro intreccio è la soluzione. L’IA libera risorse umane dai compiti automatizzabili per reindirizzarle verso il lavoro relazionale nei quartieri, nell’accompagnamento dei processi partecipativi, nella coprogettazione e nel supporto ai patti di collaborazione. Quindi non dieci funzionari dietro uno schermo, ma dieci funzionari nel territorio. Per parafrasare il nome del primo grande progetto di Labsus: liberare energie per costruire comunità.
Tre azioni concrete: informazione, voce, memoria
Senza astrazioni, è utile identificare tre ambiti in cui l’IA può già oggi rafforzare le pratiche di amministrazione condivisa.
Abbassare le soglie di accesso. Prima ancora di scegliere di partecipare dobbiamo essere informati. L’IA può agire su questo primo gradino: call center multilingua, sintesi di documenti amministrativi complessi, traduzione di atti in linguaggio comprensibile. L’esperienza bolognese con il supporto in dieci lingue senza mediatori linguistici è già una realtà. Chi non conosce il linguaggio istituzionale non è un cittadino passivo: spesso è il soggetto più motivato ad attivarsi e prendersi cura del proprio quartiere. L’IA può dargli voce e protagonismo.
Rendere visibili le esperienze invisibili. Molte esperienze di gestione condivisa di beni comuni sono piccole e dipendenti dall’energia di alcuni singoli cittadini. Non generano dati strutturati e restano ignote al di fuori del loro quartiere. L’IA può renderle visibili, connettibili, scalabili: contribuire a trasformare le piccole pratiche in un patrimonio collettivo, mappato e valorizzato dalle istituzioni. L’esperienza locale che non sapeva nemmeno di non essere sola così può alimentare la rete.
Costruire memoria istituzionale. Tutte le politiche e le infrastrutture dipendenti dalla sola volontà politica possono essere spente e depotenziate più facilmente. L’IA può aiutare a costruire archivi viventi di bisogni, risorse, proposte e processi partecipativi difficili da cancellare con un cambio di equilibri politici. La continuità dipende meno dalla volontà del singolo assessore se i dati e i processi sono più condivisi e accessibili.
Il rischio da evitare: la partecipazione simulata
L’IA può essere usata anche per simulare la partecipazione senza realizzarla realmente e contribuire a raccogliere input su scala massiccia senza che nulla cambi. Nell’evento al Govtech Forum abbiamo parlato di un caso brasiliano, con una banca dati enorme di proposte cittadine, di cui solo l’uno per cento è stato portato avanti. La stessa dinamica si è osservata anche in Francia. Lo si può definire “sfruttamento”?. L’accountability — ciò che emerge dalla collettività non viene perseguito, ma almeno viene spiegato, archiviato, reso disponibile — non è un optional etico: è la condizione necessaria per rendere la partecipazione sostenibile nel tempo.
C’è anche un rischio di altra natura, forse più sottile: quello che il 20 marzo abbiamo chiamato la “zona intermedia” delle decisioni. Non quelle chiaramente delegabili all’algoritmo, non quelle chiaramente irriducibili alla relazione umana, ma quella fascia grigia in cui l’IA produce risposte plausibili che l’umano tende a validare senza una vera analisi critica. È lì che si annidano i rischi maggiori, ed è propri in quella zona grigia che la partecipazione dei cittadini al processo rompe gli schemi portando prospettive nuove che né il modello né il funzionario possono vedere.
L’algoritmo sbaglia. La comunità lo sa
Uno degli spunti più interessanti emersi dal seminario è l’idea che la libera partecipazione dei cittadini non serva solo a raccogliere bisogni, ma aiuti anche a interrogare e correggere i modelli IA, portando ciò che l’algoritmo non sa leggere: espressioni, culture, intenzioni, sfumature, corpi, su cui il modello non è stato calibrato. Chi partecipa porta la diversità che rompe i bias del modello. In questo senso, i processi di amministrazione condivisa (per loro natura inclusivi, radicati nel territorio, costruiti sulla relazione) sono già un antidoto naturale all’autoreferenzialità dei sistemi automatizzati.
L’esempio del Kenya raccontato nel seminario è illuminante: gruppi di cittadini, che non avevano la capacità di comprendere il linguaggio tecnico e burocratico usato dagli enti gestori dei servizi sanitari, hanno usato l’IA per costruire collettivamente un’analisi dei dati e portarla ai decisori locali. L’IA ha abbassato la soglia d’ingresso alle istituzioni senza però sostituire la relazione. E quei cittadini dopo hanno continuato il percorso in autonomia. È esattamente il tipo di empowerment che l’amministrazione condivisa persegue: non delegare alla macchina, ma usarla per rafforzare la capacità dei singoli e quella di agire insieme.

Michelangelo Pistoletto, Io sono il robot – Il robot sono io, 2019, Matita su carta, 26 x 21 cm – Collezione dell’artista, Biella (Pubblicata per gentile concessione dell’autore)
Una questione di priorità: formare prima le amministrazioni
Un ultimo punto, che Labsus conosce bene per esperienza diretta: il cambiamento non avviene se non trasforma dall’interno le istituzioni. Nel seminario è emerso chiaramente: bisogna formare prima le amministrazioni per abilitare la comunità. Il conflitto sull’uso questi strumenti non è presente solo fuori dalla Pubblica amministrazione: è dentro di essa e soprattutto solo dall’interno dell’amministrazione si possono implementare processi abilitanti per tutti, fuori e dentro le istituzioni. L’amministratore che teme di perdere il proprio controllo o più in generale il proprio ruolo può usare l’IA per automatizzare le logiche esistenti, rafforzando la “gabbia” burocratica e rendendola solo più efficiente.
La delibera bolognese per un uso etico dell’IA da parte dei dipendenti comunali ad esempio nasce da un atto di appropriazione consapevole: non è un tabù da vietare, ma uno spazio da occupare e riempire di senso prima che lo occupino altri, male. Il coraggio istituzionale di intraprendere questa strada è il primo passo. E la corresponsabilità, cioè ragionare non in termini di chi demonizzare ma di chi condivide la cura di uno strumento, è il principio che l’amministrazione condivisa ha già messo al centro da anni.
L’intelligenza collettiva non si delega
L’intelligenza artificiale e l’intelligenza collettiva non sono alternative. La seconda non si riduce con l’uso della prima — ha una qualità propria, fatta di umanità, creatività, relazione, contesto, emozione, scelta — e può usare l’IA come amplificatore. La domanda, allora, non è se “useremo l’IA?”. La risposta a quella domanda ovviamente è già scritta. La domanda vera è: “siamo capaci di costruire contesti in cui l’intelligenza collettiva si esprime davvero, o lasciamo che l’IA la simuli?”.
Per chi lavora con i patti di collaborazione, con i beni comuni, con le comunità di pratica nei territori, questa domanda non è astratta. È operativa. Perché se l’IA libera tempo ai funzionari dai compiti automatizzabili e quel tempo viene reinvestito nel lavoro relazionale nei quartieri, nei processi di cura condivisa, nell’accompagnamento ai patti, allora lo strumento è stato orientato bene. Non è detto che avvenga da solo. Va deciso, progettato, governato insieme. Ed è esattamente ciò che l’amministrazione condivisa sa fare.
Questo articolo prende spunto da una riflessione organizzata da LABSUS e Fondazione ISMU il 20 marzo 2026 a Milano nel corso del Govtech Forum 2026 dal titolo “Quali strumenti digitali per la democrazia di domani? La tecnologia al servizio del protagonismo dei cittadini”, realizzato presso il Milano Luiss Hub. Le relatrici sono state:
- Erika Capasso, Delegata alla riforma dei Quartieri, all’Immaginazione civica, al progetto Case di Quartiere, alle politiche per il terzo settore, al bilancio partecipativo, all’inchiesta sociale, alla sussidiarietà circolare e alle nuove cittadinanze del Comune di Bologna;
- Daniela Ciaffi, vicepresidente di Labsus e docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio al Politecnico di Torino;
- Marina D’Odorico, Project Manager presso Fondazione ISMU;
- Silva Ferretti, valutatrice indipendente con una lunga esperienza nei settori umanitario, dello sviluppo e del peacebuilding, che negli ultimi anni ha esplorato in modo sistematico l’uso dell’intelligenza artificiale nella valutazione;
- Vanessa Lista, Head of GovTech and Partnerships di Digital Hub Denmark;
- Gaia Romani, Assessora al Decentramento, Quartieri e Partecipazione, Servizi Civici e Generali del Comune di Milano, insieme a Giulia Conese, esperta tecnica dell’omonimo assessorato.
Per la rielaborazione dei contenuti del convegno è stata utilizzata anche l’intelligenza artificiale (Anthropic – 2025 – Claude Sonnet 4.6)
Alessandro Mondino – socio attivo ed ex coordinatore nazionale Labsus.
LEGGI ANCHE:
- La difesa dei lavoratori digitali passa per l’Amministrazione condivisa
- La blockchain come attuazione della sussidiarietà orizzontale
Immagine di copertina: Evento “Quali strumenti digitali per la democrazia di domani? La tecnologia al servizio del protagonismo dei cittadini”, del 20 marzo 2026 organizzato da LABSUS e ISMU nel corso del Govtech Forum 2026
