In un piccolo borgo vicino a Trento, il Malgone di Calandrai ospita attività e laboratori nel quadro di un Patto di collaborazione con associazioni e case editrici locali.

Ci sono luoghi nati per ospitare mandrie e produrre formaggi che, a un certo punto della loro storia, si trasformano in laboratori di idee e spazi di socialità. È il caso del Malgone, una baita situata in un piccolo borgo montano a circa 12 chilometri da Trento con appena 111 abitanti che, resistendo allo spopolamento, negli ultimi anni ha persino visto nascere quattro bambini. 

Dalla concessione tradizionale all’amministrazione condivisa

In passato la malga era gestita dalla Pro Loco locale, che vi organizzava attività ricreative per gli abitanti della zona e della città vicina. Il termine della concessione è andato a coincidere con un momento in cui il ripensamento del Monte Bondone era uno degli obiettivi dell’amministrazione comunale. In quel periodo si era infatti avviata la costruzione di una rete di partner per valorizzare il capitale sociale locale e a consolidare il presidio del territorio da parte dei residenti. Così, in questa direzione e nell’anno di Trento Capitale Europea e Italiana del Volontariato, il Comune ha trovato importante pensare la co-gestione dei beni comuni come esercizio di cittadinanza attiva e inclusiva. Come spiega la funzionaria comunale Francesca Di Biase, l’Amministrazione ha voluto investire su «una cultura del dialogo con il territorio» e per favorire una partecipazione aperta e orizzontale, è stato pubblicato un avviso pubblico per un Patto di collaborazione, con l’obiettivo di costruire un calendario condiviso di attività per gestire insieme il Malgone. In quest’ottica, sono stati quindi organizzati incontri pubblici per illustrare a cittadini e associazioni il concetto di “Bene comune”, ponendo l’accento sui valori della gratuità e della sostenibilità .

Una cordata insolita: quando gli editori salgono in malga

La risposta degli enti e del territorio all’avviso pubblico ha sorpreso tutti: alla chiamata del Comune hanno risposto ben dieci realtà diverse. Accanto alla Proloco e due cooperative, si è proposta un’inedita rete di piccole case editrici trentine «È stato un caso, le energie giravano!», ricordano i protagonisti. Una coincidenza fortunata, nata dal fatto che l’allora presidente della Proloco era stato, anni prima, anche alla guida degli editori locali, attivando un tam-tam che ha contagiato il settore. A completare il quadro si è unita una cooperativa sociale e due cittadini attivi che mettevano a disposizione competenze quali la conoscenza della tecnica di costruzione dei muretti a secco, e proposte tra cui un cineforum di montagna. L’avviso ha messo quindi in moto un’ondata di entusiasmo che ha espresso diverse proposte e voglia di immaginare la nuova vita della Malga. «Si sa, le idee vengono come le ciliege, nella progettazione partecipata», commenta Di Biase.
Il confronto tra diverse realtà ha generato un forte incremento delle attività culturali, allargando il target di persone che partecipavano e riuscendo a proporre oltre quaranta eventi in un anno.  Gunder Books , ad esempio, hanno proposto laboratori di ginnastica posturale per neomamme abbinati ad aperitivi letterari sui temi della maternità,oppure le altre case editrici hanno invitato autori per presentare i loro libri, riscuotendo un bel successo di pubblico. A proposito di questo, Barbara Ciaghi di Edizioni del faro osserva: «In qualche modo si sono presi cura delle mamme e nello stesso tempo del Malgone. Questa nuova alleanza ha fatto spostare il termine della cura dalle azioni alle parole, alla letteratura, in una maniera inaspettata».

Oltre la sindrome di Pollyanna: le fatiche della progettazione partecipata 

Tuttavia, al di là dei bei risultati raggiunti, nelle parole dei protagonisti c’è anche il racconto della fatica a stare nel processo di progettazione partecipata. Anche Francesca Di Biase ammette con franchezza che, durante il percorso, ci si è scontrati con molte criticità, sulle quali «si è scontrato il mio mondo di Pollyanna». Mettere attorno allo stesso tavolo soggetti che non si conoscevano e con background e idee progettuali differenti ha sollevato inevitabili resistenze.
«Ho cercato di mediare e sviluppare sinergie che in seguito si sono costruite, soprattutto tra le case editrici che hanno compreso immediatamente il valore e la potenzialità del Patto, si è riuscito quindi a costruire, con fatica, una regolazione interna. Purtroppo, nel corso del processo si sono persi i due cittadini attivi, che probabilmente hanno valutato troppo onerosa la partecipazione ed E’ stato un vero peccato, perché portavano entrambi competenze e proposte davvero interessanti» dice De Biase. Tuttavia, la fatica o forse il timore di stare nel conflitto con enti più strutturati ha fatto sì che non si sentissero a loro agio nel percorso. Sicuramente, il tema dell’inclusione di sensibilità e attori diversi nelle fasi di co-progettazione è una questione importante da considerare.
La collaborazione ha richiesto uno sforzo di maturità non indifferente da parte di tutti i partecipanti. che hanno dovuto rivedere i propri progetti e farli dialogare con le proposte degli altri: «È evidente che bisognava fare un passo indietro a livello di protagonismo, adattare e adeguare le azioni… bisogna credere nella trasversalità e composizione delle proposte che possono nascere dalle collaborazioni, anche quelle inaspettate” ci ha detto Raffaelli, della casa editrice Nuovi Panorami e dell’ETS A Partire da Noi.
Anche per la Proloco la progettazione partecipata non è sempre stata semplice, sia per la complessità di coordinare un gruppo così eterogeneo, sia per il limite della gratuità degli eventi imposto dal Comune, che ha aperto accesi dibattiti sulla sostenibilità economica delle attività. Eppure, il bilancio finale pende verso il valore del progetto: «Si fa fatica, però merita; il mio pensiero è che quel posto merita la nostra fatica» dice Paolo Curco il referente della Proloco per il Patto.

Il nuovo ruolo del dipendente pubblico nell’amministrazione condivisa

La fatica dello stare nella co-progettazione non è solo dei pattisti: anche i dipendenti pubblici stanno facendo esperienza di un nuovo modo di relazionarsi con i cittadini. Francesca Di Biase evidenzia come i dipendenti comunali si siano trovati davanti a funzioni per le quali spesso non hanno competenze specifiche: «In questi processi ci viene chiesto difarci mediatori, di facilitare le relazioni, trovare soluzioni. In questo campo ci vogliono doti umane e di resilienza non indifferenti».  Come Labsus, ci capita spesso di confrontarci con i dipendenti che portano questo stesso pensiero: il ruolo del dipendente è messo alla prova dall’amministrazione condivisa che lo vede attore attivo nella costruzione del patto, parte del processo e allo stesso tempo facilitatore, spesso catalizzatore e interfaccia della PA nei momenti di scontento. Da burocrate, il dipendente pubblico si trasforma in facilitatore e risolutore di criticità, si ritrova a stare su un piano prettamente relazionale e spesso di conflitto a cui non è spesso preparato. Eppure c’è grande coinvolgimento e entusiasmo, a volte frustrato, anche da parte dei funzionari che si rendono conto di dover apprendere nuove competenze e che in qualche modo accettano questa nuova sfida.
Nel caso di Trento, la scommessa del Comune –  -che ha tenuto per sé la regia, la facilitazione e i costi delle utenze, lasciando la gestione degli spazi e delle attività ai cittadini- – ha pagato: la novità delle case editrici ha stimolato la partecipazione di un target giovane e cittadino completamente diverso da quello tradizionale, arricchendo l’offerta e creando una vera e propria comunità. Allo stesso tempo questo tipo di collaborazione diventa molto onerosa da parte del Comune, sia in termini di costi che di risorse di dipendenti per la gestione del patto. Forse una formula più condivisa, anche sulla gestione operativa, farebbe coinvolgere maggiormente in termini di responsabilità anche gli attori meno partecipi.
Allo stesso tempo, la fatica a costruire le relazioni da parte dei pattisti è fisiologica anche allo strumento dell’avviso pubblico per la costruzione del Patto. Ѐ preferibile prevedere un percorsopiù lungo  affinché i diversi attori si confrontino e trovino il modo di collaborare. È evidente che, se il bene viene riconosciuto dalla comunità, è più facile stabilire relazioniche spesso sono già pregresse. D’altra parte, se c’è una chiamata da parte dell’Amministrazione, le realtà che rispondono spesso non si conoscono e devono far fronte a una collaborazione con soggetti che non si sono scelti.

Il valore del “Come”

Alla fine della prima sperimentazione, si può comunque dire che l’esperienza è stata positiva. Come spiega Mario Fiori della cooperativa Amica, la co-gestione ha trasformato la struttura in «un contenitore di idee, richiesto e utilizzato anche da altri, costruendo relazioni e alleanze che lo facessero crescere, per essere sempre più abitato».
La vera forza del progetto è stata rimettere al centro il metodo della progettazione partecipata, che è stata interiorizzata ed è diventato il motore del progetto: «In questo luogo, mi sembra importante, non è il “cosa fai” ma il “come lo fai” (…) Tutti avevano idee definite su quello che avrebbero voluto che succedesse, ma poi si parla insieme e tutto prende una forma diversa, ma comunque condivisa». Nonostante la fatica, si è trovato un modo per collaborare facendolo  in modo condiviso, per rendere il Malgone davvero di tutti. Il Malgone non è più solo quindi uno strumento per promuovere il territorio del Monte Bondone; è diventato un luogo educativo che cura le persone attraverso la reciprocità, come ci ha detto Giulia: «Gli eventi fanno bene al Malgone e viceversa!».

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Immagine di copertina: Stefano Aliverti su Pexels.