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	<title>Michela Passalacqua, Autore presso Labsus</title>
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	<title>Michela Passalacqua, Autore presso Labsus</title>
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		<title>L &#8216; economia sociale e solidale come economia della società </title>
		<link>https://www.labsus.org/2016/12/economia-sociale-e-solidale-come-economia-della-societa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michela Passalacqua]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Dec 2016 00:13:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia sociale]]></category>
		<category><![CDATA[ess]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo il Trattato istitutivo, l&#8217;Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell&#8217;Europa, anche grazie all&#8217;affermarsi di un&#8217;economia sociale fortemente competitiva. Tale formula, in estrema sintesi, rimette in via principale lo sviluppo economico al funzionamento dei meccanismi di mercato, alimentati dalla razionalità  dello scambio, strumentale al profitto. Gli effetti delle dinamiche competitive devono però essere mitigati da interventi pubblici a tutela dei diritti sociali di coloro che restano marginalizzati dal libero gioco delle relazioni economiche. Si pensi, ad esempio, alle prestazioni rese per assicurare il diritto all&#8217;abitazione, all&#8217;istruzione, alla salute. In questo modello, Stato e mercato operano separatamente: il secondo fisiologicamente genera disuguaglianze, di cui dovrebbe occuparsi il primo, grazie alla funzione redistributiva. Nel diritto europeo, quindi, l&#8217;economia deve essere conformata al sociale dai pubblici poteri, chiamati a riparare alle disparità  create dal funzionamento del mercato. Come può l&#8217;economia essere sociale e solidale? Diversa è invece l&#8217;Economia sociale e solidale (ESS), priva di alcuna menzione o riconoscimento nei Trattati europei, affermatasi in Francia e in alcuni paesi dell&#8217;America latina. Questa economia diventa sociale perché capace di esprimere, in positivo, il divenire delle relazioni tra gli individui, i quali concludono transazioni governate dal paradigma della reciprocità , nel senso che un soggetto agisce a favore di un altro non per la pretesa di una ricompensa ma per l&#8217;aspettativa che anche un altro soggetto in futuro agisca a suo favore, direttamente, o indirettamente; questo sembra poter accadere spontaneamente quando le persone agiscono a favore dello stesso interesse generale &#8211; recte: il &#8221; Comune &#8221; -. E&#8217; un&#8217;economia della società , nel senso che si fonda sulle relazioni sociali tenute insieme dai doveri di solidarietà : è come se gli individui (soggetti) legati da un interesse generale (oggetto) riuscissero a riemergere in una dimensione anche soggettivamente pubblicistica, capace di andare oltre i diritti e gli interessi dei singoli (se ne veda la definizione nel Dizionario dell&#8217;altra economia a cura di J.L. Laville e A.D. Cattani). Questo processo di consolidamento della società  civile in un polo sostanzialmente pubblicistico intende condurre al cambiamento sociale attraverso l&#8217;innovazione delle pratiche con cui si realizza la socialità . Si respinge dunque l&#8217;idea di voler affrontare la nuova &#8221; questione sociale &#8221; attraverso strumenti rimediali, cioè meramente riparatori. L&#8217;ESS, pertanto, non si presta ad essere ridotta al c.d. terzo settore, né tantomeno può essere definita in chiave unicamente soggettiva, cioè limitandosi a ricavarne i confini dagli statuti dei soggetti, quali associazioni fondazioni o cooperative che almeno formalmente non operano per fini di lucro, sebbene spesso nella realtà  sembrino essersi ben adattati agli schemi d&#8217;azione tipici degli attori dell&#8217;economia di mercato. In definitiva, l&#8217;ESS funziona in modo tale da risultare perfetta per la realizzazione dell&#8217;interesse generale, ovvero del &#8221; Comune &#8221; . Interesse generale e paradigma della reciprocità  L&#8217;interesse generale  della comunità , nella parte in cui corrisponde alla tutela di ciò che la dottrina economica riconduce al &#8221; Comune &#8221; , sembra capace di non contrapporre più l&#8217;interesse generale di tutti alla protezione dei diritti fondamentali dell&#8217;individuo, configurandosi finalmente in un&#8217;accezione positiva e non più circoscritta alla dimensione di limite rispetto ai diritti dei singoli. Cosìconcepito, l&#8217;interesse generale consente la tutela di diritti fondamentali calati in una dimensione plurale e di reciproca connessione, in un&#8217;accezione molto più pregnante rispetto all&#8217;estensione dell&#8217;interesse collettivo considerato come sommatoria di interessi individuali, comunque circoscritti ad un gruppo. L&#8217;assunto trova riscontro nelle emergenti esigenze di conservazione e accessibilità  ai beni giuridici che consentono la soddisfazione di interessi generali, si tratti del paesaggio, dello sgorgare delle sorgenti, di uno spazio verde urbano. E infatti, nell&#8217;ottica della conservazione dei beni destinati a soddisfare bisogni essenziali dell&#8217;uomo, la tutela del diritto di ciascuno implica la tutela dei diritti di tutti, ovunque si trovino, anche con riferimento all&#8217;uso futuro, sia perché l&#8217;interesse generale &#8211; calato in una dimensione universalistica &#8211; non può conoscere limitazioni territoriali o correlate all&#8217;appartenenza ad un gruppo, sia perché la fruizione attuale del bene non deve impedire l&#8217;accesso al medesimo bene di chi verrà  dopo. Per altro verso, l&#8217;accesso di ciascuno al godimento del bene non esclude l&#8217;accesso dell&#8217;altro grazie all&#8217;ontologico carattere della non escludibilità  del consumo, capace di generare condizioni favorevoli allo sviluppo di relazioni collaborative, a prescindere da prassi ed usi ripetutisi nel tempo. Resta, tuttavia, aperto il problema di come disciplinare tale accesso nel rispetto della scarsità  del bene, rinvenendo moduli giuridici idonei a valorizzare le relazioni di reciprocità  che, come suggerisce la scienza economica, sembrano potersi instaurare tra gli utilizzatori in modo più frequente di quanto usualmente ritenuto. La gestione comune dell&#8217;interesse generale Come emerge dal primo paragrafo, l&#8217;ESS incorpora il paradigma della democrazia nel senso etimologico di governo del popolo, in quanto, al contrario del modello di sviluppo for profit che relega consumatori e clienti a ruolo di meri destinatari esterni delle azioni poste in essere dalle corporations, l&#8217;ESS mira al coinvolgimento dei beneficiari dell&#8217;attività  economica svolta (quando utenti, quando lavoratori), i quali sono chiamati ad originare e gestire insieme, dall&#8217;interno, il farsi, in chiave propositiva e attiva, della decisione che li riguarderà . In quest&#8217;ottica, si deve superare la dicotomia pubblico-privato, andando oltre la contrapposizione tra pubblica amministrazione e cittadini, rinvenendo moduli di integrazione. La sfida è coinvolgere i privati nella gestione degli interessi generali, che a priori dovrebbero essere interessi propri dello Stato collettività  e dunque anche della pubblica amministrazione. Gli individui, tutti portatori dell&#8217;interesse generale in modo indifferenziato, vengono cosìresi parte della progettazione dell&#8217;intervento riguardante detto interesse. L&#8217;ESS, pur necessitando ancora di una maggiore attenzione da parte del diritto per la ricostruzione delle sue regole, può quindi rappresentare la risposta al quesito posto da Elinor Ostrom su come un gruppo di attori può organizzare se stesso volontariamente per dare un esito positivo ai suoi sforzi. Con riferimento ai servizi pubblici essenziali, quali, ad esempio, l&#8217;erogazione dell&#8217;acqua o la raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani, volti a soddisfare l&#8217;interesse generale, l&#8217;amministrazione condivisa potrebbe ben prestarsi alle richiamate esigenze di promozione del &#8221; Comune &#8221; , attraverso il coinvolgimento da parte dei gestori, aventi forma di organismi di diritto pubblico, delle  comunità  di lavoratori</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2016/12/economia-sociale-e-solidale-come-economia-della-societa/">L &#8216; economia sociale e solidale come economia della società </a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Secondo il Trattato istitutivo, l&#8217;Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell&#8217;Europa, anche grazie all&#8217;affermarsi di un&#8217;<strong>economia sociale fortemente competitiva</strong>. Tale formula, in estrema sintesi, rimette in via principale lo sviluppo economico al funzionamento dei meccanismi di mercato, alimentati dalla razionalità  dello scambio, strumentale al profitto. Gli effetti delle dinamiche competitive devono però essere mitigati da interventi pubblici a tutela dei diritti sociali di coloro che restano marginalizzati dal libero gioco delle relazioni economiche. Si pensi, ad esempio, alle prestazioni rese per assicurare il diritto all&#8217;abitazione, all&#8217;istruzione, alla salute. In questo modello, <strong>Stato e mercato operano separatamente</strong>: il secondo fisiologicamente genera disuguaglianze, di cui dovrebbe occuparsi il primo, grazie alla funzione redistributiva. Nel diritto europeo, quindi, l&#8217;economia deve essere conformata al sociale dai pubblici poteri, chiamati a <strong>riparare alle disparità  create dal funzionamento del mercato</strong>.</p>
<h1 style="text-align: justify;"><strong>Come può l&#8217;economia essere sociale e solidale?</strong></h1>
<p style="text-align: justify;">Diversa è invece l&#8217;<strong>Economia sociale e solidale (ESS)</strong>, priva di alcuna menzione o riconoscimento nei Trattati europei, affermatasi in <strong>Francia</strong> e in alcuni paesi dell&#8217;<strong>America latina</strong>.<br />
Questa economia diventa sociale perché capace di esprimere, in positivo, il divenire delle relazioni tra gli individui, i quali concludono <strong>transazioni governate dal paradigma della reciprocità </strong>, nel senso che un soggetto agisce a favore di un altro non per la pretesa di una ricompensa ma per l&#8217;aspettativa che anche un altro soggetto in futuro agisca a suo favore, direttamente, o indirettamente; questo sembra poter accadere spontaneamente quando le persone agiscono a favore dello stesso interesse generale &#8211; <em>recte</em>: il  &#8221; Comune &#8221;  -.  E&#8217;  un&#8217;economia della società , nel senso che si fonda sulle relazioni sociali tenute insieme dai doveri di solidarietà : è come se gli individui (soggetti) legati da un interesse generale (oggetto) riuscissero a riemergere in una dimensione anche soggettivamente pubblicistica, capace di andare oltre i diritti e gli interessi dei singoli (se ne veda la definizione nel <strong>Dizionario dell&#8217;altra economia</strong> a cura di J.L. Laville e A.D. Cattani). Questo processo di consolidamento della società  civile in un polo sostanzialmente pubblicistico intende condurre al cambiamento sociale attraverso l&#8217;<strong>innovazione delle pratiche con cui si realizza la socialità </strong>. Si respinge dunque l&#8217;idea di voler affrontare la nuova  &#8221; questione sociale &#8221;  attraverso strumenti rimediali, cioè meramente riparatori.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ESS, pertanto, <strong>non si presta ad essere ridotta al c.d. terzo settore</strong>, né tantomeno può essere definita in chiave unicamente soggettiva, cioè limitandosi a ricavarne i confini dagli statuti dei soggetti, quali associazioni fondazioni o cooperative che almeno formalmente non operano per fini di lucro, sebbene spesso nella realtà  sembrino essersi ben adattati agli schemi d&#8217;azione tipici degli attori dell&#8217;economia di mercato.<br />
In definitiva, l&#8217;ESS funziona in modo tale da risultare perfetta per la realizzazione dell&#8217;interesse generale, ovvero del  &#8221; Comune &#8221; .</p>
<h1 style="text-align: justify;"><strong>Interesse generale e paradigma della reciprocità </strong></h1>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;interesse generale  della comunità , nella parte in cui corrisponde alla tutela di ciò che la dottrina economica riconduce al  &#8221; <strong>Comune</strong> &#8221; , sembra capace di non contrapporre più l&#8217;interesse generale <em>di tutti</em> alla protezione dei diritti fondamentali <em>dell&#8217;individuo</em>, configurandosi finalmente in un&#8217;accezione positiva e non più circoscritta alla dimensione di limite rispetto ai diritti dei singoli. Cosìconcepito, l&#8217;interesse generale consente la <strong>tutela di diritti fondamentali calati in una dimensione plurale e di reciproca connessione</strong>, in un&#8217;accezione molto più pregnante rispetto all&#8217;estensione dell&#8217;interesse collettivo considerato come sommatoria di interessi individuali, comunque circoscritti ad un gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;assunto trova riscontro nelle emergenti esigenze di conservazione e accessibilità  ai beni giuridici che consentono la soddisfazione di interessi generali, si tratti del paesaggio, dello sgorgare delle sorgenti, di uno spazio verde urbano.</p>
<p style="text-align: justify;">E infatti, nell&#8217;ottica della conservazione dei beni destinati a soddisfare bisogni essenziali dell&#8217;uomo, la <strong>tutela del diritto di ciascuno implica la tutela dei diritti di tutti</strong>, ovunque si trovino, anche con riferimento all&#8217;uso futuro, sia perché l&#8217;interesse generale &#8211; calato in una dimensione universalistica &#8211; non può conoscere limitazioni territoriali o correlate all&#8217;appartenenza ad un gruppo, sia perché la fruizione attuale del bene non deve impedire l&#8217;accesso al medesimo bene di chi verrà  dopo. Per altro verso, l&#8217;accesso di ciascuno al godimento del bene non esclude l&#8217;accesso dell&#8217;altro grazie all&#8217;ontologico carattere della non escludibilità  del consumo, capace di generare condizioni favorevoli allo sviluppo di relazioni collaborative, a prescindere da prassi ed usi ripetutisi nel tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta, tuttavia, aperto il problema di come disciplinare tale accesso nel rispetto della scarsità  del bene, rinvenendo <strong>moduli giuridici idonei a valorizzare le relazioni di reciprocità </strong> che, come suggerisce la scienza economica, sembrano potersi instaurare tra gli utilizzatori in modo più frequente di quanto usualmente ritenuto.</p>
<h1 style="text-align: justify;"><strong>La gestione comune dell&#8217;interesse generale</strong></h1>
<p style="text-align: justify;">Come emerge dal primo paragrafo, <strong>l&#8217;ESS incorpora il paradigma della democrazia</strong> nel senso etimologico di governo del popolo, in quanto, al contrario del modello di sviluppo <em>for </em><em>profit</em> che relega consumatori e clienti a ruolo di meri destinatari esterni delle azioni poste in essere dalle <em>corporations</em>, l&#8217;ESS mira al <strong>coinvolgimento dei beneficiari dell&#8217;attività  economica</strong> svolta (quando utenti, quando lavoratori), i quali sono chiamati ad originare e gestire insieme, dall&#8217;interno, il farsi, in chiave propositiva e attiva, della decisione che li riguarderà .<br />
In quest&#8217;ottica, si deve superare la dicotomia pubblico-privato, andando oltre la contrapposizione tra pubblica amministrazione e cittadini, rinvenendo moduli di integrazione. La sfida è coinvolgere i privati nella gestione degli interessi generali, che a priori dovrebbero essere interessi propri dello Stato collettività  e dunque anche della pubblica amministrazione. Gli individui, tutti portatori dell&#8217;interesse generale in modo indifferenziato, vengono cosìresi parte della progettazione dell&#8217;intervento riguardante detto interesse.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ESS, pur necessitando ancora di una maggiore attenzione da parte del diritto per la ricostruzione delle sue regole, può quindi rappresentare la risposta al quesito posto da Elinor Ostrom su come un gruppo di attori può organizzare se stesso volontariamente per dare un esito positivo ai suoi sforzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Con riferimento ai <strong>servizi pubblici essenziali</strong>, quali, ad esempio, l&#8217;erogazione dell&#8217;acqua o la raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani, volti a soddisfare l&#8217;interesse generale, l&#8217;<strong>amministrazione condivisa </strong>potrebbe ben prestarsi alle richiamate esigenze di promozione del  &#8221; Comune &#8221; , attraverso il <strong>coinvolgimento</strong> da parte dei gestori, aventi forma di organismi di diritto pubblico, <strong>delle  comunità  di lavoratori  e utenti</strong> (come sancito già  dall&#8217;art. 43 Cost.) <strong>nelle scelte di gestione</strong> e non solo nell&#8217;esecuzione dell&#8217;attività  quali, esemplificativamente, le modalità  di consumo o la differenziazione del rifiuto.<br />
Infatti, la <strong>facoltà  di godimento del  &#8221; Comune &#8221;  dovrebbe comprendere la gestione comune</strong> prima ancora che l&#8217;accesso alla fruizione, a ribadire che già  questa fase prodromica sia espressione della facoltà  di godimento. Ne consegue che occorrerebbe valutare l&#8217;estensione del diritto fondamentale di accesso all&#8217;utilità  del bene pure a questa fase di  &#8221; costruzione &#8221;  della gestione, logicamente e operativamente antecedente.</p>
<p style="text-align: justify;">Seppure l&#8217;effetto si possa conseguire spontaneamente, rimettendosi agli spazi ormai conquistati dalla società  civile anche grazie alla <strong>costituzionalizzazione del principio di sussidiarietà </strong>, ritengo che il fenomeno potrebbe essere accelerato se, nei vari comparti, ottenesse un riconoscimento normativo. Il ruolo dell&#8217;autonomia delle persone, a mio avviso, non sarebbe rinnegato da una legislazione di promozione della collaborazione, visto che i mutamenti <em>in nuce</em> non sono destinati a stabilizzarsi repentinamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Si pensi al ruolo che possono avere i lavoratori e gli utenti di un ospedale o di un&#8217;Università  se la legislazione li facesse collaborare nell&#8217;amministrazione, senza l&#8217;attribuzione di cariche amministrative o gestionali, come peraltro già  accade per i lavoratori di questi settori, ma creando un polo di convergenza dell&#8217;interesse generale che li veda interagire come comunità  nel proporre opzioni per il suo soddisfacimento.</p>
<h1 style="text-align: justify;"><strong>Il  &#8221; Comune &#8221;  è sentire diffuso che accomuna le persone</strong></h1>
<p style="text-align: justify;"> E&#8217;  ormai possibile riscontrare come in disparati contesti geografici, si attuino  &#8221; pratiche sociali &#8221;  che attecchiscono ai margini dell&#8217;economia capitalistica, grazie al ripetersi di esperienze volte al riconoscimento, alla valorizzazione e alla tutela del  &#8221; Comune &#8221; : dall&#8217;acqua all&#8217;ambiente agli spazi urbani. Interessante che tali <strong>fatti sociali sorgano spontaneamente in luoghi disparati</strong>, ma secondo moduli assimilabili, a conferma della presenza di trasversali interessi emergenti lasciati sprovvisti di effettiva tutela dalle autorità  costituite.</p>
<p style="text-align: justify;">Il  &#8221; Comune &#8221;  sembra emergere come un <strong>sentire diffuso che accomuna le persone</strong> per l&#8217;assoluta rilevanza, generalità  e imprescindibilità  degli interessi da proteggere, bisognosi di una tutela giuridica al momento solo formale e non effettiva.  E&#8217;  un&#8217;esperienza intuitiva che si presenta come un riflesso fenomenologico, cioè una conseguenza cognitiva, prima ancora che giuridica o economica, derivante dal manifestarsi di una realtà .<br />
La  &#8221; capacità  sociale &#8221;  di comprensione e di intervento anticipa il diritto e quindi la scienza economica, essendo la regola intrinseca al farsi dell&#8217;economia.</p>
<p>Un simile modello si presta a determinare lo sviluppo, almeno in via complementare, di un&#8217;economia non capitalistica, bensìsociale e solidale. Esso può episodicamente diffondersi spontaneamente, ma potrà  poi <strong>svilupparsi solo se rinverrà  dei rodati e riconosciuti moduli decisionali</strong>, in grado di ripetersi e di conquistare cogenza. Dovrà , in altre parole, divenire capace di farsi norma giuridica.<br />
Al giurista il compito di individuare gli assetti in cui possa manifestarsi la forma istituzionalizzata in grado di rappresentare la descritta evoluzione delle relazioni sociali.</p>
<p><strong>  </strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2016/12/economia-sociale-e-solidale-come-economia-della-societa/">L &#8216; economia sociale e solidale come economia della società </a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Economia del bene comune e gestione dei servizi di pubblica utilità </title>
		<link>https://www.labsus.org/2015/06/economia-del-bene-comune-e-gestione-dei-servizi-di-pubblica-utilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michela Passalacqua]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2015 14:02:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[bene comune]]></category>
		<category><![CDATA[comunità ]]></category>
		<category><![CDATA[servizi di pubblica utilità ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni fabbrica dismessa è la &#8221; risulta &#8221; di una certa specie di economia di mercato, che chiamiamo capitalismo occidentale, diffusosi in questa parte del mondo nel corso del XIX secolo. L&#8217;attore principale degli scambi di mercato in cui si realizza simile modello di sviluppo è la società  di capitali, la quale svolge attività  economica, di norma a fine di lucro (salvo espressa deroga statutaria) e all&#8217;insegna dell&#8217;efficienza, cioè del raggiungimento degli obiettivi minimizzando i costi e le risorse impiegate. Ma siamo davvero certi che l&#8217;efficienza sia l&#8217;unico criterio di giudizio per valutare un&#8217;attività ? Abbiamo dati empirici a conferma che la crescita incrementi il benessere delle persone? In realtà  abbiamo elementi a sostegno dell&#8217;esatto opposto. Ulteriore tratto tipico dell&#8217;agire delle società  di capitali è che le comunità  ne restano estranee, nel senso che ne rimangono &#8221; al di fuori &#8221; . Già  la Costituzione repubblicana del 1948 individua, all&#8217;art. 43, due tipologie di comunità  chiamate a svolgere attività  economiche in luogo delle società  commerciali: le comunità  di lavoratori e le comunità  di utenti, potenziali assegnatarie della gestione di servizi pubblici essenziali, quali l&#8217;erogazione dell&#8217;acqua e dell&#8217;igiene urbana connessa al ciclo dei rifiuti. Ebbene, nell&#8217;operatività  delle società  di capitali, i lavoratori, cosìcome i consumatori-utenti (a seconda della tipologia dell&#8217;attività  svolta dall&#8217;entità  societaria), sono soggetti esterni, che subiscono le decisioni dell&#8217;impresa, quali meri destinatari. I processi decisionali sono, infatti, dominati dagli interni, cioè gli azionisti, detentori della proprietà . L&#8217;impresa capitalistica deve infatti univocamente ricercare il valore per l&#8217;azionista (il c.d. fair value). Se allora questo diviene il principale compito &#8211; o addirittura l&#8217;unico compito &#8211; dell&#8217;impresa, quando l&#8217;azionista ha raggiunto la massima soddisfazione possibile alle contingenti condizioni di mercato, si chiami Fiat, Vaccari o Olivetti, l&#8217;impresa for profit può finire la sua missione e lasciare un vuoto, che è stato definito in sociologia &#8221; spaesamento &#8221; (l&#8217;espressione è di G. Borelli, La comunità  spaesata. Quattordio, la parabola di un paese industriale, Roma, Contrasto, 2015), a parere di chi scrive da intendersi, in ossequio all&#8217;etimologia della parola, come mancanza del paese: l&#8217;assenza prende cosìil posto del villaggio industriale. La massima tensione verso la crescita non genera benessere.  Da qui le problematiche giuridiche, economiche, ma anche sociologiche da affrontare per superare tale disagio e coinvolgere i cittadini nella &#8221; rigenerazione &#8221; /riappropriazione dei luoghi. Il ruolo centrale delle comunità  nell&#8217;economia del bene comune E&#8217; ormai noto che il mercato, in cui si radica il modello di sviluppo capitalistico di cui si è detto sopra, non sia un luogo naturale, ovvero, un Eden preesistente al diritto. Il mercato, infatti, non esiste senza regole del gioco: norme giuridiche a disciplina di una partita in cui si consuma lo scambio di beni o servizi dietro il pagamento di un prezzo. In quest&#8217;ottica, l&#8217;economia sociale e solidale non rappresenta una fuga dall&#8217;economia o dal mercato, ma semplicemente la sottoposizione del mercato a regole giuridiche diverse, nel senso di alternative rispetto a quelle che si applicano all&#8217;economia capitalistica dove gli operatori agiscono &#8211; tendenzialmente &#8211; per fine di lucro. L&#8217;economia sociale e solidale mira al perseguimento del bene comune e non solo allo scambio (perpetrato dagli operatori economici) e alla redistribuzione (garantita &#8211; almeno in teoria &#8211; dallo Stato). Detto raggiungimento del bene comune è rimesso all&#8217;operatività  dei principi di reciprocità  e democrazia. La reciprocità  implica che un soggetto agisca a favore di un altro non per la pretesa di una ricompensa ma per l&#8217;aspettativa che anche un altro soggetto in futuro agisca a suo favore, direttamente, o indirettamente, cioè agendo a favore di quello stesso interesse comune. Inoltre, l&#8217;economia sociale s&#8217;incentra sul paradigma della democrazia. Mentre il settore for profit è fondato sullo schema proprietà /azionista/decisore e manager/agente/esecutore, nel quale i cittadini consumatori diventano un tutt&#8217;uno, meri destinatari esterni di scelte cui non partecipano, l&#8217;economia del bene comune mira, invece, al coinvolgimento dei lavoratori e dei beneficiari dell&#8217;attività  svolta (in genere utenti dei servizi), i quali sono chiamati a gestire insieme, dall&#8217;interno. Si pensi, ad esempio, come questo nuovo canone di sviluppo economico proteso al bene comune, possa venire ben applicato nella gestione del settore dei rifiuti, ed in specie, nell&#8217;ambito dell&#8217;attività  di raccolta differenziata, dove, al contrario, i più &#8211; Unione europea in testa &#8211; propinano il differente modello dell&#8217;economia circolare, che non a caso conosce il supporto entusiastico di importanti società  multinazionali. L&#8217;economia circolare è incentrata sulla riformulazione dei processi di produzione in modo da assicurare il minimo scarto, attraverso il costante riutilizzo e reintroduzione &#8221; circolare &#8221; delle materie nei processi produttivi: &#8221; i rifiuti di qualcuno diventano, così, le risorse di qualcun altro &#8221; . Simile modello resta quindi ancora una volta incentrato esclusivamente su ruolo e potere decisionale determinante delle imprese, ispirate al profitto e protese ad educare i consumatori ad accettare le nuove tipologie di prodotti. Proprio questo aspetto genera forti perplessità , rendendo attuale la necessità  di  riscoprire il ruolo delle istituzioni pubbliche, soprattutto degli enti locali, per coinvolgere i portatori d&#8217;interesse, cioè la collettività  e gli utenti, rendendoli soggetti attivi che non subiscano più le scelte assunte da un&#8217;entità  terza (costantemente ispirata all&#8217;ottica dell&#8217;efficienza, che non può essere il fine ultimo di ogni attività ), ma che operano, per utilità  reciproca, garantendo la gestione delle risorse per l&#8217;utilità  collettiva del gruppo cui appartengono. In quest&#8217;ottica, l&#8217;economia sociale e solidale (o economia del bene comune che dir si voglia) rappresenta un&#8217;innovazione economica, che diventa innovazione sociale e poi innovazione giuridica. Cosa può fare il diritto per assecondare i mutamenti suggeriti da questa dottrina economica? Sotto il profilo giuridico, un bene, oltre che privato, può essere pubblico, o privato ad uso pubblico, a dimostrazione che la gestione di beni non per fini di lucro, ma di reciproca soddisfazione, non presuppone che i beni modifichino il loro status giuridico divenendo per legge beni comuni. Ciò che conta è la gestione per la soddisfazione dell&#8217;interesse generale. E&#8217; utile allora individuare gli strumenti giuridici idonei a consentire la realizzazione di tale interesse. Chi scrive esclude che possa essere rimesso il tutto all&#8217;economia civile, cioè all&#8217;impresa sociale, per</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/06/economia-del-bene-comune-e-gestione-dei-servizi-di-pubblica-utilita/">Economia del bene comune e gestione dei servizi di pubblica utilità </a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni fabbrica dismessa è la  &#8221; risulta &#8221;  di una certa specie di economia di mercato, che chiamiamo capitalismo occidentale, diffusosi in questa parte del mondo nel corso del XIX secolo. L&#8217;attore principale degli scambi di mercato in cui si realizza simile modello di sviluppo è la società  di capitali, la quale svolge attività  economica, di norma a fine di lucro (salvo espressa deroga statutaria) e all&#8217;insegna dell&#8217;efficienza, cioè del raggiungimento degli obiettivi minimizzando i costi e le risorse impiegate.</p>
<p>Ma <b>siamo davvero certi che </b><b>l&#8217;efficienza sia l&#8217;unico criterio di giudizio per valutare un&#8217;attività ?</b> Abbiamo dati empirici a conferma che la crescita incrementi il benessere delle persone? In realtà  abbiamo <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/economia-e-felicita_(XXI_Secolo)/" target="_blank">elementi a sostegno dell&#8217;esatto opposto</a>.<br />
Ulteriore tratto tipico dell&#8217;agire delle società  di capitali è che le comunità  ne restano estranee, nel senso che ne rimangono  &#8221; al di fuori &#8221; .<br />
Già  la Costituzione repubblicana del 1948 individua, all&#8217;art. 43, due tipologie di comunità  chiamate a svolgere attività  economiche in luogo delle società  commerciali: le <b>comunità  di lavoratori</b> e le <b>comunità  di utenti</b>, potenziali assegnatarie della gestione di servizi pubblici essenziali, quali l&#8217;erogazione dell&#8217;acqua e dell&#8217;igiene urbana connessa al ciclo dei rifiuti.</p>
<p>Ebbene, nell&#8217;operatività  delle società  di capitali, i <b>lavoratori</b>, cosìcome i <b>consumatori-utenti</b> (a seconda della tipologia dell&#8217;attività  svolta dall&#8217;entità  societaria), <b>sono soggetti esterni</b>, <b>che subiscono le decisioni dell&#8217;impresa, quali meri destinatari</b>. <b>I processi decisionali sono, infatti, dominati dagli interni, cioè gli azionisti, detentori della proprietà </b>.</p>
<p>L&#8217;impresa capitalistica deve infatti univocamente ricercare il <a href="http://www.fondazionepirelli.org/uploadcultura/pdf/1364285986.pdf" target="_blank"><b>valore per l&#8217;azionista</b></a> (il <b>c.d. <i>fair value</i></b>). Se allora questo diviene il principale compito &#8211; o addirittura l&#8217;unico compito &#8211; dell&#8217;impresa, quando l&#8217;azionista ha raggiunto la massima soddisfazione possibile alle contingenti condizioni di mercato, si chiami Fiat, Vaccari o Olivetti, l&#8217;impresa <i>for profit</i> può finire la sua missione e lasciare un vuoto, che è stato definito in sociologia  &#8221; spaesamento &#8221;  (l&#8217;espressione è di G. Borelli, <a href="http://www.palazzomonferrato.it/borelli.html" target="_blank"><i>La comunità  spaesata. Quattordio, la parabola di un paese industriale</i></a><i>, </i>Roma, Contrasto, 2015), a parere di chi scrive da intendersi, in ossequio all&#8217;etimologia della parola, come mancanza del paese: l&#8217;assenza prende cosìil posto del villaggio industriale. La massima tensione verso la crescita non genera benessere.  Da qui le problematiche giuridiche, economiche, ma anche sociologiche da affrontare per superare tale disagio e coinvolgere i cittadini nella  &#8221; rigenerazione &#8221; /riappropriazione dei luoghi.</p>
<h1>Il ruolo centrale delle comunità  nell&#8217;economia del bene comune</h1>
<p> E&#8217;  ormai noto che <b>il mercato, </b>in cui si radica il modello di sviluppo capitalistico di cui si è detto sopra,<b> non sia un luogo naturale</b>, ovvero, un Eden preesistente al diritto. <b>Il mercato, infatti, non esiste senza regole del gioco</b>: norme giuridiche a disciplina di una partita in cui si consuma lo scambio di beni o servizi dietro il pagamento di un prezzo.<br />
In quest&#8217;ottica<b>, l&#8217;<a href="http://www.socioeco.org/index_it.html" target="_blank">economia sociale e solidale</a> non rappresenta una fuga dall&#8217;economia o dal mercato, ma semplicemente la sottoposizione del mercato a regole giuridiche diverse, nel senso di alternative </b>rispetto a quelle che si applicano all&#8217;economia capitalistica dove gli operatori agiscono &#8211; tendenzialmente &#8211; per fine di lucro.</p>
<p><b>L&#8217;economia sociale e solidale mira al perseguimento del bene comune e non solo allo scambio (perpetrato dagli operatori economici) e alla redistribuzione</b> (garantita &#8211; almeno in teoria &#8211; dallo Stato). Detto raggiungimento del bene comune è rimesso all&#8217;operatività  dei principi di reciprocità  e democrazia.<br />
La <a href="http://www.aiccon.it/file/convdoc/COOPERAZIONE.pdf" target="_blank"><b>reciprocità </b></a> implica che un soggetto agisca a favore di un altro non per la pretesa di una ricompensa ma per l&#8217;aspettativa che anche <b>un altro soggetto in futuro agisca a suo favore, direttamente, o indirettamente, cioè agendo a favore di quello stesso interesse comune</b>.</p>
<p>Inoltre, l&#8217;economia sociale s&#8217;incentra sul paradigma della <b>democrazia</b>. Mentre il settore <i>for </i><i>profit</i> è fondato sullo schema proprietà /azionista/decisore e manager/agente/esecutore, nel quale i cittadini consumatori diventano un tutt&#8217;uno, meri destinatari esterni di scelte cui non partecipano, l&#8217;economia del bene comune mira, invece, al coinvolgimento dei <b>lavoratori</b> e dei <b>beneficiari dell&#8217;attività </b> <b>svolta</b> (in genere utenti dei servizi), i quali sono chiamati a <b>gestire insieme, dall&#8217;interno</b>.</p>
<p>Si pensi, ad esempio, come <b>questo nuovo canone di sviluppo economico proteso al bene comune, possa venire ben applicato nella gestione del settore dei</b> <b>rifiuti</b>, ed in specie, nell&#8217;ambito dell&#8217;attività  di raccolta differenziata, dove, al contrario, i più &#8211; Unione europea in testa &#8211; propinano il <b>differente</b> <b>modello</b> <b>dell&#8217;</b><a href="http://www.ilpost.it/2014/07/05/economia-circolare/" target="_blank"><b>economia circolare</b></a>, che non a caso conosce il supporto entusiastico di importanti società  multinazionali. L&#8217;economia circolare è incentrata sulla riformulazione dei processi di produzione in modo da assicurare il minimo scarto, attraverso il costante riutilizzo e reintroduzione  &#8221; circolare &#8221;  delle materie nei processi produttivi:  &#8221; i rifiuti di qualcuno diventano, così, le risorse di qualcun altro &#8221; .<br />
Simile modello resta quindi ancora una volta incentrato esclusivamente su <b>ruolo e potere decisionale determinante delle imprese, ispirate al profitto e protese ad educare i consumatori ad accettare le nuove tipologie di prodotti</b>.</p>
<p>Proprio questo aspetto genera forti perplessità , rendendo attuale la necessità  di  <b>riscoprire il ruolo delle istituzioni pubbliche</b>, <b>soprattutto degli enti locali, per coinvolgere i portatori d&#8217;interesse</b>, cioè la collettività  e gli utenti, rendendoli soggetti attivi che non subiscano più le scelte assunte da un&#8217;entità  terza (costantemente ispirata all&#8217;ottica dell&#8217;efficienza, che non può essere il fine ultimo di ogni attività ), ma che operano, per utilità  reciproca, garantendo la gestione delle risorse per l&#8217;utilità  collettiva del gruppo cui appartengono.<br />
In quest&#8217;ottica, l&#8217;economia sociale e solidale (o economia del bene comune che dir si voglia) rappresenta un&#8217;innovazione economica, che diventa innovazione sociale e poi innovazione giuridica.</p>
<h1>Cosa può fare il diritto per assecondare i mutamenti suggeriti da questa dottrina economica?</h1>
<p>Sotto il profilo giuridico, un bene, oltre che <b>privato</b>, può essere <b>pubblico</b>, <b>o privato ad uso pubblico, </b>a dimostrazione che la gestione di beni non per fini di lucro, ma di reciproca soddisfazione, non presuppone che i beni modifichino il loro <i>status</i> giuridico divenendo per legge beni comuni. Ciò che conta è <b>la <a href="http://www.tempi-ibridi.it/la-razionalita-del-noi/" target="_blank">gestione per la</a></b> <b><a href="http://www.tempi-ibridi.it/la-razionalita-del-noi/" target="_blank">soddisfazione dell&#8217;interesse generale</a>.</b></p>
<p><b> E&#8217;  utile allora individuare gli strumenti giuridici idonei a consentire la realizzazione di tale interesse</b>. Chi scrive esclude che possa essere rimesso il tutto all&#8217;economia civile, cioè all&#8217;impresa sociale, per arginare ciò che da taluni è temuto come centralismo di Stato o comunque della sfera pubblica; anche perché solo con il coinvolgimento del soggetto pubblico l&#8217;economia civile potrebbe fare un salto  &#8221; quantitativo &#8221; . Inoltre, anche quegli economisti che ritengono necessario escludere l&#8217;intervento pubblico, sembrerebbero contraddirsi quando invocano il finanziamento pubblico dell&#8217;economia sociale, a dimostrazione di come quest&#8217;ultima non possa prescindere dall&#8217;aiuto dello Stato. Occorre piuttosto chiedersi come possa il pubblico potere favorire questo cambio di paradigma negli scambi.</p>
<p>Diversi sono gli strumenti, oltre al già  citato finanziamento pubblico, ricordiamo: la <b>tutela dell&#8217;interesse generale</b>, <b>attraverso nuove categorie giuridiche</b>; il ruolo dell&#8217;<b>amministrazione condivisa</b>;<b> </b>il citato <b>coinvolgimento dei lavoratori/utenti nella gestione delle imprese</b>. Quest&#8217;ultimo obiettivo può realizzarsi <b>attraverso il partenariato</b>, grazie a società  partecipate da enti pubblici e privato sociale, fra cui rientrano le <b><a href="http://www.euricse.eu/wp-content/uploads/2015/03/1296748019_n1615.pdf" target="_blank">società  cooperative di comunità </a>, già  introdotte in alcune regioni</b> (Liguria, v. Lr n. 14/2015 e Puglia, v. Lr n. 23/2014), di cui<b> sono soci necessari gli appartenenti alla comunità  cui è rivolta l&#8217;attività </b> e soci eventuali gli enti pubblici. La cooperativa di comunità , soggetto privilegiato del finanziamento pubblico, ha la  &#8221; finalità  di <b>migliorare le condizioni economiche e sociali della comunità  locale</b>, <b>attraverso la cooperazione fra i cittadini che la costituiscono</b> &#8221; , anche allo scopo di dare loro prospettive di lavoro, consistenti, quindi, nella gestione di servizi fruiti dai medesimi.</p>
<p>Viene allora da chiedersi perché nell&#8217;ennesima <a href="http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/dossier/44709_dossier.htm" target="_blank"><b>riforma dei servizi pubblici locali </b></a>(art. 14 ddl n. 1577) attualmente in discussione in parlamento, <b>invece di riproporre il modello della gestione <i>for profit</i>, in violazione della volontà  referendaria, il legislatore non provi a prendere spunto dalle straordinarie potenzialità  di questo nuovo paradigma della reciprocità </b>, per il perseguimento del bene comune, inglobando nella gestione lavoratori e utenti, o per lo meno ammettendo espressamente, tra le forme gestionali, tale possibilità  del  &#8221; fare insieme &#8221; .</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
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</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/06/economia-del-bene-comune-e-gestione-dei-servizi-di-pubblica-utilita/">Economia del bene comune e gestione dei servizi di pubblica utilità </a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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