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	<title>Emanuela Saporito, Autore presso Labsus</title>
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	<title>Emanuela Saporito, Autore presso Labsus</title>
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		<title>The Common Good: iniziative europee, idee collaborative, sogni concreti in diretta da Lussemburgo</title>
		<link>https://www.labsus.org/2015/11/the-common-good-iniziative-europee-idee-collaborative-sogni-concreti-in-diretta-da-lussemburgo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Saporito]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2015 07:24:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[imprenditori]]></category>
		<category><![CDATA[investor fair]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ma chi sono poi davvero questi imprenditori coraggiosi? Né santi, né eroi. Semplicemente persone. Persone con dei sogni e delle storie bellissime da raccontare. Storie personali di chi é riuscito a trasformare le difficoltà  quotidiane incontrate in una vita di disabilità  in opportunità , per chi meno abile non vuole rinunciare a vivere una vita di qualità , una vita   non solo normale, ma, perché no, anche &#8220;stylish&#8220;. à‰ il caso di Fiona, che ha messo a frutto un&#8217;esperienza decennale come corporate manager, per mettere in piedi Blue Badge Style, una piattaforma web e un app, una guida &#8221; Vogue &#8221; per persone meno abili, per i loro amici e le loro famiglia: http://www.bluebadgestyle.com/ Storie di lotta politica e di solidarietà  Sono storie di lotta politica, che nascono dal bisogno di riconquistare una voce nei processi decisionali pubblici e di educare alla partecipazione politica per migliorare la democrazia. Come per Stephania, da Atene. Un&#8217;appassionata giovane donna che nel 2012 fonda Politeia 2.0, una piattaforma per l&#8217;innovazione politica, che avvicina i cittadini alle decisioni pubbliche attraverso metodologie partecipative, convincendo anno dopo anno sempre più amministrazioni locali a dotarsene: http://politeia2.org/ Ci sono poi storie di solidarietà , anche nell&#8217;Europa che costruisce muri e rifiuta di dare asilo a chi scappa dalle guerre in medio oriente. A Vienna, ad esempio, c&#8217;è Gabriela, che qualche anno fa ha aperto l&#8217;hotel Magdas, per dimostrare come si può non solo ospitare i rifugiati, ma addirittura valorizzarne le competenze, le conoscenze, le storie e lavorare insieme ad un progetto di successo: un hotel di design in centro a Vienna (http://www.magdas-hotel.at/home/). Storie italiane Poi ci sono quelle storie tutte Italiane, che ci inorgogliscono. C&#8217;è Riccarda a Milano, mamma imprenditrice, che non c&#8217;è la fa proprio ad accettare che più di metà  della popolazione italiana &#8211; la popolazione femminile italiana dai dati Istat è del 51% &#8211; trovi difficoltà  ad entrare nel mondo del lavoro o sia ancora soggetta a scelte trade-off, stupide e inutilmente dolorose. Le donne e le mamme sono la sua passione. E cosìnel 2012 apre a Milano Piano C (http://www.pianoc.it/), un co-working per sole donne con un asilo autogestito al suo interno, e poi nel 2014 apre WorkHer, una piattaforma on-line che facilita l&#8217;incontro tra datori di lavoro e donne in cerca di occupazione, fino a lavorare al progetto MAAM (acronimo di Maternity as Master), un percorso di formazione e consapevolezza per donne lavoratrici in congedo di maternità . Ma la più giovane e stupefacente di queste imprenditrici (perché di fatto, finora sono storie di donne&#8230;) viene da Verona. E&#8217; Anna, ha 27 anni, una laurea alla Bocconi e un Master parigino a Science-Po. Dal 2013 Anna é presidente di una cooperativa sociale che impiega donne vittime di violenza e in difficoltà : una sartoria che lavora gli scarti di tessuto delle grandi aziende dell&#8217;industria tessile, producendo capi e accessori per marchi come Calzedonia e Carrera (http://progettoquid.it/). Investor Fair Stamattina a Lussemburgo ho incontrato 12 persone come loro, tutte donne e due uomini. Viene da chiedersi se avremmo mai avuto la fortuna di vedere realizzati progetti imprenditoriali come questi se non fossimo passati attraverso la profonda crisi di sistema degli ultimi anni, che ci ha di fatto obbligati a ripensare in un modo non tradizionale le relazioni tra società  civile, soggetti economici e istituzioni pubbliche, talvolta aprendo la strada a collaborazioni inaspettate. Queste ed altre storie saranno presentate come migliori esperienze di social entrepreneurship all&#8217;Investor Fair organizzata dal European Investment Bank Institute a inizio dicembre. Un&#8217;occasione per queste bellissime storie di trovare gambe forti &#8211; finanziamenti, consulenze strategiche, collaborazioni &#8211; per continuare a correre da sole, per rendere sempre più reali i &#8220;sogni&#8221; che ci raccontano. Emanuela Saporito, co-founder di ORTIALTI (link a www.ortialti.com), progetto di Innovazione sociale tra i finalisti all&#8217;EIB Institute Investor&#8217;s Fair.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/11/the-common-good-iniziative-europee-idee-collaborative-sogni-concreti-in-diretta-da-lussemburgo/">The Common Good: iniziative europee, idee collaborative, sogni concreti in diretta da Lussemburgo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ma chi sono poi davvero questi imprenditori coraggiosi? Né santi, né eroi. Semplicemente persone.</strong> Persone con dei sogni e delle storie bellissime da raccontare. Storie personali di chi é riuscito a trasformare le difficoltà  quotidiane incontrate in una vita di disabilità  in opportunità , per chi meno abile non vuole rinunciare a vivere una vita di qualità , una vita   non solo normale, ma, perché no, anche &#8220;<em>stylish</em>&#8220;.<br />
à‰ <strong>il caso di Fiona</strong>, che ha messo a frutto un&#8217;esperienza decennale come corporate manager, per mettere in piedi Blue Badge Style, una piattaforma web e un app, una guida  &#8221; Vogue &#8221;  per persone meno abili, per i loro amici e le loro famiglia: <a href="http://www.bluebadgestyle.com/" target="_blank">http://www.bluebadgestyle.com/</a></p>
<h1>Storie di lotta politica e di solidarietà </h1>
<p>Sono storie di lotta politica, che nascono dal bisogno di riconquistare una voce nei processi decisionali pubblici e di educare alla partecipazione politica per migliorare la democrazia. Come per Stephania, da Atene. Un&#8217;appassionata giovane donna che nel 2012 fonda <strong>Politeia 2.0, una piattaforma per l&#8217;innovazione politica</strong>, che avvicina i cittadini alle decisioni pubbliche attraverso metodologie partecipative, convincendo anno dopo anno sempre più amministrazioni locali a dotarsene: <a href="http://politeia2.org/" target="_blank">http://politeia2.org/<br />
</a>Ci sono poi storie di solidarietà , anche nell&#8217;Europa che costruisce muri e rifiuta di dare asilo a chi scappa dalle guerre in medio oriente. A Vienna, ad esempio, c&#8217;è <strong>Gabriela, che qualche anno fa ha aperto l&#8217;hotel Magdas, per dimostrare come si può non solo ospitare i rifugiati, ma addirittura valorizzarne le competenze</strong>, le conoscenze, le storie e lavorare insieme ad un progetto di successo: un hotel di design in centro a Vienna (<a href="http://www.magdas-hotel.at/home/" target="_blank">http://www.magdas-hotel.at/home/</a>).</p>
<h1>Storie italiane</h1>
<p>Poi ci sono quelle storie tutte Italiane, che ci inorgogliscono. C&#8217;è Riccarda a Milano, mamma imprenditrice, che non c&#8217;è la fa proprio ad accettare che più di metà  della popolazione italiana &#8211; la popolazione femminile italiana dai dati Istat è del 51% &#8211; trovi difficoltà  ad entrare nel mondo del lavoro o sia ancora soggetta a scelte <em>trade-off</em>, stupide e inutilmente dolorose. Le donne e le mamme sono la sua passione. E cosìnel 2012 apre a Milano Piano C (<a href="http://www.pianoc.it/" target="_blank">http://www.pianoc.it/</a>), un co-working per sole donne con un asilo autogestito al suo interno, e poi nel 2014 apre <strong>WorkHer, una piattaforma on-line che facilita l&#8217;incontro tra datori di lavoro e donne in cerca di occupazione</strong>, fino a lavorare al progetto MAAM (acronimo di Maternity as Master), un percorso di formazione e consapevolezza per donne lavoratrici in congedo di maternità .</p>
<p>Ma la più giovane e stupefacente di queste imprenditrici (perché di fatto, finora sono storie di donne&#8230;) viene da Verona.  E&#8217;  Anna, ha 27 anni, una laurea alla Bocconi e un Master parigino a <em>Science-Po</em>. Dal 2013 Anna é presidente di una cooperativa sociale che impiega <strong>donne vittime di violenza e in difficoltà : una sartoria che lavora gli scarti di tessuto delle grandi aziende dell&#8217;industria tessile, producendo capi e accessori</strong> per marchi come Calzedonia e Carrera (<a href="http://progettoquid.it/" target="_blank">http://progettoquid.it/</a>).</p>
<h1>Investor Fair</h1>
<p>Stamattina a Lussemburgo ho incontrato 12 persone come loro, tutte donne e due uomini. Viene da chiedersi se avremmo mai avuto la fortuna di vedere realizzati progetti imprenditoriali come questi se non fossimo passati attraverso la profonda crisi di sistema degli ultimi anni, che ci ha di fatto obbligati a ripensare in un modo non tradizionale le relazioni tra società  civile, soggetti economici e istituzioni pubbliche, talvolta aprendo la strada a collaborazioni inaspettate.<br />
<strong>Queste ed altre storie saranno presentate come migliori esperienze di social entrepreneurship all&#8217;Investor Fair organizzata dal European Investment Bank Institute a inizio dicembre</strong>. Un&#8217;occasione per queste bellissime storie di trovare gambe forti &#8211; finanziamenti, consulenze strategiche, collaborazioni &#8211; per continuare a correre da sole, per rendere sempre più reali i &#8220;sogni&#8221; che ci raccontano.</p>
<p>Emanuela Saporito, co-founder di ORTIALTI (link a <a href="http://www.ortialti.com/" target="_blank">www.ortialti.com</a>), progetto di Innovazione sociale tra i finalisti all&#8217;EIB Institute Investor&#8217;s Fair.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/11/the-common-good-iniziative-europee-idee-collaborative-sogni-concreti-in-diretta-da-lussemburgo/">The Common Good: iniziative europee, idee collaborative, sogni concreti in diretta da Lussemburgo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Vuoti a rendere</title>
		<link>https://www.labsus.org/2015/04/vuoti-a-rendere-edifici-abbandonati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Emanuela Saporito]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 16:26:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[edifici abbandonati]]></category>
		<category><![CDATA[spazi abbandonati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ex-scuole, caserme, fabbriche e capannoni industriali dismessi, cinema e teatri chiusi, stazioni, negozi, abitazioni, uffici vuoti, monasteri abbandonati, &#8221; paesi fantasma &#8221; &#8230; La lista dei luoghi dimenticati delle città  italiane è lunghissima, e questi sono solo alcuni dei &#8221; pieni &#8221; urbani oggi lasciati &#8221; vuoti &#8221; . Si contano infatti oltre sei milioni di beni inutilizzati o sottoutilizzati in tutta Italia[1], un patrimonio sia pubblico che   privato, che di fatto costituisce la principale infrastruttura collettiva del Paese. Il &#8221; Regolamento sulla collaborazione tra cittadini ed amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani &#8221; dedica 3 articoli alla cura e rigenerazione degli spazi pubblici ed altri 3 più specifici alla cura e rigenerazione degli edifici. Sono pochi articoli ma importantissimi, perchè potrebbero gettare le basi normative per un cambiamento   radicale del modo di produrre la città  pubblica e più in generale di pensare alle politiche urbane, a partire dagli spazi urbani come integratori naturali di cittadinanze, di capacità  progettuali e risorse inaspettate. La forma della città  La città  post-industriale ed i profondi mutamenti nell&#8217;organizzazione sociale ed economica del nostro paese hanno lasciato un territorio denso di architetture abbandonate: grandi contenitori urbani, come le ex aree industriali del secondo novecento ormai dismesse, ma anche spazi più minuti, frammenti nel tessuto urbano, dimenticati e lasciati alla deriva. Si tratta di spazi in attesa di una nuova identità , di un nuovo nome, luoghi spesso contesi e stretti tra la complessità  dei processi decisionali delle amministrazioni pubbliche e la rigidità  degli strumenti urbanistici, e le attese speculative del mercato. Le città  italiane sono ricche di queste risorse sottratte alla collettività . Beni urbani tangibili, visibili, ingombranti. Talmente ingombranti da essere un costo per l&#8217;amministrazione pubblica che nella maggior parte dei casi cerca di liberarsene in fretta, elaborando complicati &#8211; ed improbabili &#8211; piani di valorizzazione e vendita; ingombranti per gli operatori privati, sempre più restii all&#8217;investimento in un mercato oramai saturo di offerta immobiliare. Eppure, sono cosìingombranti da saltare rapidamente agli occhi dei cittadini attivi come l&#8217;unica risorsa lìpronta, a disposizione di tutti, da cui ripartire. Sono sempre più comuni e diffuse infatti pratiche auto-organizzate e spontanee di riuso del patrimonio urbano, per cui uno spazio aperto, un edificio, anche solo un tetto, possono funzionare da catalizzatori di interessi, aspirazioni, progetti, contribuendo ad aggregare comunità  eterogenee di nuovi utilizzatori, di cittadini. Esperienze di riuso e cura degli spazi e degli edifici &#8221; Ogni città  riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone &#8221; , spiega Italo Calvino ne Le città  Invisibili, ed in effetti al deserto di politiche urbane ed investimenti si oppone un nuovo modello di forma urbana, resiliente, dinamica ed imprevedibile. Nascono cosìcase del quartiere, orti di comunità  sui tetti, spazi per co-working, sartorie sociali, collettivi artistici, progetti culturali, residenze temporanee&#8230; Queste sono solo alcuni esempi dei progetti innovativi nel nostro Paese. Solo a Milano l&#8217;associazione Temporiuso[2] ha mappato una ventina di best pratices di riuso temporaneo e cura condivisa di edifici ed aree verdi, a Torino la ricerca Re-use[3] ne individua e spiega altrettanti, mentre a L&#8217;Aquila, con gli stessi obiettivi, è in corso il progetto ReUSEs. Ne derivano fotografie di città , o meglio di cittadini, coraggiosi e creativi, spesso anche molto giovani, che scelgono in modo autonomo di riprogettare il proprio futuro e il futuro di questi spazi. E lo fanno lavorando su tre formule principali di riuso dello spazio, spesso integrate tra di loro. La prima riguarda progetti di valenza culturale ed artistica, che combinano attività  divulgative ed educative con attività  più produttive nell&#8217;ambito della musica e delle arti visive e performative. La seconda formula coincide con l&#8217;insediamento di progetti di nuovo welfare, che, proprio attraverso il rapporto diretto con il territorio urbano in cui nascono, definiscono target, azioni e potenziali risorse, riuscendo a lavorare per aggregazione di bisogni sociali e servizi. La terza può essere ascrivibile ai nuovi luoghi del lavoro come i co-working, dove trovano luogo le start-up tecnologiche, i   fab-lab, spazi di ricerca e invenzione, dove la prossimità  e la facile accessibilità  favoriscono alleanze produttive virtuose tra soggetti diversi. Tre profili comuni Si possono individuare almeno tre aspetti interessanti che accomunano tutti questi luoghi. Il primo è il rapporto intrinseco tra lo spazio e la comunità  di riferimento, che ci permette di riconoscerli come veri e propri beni comuni. Questa relazione valica nella pratica sia le caratteristiche di proprietà  del bene -pubblico/privato-, che le tradizionali categorie di identificazione dei gruppi sociali -comunità  di interesse, di valore, ecc.. &#8211; Nella maggior parte dei casi si tratta infatti di spazi ibridi che funzionano da &#8221; trading zone &#8221; [4] (Galison, 1997), ovvero contesti in cui l&#8217;azione collettiva e la cooperazione tra attori diversi &#8211; anche con sistemi di valori, di interessi e significato diversi &#8211; è possibile perchè avviene proprio dentro quegli spazi o intorno agli stessi; spazi dei quali ci si vuole prendere cura, nei quali si può immaginare e progettare soluzioni volte a migliorare   la qualità  della vita urbana. Il secondo aspetto è che questi luoghi sono il prodotto di relazioni innovative tra gli attori sociali, che in modo creativo aggregano attività  di volontariato, servizio sociale, formazione, produzione culturale, con attività  commerciali ed imprenditoriali che ne garantiscano la sostenibilità  economica, innescando al tempo stesso micro-economie virtuose e diventando veri e propri fattori di sviluppo locale. Il terzo aspetto è il carattere di imprevedibilità  di queste esperienze di riuso. La maggior parte dei progetti non sono nati in risposta a specifiche call pubbliche, ma dall&#8217;intelligenza collettiva della società , da quella creatività  generativa &#8211; una capacità  negativa, direbbe Lanzara &#8211; che riesce a trovare una strada nell&#8217;incertezza, sfuggendo del tutto alla logica della programmazione urbanistica ed economica delle amministrazioni.  Il successo di queste micro-iniziative testimonia come saperi e abilità  necessarie ad affrontare i problemi pubblici possano trovarsi anche fuori dalle istituzioni deputate a questo compito. L&#8217;amministratore diventa enabler Alla luce di questa promettente realtà  i principi dell&#8217;amministrazione condivisa sono più che coerenti. Anzi, possono diventare quotidianità . Qual&#8217;è</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/04/vuoti-a-rendere-edifici-abbandonati/">Vuoti a rendere</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ex-scuole, caserme, fabbriche e capannoni industriali dismessi, cinema e teatri chiusi, stazioni, negozi, abitazioni, uffici vuoti, monasteri abbandonati,  &#8221; paesi fantasma &#8221; &#8230; La lista dei luoghi dimenticati delle città  italiane è lunghissima, e questi sono solo alcuni dei  &#8221; pieni &#8221;  urbani oggi lasciati  &#8221; vuoti &#8221; . <a href="http://www.labsus.org/2015/01/sussidiarieta-puo-dare-lavoro-e-produrre-sviluppo/" target="_blank">Si contano infatti oltre sei milioni di beni inutilizzati o sottoutilizzati in tutta Italia</a><a title="" href="file:///C:/Users/roberto/Desktop/Labsus%20Editoriale_Emanuela_2.doc#_ftn1">[1]</a>, un patrimonio sia pubblico che   privato, che di fatto costituisce la principale infrastruttura collettiva del Paese. <strong>Il  &#8221; Regolamento sulla collaborazione tra cittadini ed amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani &#8221;  dedica 3 articoli alla cura e rigenerazione degli spazi pubblici ed altri 3 più specifici alla cura e rigenerazione degli edifici.</strong> Sono pochi articoli ma importantissimi, perchè potrebbero gettare le basi normative per un cambiamento   radicale del modo di produrre la città  pubblica e più in generale di pensare alle politiche urbane, a partire dagli spazi urbani come integratori naturali di cittadinanze, di capacità  progettuali e risorse inaspettate.</p>
<h1>La forma della città </h1>
<p><strong>La città  post-industriale ed i profondi mutamenti nell&#8217;organizzazione sociale ed economica del nostro paese hanno lasciato un territorio denso di architetture abbandonate: grandi contenitori urbani, come le ex aree industriali del secondo novecento ormai dismesse, ma anche spazi più minuti, frammenti nel tessuto urbano, dimenticati e lasciati alla deriva.</strong> Si tratta di spazi in attesa di una nuova identità , di un nuovo nome, luoghi spesso contesi e stretti tra la complessità  dei processi decisionali delle amministrazioni pubbliche e la rigidità  degli strumenti urbanistici, e le attese speculative del mercato. Le città  italiane sono ricche di queste risorse sottratte alla collettività . Beni urbani tangibili, visibili, ingombranti. Talmente ingombranti da essere un costo per l&#8217;amministrazione pubblica che nella maggior parte dei casi cerca di liberarsene in fretta, elaborando complicati &#8211; ed improbabili &#8211; piani di valorizzazione e vendita; ingombranti per gli operatori privati, sempre più restii all&#8217;investimento in un mercato oramai saturo di offerta immobiliare.</p>
<p>Eppure, sono cosìingombranti da saltare rapidamente agli occhi dei cittadini attivi come l&#8217;unica risorsa lìpronta, a disposizione di tutti, da cui ripartire.<strong> Sono sempre più comuni e diffuse infatti pratiche auto-organizzate e spontanee di riuso del patrimonio urbano, per cui uno spazio aperto, un edificio, anche solo un tetto, possono funzionare da catalizzatori di interessi, aspirazioni, progetti, contribuendo ad aggregare comunità  eterogenee di nuovi utilizzatori, di cittadini.</strong></p>
<h1>Esperienze di riuso e cura degli spazi e degli edifici</h1>
<p><strong> &#8221; Ogni città  riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone &#8221; , spiega Italo Calvino ne Le città  Invisibili, ed in effetti al deserto di politiche urbane ed investimenti si oppone un nuovo modello di forma urbana, resiliente, dinamica ed imprevedibile.</strong> Nascono cosìcase del quartiere, orti di comunità  sui tetti, spazi per co-working, sartorie sociali, collettivi artistici, progetti culturali, residenze temporanee&#8230; Queste sono solo alcuni esempi dei progetti innovativi nel nostro Paese. Solo a Milano l&#8217;associazione Temporiuso<a title="" href="file:///C:/Users/roberto/Desktop/Labsus%20Editoriale_Emanuela_2.doc#_ftn1">[2]</a> ha mappato una ventina di <i>best pratices</i> di riuso temporaneo e cura condivisa di edifici ed aree verdi, a Torino la ricerca Re-use<a title="" href="file:///C:/Users/roberto/Desktop/Labsus%20Editoriale_Emanuela_2.doc#_ftn2">[3]</a> ne individua e spiega altrettanti, mentre a L&#8217;Aquila, con gli stessi obiettivi, è in corso il progetto <a href="http://www.labsus.org/2015/03/mapping-tour-aquila-al-via-seconda-fase-reuses/" target="_blank">ReUSEs</a>. Ne derivano fotografie di città , o meglio di cittadini, coraggiosi e creativi, spesso anche molto giovani, che scelgono in modo autonomo di riprogettare il proprio futuro e il futuro di questi spazi. <strong>E lo fanno lavorando su tre formule principali di riuso dello spazio, spesso integrate tra di loro. La prima riguarda progetti di valenza culturale ed artistica, che combinano attività  divulgative ed educative con attività  più produttive nell&#8217;ambito della musica e delle arti visive e performative. La seconda formula coincide con l&#8217;insediamento di progetti di nuovo welfare, che, proprio attraverso il rapporto diretto con il territorio urbano in cui nascono, definiscono target, azioni e potenziali risorse, riuscendo a lavorare per aggregazione di bisogni sociali e servizi. La terza può essere ascrivibile ai nuovi luoghi del lavoro come i co-working, dove trovano luogo le start-up tecnologiche, i   fab-lab, spazi di ricerca e invenzione, dove la prossimità  e la facile accessibilità  favoriscono alleanze produttive virtuose tra soggetti diversi.</strong></p>
<h1>Tre profili comuni</h1>
<p>Si possono individuare almeno tre aspetti interessanti che accomunano tutti questi luoghi. <strong>Il primo è il rapporto intrinseco tra lo spazio e la comunità  di riferimento, che ci permette di riconoscerli come veri e propri beni comuni.</strong> Questa relazione valica nella pratica sia le caratteristiche di proprietà  del bene -pubblico/privato-, che le tradizionali categorie di identificazione dei gruppi sociali -comunità  di interesse, di valore, ecc.. &#8211; Nella maggior parte dei casi si tratta infatti di spazi ibridi che funzionano da  &#8221; trading zone &#8221; <a title="" href="file:///C:/Users/roberto/Desktop/Labsus%20Editoriale_Emanuela_2.doc#_ftn1">[4]</a> (Galison, 1997), ovvero contesti in cui l&#8217;azione collettiva e la cooperazione tra attori diversi &#8211; anche con sistemi di valori, di interessi e significato diversi &#8211; è possibile perchè avviene proprio dentro quegli spazi o intorno agli stessi; spazi dei quali ci si vuole prendere cura, nei quali si può immaginare e progettare soluzioni volte a migliorare   la qualità  della vita urbana.</p>
<p>Il secondo aspetto è che <strong>questi luoghi sono il prodotto di relazioni innovative tra gli attori sociali, che in modo creativo aggregano attività  di volontariato, servizio sociale, formazione, produzione culturale, con attività  commerciali ed imprenditoriali che ne garantiscano la sostenibilità  economica, innescando al tempo stesso micro-economie virtuose e diventando veri e propri fattori di sviluppo locale.</strong></p>
<p>I<strong>l terzo aspetto è il carattere di imprevedibilità  di queste esperienze di riuso.</strong> La maggior parte dei progetti non sono nati in risposta a specifiche <i>call</i> pubbliche, ma dall&#8217;intelligenza collettiva della società , da quella creatività  generativa &#8211; una capacità  negativa, direbbe Lanzara &#8211; che riesce a trovare una strada nell&#8217;incertezza, sfuggendo del tutto alla logica della programmazione urbanistica ed economica delle amministrazioni.  Il successo di queste micro-iniziative testimonia come saperi e abilità  necessarie ad affrontare i problemi pubblici possano trovarsi anche fuori dalle istituzioni deputate a questo compito.</p>
<h1>L&#8217;amministratore diventa enabler</h1>
<p>Alla luce di questa promettente realtà  i principi dell&#8217;amministrazione condivisa sono più che coerenti. Anzi, possono diventare quotidianità . Qual&#8217;è il ruolo che può giocare il pubblico dentro questa sfida? <strong>L&#8217;adozione del Regolamento in questa partita diventa l&#8217;occasione per le amministrazioni di agire da <i>enabler <a title="" href="file:///C:/Users/roberto/Desktop/Labsus%20Editoriale_Emanuela_2.doc#_ftn1">[5]</a>  </i>di processi che devono mantenere quel carattere di spontaneità  ed imprevedibilità  per essere efficaci. Lavorare come <i>enabler</i> vuol dire  &#8221; conferire il compito e capacitare &#8221;  gli attori sociali, creando le condizioni necessarie, le infrastrutture adatte a supportare sinergie di riuso e produzione di beni e servizi collettivi: ad esempio garantendo luoghi in cui far incontrare ed interagire i cittadini attivi, tavoli aperti per la scrittura dei patti, in cui discutere e costruire progetti, mettendo in campo competenze tecniche, risorse, reti, idee&#8230;</strong> Gli amministratori-<i>enabler</i> non sono arbitri, ma parte attiva di questi processi. A loro spetta anche l&#8217;arduo compito di apprendere da queste pratiche ed aggiornare la programmazione pubblica, mettendo in risorsa quelle competenze e quei progetti che trasformando i  &#8221; vuoti &#8221;    in  &#8221; pieni &#8221;    producono nei fatti una nuova città  pubblica.</p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="file:///C:/Users/roberto/Desktop/Labsus%20Editoriale_Emanuela_2.doc#_ftnref1">[1]</a>     Per maggiori approfondimenti si consiglia di consultare il sito <a href="http://www.riusiamolitalia.it/" target="_blank">www.riusiamolitalia.it</a> e la pubblicazione Campagnoli   G., (2014), <i>Riusiamo l&#8217;Italia. Da spazi vuoti a start-up culturali e sociali</i>, Gruppo 24 Ore, Milano</p>
<p><a style="font-size: 1rem;" title="" href="file:///C:/Users/roberto/Desktop/Labsus%20Editoriale_Emanuela_2.doc#_ftnref2">[2]</a>  Temporiuso è un&#8217;associazione culturale e un progetto di ricerca del   Politecnico di Milano, che dal 2008 si occupa di mappare e studiare i fenomeni del riuso temporaneo delle aree urbane dismesse e degli edifici abbandonati nel territorio milanese. <a href="http://www.temporiuso.org/" target="_blank">www.temporiuso.org</a>. Per maggiori approfondimenti si rimanda alla pubblicazione Inti I., Cantaluppi G., Persichino M., <i>Temporiuso. Manuale per il riuso temporaneo di spazi in abbandono, in Italia</i>. AltraEconomia Edizioni.</p>
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<p>  <a title="" href="file:///C:/Users/roberto/Desktop/Labsus%20Editoriale_Emanuela_2.doc#_ftnref2">[3]</a>  Re-Use è un progetto di ricerca coordinato da Paolo Cottino e Paolo Zeppetella, per il Politecnico di Milano e CNR. http://www.urban-reuse.eu/   . Per maggiori approfondimenti sugli esiti della ricerca si rimanda a   Cottino P., Zeppetella P,, (2009), Creatività , sfera pubblica e uso sociale degli spazi, Forme di   sussidiarietà  orizzontale per   la produzione di servizi non convenzionali , Fondazione   Cittalia, ANCI ricerche, Roma 2009</p>
<p><a title="" href="file:///C:/Users/roberto/Desktop/Labsus%20Editoriale_Emanuela_2.doc#_ftn1">[4]</a>  Il concetto di trading zone è stato sviluppato da Peter Galison. Si rimanda alla pubblicazione Galison P., (1997),<i> Image and Logic</i>, University of Chicago Press.</p>
<p><a title="" href="file:///C:/Users/roberto/Desktop/Labsus%20Editoriale_Emanuela_2.doc#_ftn1">[5]</a>  Il concetto di  &#8221; enabler &#8221;  applicato al ruolo dell&#8217;amministrazione pubblica è stato in primo luogo introdotto da Balducci (si rimanda alla pubblicazione Balducci A. (2000),  &#8221; Le nuove politiche della governance urbana &#8221; , in Territorio , n °13, pp. 7-15) e successivamente approfondito da Paolo Cottino e Paolo Zeppetella, in particolare nell&#8217;ambito delle politiche di riuso degli edifici urbani (si rimanda a Cottino P., Zeppetella P,, (2009), Creatività , sfera pubblica e uso sociale degli spazi, Forme di   sussidiarietà  orizzontale per   la produzione di servizi non convenzionali , Fondazione   Cittalia, ANCI ricerche, Roma 2009)</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2015/04/vuoti-a-rendere-edifici-abbandonati/">Vuoti a rendere</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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