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	<title>Giovanni Teneggi, Autore presso Labsus</title>
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	<title>Giovanni Teneggi, Autore presso Labsus</title>
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		<title>Il primo pane. Gli insegnamenti della montagna</title>
		<link>https://www.labsus.org/2021/03/il-primo-pane-gli-insegnamenti-della-montagna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Teneggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Mar 2021 09:05:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[collaborazione]]></category>
		<category><![CDATA[comunità ]]></category>
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		<category><![CDATA[proprietà  collettive]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le montagne sfidano la nostra capacità di ascolto delle loro comunanze per tutto ciò che racchiudono e raccontano. Tendiamo a mirare l’obiettivo su singole parti per noi più evidenti: magari per la forza della loro tradizione, come quella delle proprietà collettive oppure, al contrario, per la loro novità, come nel caso delle cooperative comunitarie. Pesanti e sofisticati zoom dagli sguardi stretti e distanti. Andando dentro e a ritroso nella vita dei paesi con la nostra griglia di catalogazione di ciò che è pubblico, privato o comune potremmo confonderci presto, scoprendo che la montagna, severa fino alla difesa violenta delle cose per come erano assegnate dalla storia, era maestra poi di un fare comune quotidiano e molto più complesso. Le sue popolazioni sapevano infatti che non v’era scampo alla solitudine e ognuno poteva avere salva la vita solo facendosi gli uni i fatti degli altri. L’interesse individuale (che più propriamente avremmo dovuto dire familiare) voleva la vita spesa per la consegna di sé, incarnata in una terra, a un figlio o a una figlia ma erano pratiche comunitarie di cooperazione a renderla possibile. Ognuno degli abitanti delle montagne le agiva istintivamente, applicando la tacita conoscenza che nei loro contesti era privato il sopravvivere, ma il generare e il vivere interpellava dimensioni comuni. Intendersi “comunità di destino” è il primo insegnamento della montagna e interpella ancora la nostra razionalità. Essere comunità ereditaria Le montagne, per secoli, hanno vissuto come padre e madre per essere eredità di un figlio. Di norma, con riserva di fatti straordinari, era l’istituzione familiare, nella capacità di fare suo un patrimonio materiale (case e terreni) o immateriale (una competenza e un’abilità), a custodire questa tradizione. Da questa immagine traiamo le due seguenti argomentazioni. La prima riguarda l’intergenerazionalità e dobbiamo considerarla in tutta la portata relativa al tema dei beni comuni che qui ci interessa. È urgente recuperare tutta l’attualità del fine di consegna ad altri di ciò che abbiamo, non più a un cognome, dentro a una tradizione familiare chiusa, ma alla generazione che viene e ci adotta. La storia sarà di figli e figlie che adottano madri e padri, con la loro terra, scegliendo di nascervi, colmando il più grande cratere della storia. Un passaggio epocale di civiltà: una narrazione comune, intenzionale e gratuita. C’è forse una comunanza più profonda e decisiva di questa? Essere globalmente “comunità ereditaria” è il secondo insegnamento della montagna. Farsi comunità ecosistemiche La seconda argomentazione riguarda la buona confusione fra la sfera privata e il fare in comune. Tendiamo a disgiungere l’area dell&#8217;interesse privato da quella dei beni comuni o pubblici perimetrandole in luoghi e istituti specializzati. Essere nati in montagna o averne vissuto il quotidiano ci destabilizza. Non v’è foto in bianco e nero di un paese di montagna che non rappresenti scene/effetti biografici uniti a scene/effetti sociali, scene/effetti economici e scene/effetti di trasformazione urbanistica e del paesaggio, tutti strettamente correlabili fra loro, nello stesso tempo e nello stesso luogo. Le aree incapaci di surplus produttivi (nelle quali economie circolari e senza sprechi erano necessarie a evitare la morte), dove ci si conosce per nome e ci si conta tutti i giorni, non si sono mai potute permettere questa scissione. Qui non si può fare teoria sulla differenza fra crescita e sviluppo, perché sulla necessità del vivere bene tutti e insieme non si può discutere nemmeno un giorno. Lo stesso vale per la distinzione fra pubblico e privato, perché le cure e le responsabilità dovute da tutti indistintamente alle case e alle cose non discendono dalla titolarità di queste ma più semplicemente dalla loro utilità. Farsi “comunità ecosistemiche per ciò che serve” è il terzo insegnamento della montagna. Assicurarsi comunità mutualistiche Prima di proprietà collettive e spazi pubblici possiamo dunque individuare nella competenza di comunità il patrimonio comune delle popolazioni di montagna. Era esercitato istintivamente come collante necessario alle scene (in bianco e nero) che abbiamo già citato e, seppure comune, trovava spazio dentro alle sfere private di famiglie e imprese. Questa compenetrazione fra attività cooperative comuni e sfera individuale va sottolineata per la sua grande rilevanza e per la forza dell’immagine che restituisce alla nostra attualità. Possiamo specificarla con almeno tre comportamenti ravvisabili nella quotidianità comunitaria delle montagne prestatuali e preindustriali. Il primo è nella partecipazione comune alla vicenda economica individuale. Reciprocità cooperative univano persone di famiglie diverse nelle attività di trasformazione delle materie prime prodotte a casa di ciascuno. Che fosse per l’ultimo taglio e lo spacco della legna prima del suo immagazzinamento autunnale, per la lavorazione della carne del maiale nel corso dell’inverno o per la battitura estiva del grano (solo per rappresentare tre pratiche comuni alle popolazioni dell’Appennino Tosco-Emiliano), l’aia di una famiglia si animava del lavoro di altri clan. Il secondo è nell’aiuto collettivo alla vita individuale, come bene interessante per tutti, di fronte a una calamità naturale. Tutti andavano in soccorso a singoli componenti della comunità a rischio o già vittime di un pericolo. Il terzo è nelle reti di accoglienza e sostegno dei fenomeni migratori e di sconfinamento (anche di contrabbando). Si trattava di reti mutualistiche e aiuto reciproco fra chi restava sui territori (nella particolare e lungimirante intraprendenza delle donne) nell’attesa di chi migrava. Un’annotazione a margine la possiamo dedicare alla storia di una montagna densa di mutualismi, filiere e sconfinamenti più di quanto oggi la rappresentanza di quelle stesse montagne sappia dire e proseguire. Assicurarsi “comunità mutualistiche” è il quarto insegnamento della montagna. Le comunità (ir)riducibili Insieme a fatti privati di tradizione familiare e a quelli comuni di mutualità, il sistema istituzionale montano era completato da almeno due altri elementi di uguale rilevanza: le gestioni collettive di alcuni beni fondamentali (in particolare il legnatico e l’acqua) che abbiamo già richiamato e le ritualità sociali. Con ciò possiamo concludere che la cittadinanza in questi luoghi era strettamente collegata, in ciascuno e collettivamente, alla partecipazione di tutti ai meccanismi e agli istituti di costruzione comunitaria: cura e crescita del patrimonio materiale e immateriale presente alla comunità, pubblico e privato (per la continuità intergenerazionale);</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2021/03/il-primo-pane-gli-insegnamenti-della-montagna/">Il primo pane. Gli insegnamenti della montagna</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le montagne sfidano la nostra capacità di ascolto delle loro comunanze per tutto ciò che racchiudono e raccontano. Tendiamo a mirare l’obiettivo su singole parti per noi più evidenti: magari per la forza della loro tradizione, come quella delle <a href="https://www.labsus.org/2019/10/proprieta-collettive-unimportante-pronuncia-della-corte-di-cassazione/" target="_blank" rel="noopener">proprietà collettive</a> oppure, al contrario, per la loro novità, come nel caso delle <a href="https://www.labsus.org/2018/07/cooperative-di-comunita-e-beni-comuni/" target="_blank" rel="noopener">cooperative comunitarie</a>. Pesanti e sofisticati zoom dagli sguardi stretti e distanti. Andando dentro e a ritroso nella vita dei paesi con la nostra griglia di catalogazione di ciò che è pubblico, privato o comune potremmo confonderci presto, scoprendo che la montagna, severa fino alla difesa violenta delle cose per come erano assegnate dalla storia, era maestra poi di un <strong>fare comune quotidiano e molto più complesso</strong>. Le sue popolazioni sapevano infatti che non v’era scampo alla solitudine e ognuno poteva avere salva la vita solo facendosi gli uni i fatti degli altri. L’interesse individuale (che più propriamente avremmo dovuto dire familiare) voleva la vita spesa per la consegna di sé, incarnata in una terra, a un figlio o a una figlia ma erano pratiche comunitarie di cooperazione a renderla possibile. Ognuno degli abitanti delle montagne le agiva istintivamente, applicando la tacita conoscenza che nei loro contesti era privato il sopravvivere, ma il generare e il vivere interpellava dimensioni comuni. Intendersi “<strong>comunità di destino</strong>” è il <strong>primo insegnamento</strong> della montagna e interpella ancora la nostra razionalità.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Essere comunità ereditaria</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Le montagne, per secoli, hanno vissuto come padre e madre per essere eredità di un figlio. Di norma, con riserva di fatti straordinari, era l’istituzione familiare, nella capacità di fare suo un patrimonio materiale (case e terreni) o immateriale (una competenza e un’abilità), a custodire questa tradizione. Da questa immagine traiamo le due seguenti argomentazioni. La prima riguarda l’intergenerazionalità e dobbiamo considerarla in tutta la portata relativa al tema dei beni comuni che qui ci interessa. È urgente recuperare tutta l’attualità del fine di consegna ad altri di ciò che abbiamo, non più a un cognome, dentro a una tradizione familiare chiusa, ma alla generazione che viene e ci adotta. La storia sarà di figli e figlie che adottano madri e padri, con la loro terra, scegliendo di nascervi, colmando il più grande cratere della storia. Un passaggio epocale di civiltà: una narrazione comune, intenzionale e gratuita. C’è forse una comunanza più profonda e decisiva di questa? Essere globalmente “<strong>comunità ereditaria</strong>” è il <strong>secondo insegnamento</strong> della montagna.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Farsi comunità ecosistemiche</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">La seconda argomentazione riguarda la <strong>buona confusione</strong> fra la sfera privata e il fare in comune. Tendiamo a disgiungere l’area dell&#8217;interesse privato da quella dei beni comuni o pubblici perimetrandole in luoghi e istituti specializzati. Essere nati in montagna o averne vissuto il quotidiano ci destabilizza. Non v’è foto in bianco e nero di un paese di montagna che non rappresenti scene/effetti biografici uniti a scene/effetti sociali, scene/effetti economici e scene/effetti di trasformazione urbanistica e del paesaggio, tutti strettamente correlabili fra loro, nello stesso tempo e nello stesso luogo.<br />
Le aree <strong>incapaci di surplus produttivi</strong> (nelle quali economie circolari e senza sprechi erano necessarie a evitare la morte), dove ci si conosce per nome e ci si conta tutti i giorni, non si sono mai potute permettere questa scissione. Qui non si può fare teoria sulla differenza fra crescita e sviluppo, perché sulla necessità del vivere bene tutti e insieme non si può discutere nemmeno un giorno. Lo stesso vale per la distinzione fra pubblico e privato, perché le cure e le responsabilità dovute da tutti indistintamente alle case e alle cose non discendono dalla titolarità di queste ma più semplicemente dalla loro utilità. Farsi “<strong>comunità ecosistemiche per ciò che serve</strong>” è il <strong>terzo insegnamento </strong>della montagna.</p>
<div id="attachment_71005" style="width: 778px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-71005" class="wp-image-71005 size-large" src="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2021/03/costabona-trebbiatura-2019-2-2-scaled-e1617094638581-768x1024.jpg" alt="" width="768" height="1024" srcset="https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2021/03/costabona-trebbiatura-2019-2-2-scaled-e1617094638581-768x1024.jpg 768w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2021/03/costabona-trebbiatura-2019-2-2-scaled-e1617094638581-169x225.jpg 169w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2021/03/costabona-trebbiatura-2019-2-2-scaled-e1617094638581-1152x1536.jpg 1152w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2021/03/costabona-trebbiatura-2019-2-2-scaled-e1617094638581-1536x2048.jpg 1536w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2021/03/costabona-trebbiatura-2019-2-2-scaled-e1617094638581-810x1080.jpg 810w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2021/03/costabona-trebbiatura-2019-2-2-scaled-e1617094638581-1140x1520.jpg 1140w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2021/03/costabona-trebbiatura-2019-2-2-scaled-e1617094638581-600x800.jpg 600w, https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2021/03/costabona-trebbiatura-2019-2-2-scaled-e1617094638581.jpg 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><p id="caption-attachment-71005" class="wp-caption-text"><em>Trebbiatura della Comunità cooperativa di Costabona &#8211; Reggio Emila, appenino tosco-emiliano (Fonte: Giovanni Teneggi)</em></p></div>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Assicurarsi comunità mutualistiche</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Prima di proprietà collettive e spazi pubblici possiamo dunque individuare nella <strong>competenza di comunità</strong> il patrimonio comune delle popolazioni di montagna. Era esercitato istintivamente come collante necessario alle scene (in bianco e nero) che abbiamo già citato e, seppure comune, trovava spazio dentro alle sfere private di famiglie e imprese. Questa compenetrazione fra attività cooperative comuni e sfera individuale va sottolineata per la sua grande rilevanza e per la forza dell’immagine che restituisce alla nostra attualità. Possiamo specificarla con almeno tre comportamenti ravvisabili nella quotidianità comunitaria delle montagne prestatuali e preindustriali.<br />
Il primo è nella <strong>partecipazione comune alla vicenda economica individuale</strong>. Reciprocità cooperative univano persone di famiglie diverse nelle attività di trasformazione delle materie prime prodotte a casa di ciascuno. Che fosse per l’ultimo taglio e lo spacco della legna prima del suo immagazzinamento autunnale, per la lavorazione della carne del maiale nel corso dell’inverno o per la battitura estiva del grano (solo per rappresentare tre pratiche comuni alle popolazioni dell’Appennino Tosco-Emiliano), l’aia di una famiglia si animava del lavoro di altri clan.<br />
Il secondo è nell’<strong>aiuto collettivo alla vita individuale</strong>, <strong>come bene interessante per tutti</strong>,<strong> di fronte a una calamità naturale</strong>. Tutti andavano in soccorso a singoli componenti della comunità a rischio o già vittime di un pericolo.<br />
Il terzo è nelle <strong>reti di accoglienza e sostegno dei fenomeni migratori e di sconfinamento (anche di contrabbando)</strong><em>.</em> Si trattava di reti mutualistiche e aiuto reciproco fra chi restava sui territori (nella particolare e lungimirante intraprendenza delle donne) nell’attesa di chi migrava.<br />
Un’annotazione a margine la possiamo dedicare alla storia di una montagna densa di mutualismi, filiere e sconfinamenti più di quanto oggi la rappresentanza di quelle stesse montagne sappia dire e proseguire.<br />
Assicurarsi “<strong>comunità mutualistiche</strong>” è il <strong>quarto insegnamento</strong> della montagna.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Le comunità (ir)riducibili</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Insieme a fatti privati di tradizione familiare e a quelli comuni di mutualità, il sistema istituzionale montano era completato da almeno due altri elementi di uguale rilevanza: le <strong>gestioni collettive di alcuni beni fondamentali</strong> (in particolare il legnatico e l’acqua) che abbiamo già richiamato e le <strong>ritualità sociali</strong>.<br />
Con ciò possiamo concludere che la cittadinanza in questi luoghi era strettamente collegata, in ciascuno e collettivamente, alla partecipazione di tutti ai meccanismi e agli istituti di costruzione comunitaria:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>cura e crescita del patrimonio materiale e immateriale</strong> presente alla comunità, pubblico e privato (per la continuità intergenerazionale);</li>
<li><strong>pratiche comunitarie di trasformazione</strong> (per la maggiore efficienza nella generazione in valore);</li>
<li><strong>gestione collettiva di risorse fondamentali</strong> (per la prevenzione di conflittualità nella garanzia di un’equa accessibilità)</li>
<li><strong>esercizio di ritualità sociali</strong> (per la capacitazione e la conferma della comunità).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Nessuno di questi fattori, a differenza di ciò che pare affermarsi oggi, poteva assicurarsi senso e sostenibilità se non in stretta relazione con gli altri e con affidamento comune alla loro reciproca realizzazione. Aspirazioni individuali, pratiche di cooperazione, gestioni collettive, ritualità sociali sono parti coessenziali di un eco-sistema comunitario effettivo, non frammentabile e non delegabile.<br />
Agire “<strong>comunità (ir)riducibili</strong>” è il <strong>quinto insegnamento</strong> della montagna.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Determinare comunità istituenti</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Il patrimonio di sapere comunitario delle montagne è attuale. Apporta un contributo originale al grande dibattito sull’idea/bisogno/opportunità del comune e indica ciò che è necessario ancora oggi ai territori rarefatti (forse a tutti) per riprendere una storia. Richiama un’urgenza re-istituente.<br />
L’“istituire” è l’attitudine più gravemente smarrita dagli agenti politici, sociali ed economici. È venuta peraltro a mancare alla stessa azione pubblica territoriale che tende ad essere dominata dal <em>mainstream</em> della sola scala dimensionale come criterio di efficienza. Gli obiettivi di unificazione degli enti locali e di privatizzazione delle aziende municipalizzate, fino alla loro consegna al mercato finanziario &#8211; solo per citare due “riforme” ancora in corso -, non sono stati accompagnati a nuove modalità di prossimità istituzionale. Una razionalità strumentale neutralizzante la capacità territoriale di germinare rappresentazione e partecipazione orizzontale. La traduzione di cittadinanza in<em> <strong>voice</strong></em> e <strong>accesso prestazionale</strong> (in alcuni casi addirittura in <strong>remunerazione</strong>), privata di istituzioni accessibili, rispondenti e visibili (municipi, ospedali, scuole, acquedotti, foreste, parchi, ecc…) è un fenomeno da fronteggiare con azioni dal tenore ancora controintuitivo. Determinare “<strong>comunità istituenti</strong>” è il <strong>sesto insegnamento</strong> della montagna.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>L’insegnamento definitivo</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Veniamo quindi alle ultime e concludenti dimensioni del patrimonio comune delle montagne. Mi riferisco a quella spaziale delle architetture insieme a quella pedagogica degli apprendimenti: non deve stupire il metterli insieme. Occorre riprendere la costruzione di case e cose belle, fruibili, utili e produttive di un insegnamento consapevole. Per questo richiamo è sufficiente l’immagine del <a href="https://www.facebook.com/comunediusseaux/posts/1444787875719586/" target="_blank" rel="noopener">Forno comunitario di Usseaux</a>, nella Val Chisone di cultura valdese fra Torino e Sestrière. Il suo regolamento disponeva, oltre a regole costruttive e tecniche di sostenibilità e circolarità, che il primo pane, più buono e croccante, fosse riservato ai bambini che dovevano assistere nel gioco e nel piacere alla preparazione del forno e alla cottura comune del pane. <strong>Comunità urbane, belle e pedagogiche</strong>. <strong>L’insegnamento definitivo</strong> delle montagne.</p>
<p><em><strong>Giovanni Teneggi </strong>lavora per Confcooperative allo sviluppo della cooperazione di comunità in Italia.</em></p>
<p><em>Foto di copertina: Disegno realizzato da Giovanni Teneggi</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2021/03/il-primo-pane-gli-insegnamenti-della-montagna/">Il primo pane. Gli insegnamenti della montagna</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Storia di un paese che voleva vivere e di un bar che è diventato un bene comune</title>
		<link>https://www.labsus.org/2017/02/succiso-storia-di-un-paese-che-voleva-vivere-e-di-un-bar-che-e-diventato-un-bene-comune/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Teneggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Feb 2017 03:58:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[cooperative di comunità ]]></category>
		<category><![CDATA[succiso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Succiso, in provincia di Reggio Emilia, 1000 metri sul livello del mare e a due ore di strada dal suo capoluogo di provincia, in cent&#8217;anni è morto e risorto almeno tre volte, solo perchè di più non sappiamo. Nel 1920 è sopravvissuto al terremoto. Nel 1954 invece è stato devastato da una frana che ha fatto uscire tutti gli abitanti dalle proprie case per non tornarvi più. Non per andarsene però: l&#8217;hanno ricostruito dopo una battaglia civile ordinata e democratica e anche discussioni pubbliche e private su quale terra sarebbe stata valorizzata da nuove abitazioni. L&#8217;hanno ricostruito più a monte, in pace fra loro e per quella che volevano per i loro figli. La terza volta ha rischiato di morire per la chiusura dell&#8217;unico bar, nel 1991. Alcuni suoi abitanti &#8211; c&#8217;era una proloco e a votare ci andavano tutti, memori di un diritto conquistato col sangue &#8211; hanno messo mano a cazzuola e carriola &#8211; tutto è più facile quando si pensa con le mani &#8211; e il bar se lo sono riaperti. Sono andati in banca, perché qualche soldo serviva, e dal notaio per fare una cooperativa, perché a nessuno, quel bene da allora comune, venisse in mente di portarglielo via. Della fatica lassù c&#8217;è memoria e quando viene fatta davvero genera proprietà , collettiva se fatta insieme. Così, se chiedi ora alla gente di chi è quel bar, se è pubblico o privato, potresti anche non avere risposta, scansato come chi parla lingue inutili per vivere là. Identità , abitazione, paura, bisogno, fatica, comune E&#8217;  più facile dare significato alle parole, intenderne il senso, se raccontano storie e rappresentano vita. Se hai pazienza e sguardo per attraversarle e leggerne gli esiti ne intendi anche gli usi e diventano attrezzi. Succiso, da quella volta del bar, è cooperativa di comunità, ma ben difficile sarebbe capirne l&#8217;esatta portata se non passando dal suo racconto.   E&#8217; l&#8217;esercizio necessario, con umiltà, di fronte ad ogni cooperativa e ad ogni impresa che voglia dirsi comunitaria. Che dica di un paese o di un quartiere, di un capannone o di una piazza abbandonati. Magari di un teatro che riapre per tornare ad essere luogo o di una scuola che scende in strada per farsene invadere, produttiva di alfabeti sociali ed economici partecipati. E&#8217;  di tendenza citare la cooperazione di comunità  e crederne effetti clamorosi e taumaturgici, ma se qualcuno ve ne parla, dimenticatevi un attimo gli effetti e chiedetegli prima di raccontarvela, di darle un nome al cui associare volti e giorni. Cooperative di comunità Abbiamo detto di Succiso, con la sua Valle dei Cavalieri, ma potevamo dire di Cerreto Alpi e i suoi Briganti, di Tiriolo con Scherà, di Rais a Dossena oppure in Sardegna con la Viseras di Mamoiada e in città  con i giovani cooperatori della Paranza al Quartiere Sanità  di Napoli, di Monticchiello o di Campolattaro. Di altri ancora potremmo riferire. Le cooperative di comunità  raccontano ovunque di abitanti intraprendenti. Trasformata in sogno la paura, hanno messo mano alle cose di tutti e prima di andare dal Sindaco sono andati dal notaio e in banca, senza chiederne conto: produttori di beni comuni perché artigiani di una socialità  che si nutre di economie e dà  lavoro. Succiso e le altre sono anime guida di un&#8217;opportunità  nuova. Le loro tappe di resistenza e sviluppo ci consegnano intuizioni, saperi e attrezzi con i quali riprodurre movimenti e accompagnare esperienze anche altrove, ovunque sia critica l&#8217;accessibilità  della gente ai servizi piuttosto che al lavoro o addirittura alle istituzioni e alla partecipazione democratica. Costruire fiducia Costruire fiducia. Tenere aperta la comunità  e conservare aspettativa di vita nei suoi abitanti riconsegnando loro i luoghi minimi di socialità , di incontro, di relazione. Fiducia è il prodotto tipico di origine non controllata in ogni impresa comunitaria. Dare risposta Essere mano presente e dare risposta. Essere fatto nuovo vicino alla gente senza pretenderne gratitudine o partecipazioni. Il bar a Succiso è diventato negozio di prossimità, servizio fisico all&#8217;abitare, per un paese distante. Perché non può diventarlo un&#8217;azienda? Perché non una biblioteca, una scuola o un ufficio postale? Le comunità  intraprendenti diventano cooperativa rendendo abitanti le attività  economiche e i servizi. Ci restituiscono così modelli di sviluppo locale fondati su istituzioni politiche, economiche o sociali nuovamente presenti e abitanti, infrastruttura e tessuto di un patrimonio comune. Un&#8217;opera di ricostruzione dal basso dopo un lungo percorso di smantellamento indotto dall&#8217;alto: dalle Casse di Risparmio, alle municipalizzate, all&#8217;organizzazione territoriale dello Stato e delle sue aziende. Art. 41 Costituzione Rendere produttivi per tutti fatti e luoghi dimenticati, pubblici o privati, per poterli ri-dire comuni. In questi racconti cooperativi è il passo decisivo che riattiva generatività  non solo con azioni proprie ma tentando di contaminare tutto il contesto. Ascoltiamo qui, da un lato,che non è pubblico ciò che sta nella proprietà  di un ente ma ciò che serve alla gente e ne è abitato; dall&#8217;altro, che un&#8217;attività  economica che non partecipa la vicenda territoriale e comunitaria si svolge &#8220;in contrasto con l&#8217;utilità  sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà , alla dignità  umana&#8221; (art.41, Costituzione) di quel luogo. Dialogare con le istituzioni Avere dialogo costruttivo (invece che competitivo) con istituzioni pubbliche presenti e consapevoli. Partner fondamentali di queste esperienze sono amministratori pubblici che ne hanno riconosciutoil significato e le hanno valorizzate, rispettandone e attendendone l&#8217;autonomia, senza invidie o timori da consenso. In ognuno dei casi citati si è assistito a prassi amministrative innovative e sono state determinanti leadership consapevoli: le persone e la loro visione, il sindaco e il presidente della cooperativa, hanno fatto la differenza. Anche il tema della rappresentanza e dell&#8217;intermediazione politica ci sembra possa essere coinvolto. Non sappiamo se nuovi partiti politici, ancora applicando l&#8217;art.49 della Costituzione, sapranno reintermediare consenso, partecipazione e poteri. Sappiamo però, leggendo della Costituzione tutta la prima parte e perché qui l&#8217;abbiamo visto, che l&#8217;abitare responsabile dà  cittadinanza, che la comunità  è una forma necessaria di aggregazione e che un dialogo costruttivo con gli abitanti intraprendenti di una comunità  necessaria è condizione buona</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2017/02/succiso-storia-di-un-paese-che-voleva-vivere-e-di-un-bar-che-e-diventato-un-bene-comune/">Storia di un paese che voleva vivere e di un bar che è diventato un bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.labsus.org/2013/03/la-comunita-cooperativa-di-succiso/" target="_blank" rel="noopener">Succiso</a>, in provincia di Reggio Emilia, 1000 metri sul livello del mare e a due ore di strada dal suo capoluogo di provincia, in cent&#8217;anni è morto e risorto almeno tre volte, solo perchè di più non sappiamo.</strong> Nel 1920 è sopravvissuto al terremoto. Nel 1954 invece è stato devastato da una frana che ha fatto uscire tutti gli abitanti dalle proprie case per non tornarvi più. Non per andarsene però: l&#8217;hanno ricostruito dopo una battaglia civile ordinata e democratica e anche discussioni pubbliche e private su quale terra sarebbe stata valorizzata da nuove abitazioni. L&#8217;hanno ricostruito più a monte, in pace fra loro e per quella che volevano per i loro figli. La terza volta ha rischiato di morire per la chiusura dell&#8217;unico bar, nel 1991. <strong>Alcuni suoi abitanti &#8211; c&#8217;era una proloco e a votare ci andavano tutti, memori di un diritto conquistato col sangue &#8211; hanno messo mano a cazzuola e carriola &#8211; tutto è più facile quando si pensa con le mani &#8211; e il bar se lo sono riaperti.</strong> Sono andati in banca, perché qualche soldo serviva, e dal notaio per fare una cooperativa, perché a nessuno, quel bene da allora comune, venisse in mente di portarglielo via. Della fatica lassù c&#8217;è memoria e quando viene fatta davvero genera proprietà , collettiva se fatta insieme.<br />
<strong>Così, se chiedi ora alla gente di chi è quel bar, se è pubblico o privato, potresti anche non avere risposta, scansato come chi parla lingue inutili per vivere là.</strong></p>
<h5 style="text-align: justify;">Identità , abitazione, paura, bisogno, fatica, comune</h5>
<p style="text-align: justify;">E&#8217;  più facile dare significato alle parole, intenderne il senso, se raccontano storie e rappresentano vita. Se hai pazienza e sguardo per attraversarle e leggerne gli esiti ne intendi anche gli usi e diventano attrezzi. <strong>Succiso, da quella volta del bar, è cooperativa di comunità, ma ben difficile sarebbe capirne l&#8217;esatta portata se non passando dal suo racconto.</strong>   E&#8217; l&#8217;esercizio necessario, con umiltà, di fronte ad ogni cooperativa e ad ogni impresa che voglia dirsi comunitaria. Che dica di un paese o di un quartiere, di un capannone o di una piazza abbandonati. Magari di un teatro che riapre per tornare ad essere luogo o di una scuola che scende in strada per farsene invadere, produttiva di alfabeti sociali ed economici partecipati. <strong> E&#8217;  di tendenza citare la cooperazione di comunità  e crederne effetti clamorosi e taumaturgici, ma se qualcuno ve ne parla, dimenticatevi un attimo gli effetti e chiedetegli prima di raccontarvela, di darle un nome al cui associare volti e giorni.</strong></p>
<h5 style="text-align: justify;">Cooperative di comunità</h5>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo detto di Succiso, con la sua Valle dei Cavalieri, ma potevamo dire di <a href="http://www.labsus.org/2011/05/briganti-di-comunita/" target="_blank" rel="noopener">Cerreto Alpi e i suoi Briganti</a>, di Tiriolo con Scherà, di Rais a Dossena oppure in Sardegna con la Viseras di Mamoiada e in città  con i giovani cooperatori della <a href="http://www.labsus.org/2016/07/catacombe-di-napoli-quando-il-patrimonio-culturale-e-uno-strumento-per-lo-sviluppo-economico-e-sociale/" target="_blank" rel="noopener">Paranza al Quartiere Sanità  di Napoli</a>, di Monticchiello o di Campolattaro. Di altri ancora potremmo riferire. Le <a href="http://www.labsus.org/2016/05/beni-comuni-e-cooperative-di-comunita/" target="_blank" rel="noopener">cooperative di comunità </a> raccontano ovunque di abitanti intraprendenti. Trasformata in sogno la paura, hanno messo mano alle cose di tutti e prima di andare dal Sindaco sono andati dal notaio e in banca, senza chiederne conto: <strong>produttori di beni comuni perché artigiani di una socialità  che si nutre di economie e dà  lavoro.</strong><br />
Succiso e le altre sono anime guida di un&#8217;opportunità  nuova. Le loro tappe di resistenza e sviluppo ci consegnano intuizioni, saperi e attrezzi con i quali riprodurre movimenti e accompagnare esperienze anche altrove, ovunque sia critica l&#8217;accessibilità  della gente ai servizi piuttosto che al lavoro o addirittura alle istituzioni e alla partecipazione democratica.</p>
<h5 style="text-align: justify;">Costruire fiducia</h5>
<p style="text-align: justify;"><strong>Costruire fiducia.</strong> Tenere aperta la comunità  e conservare aspettativa di vita nei suoi abitanti riconsegnando loro i luoghi minimi di socialità , di incontro, di relazione. Fiducia è il prodotto tipico di origine non controllata in ogni impresa comunitaria.</p>
<h5 style="text-align: justify;">Dare risposta</h5>
<p style="text-align: justify;"><strong>Essere mano presente e dare risposta.</strong> Essere fatto nuovo vicino alla gente senza pretenderne gratitudine o partecipazioni. Il bar a Succiso è diventato negozio di prossimità, servizio fisico all&#8217;abitare, per un paese distante. Perché non può diventarlo un&#8217;azienda? Perché non una biblioteca, una scuola o un ufficio postale? Le comunità  intraprendenti diventano cooperativa rendendo abitanti le attività  economiche e i servizi. Ci restituiscono così modelli di sviluppo locale fondati su istituzioni politiche, economiche o sociali nuovamente presenti e abitanti, infrastruttura e tessuto di un patrimonio comune. Un&#8217;opera di ricostruzione dal basso dopo un lungo percorso di smantellamento indotto dall&#8217;alto: dalle Casse di Risparmio, alle municipalizzate, all&#8217;organizzazione territoriale dello Stato e delle sue aziende.</p>
<h5 style="text-align: justify;">Art. 41 Costituzione</h5>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rendere produttivi per tutti fatti e luoghi dimenticati, pubblici o privati, per poterli ri-dire comuni.</strong> In questi racconti cooperativi è il passo decisivo che riattiva generatività  non solo con azioni proprie ma tentando di contaminare tutto il contesto. Ascoltiamo qui, da un lato,che non è pubblico ciò che sta nella proprietà  di un ente ma ciò che serve alla gente e ne è abitato; dall&#8217;altro, che un&#8217;attività  economica che non partecipa la vicenda territoriale e comunitaria si svolge &#8220;<em>in contrasto con l&#8217;utilità  sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà , alla dignità  umana</em>&#8221; (art.41, Costituzione) di quel luogo.</p>
<h5 style="text-align: justify;">Dialogare con le istituzioni</h5>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avere dialogo costruttivo (invece che competitivo) con istituzioni pubbliche presenti e consapevoli.</strong> Partner fondamentali di queste esperienze sono amministratori pubblici che ne hanno riconosciutoil significato e le hanno valorizzate, rispettandone e attendendone l&#8217;autonomia, senza invidie o timori da consenso. In ognuno dei casi citati si è assistito a prassi amministrative innovative e sono state determinanti leadership consapevoli: le persone e la loro visione, il sindaco e il presidente della cooperativa, hanno fatto la differenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche il tema della rappresentanza e dell&#8217;intermediazione politica ci sembra possa essere coinvolto.</strong> Non sappiamo se nuovi partiti politici, ancora applicando l&#8217;art.49 della Costituzione, sapranno reintermediare consenso, partecipazione e poteri. Sappiamo però, leggendo della Costituzione tutta la prima parte e perché qui l&#8217;abbiamo visto, che l&#8217;abitare responsabile dà  cittadinanza, che la comunità  è una forma necessaria di aggregazione e che un dialogo costruttivo con gli abitanti intraprendenti di una comunità  necessaria è condizione buona di governo locale.</p>
<h5 style="text-align: justify;">Anche il gregge è per tutti</h5>
<p style="text-align: justify;"><strong>Considerare comuni e di tutti anche le attività  private dei singoli, pur senza espropri, godendo anzi degli interessi di ciascuno.</strong> In contesti a bassa densità  di risorse la vita passa dal partecipare come comuni anche le botteghe e le aziende. Non v&#8217;è nessuna possibilità  di vita lìper gli abitanti se il paese chiude le botteghe e nessuna di successo per una bottega se non partecipante quella comunità  come fosse di tutti. A Succiso questa luce si è accesa improvvisa quando la chiusura è toccata, stanco il suo pastore, ad un&#8217;azienda agricola e la cooperativa ha visto che non vi sarebbe stata vita senza il pecorino del paese, non senza il suo gregge: era di tutti e non era mai stato dichiarato da nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza della cooperazione di comunità  consente di riscrivere modelli di business necessari nei contesti più vulnerabili. In genere le letture sullo sviluppo economico delle montagne fanno leva su elementi commerciali e di mercato: sarebbe nell&#8217;innovazione o nella tipicità  più distintiva il fattore di sviluppo determinante per ridare opportunità  economica e di lavoro. Un&#8217;affermazione vera ma insufficiente.<strong> Non c&#8217;è investimento commerciale che garantisca qui sostenibilità  e successo se l&#8217;imprenditore che lo produce non cerca remunerazione in vita per sé e per la sua famiglia in quella comunità .</strong> Un&#8217;attesa diversa ne decreterebbe comunque la delocalizzazione o la fine. Chiedete a un imprenditore, anche non cooperativo, cosa lo porta o lo mantiene in queste terre e la risposta non mancherà  mai di cominciare con i legami di vita e terminare, passando per ragioni di ordine aziendale, con un cenno ai giovani e al futuro. Chi investe qui deve necessariamente vedere più a fondo e più lontano. <strong>Perché non promuovere ovunque questo approccio come opportunità  invece che leggerlo come limite?</strong></p>
<h5 style="text-align: justify;">Essere welfare comunitario</h5>
<p style="text-align: justify;"><strong>Essere naturalmente e istintivamente mutualistici. </strong>Io da bambino, abitando in un paese, facevo il giro degli anziani andando a fare la spesa. Arrivavo al negozio con le liste di ciascuno e me ne tornavo a casa avendo fatto prima le consegne. Di giorno in giorno cresceva la mia relazione con gli altri abitanti, il valore di quella mia attività  in caramelle e spiccioli e un&#8217;informazione condivisa e reale sullo stato delle case e delle persone. Ero un pezzo dello stesso welfare comunitario indotto dall&#8217;affermazione della cooperazione che produce fiducia e mantiene attività  primarie. <strong>Non potranno certo mancare delega e professioni sociali alla vivibilità  dei territori, ma dove i flussi redistributivi che passano dalla funzione pubblica non generano soluzioni sufficienti, allora scopriamo risposta in modelli economici più inclusivi e di coproduzione.</strong> Dove non si produce abbastanza per pagarsi un sistema di welfare, bisogna semplicemente esserlo rendendo direttamente rispondenti il modo di produrre e di stare insieme. Come un tempo il bambino con i vecchi del paese, è oggi il furgone della cooperativa a fare la spesa a valle per tutti, a consegnare farmaci o ad accompagnare bambini a scuola e anziani all&#8217;ospedale. Tutto possibile perché il furgone è mezzo produttivo del ristorante che attende clienti e per l&#8217;azienda agricola che produce il pecorino.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Era il paese che voleva vivere, tutto qui. Ciò era bastato per essere banca e banca del paese, quand&#8217;Al Cic, il figlio di Svanin, aveva avuto bisogno per il locale. Voleva rinnovare il banco e allargare la sala per dare anche da mangiare a chi arrivava. Non s&#8217;era mai vista tanta gente insieme, all&#8217;unica filiale del Comune, per un solo conto. Tutti insieme a firmare perché quel giovane potesse avere il mutuo che chiedeva, e tutti insieme per il loro ristorante</em> <a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>Teneggi G.,Bragazzi J., <em>E le montagne si inchinarono ad ascoltare</em>, AbaoAqu, 2016</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giovanni Teneggi </strong>è nato ed abita a Castelnovo ne&#8217; Monti (Reggio Emilia, appennino tosco-emiliano) da dove lavora per Confcooperative allo sviluppo della cooperazione di comunità  in Italia.</p>
<p><em>Foto in anteprima di <a href="https://www.ruggeroarena.com/" target="_blank" rel="noopener">Ruggero Arena</a></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><a href="http://www.labsus.org/2013/03/la-comunita-cooperativa-di-succiso/" target="_blank" rel="noopener">La comunità  cooperativa di Succiso</a></li>
<li><a href="http://www.labsus.org/2016/05/beni-comuni-e-cooperative-di-comunita/" target="_blank" rel="noopener">Beni comuni e cooperative di comunità </a></li>
<li><a href="http://www.labsus.org/2016/07/catacombe-di-napoli-quando-il-patrimonio-culturale-e-uno-strumento-per-lo-sviluppo-economico-e-sociale/" target="_blank" rel="noopener">Catacombe di Napoli, il patrimonio culturale come strumento per lo sviluppo economico e sociale</a></li>
<li><a href="http://www.labsus.org/2011/05/briganti-di-comunita/" target="_blank" rel="noopener">Briganti di comunità </a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>AA.VV., MISE/Invitalia, a cura di IRECOOP ER, <em>La cooperazione di comunità  per uno sviluppo locale sostenibile</em>, studio sullo sviluppo della cooperazione di comunità , 12/2016. Scaricabile in  <a href="http://www.icn.coop/Documentazione/Progetti" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://www.icn.coop/Documentazione/Progetti&amp;source=gmail&amp;ust=1488339211407000&amp;usg=AFQjCNGpRjUjJDlxJFA_D3srXVvDncHwEw"><u>http://www.icn.coop/Documentazione/Progetti</u></a><br />
AA.VV., Confcooperative, <em>Cooperativa di comunità : circolo virtuoso per il territorio</em>, collana STRUMENTI, N.5, 2015<br />
Borzaga C., Zandonai F. , <em>Oltre la narrazione, fuori dagli schemi: i processi generativi delle imprese di comunità</em>, in <em>RivistaImpresaSociale.it</em>, 8 dicembre 2016<br />
Dotti M., Giovanni Lindo Ferretti, <a href="http://www.vita.it/it/story/2016/07/25/giovanni-lindo-ferretti-quassu-lumano-non-si-e-perso/70/" target="_blank" rel="noopener">Quassù l&#8217;umano non si è perso</a>, in  Vita.it, 25 luglio 2016<br />
Grella D., <em><a href="http://www.vita.it/it/article/2016/05/23/succiso-il-paese-cooperativa-dove-ogni-giorno-si-cambia-lavoro/139495/" target="_blank" rel="noopener">Il paese cooperativa dove ogni giorno si cambia lavoro</a></em>, in  Vita.it, 23 maggio 2016<br />
Teneggi G.,<em> E le montagne si inchinarono ad ascoltare</em>, AbaoAqu, collana I QUADERNI, 2016<br />
Teneggi G., <em>Imprese rabdomanti di storie e luoghi per ritrovare comunità </em>, in Animazione Sociale 2014 n.282<br />
Teneggi G., <em><a href="http://digitalmagazine.maggioli.it/articolo_digital/dettaglio/autori-vari/aree-interne-dove-il-welfare-non-si-fa-con-i-servizi-giovanni-teneggi-sso_2016_2_72_75-33566.html" target="_blank" rel="noopener">Aree interne: dove il welfare non si fa con i servizi</a></em>, in WelfareOggi 2016, n.2<br />
Teneggi G., <em><a href="http://www.vita.it/it/article/2016/12/12/cooperative-di-comunita-opportunita-per-le-generazioni-sfida-per-il-pa/141892/" target="_blank" rel="noopener">Cooperative di comunità : opportunità  per le generazioni, sfida per il Paese</a></em>, in Vita.it, 12 dicembre 2016<br />
Venturi P., Zandonai F., <em><a href="https://www.che-fare.com/i-probi-pionieri-del-platform-cooperativism/" target="_blank" rel="noopener">I probi pionieri del platform cooperativism</a></em>, in  Che-fare.com, 9 febbraio 2016</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2017/02/succiso-storia-di-un-paese-che-voleva-vivere-e-di-un-bar-che-e-diventato-un-bene-comune/">Storia di un paese che voleva vivere e di un bar che è diventato un bene comune</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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