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	<title>Vittorio Ferla, Autore presso Labsus</title>
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	<title>Vittorio Ferla, Autore presso Labsus</title>
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		<title>Open data beni comuni. Ma solo con amministrazioni aperte e competenti</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/08/open-data-beni-comuni-ma-solo-con-amministrazioni-aperte-e-competenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ferla]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Aug 2014 10:15:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[Open data]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che l&#8217;informazione e la conoscenza possano essere considerati dei beni comuni non è più un fatto contestabile. La diffusione globale delle nuove tecnologie digitali ha ulteriormente rafforzato questa relazione. Si tratta di un tema vastissimo da un punto di vista analitico che coinvolge anche il tema della partecipazione dei cittadini. Le informazioni sono una risorsa da un punto di vista sociale, economico e politico. Sono cruciali per costruire un punto di vista autonomo sulla realtà , per garantire un consenso informato e diffuso, per offrire strumenti di comprensione e partecipazione. Allo stesso tempo, le informazioni sono un tesoro per chi vuole mettere in piedi attività  di impresa &#8211; in ambito industriale, commerciale o sociale &#8211; per coprire settori ancora scoperti e offrire nuovi prodotti e servizi. Sappiamo, inoltre, che molte delle informazioni relative ai diritti e alla vita quotidiana sono prodotte dai cittadini stessi o dalle loro organizzazioni. Anche per questi motivi, l&#8217;accesso e la produzione di informazioni sono diventati &#8211; e diventeranno sempre di più &#8211; una sfida per tutti coloro che vogliono promuovere il progresso civile ed economico delle proprie comunità , la partecipazione democratica e l&#8217;attivismo civico. Gli Open Data e il ruolo delle PA In questo contesto si colloca un fenomeno relativamente recente, ma destinato a crescere tanto e rapidamente: quello degli open data. Istituzioni, imprese e organizzazioni di cittadini hanno cominciato infatti a rilasciare e condividere una massa enorme di informazioni in anni recenti. E la tendenza è in crescita. Tuttavia, mentre alcune informazioni sono facilmente accessibili, alcune sono ancora conservate con strumenti cartacei. I dati inoltre possono essere gratuiti oppure offerti a pagamento. E ci sono enormi differenze nel riuso e nella redistribuzione dei diritti di pubblicazione. In breve, esistono diversi gradi per specificare quando dei dati sono aperti e quale valore posso creare. Le imprese e le organizzazioni sociali sono già  in grado di produrre informazioni pubbliche. Ma una grande responsabilità  ricade oggi sui governi nazionali e locali e sulle amministrazioni pubbliche. Sono loro i soggetti che, per diverse ragioni, potranno svolgere un ruolo chiave per liberare il potenziale economico e sociale degli open data. Poste al centro di interlocutori chiave &#8211; cittadini, imprese, organizzazioni civiche -le istituzioni pubbliche si trovano in una posizione ideale per estrarre valore dagli open data e per aiutare gli altri a farlo. In particolare, le amministrazioni sono chiamate a spronare la creazione di valore a tutti i livelli della società  attraverso quattro modalità  di azione complementari: offrire i dati spesso inaccessibili; catalizzare soggetti e azioni creando sistemi; imparare a usare i dati internamente; acquisire conoscenze per migliorare le politiche pubbliche. Offrire i dati Attraverso tutti i livelli di governo in tutte le regioni del mondo, milioni di archivi di dati individuali sono raccolti, immagazzinati e analizzati. Dalle dichiarazioni dei redditi alle richieste di disoccupazione ai rimborsi ospedalieri, ai consumi energetici, gran parte di queste informazioni possono rendersi disponibili elettronicamente, possono essere condivise, abilitando altri soggetti nella creazione di nuovi servizi e prodotti. Negli Stati Uniti, per esempio, su data.gov, il portale online del governo federale per gli open data, più di 85 mila datasets sono adesso fruibili, tramite guide per gli utenti ed esempi di applicazioni nell&#8217;industria, dall&#8217;agricoltura al manifatturiero. Nel Regno Unito, il sito findthebest.com usa i dati del governo nel proprio UK Car Fuel Economy and Emission Data App che aiuta gli acquirenti di automobili a confrontarne le caratteristiche (per esempio, i risparmi energetici basati sui loro spostamenti abituali). Rendendo questi dati disponibili per società  e individui con spirito d&#8217;impresa il governo sta spronando l&#8217;innovazione nel settore privato e incrementa la trasparenza: due degli obiettivi più rilevanti di ogni iniziativa di open data. La G8 Open Data Charter del 2013 auspica che tutti i dati governativi siano pubblicati automaticamente in formato aperto, mentre riconosce che esistono alcune legittime ragioni per cui alcuni dati non possono essere rilasciati. Catalizzare soggetti e azioni Le istituzioni pubbliche possono funzionare come catalizzatore per l&#8217;uso di open data contribuendo alla creazione di un fiorente ecosistema di utenti di dati, programmatori e sviluppatori di applicazioni. Per attrarre un ecosistema di sviluppatori, le amministrazioni potranno pubblicizzare la disponibilità  di open data attraverso campagne, siti web, materiali di marketing oppure impegnarsi in ulteriori azioni di responsabilità  sociale. Alcune amministrazioni virtuose organizzano eventi chiamati hackatons o datapaloozas spesso con premi in denaro e pubblicità . Questi eventi aiutano a promuovere l&#8217;uso di dati nello sviluppo di prodotti e servizi innovativi e per favorire il coinvolgimento dei cittadini nel policy making. Essi permettono inoltre ai governi di condividere nuovamente dati rilasciati o digitalizzati, estrarli sulla base dell&#8217;esperienza dei partecipanti e offrire indicazioni riguardo alla sicurezza e alla privacy. In Italia, ci sono alcune esperienze interessanti come il Monithon organizzato da Open Coesione o gli hackaton organizzati di recente dalla Camera dei Deputati. Altre piattaforme di marketing per sostenere gli open data includono incontri tra agenzie governative, tavole rotonde con organizzazioni civiche e imprese e campagne di sensibilizzazione dell&#8217;opinione pubblica. Imparare a usare i dati I programmi di open data sono di norma concepiti per liberare la capacità  innovativa dei governi di usare dati precedentemente nascosti. Vi sono anche programmi che servono per abilitare le agenzie governative a superare le proprie barriere interne all&#8217;uso dei dati da parte di altri pezzi dell&#8217;amministrazione. Su questo piano, ci sono due azioni chiave che le agenzie di governo possono adottare per usare gli open data. In primo luogo, per ottimizzare l&#8217;uso di data pubblici tra le stesse agenzie, il governo può investire in talento, strumenti e sistemi. Ciò include ingaggiare e formare gli staff a tutti i livelli &#8211; anche quelli che non ricoprono ruoli tecnici &#8211; circa il modo di usare i dati per prendere le decisioni migliori. In secondo luogo, le amministrazioni possono applicare analisi avanzate per migliorare il decision making interno, promuovere la creazione di nuovi servizi e incrementare l&#8217;accountability. Per esempio, i funzionari comunali di Edmonton in Canada analizzano in tempo reale i dati di accesso attraverso interfacce per verificare le performance della città  su una varietà </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/08/open-data-beni-comuni-ma-solo-con-amministrazioni-aperte-e-competenti/">Open data beni comuni. Ma solo con amministrazioni aperte e competenti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Che l&#8217;informazione e la conoscenza possano essere considerati dei beni comuni non è più un fatto contestabile</strong>. La diffusione globale delle nuove tecnologie digitali ha ulteriormente rafforzato questa relazione. Si tratta di un tema vastissimo da un punto di vista analitico che coinvolge anche il tema della partecipazione dei cittadini.</p>
<p>Le informazioni sono una risorsa da un punto di vista sociale, economico e politico. Sono cruciali per costruire un punto di vista autonomo sulla realtà , per garantire un consenso informato e diffuso, per offrire strumenti di comprensione e partecipazione. Allo stesso tempo, le informazioni sono un tesoro per chi vuole mettere in piedi attività  di impresa &#8211; in ambito industriale, commerciale o sociale &#8211; per coprire settori ancora scoperti e offrire nuovi prodotti e servizi. Sappiamo, inoltre, che molte delle informazioni relative ai diritti e alla vita quotidiana sono prodotte dai cittadini stessi o dalle loro organizzazioni.<br />
Anche per questi motivi, <strong>l&#8217;accesso e la produzione di informazioni sono diventati &#8211; e diventeranno sempre di più &#8211; una sfida per tutti coloro che vogliono promuovere il progresso civile ed economico delle proprie comunità , la partecipazione democratica e l&#8217;attivismo civico.</strong></p>
<h1>Gli Open Data e il ruolo delle PA</h1>
<p>In questo contesto si colloca un fenomeno relativamente recente, ma destinato a crescere tanto e rapidamente: quello degli <strong>open data</strong>. <strong>Istituzioni, imprese e organizzazioni di cittadini hanno cominciato infatti a rilasciare e condividere una massa enorme di informazioni in anni recenti.</strong> E la tendenza è in crescita. Tuttavia, mentre alcune informazioni sono facilmente accessibili, alcune sono ancora conservate con strumenti cartacei. I dati inoltre possono essere gratuiti oppure offerti a pagamento. E ci sono enormi differenze nel riuso e nella redistribuzione dei diritti di pubblicazione. In breve, esistono diversi gradi per specificare quando dei dati sono aperti e quale valore posso creare.<br />
<strong>Le imprese e le organizzazioni sociali sono già  in grado di produrre informazioni pubbliche. Ma una grande responsabilità  ricade oggi sui governi nazionali e locali e sulle amministrazioni pubbliche. Sono loro i soggetti che, per diverse ragioni, potranno svolgere un ruolo chiave per liberare il potenziale economico e sociale degli open data.</strong> Poste al centro di interlocutori chiave &#8211; cittadini, imprese, organizzazioni civiche -le istituzioni pubbliche si trovano in una posizione ideale per estrarre valore dagli open data e per aiutare gli altri a farlo. In particolare, le amministrazioni sono chiamate a spronare la creazione di valore a tutti i livelli della società  attraverso quattro modalità  di azione complementari: offrire i dati spesso inaccessibili; catalizzare soggetti e azioni creando sistemi; imparare a usare i dati internamente; acquisire conoscenze per migliorare le politiche pubbliche.</p>
<h1>Offrire i dati</h1>
<p>Attraverso tutti i livelli di governo in tutte le regioni del mondo, milioni di archivi di dati individuali sono raccolti, immagazzinati e analizzati. <strong>Dalle dichiarazioni dei redditi alle richieste di disoccupazione ai rimborsi ospedalieri, ai consumi energetici, gran parte di queste informazioni possono rendersi disponibili elettronicamente, possono essere condivise, abilitando altri soggetti nella creazione di nuovi servizi e prodotti.</strong> Negli Stati Uniti, per esempio, su data.gov, il portale online del governo federale per gli open data, più di 85 mila datasets sono adesso fruibili, tramite guide per gli utenti ed esempi di applicazioni nell&#8217;industria, dall&#8217;agricoltura al manifatturiero. Nel Regno Unito, il sito findthebest.com usa i dati del governo nel proprio UK Car Fuel Economy and Emission Data App che aiuta gli acquirenti di automobili a confrontarne le caratteristiche (per esempio, i risparmi energetici basati sui loro spostamenti abituali). Rendendo questi dati disponibili per società  e individui con spirito d&#8217;impresa il governo sta spronando l&#8217;innovazione nel settore privato e incrementa la trasparenza: due degli obiettivi più rilevanti di ogni iniziativa di open data. <strong>La G8 Open Data Charter del 2013 auspica che tutti i dati governativi siano pubblicati automaticamente in formato aperto, mentre riconosce che esistono alcune legittime ragioni per cui alcuni dati non possono essere rilasciati.</strong></p>
<h1>Catalizzare soggetti e azioni</h1>
<p><strong>Le istituzioni pubbliche possono funzionare come catalizzatore per l&#8217;uso di open data contribuendo alla creazione di un fiorente ecosistema di utenti di dati, programmatori e sviluppatori di applicazioni.</strong> Per attrarre un ecosistema di sviluppatori, le amministrazioni potranno pubblicizzare la disponibilità  di open data attraverso campagne, siti web, materiali di marketing oppure impegnarsi in ulteriori azioni di responsabilità  sociale. Alcune amministrazioni virtuose organizzano eventi chiamati hackatons o datapaloozas spesso con premi in denaro e pubblicità . Questi eventi aiutano a promuovere l&#8217;uso di dati nello sviluppo di prodotti e servizi innovativi e per favorire il coinvolgimento dei cittadini nel policy making. Essi permettono inoltre ai governi di condividere nuovamente dati rilasciati o digitalizzati, estrarli sulla base dell&#8217;esperienza dei partecipanti e offrire indicazioni riguardo alla sicurezza e alla privacy. In Italia, ci sono alcune esperienze interessanti come il Monithon organizzato da Open Coesione o gli hackaton organizzati di recente dalla Camera dei Deputati. Altre piattaforme di marketing per sostenere gli open data includono incontri tra agenzie governative, tavole rotonde con organizzazioni civiche e imprese e campagne di sensibilizzazione dell&#8217;opinione pubblica.</p>
<h1>Imparare a usare i dati</h1>
<p><strong>I programmi di open data sono di norma concepiti per liberare la capacità  innovativa dei governi di usare dati precedentemente nascosti. Vi sono anche programmi che servono per abilitare le agenzie governative a superare le proprie barriere interne all&#8217;uso dei dati da parte di altri pezzi dell&#8217;amministrazione.</strong> Su questo piano, ci sono due azioni chiave che le agenzie di governo possono adottare per usare gli open data. In primo luogo, per ottimizzare l&#8217;uso di data pubblici tra le stesse agenzie, il governo può investire in talento, strumenti e sistemi. Ciò include ingaggiare e formare gli staff a tutti i livelli &#8211; anche quelli che non ricoprono ruoli tecnici &#8211; circa il modo di usare i dati per prendere le decisioni migliori. In secondo luogo, le amministrazioni possono applicare analisi avanzate per migliorare il decision making interno, promuovere la creazione di nuovi servizi e incrementare l&#8217;accountability. Per esempio, i funzionari comunali di Edmonton in Canada analizzano in tempo reale i dati di accesso attraverso interfacce per verificare le performance della città  su una varietà  di ambiti: dalla performance del trasporto pubblico all&#8217;utilizzazione degli spazi pubblici. Gli staff possono semplicemente e facilmente visualizzare più di 400 datasets, rafforzando la loro capacità  di assumere decisioni meglio informate su come migliorare le performance e riallocare le risorse limitate. Un altro caso ormai molto noto è quello della città  di Chicago nella quale è stato sperimentato un sistema integrato di dialogo tra cittadini e amministrazione comunale attraverso l&#8217;uso dei social media: in sostanza, grazie a twitter e facebook i cittadini possono fornire segnalazioni e suggerimenti grazie ai quali la municipalità  può calibrare meglio il proprio intervento.</p>
<h1>Migliorare le politiche pubbliche</h1>
<p><strong>Con la crescita degli open data i manager delle amministrazioni pubbliche saranno sempre più chiamati a concentrarsi su due obiettivi: proteggere individui e organizzazioni dai rischi che possono emergere dalla enorme diffusione di dati liberi</strong> (in particolare, privacy e sicurezza per gli individui, proprietà  intellettuale, riservatezza, responsabilità  per le organizzazioni); <strong>accrescere il valore potenziale di questi dati.</strong> Le istituzioni pubbliche possono contare su strumenti legislativi e regolamentari, competenze professionali e digitali per rafforzare sicurezza, equità  e giustizia per tutti i membri della società . Possono aprire le porte del policy making all&#8217;uso dei dati, specie quelli prodotti direttamente dai cittadini. Tutte le informazioni prodotte, da qualunque soggetto, possono entrare in questi processi e contribuire a migliorare le politiche pubbliche in ambito socio-sanitario, nella mobilità  locale, nella ricerca e produzione di lavoro, nella progettazione di nuove occasioni di impresa.</p>
<h1>La &#8216;nuova normalità &#8216;</h1>
<p><strong>Per concludere: l&#8217;uso di open data è un fenomeno relativamente recente ma, grazie ai progressi tecnologici, sta crescendo enormemente per peso e rilevanza.</strong> In altre parole, sta diventando la &#8216;nuova normalità &#8216;. Tuttavia mentre i benefici degli open data sono significativi, il successo dei programmi di open data non è garantito. Servono le persone giuste, servono strumenti e sistemi adeguati. E più di tutto <strong>serve che i leader dei governi nazionali e locali e i loro stakeholder (imprese, cittadini e consumatori, media, organizzazioni civiche) si impegnino sempre più in una conversazione fruttuosa per promuovere gli open data e trarne tutti i possibili vantaggi.</strong></p>
<p><em><strong><span style="text-decoration: underline;">Fonti</span>:</strong></em></p>
<ul>
<li><b style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;">Open data: Unlocking innovation and performance with liquid information</b><span style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;">  &#8211; Rapporto McKinsey</span></li>
<li><span style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;"><b>La conoscenza come bene comune: dalla teoria alla pratica</b>  &#8211; di Charlotte Hess e Elinor Ostrom &#8211; Bruno Mondadori</span></li>
</ul>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2014/07/open-government-nei-comuni-ce-ancora-tanto-da-fare/" target="_blank">L&#8217;Open Government nei Comuni: c&#8217;è ancora tanto da fare</a></li>
<li><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2014/03/per-litalia-serve-un-open-government-plan/" target="_blank">Per l&#8217;Italia serve un Open Government Plan</a></li>
<li><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2013/11/open-data-anche-litalia-presenta-il-suo-piano-nazionale/" target="_blank">Open data, anche l&#8217;Italia presenta il suo piano nazionale</a></li>
<li><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2013/06/la-pubblica-amministrazione-su-facebook-e-twitter/" target="_blank">La Pubblica Amministrazione su Facebook e Twitter</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/08/open-data-beni-comuni-ma-solo-con-amministrazioni-aperte-e-competenti/">Open data beni comuni. Ma solo con amministrazioni aperte e competenti</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L &#8216; Open Government nei Comuni: c &#8216; è ancora tanto da fare</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/07/open-government-nei-comuni-ce-ancora-tanto-da-fare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ferla]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2014 07:22:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dal 2011, l&#8217;iniziativa è cresciuta: gli 8 paesi di partenza sono diventati 64. In tutti questi paesi i governi e la società  civile stanno lavorando insieme per implementare ambiziosi programmi di governo. Con il Decreto Trasparenza del Governo Monti anche l&#8217;Italia ha cominciato questo percorso. Bisogna dire che il decreto non nacque precisamente con l&#8217;intento di corrispondere a questa iniziativa internazionale, bensìsotto la pressione della società  civile italiana stanca di assistere passivamente al saccheggio della cosa pubblica da parte di esponenti dei partiti e delle istituzioni. Il decreto è rivolto a tutte le amministrazioni pubbliche del paese, compresi i Comuni che certamente rappresentano l&#8217;ente più vicino ai bisogni concreti dei cittadini. A questo livello di amministrazione il tema dell&#8217;accountability è cruciale. Tuttavia, a circa un anno dalla entrata in vigore del decreto, poco meno della metà  dei Comuni si dichiara in regola con gli obblighi di legge. I Comuni sono in ritardo Secondo l&#8217;agenzia giornalistica Ansa, a far più fatica sono soprattutto quelli con meno di 5.000 abitanti, che lamentano soprattutto la mancanza delle competenze necessarie per gestire la sezione trasparenza sul proprio sito. E qui va detto che il tema delle competenze digitali nelle pubbliche amministrazioni è davvero diventato urgente. Ne è consapevole anche l&#8217;Agenzia per l&#8217;Italia Digitale che tra le proprie funzioni proprio quella di promuovere e diffondere le iniziative di alfabetizzazione informatica rivolte ai cittadini e alle amministrazioni. Anche per questo, l&#8217;Agid ha varato delle linee guida per la diffusione di competenze digitali. Anche i Comuni più popolosi, comunque, faticano a comprendere quali dati pubblicare e come organizzare la loro raccolta. Il 76% dei Comuni ritiene che la diffusione dei dati aperti consentirà  una maggiore visibilità  sull&#8217;operato dell&#8217;Ente, ma sono in pochi a pensare che favorirà  anche la crescita del proprio territorio, ad esempio attraverso la nascita di nuove iniziative imprenditoriali. C&#8217;è, poi, un dato preoccupante, molto probabilmente legato alla sfiducia di cui sopra: l&#8217;89% dei Comuni popola la sezione Trasparenza con file difficilmente modificabili. Insomma, sulla questione degli open data i comuni italiani sono ancora all&#8217;anno zero. Si tratta di un ritardo culturale importante, perché ormai l&#8217;esperienza internazionale dimostra che con la apertura delle istituzioni pubbliche e, ancor più, con la liberazione dei dati da esse gestiti si aprirebbero spazi enormi per lo sviluppo di attività  d&#8217;impresa e di innovazione sociale. Processi partecipativi nelle città  Quando, invece, si parla di coinvolgere i cittadini nella politica, il 72% dei Comuni con più di 10.000 abitanti afferma di aver attivato o voler attivare dei processi partecipativi. In realtà , poi, meno di un Comune su due ha definito obiettivi, strumenti e regole per farlo, con percentuali notevolmente più basse per i Comuni di piccole dimensioni.  In questo ambito il regolamento per i beni comuni promosso da Labsus sarebbe uno strumento formidabile per realizzare i tre pilastri dell&#8217;Open Government (trasparenza, partecipazione e collaborazione) e per rendere sostanziale il traguardo della trasparenza per i comuni. Comuni e social media Bisogna infine aggiungere che i canali per comunicare con i cittadini sono ancora prevalentemente di tipo tradizionale: il 64% dei Comuni dichiara di non utilizzare nessun social network. Ancora una volta la dimensione dell&#8217;Ente sembra fare la differenza. Infatti, nel 2014, il 59% dei Comuni capoluogo ha attivato un profilo ufficiale su Facebook, il 28% in più rispetto al 2013, e il 63% ha un account su Twitter, con un incremento del 74% rispetto al 2013. In molte esperienze internazionali (basterebbe pensare all&#8217;ormai noto esempio del comune di Chicago) il ruolo dei social media è decisivo per aprire le amministrazioni comunali al contributo dei cittadini per un più efficace governo dei beni comuni. Insomma, siamo ancora all&#8217;inizio di un lungo cammino che i Comuni italiani devono completare per favorire programmi di collaborazione con i cittadini. Leggi anche: Smart city exhibition, la tecnologia al servizio delle città  L&#8217;Agenda digitale partecipata di Ravenna La Fabbrica del cittadino, uno strumento di &#8221; comunicazione collaborativa &#8221;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/07/open-government-nei-comuni-ce-ancora-tanto-da-fare/">L &#8216; Open Government nei Comuni: c &#8216; è ancora tanto da fare</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 2011, l&#8217;iniziativa è cresciuta: gli 8 paesi di partenza sono diventati 64. In tutti questi paesi i governi e la società  civile stanno lavorando insieme per implementare ambiziosi programmi di governo.</p>
<p>Con il Decreto Trasparenza del Governo Monti anche l&#8217;Italia ha cominciato questo percorso. Bisogna dire che il decreto non nacque precisamente con l&#8217;intento di corrispondere a questa iniziativa internazionale, bensìsotto la pressione della società  civile italiana stanca di assistere passivamente al saccheggio della cosa pubblica da parte di esponenti dei partiti e delle istituzioni.<br />
Il decreto è rivolto a tutte le amministrazioni pubbliche del paese, compresi i Comuni che certamente rappresentano l&#8217;ente più vicino ai bisogni concreti dei cittadini. A questo livello di amministrazione il tema dell&#8217;accountability è cruciale. Tuttavia, a circa un anno dalla entrata in vigore del decreto, poco meno della metà  dei Comuni si dichiara in regola con gli obblighi di legge.</p>
<h1><b>I Comuni sono in ritardo</b></h1>
<p>Secondo l&#8217;agenzia giornalistica Ansa, a far più fatica sono soprattutto quelli con meno di 5.000 abitanti, che lamentano soprattutto la mancanza delle competenze necessarie per gestire la sezione trasparenza sul proprio sito.<br />
E qui va detto che il tema delle competenze digitali nelle pubbliche amministrazioni è davvero diventato urgente.<br />
Ne è consapevole anche l&#8217;<a href="http://www.agid.gov.it/agenzia" target="_blank">Agenzia per l&#8217;Italia Digitale</a> che tra le proprie funzioni proprio quella di promuovere e diffondere le iniziative di alfabetizzazione informatica rivolte ai cittadini e alle amministrazioni. Anche per questo, l&#8217;Agid ha varato delle linee guida per la diffusione di competenze digitali.<br />
Anche i Comuni più popolosi, comunque, faticano a comprendere quali dati pubblicare e come organizzare la loro raccolta.<br />
Il 76% dei Comuni ritiene che la diffusione dei dati aperti consentirà  una maggiore visibilità  sull&#8217;operato dell&#8217;Ente, ma sono in pochi a pensare che favorirà  anche la crescita del proprio territorio, ad esempio attraverso la nascita di nuove iniziative imprenditoriali.<br />
C&#8217;è, poi, un dato preoccupante, molto probabilmente legato alla sfiducia di cui sopra: l&#8217;89% dei Comuni popola la sezione Trasparenza con file difficilmente modificabili. Insomma, sulla questione degli open data i comuni italiani sono ancora all&#8217;anno zero. Si tratta di un ritardo culturale importante, perché ormai l&#8217;esperienza internazionale dimostra che con la apertura delle istituzioni pubbliche e, ancor più, con la liberazione dei dati da esse gestiti si aprirebbero spazi enormi per lo sviluppo di attività  d&#8217;impresa e di innovazione sociale.</p>
<h1>Processi partecipativi nelle città </h1>
<p>Quando, invece, si parla di coinvolgere i cittadini nella politica, il 72% dei Comuni con più di 10.000 abitanti afferma di aver attivato o voler attivare dei processi partecipativi.<br />
In realtà , poi, meno di un Comune su due ha definito obiettivi, strumenti e regole per farlo, con percentuali notevolmente più basse per i Comuni di piccole dimensioni.  In questo ambito il <a href="http://www.labsus.org/scarica-regolamento/">regolamento</a> per i beni comuni promosso da Labsus sarebbe uno strumento formidabile per realizzare i tre pilastri dell&#8217;Open Government (trasparenza, partecipazione e collaborazione) e per rendere sostanziale il traguardo della trasparenza per i comuni.</p>
<h1>Comuni e social media</h1>
<p>Bisogna infine aggiungere che i canali per comunicare con i cittadini sono ancora prevalentemente di tipo tradizionale: il 64% dei Comuni dichiara di non utilizzare nessun social network. Ancora una volta la dimensione dell&#8217;Ente sembra fare la differenza. Infatti, nel 2014, il 59% dei Comuni capoluogo ha attivato un profilo ufficiale su Facebook, il 28% in più rispetto al 2013, e il 63% ha un account su Twitter, con un incremento del 74% rispetto al 2013.<br />
In molte esperienze internazionali (basterebbe pensare all&#8217;ormai noto esempio del comune di Chicago) il ruolo dei social media è decisivo per aprire le amministrazioni comunali al contributo dei cittadini per un più efficace governo dei beni comuni.<br />
Insomma, siamo ancora all&#8217;inizio di un lungo cammino che i Comuni italiani devono completare per favorire programmi di collaborazione con i cittadini.</p>
<p><strong>Leggi anche:</strong></p>
<p><a href="http://www.labsus.org/2013/10/smart-city-exhibition-la-tecnologia-al-servizio-delle-citta/" target="_blank">Smart city exhibition, la tecnologia al servizio delle città <br />
</a><a href="http://www.labsus.org/2014/04/lagenda-digitale-partecipata-di-ravenna/" target="_blank">L&#8217;Agenda digitale partecipata di Ravenna<br />
</a><a href="http://www.labsus.org/2014/06/la-fabbrica-del-cittadino/" target="_blank">La Fabbrica del cittadino, uno strumento di  &#8221; comunicazione collaborativa &#8221; </a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/07/open-government-nei-comuni-ce-ancora-tanto-da-fare/">L &#8216; Open Government nei Comuni: c &#8216; è ancora tanto da fare</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Beni comuni: Obama is your model, Mr Renzi!</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/04/beni-comuni-obama-is-your-model-mr-renzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ferla]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2014 14:08:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[renzi]]></category>
		<category><![CDATA[Social Innovation Fund]]></category>
		<category><![CDATA[White House Office of Social Innovation and Civic Participation]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La cura civica dei beni comuni in Italia è già  una realtà  fatta di soggetti organizzati per contribuire allo sviluppo sociale, civile e anche economico del nostro Paese. Manca, viceversa, la percezione da parte delle istituzioni pubbliche dell&#8217;esistenza di questa &#8221; rete invisibile &#8221; che coinvolge complessivamente migliaia di cittadini attivi e, con essa, la promozione di una politica pubblica volta a favorire questo impegno. Crisi e mancanza di risorse pubbliche L&#8217;assenza di sensibilità  della politica nazionale verso questo tema è questione annosa. Aggravata in questi ultimi anni dalla crisi economica che ha costruito l&#8217;alibi perfetto per giustificare l&#8217;indifferenza delle istituzioni.  Non c&#8217;è dubbio: la crisi economica ha aumentato la disuguaglianza di reddito e di ricchezza e ha progressivamente eroso le opportunità .  Le risorse pubbliche diminuiscono in tutta Europa e gli Stati fanno fatica a offrire le tradizionali risposte keynesiane in un momento di contrazione delle spesa pubblica. In realtà , non è affatto detto che l&#8217;impegno pubblico non possa esercitarsi in nuove forme, specie quando questo servirebbe per rafforzare l&#8217;impegno civico per la cura dei beni comuni. Un esempio efficace viene dagli Stati Uniti. L&#8217;esempio degli Stati Uniti Qui le diseguaglianze di reddito e di ricchezza hanno raggiunto livelli che nonsi vedevano dal 1920, le tendenze demografiche e i cambiamenti tecnologici stanno ridefinendo la struttura del lavoro e accrescono il disagio sociale, i conti pubblici americani sono malmessi con un debito stellare e un deficit già  molto elevato e gli investimenti e la domanda sono profondamente depressi. Certo, il presidente Obama ha stabilito programmi ambiziosi per promuovere opportunità  per tutti gli americani: la riforma sanitaria, gli investimenti nell&#8217;istruzione, l&#8217;aumento del salario minimo.  Tuttavia, proprio a causa dei vincoli di bilancio, il finanziamento del governo federale per una serie di programmi speciali &#8211; quelli rivolti alla scuola materna, all&#8217;educazione della prima infanzia, allo sviluppo della forza lavoro e della formazione e quelli che beneficiano la popolazione più vulnerabile e a basso reddito &#8211; rischia di cadere ad un minimo storico. In una situazione del genere, diventa essenziale migliorare il rapporto costo-efficacia dei programmi di governo.  Proprio per questo, l&#8217;amministrazione Obama, da una parte cerca di affinare la valutazione delle prestazioni offerte dai programmi in corso e, dall&#8217;altro, di riallocare i fondi dai programmi meno efficaci a quelli più efficaci. Al tempo stesso, Obama sta usando la leva delle risorse del governo federale con due obiettivi: incentivare il settore privato al fine di sviluppare nuovi programmi; sostenere le organizzazioni non profit alle quali sempre più si chiede di fornire servizi essenziali alle persone (benché le risorse non tengano il passo con la domanda crescente). Un Ufficio federale per l&#8217;Innovazione sociale e la Partecipazione civica Si spiega cosìl&#8217;istituzione del  White House Office of Social Innovation and Civic Participation nei primi mesi del 2009. Con questa iniziativa, Obama ha riconosciuto che per realizzare la promessa di maggiori opportunità  per tutti gli Americani, il Governo deve fare alcune cose: investire in soluzioni innovative capaci di raccogliere le nuove sfide sociali; collaborare con una serie di soggetti &#8211; settore privato, realtà  no profit, comunità  degli affari e investitori &#8211; con i quali raggiungere quegli obiettivi sociali e finanziare e sviluppare quelle soluzioni. In sostanza, Obama cerca di coinvolgere diversi soggetti della società  civile americana nel processo di elaborazione delle politiche. Sa che, in questo modo, può determinare programmi più efficaci dove impiegare le risorse pubbliche, individuare e sfruttare nuove risorse, promuovere e diffondere buone pratiche, sviluppare modelli basati sul mercato per sostenere programmi di successo. Il Fondo americano per l&#8217;Innovazione sociale Tra i primi effetti di questa politica, c&#8217;è l&#8217;istituzione del Social Innovation Fund, un fondo che incarna un nuovo approccio dell&#8217;amministrazione in un momento di finanziamenti pubblici federali insufficienti e che funziona come un &#8221; Fondo di fondi &#8221; : opera attraverso intermediari, crea partnership con il settore privato, amplificando l&#8217;impatto delle risorse federali. Il fondo offre sovvenzioni pubbliche a soggetti sociali come le fondazioni, le organizzazioni non profit e imprese sociali.  Ma, rispetto a quelle pubbliche, mobilita il triplo di risorse da parte delle imprese private. In pratica, gli intermediari si occupano di investire in organizzazioni non profit ad alto impatto che cercano di creare e realizzare programmi efficaci per lo sviluppo delle comunità  e dei territori. I finanziamenti possono essere rinnovati se, alla luce di una valutazione, i programmi mostrano di avere un buon impatto. Questo approccio è simile a quello utilizzato dai  venture capitalist che investono nei primi passi di una start-up, rinnovando i finanziamenti solo se la start-up cresce e dimostra di avere un impatto. Ad oggi, il Fondo ha assegnato oltre 175 milioni di dollari e ha catalizzato più di 420 milioni di dollari provenienti dalla disponibilità  di capitali privati. In questo modo, più di 200 organizzazioni della società  civile hanno ricevuto risorse.  Il Fondo (e il suo modello di finanziamento innovativo)godono di un sostegno bipartisan al Senato americano tanto che il bilancio 2014 omnibus ha ulteriormente aumentato le risorse (dai 47 milioni di dollari di partenza ai 70 milioni di quest&#8217;anno). Una collaborazione vincente tra soggetti civili e istituzionali Ma c&#8217;è di più. Coerentemente con l&#8217;obiettivo di investire in ciò che funziona, l&#8217;amministrazione ha anche aperto la strada al programma Pay for Success Financing con l&#8217;obiettivo di promuovere e diffondere l&#8217;innovazione sociale. Come funziona? Il Governo fissa un determinato obiettivo sociale (per esempio, la riduzione della recidività  tra i giovani delinquenti o l&#8217;incremento dell&#8217;istruzione per la prima infanzia per le popolazioni vulnerabili), un programma per affrontarlo e obiettivi misurabili specifici. Poi attira un investitore per finanziare il programma.  L&#8217;investitore partecipa all&#8217;impresa, attratto da un investimento di capitale promettente nel caso in cui il programma riuscisse a soddisfare l&#8217;obiettivo.  L&#8217;investitore non riceve alcun rimborso se il programma non riesce a produrre risultati. Questi contratti offrono un approccio win-win ai partecipanti: le organizzazioni no-profit si assicurano una nuova fonte di denaro per un programma sociale;  l&#8217;investitore può ottenere un rendimento, ma sopporta il rischio;  il governo paga solo per il &#8216;successo&#8217;.  Inoltre, il pagamento da parte del governo deriverà  dai</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/04/beni-comuni-obama-is-your-model-mr-renzi/">Beni comuni: Obama is your model, Mr Renzi!</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La cura civica dei beni comuni in Italia è già  una realtà  fatta di soggetti organizzati per contribuire allo sviluppo sociale, civile e anche economico del nostro Paese. Manca, viceversa, la percezione da parte delle istituzioni pubbliche dell&#8217;esistenza di questa  &#8221; rete invisibile &#8221;  che coinvolge complessivamente migliaia di cittadini attivi e, con essa, la promozione di una politica pubblica volta a favorire questo impegno.</p>
<h1>Crisi e mancanza di risorse pubbliche</h1>
<p>L&#8217;assenza di sensibilità  della politica nazionale verso questo tema è questione annosa. Aggravata in questi ultimi anni dalla crisi economica che ha costruito l&#8217;alibi perfetto per giustificare l&#8217;indifferenza delle istituzioni.  Non c&#8217;è dubbio: la crisi economica ha aumentato la disuguaglianza di reddito e di ricchezza e ha progressivamente eroso le opportunità .  Le risorse pubbliche diminuiscono in tutta Europa e gli Stati fanno fatica a offrire le tradizionali risposte keynesiane in un momento di contrazione delle spesa pubblica.<br />
In realtà , non è affatto detto che l&#8217;impegno pubblico non possa esercitarsi in nuove forme, specie quando questo servirebbe per rafforzare l&#8217;impegno civico per la cura dei beni comuni. Un esempio efficace viene dagli Stati Uniti.</p>
<h1>L&#8217;esempio degli Stati Uniti</h1>
<p>Qui le diseguaglianze di reddito e di ricchezza hanno raggiunto livelli che nonsi vedevano dal 1920, le tendenze demografiche e i cambiamenti tecnologici stanno ridefinendo la struttura del lavoro e accrescono il disagio sociale, i conti pubblici americani sono malmessi con un debito stellare e un deficit già  molto elevato e gli investimenti e la domanda sono profondamente depressi.</p>
<p>Certo, il presidente Obama ha stabilito programmi ambiziosi per promuovere opportunità  per tutti gli americani: la riforma sanitaria, gli investimenti nell&#8217;istruzione, l&#8217;aumento del salario minimo.  Tuttavia, proprio a causa dei vincoli di bilancio, il finanziamento del governo federale per una serie di programmi speciali &#8211; quelli rivolti alla scuola materna, all&#8217;educazione della prima infanzia, allo sviluppo della forza lavoro e della formazione e quelli che beneficiano la popolazione più vulnerabile e a basso reddito &#8211; rischia di cadere ad un minimo storico.</p>
<p>In una situazione del genere, diventa essenziale migliorare il rapporto costo-efficacia dei programmi di governo.  Proprio per questo, l&#8217;amministrazione Obama, da una parte cerca di affinare la valutazione delle prestazioni offerte dai programmi in corso e, dall&#8217;altro, di riallocare i fondi dai programmi meno efficaci a quelli più efficaci.</p>
<p>Al tempo stesso, Obama sta usando la leva delle risorse del governo federale con due obiettivi: incentivare il settore privato al fine di sviluppare nuovi programmi; sostenere le organizzazioni non profit alle quali sempre più si chiede di fornire servizi essenziali alle persone (benché le risorse non tengano il passo con la domanda crescente).</p>
<h1>Un Ufficio federale per l&#8217;Innovazione sociale e la Partecipazione civica</h1>
<p>Si spiega cosìl&#8217;istituzione del  <i>White House Office of Social Innovation and Civic Participation</i> nei primi mesi del 2009. Con questa iniziativa, Obama ha riconosciuto che per realizzare la promessa di maggiori opportunità  per tutti gli Americani, il Governo deve fare alcune cose: investire in soluzioni innovative capaci di raccogliere le nuove sfide sociali; collaborare con una serie di soggetti &#8211; settore privato, realtà  no profit, comunità  degli affari e investitori &#8211; con i quali raggiungere quegli obiettivi sociali e finanziare e sviluppare quelle soluzioni.</p>
<p>In sostanza, Obama cerca di coinvolgere diversi soggetti della società  civile americana nel processo di elaborazione delle politiche. Sa che, in questo modo, può determinare programmi più efficaci dove impiegare le risorse pubbliche, individuare e sfruttare nuove risorse, promuovere e diffondere buone pratiche, sviluppare modelli basati sul mercato per sostenere programmi di successo.</p>
<h1>Il Fondo americano per l&#8217;Innovazione sociale</h1>
<p>Tra i primi effetti di questa politica, c&#8217;è l&#8217;istituzione del <i>Social Innovation Fund</i>, un fondo che incarna un nuovo approccio dell&#8217;amministrazione in un momento di finanziamenti pubblici federali insufficienti e che funziona come un  &#8221; Fondo di fondi &#8221; : opera attraverso intermediari, crea partnership con il settore privato, amplificando l&#8217;impatto delle risorse federali. Il fondo offre sovvenzioni pubbliche a soggetti sociali come le fondazioni, le organizzazioni non profit e imprese sociali.  Ma, rispetto a quelle pubbliche, mobilita il triplo di risorse da parte delle imprese private.</p>
<p>In pratica, gli intermediari si occupano di investire in organizzazioni non profit ad alto impatto che cercano di creare e realizzare programmi efficaci per lo sviluppo delle comunità  e dei territori. I finanziamenti possono essere rinnovati se, alla luce di una valutazione, i programmi mostrano di avere un buon impatto. Questo approccio è simile a quello utilizzato dai  <i>venture capitalist</i> che investono nei primi passi di una start-up, rinnovando i finanziamenti solo se la start-up cresce e dimostra di avere un impatto.</p>
<p>Ad oggi, il Fondo ha assegnato oltre 175 milioni di dollari e ha catalizzato più di 420 milioni di dollari provenienti dalla disponibilità  di capitali privati. In questo modo, più di 200 organizzazioni della società  civile hanno ricevuto risorse.  Il Fondo (e il suo modello di finanziamento innovativo)godono di un sostegno bipartisan al Senato americano tanto che il bilancio 2014 omnibus ha ulteriormente aumentato le risorse (dai 47 milioni di dollari di partenza ai 70 milioni di quest&#8217;anno).</p>
<h1>Una collaborazione vincente tra soggetti civili e istituzionali</h1>
<p>Ma c&#8217;è di più. Coerentemente con l&#8217;obiettivo di investire in ciò che funziona, l&#8217;amministrazione ha anche aperto la strada al programma <i>Pay for Success Financing</i> con l&#8217;obiettivo di promuovere e diffondere l&#8217;innovazione sociale.</p>
<p>Come funziona? Il Governo fissa un determinato obiettivo sociale (per esempio, la riduzione della recidività  tra i giovani delinquenti o l&#8217;incremento dell&#8217;istruzione per la prima infanzia per le popolazioni vulnerabili), un programma per affrontarlo e obiettivi misurabili specifici. Poi attira un investitore per finanziare il programma.  L&#8217;investitore partecipa all&#8217;impresa, attratto da un investimento di capitale promettente nel caso in cui il programma riuscisse a soddisfare l&#8217;obiettivo.  L&#8217;investitore non riceve alcun rimborso se il programma non riesce a produrre risultati.</p>
<p>Questi contratti offrono un approccio <i>win-win</i> ai partecipanti: le organizzazioni no-profit si assicurano una nuova fonte di denaro per un programma sociale;  l&#8217;investitore può ottenere un rendimento, ma sopporta il rischio;  il governo paga solo per il &#8216;successo&#8217;.  Inoltre, il pagamento da parte del governo deriverà  dai risparmi ottenuti dal successo del programma.</p>
<p>Nell&#8217;autunno 2011, il presidente Obama ha riunito funzionari statali e comunali per un brainstorming sulle applicazioni più promettenti del modello <i>Pay for Success</i> negli Stati Uniti.  Da allora, quasi 50 milioni dollari sono stati investiti in questo tipo di operazioni in Massachusetts, New York e Utah, e vi è crescente interesse bipartisan per questo modello a tutti i livelli di governo in tutto il paese.A livello federale, l&#8217;amministrazione Obama ha proposto più di 80 milioni di dollari nel bilancio federale 2015 per questo tipo di programmi pilota con l&#8217;obiettivo di incoraggiare l&#8217;innovazione in settori come la giustizia minorile, sviluppo della forza lavoro e risultati scolastici.</p>
<h1>Una regia nazionale per i beni comuni</h1>
<p>L&#8217;esperienza americana nel campo della promozione dell&#8217;innovazione sociale e della partecipazione civica ci dice che è possibile immaginare una regia nazionale che, senza costringere l&#8217;autonoma iniziativa dei cittadini in percorsi obbligati, possa avere caratteristiche promozionali proprio nella logica dell&#8217;articolo 118 della Costituzione. Anche in un periodo di contrazione della spesa pubblica.<br />
Il premier Matteo Renzi ha più volte menzionato nei suoi programmi (quello del 2012 per le primarie di coalizione e quelle del 2013 per le primarie per la segreteria del Pd) un impegno specifico per il Terzo settore e per la promozione dei beni comuni. Perché non prende esempio da Obama? L&#8217;esperienza americana dimostra che una regia nazionale per la cura condivisa dei beni comuni non soltanto è possibile, ma funziona.</p>
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		<title>Per l &#8216; Italia serve un Open Government Plan</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/03/per-litalia-serve-un-open-government-plan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ferla]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Mar 2014 17:02:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[open government]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;idea era stata concepita, in realtà , almeno un anno prima, nel settembre 2010, quando Obama propose ai membri delle Nazioni Unite di lavorare insieme per rendere tutti i governi più aperti e responsabili nei confronti dei cittadini. Da quell&#8217;impulso nacque l&#8217;OGP (Open Government Partnership), una iniziativa che partì, nel luglio 2011, con l&#8217;adesione di sette paesi pionieri. Nel volgere di due anni, l&#8217;OGP ha raccolto ben 60 paesi &#8211; per un totale di due miliardi di cittadini &#8211; e ha elaborato un migliaio di impegni con i quali gli Stati membri incoraggiano una  governance  trasparente, efficace e  accountable. Purtroppo, in questo processo, l&#8217;Italia è il fanalino di coda, con documenti mediocri e risultati inesistenti. Gli Usa, viceversa, sono già  al loro secondo piano d&#8217;azione nazionale. Ecco alcuni dei punti salienti. Petizioni online. Con il programma online chiamato  We the people  il governo americano ha realizzato una piattaforma per le petizioni popolari. Con il nuovo piano sarà  possibile una migliore analisi dei dati relativi a firme e petizioni. Sarà  inoltre lanciata una nuova interfaccia applicativa per consentire a soggetti terzi di raccogliere e trasmettere le sottoscrizioni direttamente dai propri siti. E in Italia? Siamo ancora ai primi vagiti delle consultazioni promosse dal governo tramite questionari (i risultati dei quali sono poi normalmente disattesi). Modernizzazione del Freedom of Information Act (Foia). Il Foia &#8211; che in Italia non esiste &#8211; è quell&#8217;insieme di norme che permette a qualsiasi cittadino americano, anche se non è portatore di interessi diretti, di chiedere il rilascio di qualsiasi atto pubblico (tranne ovviamente quelli secretati per motivi di privacy o sicurezza). Il presidente Obama ha quindi preso nuovi impegni per rafforzarlo: un servizio online per migliorare l&#8217;accesso degli utenti; l&#8217;offerta di materiali formativi per i professionisti delle amministrazioni americane; lo sviluppo di nuovi standard di servizio ai quali le diverse agenzie pubbliche dovranno adeguarsi. La  Global Iniziative on Fiscal Transparency (Gift). Gli Stati Uniti hanno aderito a questa rete internazionale fatta di organizzazioni di governo e di società  civile che ha la duplice finalità  di aumentare la trasparenza fiscale dei governi e di favorire la partecipazione dei cittadini alla definizione delle politiche fiscali. Il che significa facilitare l&#8217;accesso alle informazioni in materia fiscale e di spesa pubblica, prendendo sul serio il punto di vista dei contribuenti. Se si pensa alle continue violazioni dello statuto dei contribuenti compiute in Italia dalle stesse istituzioni, sembra di leggere delle vere e proprie &#8216;cronache marziane&#8217;. Open Data per un vasto pubblico. Negli ultimi anni i dati aperti del governo americano sono stati utilizzati in vario modo. Qualche esempio? I giornalisti hanno potuto verificare e confrontare le fatturazioni in ambito sanitario. I cittadini hanno acquisito informazioni sui servizi sociali offerti dalle  charities  in ambito locale. Gli agricoltori hanno creato nuovi software per organizzare le coltivazioni e programmare il raccolto. Insomma, le informazioni sono state utilizzate per controllare la trasparenza delle spese, per accedere ai servizi, per favorire il successo delle imprese. Con il nuovo piano nazionale l&#8217;accesso ai dati sarà  ancora più facile e proficuo. Bilancio partecipato. Con gli strumenti offerti dal piano del governo Usa i cittadini potranno individuare, discutere e selezionare i progetti di intervento pubblico a livello locale. In qualità  di contribuenti, potranno dire la loro sul modo in cui spendere i loro soldi. Maggiori informazioni, poi, saranno diffuse alla popolazione sulla possibilità  di accesso a programmi di finanziamento. Il programma del governo americano contiene molte altre misure. Ma già  questi brevi spunti lasciano intendere a quali radicali trasformazioni dovrebbero essere sottoposte le nostre amministrazioni pubbliche per mettersi al passo con quelle degli altri paesi, non solo occidentali. Insomma, la redazione e la realizzazione di un Open Government Action Plan dovrebbe essere una priorità  normale del governo Renzi, anche perché l&#8217;Italia ha aderito al network globale. Non basta il copia e incolla di qualche oscuro capo dipartimento, forte del fatto che nessuno gli chiederà  mai di risponderne, come è stato finora. In molte dichiarazioni pubbliche il nuovo Premier lo ha confermato: serve cambiare la PA per far ripartire l&#8217;Italia. Adesso bisogna passare ai fatti. LEGGI ANCHE: Tom Steinberg: dalla &#8221; lotta per gli open data &#8221; al &#8221; more open &#8221; government Open data, anche l&#8217;Italia presenta il suo piano nazionale La Pubblica Amministrazione su Facebook e Twitter We the people e il diritto alla conoscenza I cives.net: i cittadini attivi della rete</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/03/per-litalia-serve-un-open-government-plan/">Per l &#8216; Italia serve un Open Government Plan</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;idea era stata concepita, in realtà , almeno un anno prima, nel settembre 2010, quando Obama propose ai membri delle Nazioni Unite di lavorare insieme per rendere tutti i governi più aperti e responsabili nei confronti dei cittadini. Da quell&#8217;impulso nacque l&#8217;OGP (Open Government Partnership), una iniziativa che partì, nel luglio 2011, con l&#8217;adesione di sette paesi pionieri. Nel volgere di due anni, l&#8217;OGP ha raccolto ben 60 paesi &#8211; per un totale di due miliardi di cittadini &#8211; e ha elaborato un migliaio di impegni con i quali <strong>gli Stati membri incoraggiano una  <i>governance</i>  trasparente, efficace e  <i>accountable</i></strong>. Purtroppo, in questo processo, l&#8217;Italia è il fanalino di coda, con documenti mediocri e risultati inesistenti.</p>
<p>Gli Usa, viceversa, sono già  al loro secondo piano d&#8217;azione nazionale. Ecco alcuni dei punti salienti.</p>
<p><b>Petizioni online</b>. Con il programma online chiamato  <i>We the people</i>  il governo americano ha realizzato una piattaforma per le petizioni popolari. Con il nuovo piano sarà  possibile una migliore analisi dei dati relativi a firme e petizioni. Sarà  inoltre lanciata una nuova interfaccia applicativa per consentire a soggetti terzi di raccogliere e trasmettere le sottoscrizioni direttamente dai propri siti. E in Italia? Siamo ancora ai primi vagiti delle consultazioni promosse dal governo tramite questionari (i risultati dei quali sono poi normalmente disattesi).</p>
<p><b>Modernizzazione del Freedom of Information Act (Foia)</b>. Il Foia &#8211; che in Italia non esiste &#8211; è quell&#8217;insieme di norme che permette a qualsiasi cittadino americano, anche se non è portatore di interessi diretti, di chiedere il rilascio di qualsiasi atto pubblico (tranne ovviamente quelli secretati per motivi di privacy o sicurezza). Il presidente Obama ha quindi preso nuovi impegni per rafforzarlo: un servizio online per migliorare l&#8217;accesso degli utenti; l&#8217;offerta di materiali formativi per i professionisti delle amministrazioni americane; lo sviluppo di nuovi standard di servizio ai quali le diverse agenzie pubbliche dovranno adeguarsi.</p>
<p>La  <b>Global Iniziative on Fiscal Transparency (Gift)</b>. Gli Stati Uniti hanno aderito a questa rete internazionale fatta di organizzazioni di governo e di società  civile che ha la duplice finalità  di aumentare la trasparenza fiscale dei governi e di favorire la partecipazione dei cittadini alla definizione delle politiche fiscali. Il che significa facilitare l&#8217;accesso alle informazioni in materia fiscale e di spesa pubblica, prendendo sul serio il punto di vista dei contribuenti. Se si pensa alle continue violazioni dello statuto dei contribuenti compiute in Italia dalle stesse istituzioni, sembra di leggere delle vere e proprie &#8216;cronache marziane&#8217;.</p>
<p><b>Open Data per un vasto pubblico</b>. Negli ultimi anni i dati aperti del governo americano sono stati utilizzati in vario modo. Qualche esempio? I giornalisti hanno potuto verificare e confrontare le fatturazioni in ambito sanitario. I cittadini hanno acquisito informazioni sui servizi sociali offerti dalle  <i>charities</i>  in ambito locale. Gli agricoltori hanno creato nuovi software per organizzare le coltivazioni e programmare il raccolto. Insomma, le informazioni sono state utilizzate per controllare la trasparenza delle spese, per accedere ai servizi, per favorire il successo delle imprese. Con il nuovo piano nazionale l&#8217;accesso ai dati sarà  ancora più facile e proficuo.</p>
<p><b>Bilancio partecipato</b>. Con gli strumenti offerti dal piano del governo Usa i cittadini potranno individuare, discutere e selezionare i progetti di intervento pubblico a livello locale. In qualità  di contribuenti, potranno dire la loro sul modo in cui spendere i loro soldi. Maggiori informazioni, poi, saranno diffuse alla popolazione sulla possibilità  di accesso a programmi di finanziamento.</p>
<p>Il programma del governo americano contiene molte altre misure. Ma già  questi brevi spunti lasciano intendere a quali radicali trasformazioni dovrebbero essere sottoposte le nostre amministrazioni pubbliche per mettersi al passo con quelle degli altri paesi, non solo occidentali.</p>
<p>Insomma, la redazione e la realizzazione di un Open Government Action Plan dovrebbe essere una priorità  normale del governo Renzi, anche perché l&#8217;Italia ha aderito al network globale. Non basta il copia e incolla di qualche oscuro capo dipartimento, forte del fatto che nessuno gli chiederà  mai di risponderne, come è stato finora. In molte dichiarazioni pubbliche il nuovo Premier lo ha confermato: serve cambiare la PA per far ripartire l&#8217;Italia. Adesso bisogna passare ai fatti.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<p><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2014/03/per-litalia-serve-un-open-government-plan/" target="_blank">Tom Steinberg: dalla  &#8221; lotta per gli open data &#8221;  al  &#8221; more open &#8221;  government<br />
</a><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2013/11/open-data-anche-litalia-presenta-il-suo-piano-nazionale/" target="_blank">Open data, anche l&#8217;Italia presenta il suo piano nazionale</a><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://http//www.labsus.org/2013/11/rete-di-reti-il-nuovo-progetto-per-il-rilancio-italiano/" target="_blank"><br />
</a><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2013/06/la-pubblica-amministrazione-su-facebook-e-twitter/" target="_blank">La Pubblica Amministrazione su Facebook e Twitter<br />
</a><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2013/03/we-the-people-ed-il-diritto-alla-conoscenza/" target="_blank">We the people e il diritto alla conoscenza<br />
</a><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2013/01/i-cives-net-i-cittadini-attivi-della-rete/" target="_blank">I cives.net: i cittadini attivi della rete</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/03/per-litalia-serve-un-open-government-plan/">Per l &#8216; Italia serve un Open Government Plan</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cinque buoni motivi per aderire a Labsus</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/02/cinque-buoni-motivi-per-aderire-a-labsus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ferla]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2014 14:17:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gli Appuntamenti]]></category>
		<category><![CDATA[aderire a Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[adesione]]></category>
		<category><![CDATA[cittadino attivo]]></category>
		<category><![CDATA[Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/?p=11985</guid>

					<description><![CDATA[<p>1. Se ritieni che nel nostro Paese si stia aprendo un nuovo ciclo. Se vedi l&#8217;Italia in bilico, ma pronta per un nuovo inizio. Se non ti rassegni all&#8217;idea di un declino inesorabile, ma senti che il nostro Paese può avere un&#8217;altra chance. Se sei in cerca di un&#8217;idea forte, capace di mobilitare le tante energie degli italiani. Se anche per te la ricostruzione del nostro Paese si fonda prima di tutto sulla cura e sullo sviluppo dei beni comuni. Se puoi testimoniare con noi che migliaia di cittadini attivi si stanno già  prendendo cura dei beni comuni presenti sul proprio territorio, a volte senza la consapevolezza che le loro singole, spesso piccole ed isolate iniziative, fanno parte di un più ampio movimento di ricostruzione materiale e morale. Se condividi queste premesse, sei un amico di Labsus, da anni in prima fila per far ripartire l&#8217;Italia. Oggi puoi dare un contributo concreto al cambiamento dando forza a Labsus. Unisciti al nostro impegno, aderisci! 2. Se sei un cittadino attivo, sai già  che, nell&#8217;Italia umiliata dalla corruzione, dall&#8217;arroganza e dall&#8217;incompetenza della classe dirigente, tanti cittadini si assumono in autonomia  l&#8217;iniziativa di curare i beni di tutti, non soltanto i propri, dimostrando senso di responsabilità  e di appartenenza, solidarietà  e capacità  di iniziativa, in misura ben maggiore di quanto autorevoli opinionisti siano disposti ad ammettere. Se sei un cittadino attivo sai che quando i cittadini si prendono cura degli spazi urbani del proprio quartiere, non stanno &#8221; soltanto &#8221; facendo la manutenzione di una piazza, una fontana, un giardino pubblico, una scuola, e cosìvia, ma stanno facendo qualcosa di molto più importante, perché cosìrafforzano i legami che tengono insieme la loro comunità . Se tutto questo è vero, sai che Labsus può essere lo strumento giusto per dare forza all&#8217;impegno dei cittadini. Sostienici e aderisci! 3. Se lavori nella pubblica amministrazione, come impiegato o funzionario, come dirigente o come manager, e sei consapevole che in molte situazioni le burocrazie italiane hanno perso il senso della loro mission, diventando un ostacolo allo sviluppo. Se anche tu sei convinto che lo Stato non può farcela da solo, ma ha bisogno del contributo e della collaborazione dei cittadini per trovare soluzioni a problemi sempre più complessi. Se comprendi che i cittadini sono una risorsa per le amministrazioni pubbliche perché offrono competenze, esperienza, attività  volontarie, creatività .   Se desideri far parte (o sei già  parte) delle reti di innovatori della PA allora sei sulla stessa strada di Labsus. Entra nella nostra comunità , aderisci! 4. Se sei un attivista, un responsabile o un dirigente di una organizzazione di terzo settore hai avuto certamente mille occasioni per leggere e apprezzare i nostri articoli. Spesso Labsus è diventato il tuo strumento di lavoro, una fonte di ispirazione, di notizie e di idee, una cassetta di attrezzi, una raccolta di casi e di buone pratiche, una presenza assidua nel dibattito che si svolge nella società  civile organizzata. Vogliamo continuare a offrire anche in futuro questa ricchezza di contenuti e di strumenti. Se vuoi collaborare o ti serve il nostro aiuto, se vuoi metterti in rete e condividere le tue competenze, se vuoi scambiare informazioni e collegare i tuoi progetti a iniziative nazionali puoi unirti a Labsus. Aderisci e fai aderire la tua associazione! 5. Se sei il manager di una impresa, privata o sociale, o di una associazione di categoria; se, all&#8217;interno dell&#8217;impresa, lavori nell&#8217;area della corporate social responsibility o sei il responsabile dei rapporti con le associazioni dei consumatori, con le associazioni di pazienti, con le associazioni di volontariato o di terzo settore in generale. Se hai bisogno di conoscere meglio questo mondo e scoprire quante risorse di qualità  civile offre il nostro Paese. Se sei in cerca di opportunità  di investimento per la tua azienda in vista dello sviluppo umano, civile e ambientale del territorio di riferimento potrai scoprire che il nostro sito è una miniera di spunti e di opportunità . Labsus può essere per te una risorsa, aderisci! Per concludere. Se anche tu pensi che le persone siano portatrici non solo di bisogni ma anche di capacità  e che queste capacità  possano essere messe a disposizione della comunità   per contribuire a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai problemi di interesse generale. Se vuoi costruire con noi un nuovo modello di società  caratterizzato dalla presenza diffusa di cittadini attivi, cioè cittadini autonomi, solidali e responsabili, alleati dell&#8217;amministrazione nel prendersi cura dei beni comuni. Se condividi i nostri obiettivi e vuoi dare forza al nostro laboratorio di buone idee e di buone pratiche, aderisci a Labsus! Aderisci come socio individuale, pagando la quota di 10 Euro Aderisci come ente, pagando la quota di 300 Euro</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/02/cinque-buoni-motivi-per-aderire-a-labsus/">Cinque buoni motivi per aderire a Labsus</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>1. Se ritieni che nel nostro Paese si stia aprendo un nuovo ciclo. Se vedi l&#8217;<strong>Italia in bilico</strong>, ma pronta per un <b>nuovo inizio</b>. Se non ti rassegni all&#8217;idea di un declino inesorabile, ma senti che il nostro Paese può avere un&#8217;altra <i>chance</i>. Se sei in cerca di un&#8217;idea forte, capace di mobilitare le tante energie degli italiani. Se anche per te la<strong> ricostruzione del nostro Paese</strong><strong> si fonda prima di tutto sulla cura e sullo sviluppo dei beni comuni</strong><strong>. Se puoi testimoniare con noi che </strong>migliaia di cittadini attivi si stanno già  prendendo cura dei beni comuni presenti sul proprio territorio, a volte senza la consapevolezza che le loro singole, spesso piccole ed isolate iniziative, fanno parte di un più ampio movimento di ricostruzione materiale e morale. Se condividi queste premesse, sei un amico di Labsus, da anni in prima fila per far ripartire l&#8217;Italia. Oggi puoi dare un contributo concreto al cambiamento dando forza a Labsus.</p>
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<p>2. Se sei un <b>cittadino attivo</b>, sai già  che, nell&#8217;Italia umiliata dalla corruzione, dall&#8217;arroganza e dall&#8217;incompetenza della classe dirigente, tanti cittadini si assumono in autonomia  <strong>l&#8217;iniziativa di curare i beni di tutti, non soltanto i propri, dimostrando senso di responsabilità </strong><strong> e di appartenenza</strong><strong>, solidarietà </strong><strong> e capacità  di iniziativa</strong><strong>, in misura ben maggiore di quanto autorevoli opinionisti siano disposti ad ammettere. Se sei un cittadino attivo sai che quando </strong>i cittadini si prendono cura degli spazi urbani del proprio quartiere, non stanno  &#8221; soltanto &#8221;  facendo la manutenzione di una piazza, una fontana, un giardino pubblico, una scuola, e cosìvia, ma stanno facendo qualcosa di molto più importante, perché cosìrafforzano i legami che tengono insieme la loro comunità . Se tutto questo è vero, sai che Labsus può essere lo strumento giusto per dare forza all&#8217;impegno dei cittadini. </p>
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<p>3. Se lavori nella pubblica amministrazione, come <b>impiegato</b> o <b>funzionario</b>, come <b>dirigente</b> o come <b>manager</b>, e sei consapevole che in molte situazioni le burocrazie italiane hanno perso il senso della loro mission, diventando un ostacolo allo sviluppo. Se anche tu sei convinto che lo Stato non può farcela da solo, ma ha bisogno del contributo e della collaborazione dei cittadini per trovare soluzioni a problemi sempre più complessi. Se comprendi che i cittadini sono una <b>risorsa per le amministrazioni pubbliche</b> perché offrono competenze, esperienza, attività  volontarie, creatività .   Se desideri far parte (o sei già  parte) delle reti di innovatori della PA allora sei sulla stessa strada di Labsus. </p>
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<p>4. Se sei <b>un attivista, un responsabile o un dirigente di una organizzazione di terzo settore</b> hai avuto certamente mille occasioni per leggere e apprezzare i nostri articoli. Spesso Labsus è diventato il tuo strumento di lavoro, una fonte di ispirazione, di notizie e di idee, una cassetta di attrezzi, una raccolta di casi e di buone pratiche, una presenza assidua nel dibattito che si svolge nella società  civile organizzata. Vogliamo continuare a offrire anche in futuro questa <b>ricchezza di contenuti e di strumenti</b>. Se vuoi collaborare o ti serve il nostro aiuto, se vuoi metterti in rete e condividere le tue competenze, se vuoi scambiare informazioni e collegare i tuoi <b>progetti</b> a iniziative nazionali puoi unirti a Labsus. </p>
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<p>5. Se sei il <b>manager di una impresa</b>, privata o sociale, o di una associazione di categoria; se, all&#8217;interno dell&#8217;impresa, lavori nell&#8217;area della <b><i>corporate social responsibility</i></b> o sei il responsabile dei <b>rapporti con le associazioni</b> dei consumatori, con le associazioni di pazienti, con le associazioni di volontariato o di terzo settore in generale. Se hai bisogno di conoscere meglio questo mondo e scoprire quante risorse di qualità  civile offre il nostro Paese. Se sei in cerca di opportunità  di <b>investimento</b> per la tua azienda in vista dello <b>sviluppo umano, civile e ambientale</b> del territorio di riferimento potrai scoprire che il nostro sito è una miniera di spunti e di opportunità . </p>
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<p>Per concludere. Se anche tu pensi che le persone siano portatrici non solo di bisogni ma anche di <b>capacità </b> e che queste capacità  possano essere messe a disposizione della comunità   per contribuire a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai <b>problemi di interesse generale</b>. Se vuoi costruire con noi un nuovo modello di società  caratterizzato dalla presenza diffusa di cittadini attivi, cioè cittadini autonomi, solidali e responsabili, alleati dell&#8217;amministrazione nel prendersi cura dei beni comuni. <b><a href="http://www.labsus.org/aderisci/" target="_blank">Se condividi i nostri obiettivi e vuoi dare forza al nostro laboratorio di buone idee e di buone pratiche, aderisci a Labsus!</a></b></p>
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		<item>
		<title>Condividere: il nuovo verbo dell&#8217;economia</title>
		<link>https://www.labsus.org/2014/01/condividere-il-nuovo-verbo-delleconomia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ferla]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jan 2014 19:01:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[condivisione]]></category>
		<category><![CDATA[economia alternativa]]></category>
		<category><![CDATA[scambio]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<category><![CDATA[the hub]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il metodo della sussidiarietà  e la logica dei beni comuni rappresentano una sfida dell&#8217;innovazione sociale e istituzionale. E pongono domande cruciali sulla possibile trasformazione dei rapporti civili ed economici.  Come sono cambiati i rapporti tra economia e società  con la crisi economica e la diffusione di pratiche di cittadinanza attiva?  Si stanno imponendo forme alternative di scambio e reciprocità ? Quali sono la consistenza e il valore economico del fenomeno nel nostro Paese? Come e quando si è sviluppato? Si può già    parlare di nuove forme di integrazione tra economia e società  o l&#8217;Italia è ancora all&#8217;inizio di un cammino? Esistono modelli emergenti capaci di generare nuova progettualità  sociale, politica ed economica? In primo luogo, occorre sottolineare che le attività  del Terzo settore cominciano a rappresentare un enorme giacimento di valore anche economico. Secondo una ricerca abbastanza recente realizzata da UniCredit Foundation e dall&#8217;Istituto di ricerca Ipsos, intervistando 2.104 organizzazioni del settore non profit, il terzo settore in Italia ha un giro d&#8217;affari di circa  67 miliardi di euro, un fatturato pari al 4,3% del Pil,  superiore all&#8217;intero settore della moda made in Italy. L&#8217;indagine stima in  oltre 650mila il numero di persone impiegate nel Terzo settore, con un incremento nel decennio di circa il 35%.  Secondo la ricerca, &#8221; considerando un valore medio di entrate pari a 286.000 euro e un numero di istituzioni non profit pari a 235.232, possiamo stimare l&#8217;impatto economico del settore in termini di entrate pari a 67,276 miliardi di euro, pari al 4,3% del PIL. Giusto per avere un termine di paragone: nel censimento Istat 2001 sulle istituzioni non profit (dati 1999) le entrate rilevate erano pari a 37,762 miliardi di euro pari al 3,3% del PIL &#8221; . Ovviamente, parliamo di una indagine fondata su dati Istat ormai superati. Ma ci offre il segno di una tendenza che va monitorata con l&#8217;aiuto del censimento recente. Negli Usa, il sito indipendentsector.org ha calcolato che il controvalore di mercato di un&#8217;ora di lavoro gratuito è in media di 21,79 dollari. La stima ha l&#8217;obiettivo di riconoscere anche economicamente quanto il non profit pesa sull&#8217;economia, e ora è offerta alle charities proprio per far valere quanto quotidianamente fanno per la comunità . Negli Stati Uniti, conosciuti come la patria del liberismo selvaggio, i numeri del volontariato sono, in realtà , impressionanti: secondo l&#8217;Agenzia federale americana (Corporation for National and Community Service) che coordina gli AmeriCorps (paragonabili ai nostri volontari in servizio civile), i volontari americani sono circa 63,4 milioni (il 26% della popolazione) e prestano 8,1 miliardi di ore di lavoro non retribuito,  per un controvalore nel 2010 calcolato in 173 miliardi di dollari. L&#8217;economia della collaborazione Il Terzo settore &#8211; anche guardando in proiezione &#8216;americana&#8217; &#8211; risulta dunque un segmento importante della nostra società , potenzialmente in grado di accrescere le capacità  del sistema produttivo nonostante il perdurare della crisi economica. Le particolarità  del suo capitale sociale e la capacità  di creare reti e relazioni sul territorio lo candidano a divenire protagonista di nuovi assetti dell&#8217;economia e della società . Ecco che diventa urgente studiare il fenomeno sempre meglio e costruire un sistema di valutazione nazionale. Anche perché, nonostante la progressiva importanza del fenomeno, il Terzo settore non gode ancora di una adeguata rappresentazione mediatica. I servizi collaborativi digitali Ma c&#8217;è di più. E riguarda i contenuti di questi beni relazionali che spesso diventano veri e propri servizi attraverso i quali si condividono utilità . Basti pensare alla quantità  di beni, materiali e immateriali, che si scambiano, nella rete come nella vita reale. Cresce il numero di persone che condividono la casa o l&#8217;orto, la macchina o i vestiti, mettono in comune le competenze o scambiano il proprio tempo. Aumenta il numero di cittadini che si incontrano attraverso servizi collaborativi digitali di ogni genere: dallo scambio di alloggi per le vacanze, o di oggetti, o di servizi. Esistono hub digitali capaci di offrire una serie di servizi che non si ha il tempo o la possibilità  di fare: dal fare le pulizie a farsi portare la spesa a casa, servizi virtuali, fare shopping al tuo posto, organizzare un evento, fare donazioni o qualsiasi altra cosa ti venga in mente. Se non hai tempo di farlo tu, ci sarà  qualcuno che ha tempo. Oppure, esiste un&#8217;esperienza come The Hub, un network globale di spazi riservati ma condivisi per lavorare, conoscere altre persone, imparare cose nuove, creare reti di collaborazione e far decollare i propri progetti: l&#8217;Hub di Roma si presenta come &#8221; una rete di spazi fisici dove imprenditori, creativi e professionisti possono accedere a risorse, lasciarsi ispirare dal lavoro di altri, condividere idee innovative, sviluppare relazioni utili e individuare opportunità  di mercato &#8221; . Verso l&#8217;economia dell&#8217;accesso e della fiducia Insomma, si moltiplicano quei soggetti della società  civile &#8211; a cavallo tra la dimensione sociale e quella imprenditoriale &#8211; che mettono direttamente in contatto le persone ed eliminano l&#8217;intermediazione delle strutture commerciali, finanziarie, istituzionali tradizionali, proponendo nuovi modelli di consumo. Alcuni qualificano questi servizi come pezzi di un movimento di consumo collaborativo. Altri preferiscono parlare di economia della condivisione. In attesa della migliore definizione, possiamo parlare di servizi che, pur nella loro diversità , hanno dei valori e delle modalità  operative comuni e che prediligono l&#8217;accesso al bene invece della proprietà , la fiducia invece della diffidenza, la filiera corta come alternativa a quella lunga e cosìvia. Figli della crisi economica e delle tecnologie digitali, questi servizi oggi sono in forte crescita e aprono opportunità  per gli individui e per la società  intera, ben al di là , a volte, delle tradizionali organizzazioni di terzo settore. Una nuova dimensione del &#8216;pubblico&#8217; Se è vero che una pratica diffusa nell&#8217;economia della condivisione è l&#8217;offerta di spazi privati (camere da letto di ricambio, spazio nella propria auto) per il consumo pubblico, è altrettanto vero, allora, che in queste esperienze i confini tra &#8216;pubblico&#8217; e &#8216;privato&#8217; sono sempre più porosi. Lavoro, consumo, partecipazione, attivismo sono sfere sempre meno separate della vita quotidiana. E, attraverso la fluidificazione di questi confini, nell&#8217;attuale contesto di crisi, possono esprimere</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/01/condividere-il-nuovo-verbo-delleconomia/">Condividere: il nuovo verbo dell&#8217;economia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il metodo della sussidiarietà  e la logica dei beni comuni rappresentano una sfida dell&#8217;innovazione sociale e istituzionale. E pongono domande cruciali sulla possibile trasformazione dei rapporti civili ed economici.  <strong>Come sono cambiati i rapporti tra economia e società  con la crisi economica e la diffusione di pratiche di cittadinanza attiva?</strong>  Si stanno imponendo forme alternative di scambio e reciprocità ? Quali sono la consistenza e il valore economico del fenomeno nel nostro Paese? Come e quando si è sviluppato? Si può già    parlare di nuove forme di integrazione tra economia e società  o l&#8217;Italia è ancora all&#8217;inizio di un cammino? Esistono modelli emergenti capaci di generare nuova progettualità  sociale, politica ed economica?</p>
<p>In primo luogo, occorre sottolineare che le attività  del Terzo settore cominciano a rappresentare un enorme giacimento di valore anche economico. Secondo una ricerca abbastanza recente realizzata da UniCredit Foundation e dall&#8217;Istituto di ricerca Ipsos, intervistando 2.104 organizzazioni del settore non profit, il terzo settore in Italia ha un giro d&#8217;affari di circa  67 miliardi di euro, un fatturato pari al 4,3% del Pil,<b>  </b>superiore all&#8217;intero settore della moda made in Italy.<strong> L&#8217;indagine stima in  oltre 650mila il numero di persone impiegate nel Terzo settore</strong>, con un incremento nel decennio di circa il 35%.  Secondo la ricerca,  &#8221; considerando un valore medio di entrate pari a 286.000 euro e un numero di istituzioni non profit pari a 235.232, possiamo stimare<strong> l&#8217;impatto economico del settore in termini di entrate pari a 67,276 miliardi di euro, pari al 4,3% del PIL</strong>. Giusto per avere un termine di paragone: nel censimento Istat 2001 sulle istituzioni non profit (dati 1999) le entrate rilevate erano pari a 37,762 miliardi di euro pari al 3,3% del PIL &#8221; . Ovviamente, parliamo di una indagine fondata su dati Istat ormai superati. Ma ci offre il segno di una tendenza che va monitorata con l&#8217;aiuto del censimento recente.</p>
<p>Negli Usa, il sito <a href="http://independentsector.org/#sthash.xc07dYyT.dpbs" target="_blank">indipendentsector.org</a> ha calcolato che il controvalore di mercato di un&#8217;ora di lavoro gratuito è in media di 21,79 dollari. La stima ha l&#8217;obiettivo di riconoscere anche economicamente quanto il non profit pesa sull&#8217;economia, e ora è offerta alle <i>charities</i> proprio per far valere quanto quotidianamente fanno per la comunità . Negli Stati Uniti, conosciuti come la patria del liberismo selvaggio, i numeri del volontariato sono, in realtà , impressionanti: secondo l&#8217;Agenzia federale americana (<a href="http://www.nationalservice.gov/">Corporation for National and Community Service</a>) che coordina gli AmeriCorps (paragonabili ai nostri volontari in servizio civile), i volontari americani sono circa 63,4 milioni (il 26% della popolazione) e prestano 8,1 miliardi di ore di lavoro non retribuito,  per un controvalore nel 2010 calcolato in 173 miliardi di dollari.</p>
<h1>L&#8217;economia della collaborazione</h1>
<p><strong>Il Terzo settore &#8211; anche guardando in proiezione &#8216;americana&#8217; &#8211; risulta dunque un segmento importante della nostra società , potenzialmente in grado di accrescere le capacità  del sistema produttivo nonostante il perdurare della crisi economica.</strong> Le particolarità  del suo capitale sociale e la capacità  di creare reti e relazioni sul territorio lo candidano a divenire protagonista di nuovi assetti dell&#8217;economia e della società . Ecco che diventa urgente studiare il fenomeno sempre meglio e costruire un sistema di valutazione nazionale. Anche perché, nonostante la progressiva importanza del fenomeno, il Terzo settore non gode ancora di una adeguata rappresentazione mediatica.</p>
<h1>I servizi collaborativi digitali</h1>
<p>Ma c&#8217;è di più. E riguarda i contenuti di questi beni relazionali che spesso diventano veri e propri servizi attraverso i quali si condividono utilità . Basti pensare alla quantità  di beni, materiali e immateriali, che si scambiano, nella rete come nella vita reale.<strong> Cresce il numero di persone che condividono la casa o l&#8217;orto, la macchina o i vestiti, mettono in comune le competenze o scambiano il proprio tempo.</strong> Aumenta il numero di cittadini che si incontrano attraverso <a href="http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/dividi-collabora-risparmia.aspx">servizi collaborativi digitali</a> di ogni genere: dallo scambio di alloggi per le vacanze, o di oggetti, o di servizi. Esistono hub digitali capaci di offrire una serie di servizi che non si ha il tempo o la possibilità  di fare: dal fare le pulizie a farsi portare la spesa a casa, servizi virtuali, fare shopping al tuo posto, organizzare un evento, fare donazioni o qualsiasi altra cosa ti venga in mente. Se non hai tempo di farlo tu, ci sarà  qualcuno che ha tempo. Oppure, esiste un&#8217;esperienza come <i>The Hub</i>, un network globale di spazi riservati ma condivisi per lavorare, conoscere altre persone, imparare cose nuove, creare reti di collaborazione e far decollare i propri progetti: <a href="http://www.hubroma.net/">l&#8217;Hub di Roma</a> si presenta come  &#8221; una rete di spazi fisici dove imprenditori, creativi e professionisti possono accedere a risorse, lasciarsi ispirare dal lavoro di altri, condividere idee innovative, sviluppare relazioni utili e individuare opportunità  di mercato &#8221; .</p>
<h1>Verso l&#8217;economia dell&#8217;accesso e della fiducia</h1>
<p>Insomma, si moltiplicano quei soggetti della società  civile &#8211; a cavallo tra la dimensione sociale e quella imprenditoriale &#8211; che mettono direttamente in contatto le persone ed eliminano l&#8217;intermediazione delle strutture commerciali, finanziarie, istituzionali tradizionali, proponendo nuovi modelli di consumo.<strong> Alcuni qualificano questi servizi come pezzi di un movimento di consumo collaborativo. Altri preferiscono parlare di economia della condivisione.</strong> In attesa della migliore definizione, possiamo parlare di servizi che, pur nella loro diversità , hanno dei valori e delle modalità  operative comuni e che prediligono l&#8217;accesso al bene invece della proprietà , la fiducia invece della diffidenza, la filiera corta come alternativa a quella lunga e cosìvia. Figli della crisi economica e delle tecnologie digitali, questi servizi oggi sono in forte crescita e aprono opportunità  per gli individui e per la società  intera, ben al di là , a volte, delle tradizionali organizzazioni di terzo settore.</p>
<h1>Una nuova dimensione del &#8216;pubblico&#8217;</h1>
<p>Se è vero che una pratica diffusa nell&#8217;economia della condivisione è l&#8217;offerta di spazi privati (camere da letto di ricambio, spazio nella propria auto) per il consumo pubblico, è altrettanto vero, allora, che in queste esperienze i confini tra &#8216;pubblico&#8217; e &#8216;privato&#8217; sono sempre più porosi. Lavoro, consumo, partecipazione, attivismo sono sfere sempre meno separate della vita quotidiana. E, attraverso la fluidificazione di questi confini, nell&#8217;attuale contesto di crisi, possono esprimere progettualità  sempre più interessanti.<strong> I nuovi comportamenti emergenti non sembrano tendere semplicemente al raggiungimento e/o al mantenimento di livelli di vita e di benessere adeguati, ma sono connotati da un&#8217;esplicita assunzione di responsabilità  soggettiva nei confronti dei beni comuni e delle conseguenze del proprio agire di mercato.</strong> Questi comportamenti promuovono nuove forme di consumi, di organizzazione del lavoro e di partecipazione civile. E anche per questo meritano di essere monitorati e diffusi.</p>
<p><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul>
<li><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2012/09/la-rivoluzione-collaborativa/" target="_blank">La rivoluzione collaborativa</a></li>
<li><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2013/11/sharitaly-leconomia-collaborativa-fiera/" target="_blank">Sharitaly: l&#8217;economia collaborativa in fiera</a></li>
<li><a title="&quot;Collaborative consumption&quot;" href="http://www.labsus.org/2011/02/collaborative-consumption/" target="_blank"> &#8221; Collaborative consumption &#8221; </a></li>
<li><a title="Social Change 2.0" href="http://www.labsus.org/2012/07/social-change-2-0/" target="_blank">Social Change 2.0</a></li>
<li><a title="Il carpooling italiano" href="http://www.labsus.org/2010/03/il-carpooling-italiano/" target="_blank">Il carpooling italiano</a></li>
<li><a title="Certificare il carpooling: la prima app per smartphone" href="http://www.labsus.org/2013/11/certificare-il-carpooling-la-prima-app-per-smartphone/" target="_blank">Certificare il carpooling: la prima app per smartphone</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2014/01/condividere-il-nuovo-verbo-delleconomia/">Condividere: il nuovo verbo dell&#8217;economia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Comunicare i beni comuni: la strategia dell&#8217;attenzione</title>
		<link>https://www.labsus.org/2013/11/comunicare-i-beni-comuni-la-strategia-dellattenzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ferla]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Nov 2013 19:02:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[condivisione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/?p=8064</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alle radici della questione dei  beni comuni  è certamente la sfida della  condivisione. Proprio per questo la comunicazione è lo strumento elettivo di una strategia che mira alla protezione dei beni comuni. Ma quali sono i protagonisti di questo processo comunicativo per la salvaguardia e il mantenimento di beni indispensabili per la tutela dei diritti? Certamente le istituzioni, nelle quali si gioca l&#8217;eterna dialettica tra amministrazioni pubbliche e forze politiche. Certamente, i cittadini, sia come singoli che come gruppi in vario modo organizzati. Il ruolo delle Istituzioni Le istituzioni sono certamente le principali titolari della responsabilità  di promozione dei beni comuni. Anzi, potremmo dire che, se le istituzioni non svolgessero pienamente questo compito tradirebbero il motivo stesso della loro esistenza.  Ecco perché comunicare i beni comuni, dal punto di vista delle amministrazioni pubbliche consiste senz&#8217;altro nell&#8217;esercizio dell&#8217;accountability, ovvero nella capacità  di assumersi impegni e responsabilità  e poi rendere conto del proprio operato ai cittadini. L&#8217;approccio dell&#8217;accountability si basa su tre passaggi cruciali. In primo luogo, la trasparenza. Per trasparenza si intende, in primo luogo, l&#8217;accessibilità  totale alle informazioni, anche in quanto utenti. La trasparenza, poi, include le attività  di bilancio pubbliche e formali, gli strumenti volti a rendere più visibili decisioni, azioni, performance e risultati delle PA e l&#8217;allargamento della governance degli enti pubblici alla partecipazione delle organizzazioni dei cittadini e dei consumatori. In secondo luogo, c&#8217;è la &#8220;responsività &#8220;. Questa è la capacità  di rendere conto di scelte, comportamenti e azioni e di rispondere alle questioni poste dai cittadini interessati. Rispondere in modo pubblico, coerente e dimostrabile alle loro richieste, verificare la &#8220;tracciabilità &#8221; dell&#8217;azione amministrativa, valutarla dal punto di vista civico, garantire una capacità  di influenza sulla gestione dei servizi: tutto ciò rende le istituzioni aperte, responsabili, orientate alla cura dei beni comuni. Infine, la compliance. Potremmo anche tradurla con &#8216;legalità &#8216;: è la capacità  di far rispettare le norme, sia nel senso di finalizzare l&#8217;azione pubblica all&#8217;obiettivo stabilito nelle leggi, che nel senso di fare osservare le regole di comportamento degli operatori della PA. Adeguare l&#8217;azione amministrativa agli standard di qualità  e di appropriatezza definiti dalle leggi e dai regolamenti o dagli impegni assunti volontariamente. Una coerente strategia di tutela, condivisione e comunicazione dei beni comuni passa da queste tre &#8216;porte&#8217;. E sappiamo bene, quanta strada ancora ci sia da percorrere per le nostre istituzioni, ancora molto lontane dall&#8217;adottare una simile strategia. I cittadini attivi come alleati Va detto che, grazie alle sempre più diffuse iniziative autonome dei cittadini, le istituzioni hanno un alleato prezioso per la tutela dei beni comuni. La cittadinanza attiva nasce proprio con l&#8217;obiettivo di comunicare, condividere e proteggere i beni comuni. Senza comunicazione e condivisione dei beni comuni non potremmo parlare di cittadini attivi, ma solo di individui dedicati a interessi privati. Non è un caso, dunque, che una delle principali strategie della cittadinanza attiva sia proprio la produzione di informazioni circa lo stato dei beni comuni. A volte si parla di informazione civica per definire &#8220;la produzione, da parte dei cittadini e sulla base del loro punto di vista, di informazioni a partire da dati raccolti direttamente o indirettamente e orientata alla trasformazione della realtà  nella direzione di un aumento della effettiva tutela dei diritti dei cittadini e di una realizzazione delle condizioni a ciò connesse&#8221; (Moro, 1998). Attraverso questa attività  eminentemente comunicativa, i cittadini esercitano poteri e responsabilità  nelle politiche pubbliche e garantiscono un presidio effettivo dei beni comuni. Basti pensare, per esempio, alle campagne di informazione su beni pubblici meritevoli di tutela, al monitoraggio dei servizi pubblici, agli osservatori su prezzi e tariffe, ai servizi di informazione e consulenza offerti alla popolazione, alle iniziative per il recupero a fini pubblici di edifici e luoghi dimenticati, ecc. Comunicazione e Costituzione Possiamo anzi dire &#8211; senza timore di essere smentiti &#8211; che le pratiche di comunicazione della cittadinanza attiva in questi ultimi trent&#8217;anni della vita repubblicana sono state indispensabili al fine di garantire i principi costituzionali di uguaglianza e di giustizia nel nostro paese. La strage di Lampedusa sta lìa dimostrarlo. Da una parte, istituzioni timide, che hanno prodotto una legislazione criminogena e divisiva e che sono incapaci di garantire diritti e accoglienza. Dall&#8217;altra cittadini attivi che offrono i primi soccorsi, esercitano la responsabilità  dell&#8217;accoglienza e, soprattutto, scrivono con atti e parole una diversa narrazione, quella della convivenza civile e dell&#8217;inclusione di tutti. Beni comuni, appunto. Un strategia contro la &#8216;disattenzione&#8217; Nel volume Ninna nanna, lo scrittore Chuck Palahniuk ha scritto: &#8220;Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio. Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà  da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito. Fa in modo che la tua immaginazione lentamente avvizzisca. Se tutti quanti ci ritroviamo con l&#8217;immaginazione atrofizzata, nessuno mai costituirà  una minaccia per il mondo.&#8221; Ecco la comunicazione per i beni comuni oggi, in questo mondo sovraccarico di informazioni, ma sostanzialmente distratto, è proprio questo: una strategia dell&#8217;attenzione e dell&#8217;immaginazione. Di questa lotta per l&#8217;attenzione &#8211; al centro della quale stanno i beni comuni &#8211; la cittadinanza attiva è maestra. La partecipazione volontaria di migliaia di persone, sia singolarmente che in forma organizzata, con gli strumenti a loro disposizione, spesso più sofisticati di quelli tradizionali, potrà  generare sempre di più, in futuro, processi virtuosi di ricerca, sperimentazione e produzione di informazione. Con il fine di difendere e promuovere i beni fondamentali per la garanzia dei diritti e la sopravvivenza della nostra comunità  civile. LEGGI ANCHE: Comunicare i beni comuni Un ricostituente per l&#8217;Italia Comunicare i beni comuni: una nuova sfida</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2013/11/comunicare-i-beni-comuni-la-strategia-dellattenzione/">Comunicare i beni comuni: la strategia dell&#8217;attenzione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Alle radici della questione dei<b>  beni comuni</b>  è certamente la sfida della  <b>condivisione</b>. Proprio per questo la comunicazione è lo strumento elettivo di una strategia che mira alla protezione dei beni comuni. Ma quali sono i protagonisti di questo processo comunicativo per la salvaguardia e il mantenimento di beni indispensabili per la tutela dei diritti? Certamente le istituzioni, nelle quali si gioca l&#8217;eterna dialettica tra amministrazioni pubbliche e forze politiche. Certamente, i cittadini, sia come singoli che come gruppi in vario modo organizzati.</p>
<h1>Il ruolo delle Istituzioni</h1>
<p>Le istituzioni sono certamente le principali titolari della responsabilità  di promozione dei beni comuni. Anzi, potremmo dire che, se le istituzioni non svolgessero pienamente questo compito tradirebbero il motivo stesso della loro esistenza.  Ecco perché comunicare i beni comuni, dal punto di vista delle amministrazioni pubbliche consiste senz&#8217;altro nell&#8217;esercizio dell&#8217;accountability, ovvero nella capacità  di assumersi impegni e responsabilità  e poi rendere conto del proprio operato ai cittadini.</p>
<p>L&#8217;approccio dell&#8217;accountability si basa su tre passaggi cruciali.</p>
<p>In primo luogo, la trasparenza. Per trasparenza si intende, in primo luogo, l&#8217;accessibilità  totale alle informazioni, anche in quanto utenti. La trasparenza, poi, include le attività  di bilancio pubbliche e formali, gli strumenti volti a rendere più visibili decisioni, azioni, performance e risultati delle PA e l&#8217;allargamento della governance degli enti pubblici alla partecipazione delle organizzazioni dei cittadini e dei consumatori.</p>
<p>In secondo luogo, c&#8217;è la &#8220;responsività &#8220;. Questa è la capacità  di rendere conto di scelte, comportamenti e azioni e di rispondere alle questioni poste dai cittadini interessati. Rispondere in modo pubblico, coerente e dimostrabile alle loro richieste, verificare la &#8220;tracciabilità &#8221; dell&#8217;azione amministrativa, valutarla dal punto di vista civico, garantire una capacità  di influenza sulla gestione dei servizi: tutto ciò rende le istituzioni aperte, responsabili, orientate alla cura dei beni comuni.</p>
<p>Infine, la compliance. Potremmo anche tradurla con &#8216;legalità &#8216;: è la capacità  di far rispettare le norme, sia nel senso di finalizzare l&#8217;azione pubblica all&#8217;obiettivo stabilito nelle leggi, che nel senso di fare osservare le regole di comportamento degli operatori della PA. Adeguare l&#8217;azione amministrativa agli standard di qualità  e di appropriatezza definiti dalle leggi e dai regolamenti o dagli impegni assunti volontariamente.</p>
<p>Una coerente strategia di tutela, condivisione e comunicazione dei beni comuni passa da queste tre &#8216;porte&#8217;. E sappiamo bene, quanta strada ancora ci sia da percorrere per le nostre istituzioni, ancora molto lontane dall&#8217;adottare una simile strategia.</p>
<h1>I cittadini attivi come alleati</h1>
<p>Va detto che, grazie alle sempre più diffuse iniziative autonome dei cittadini, le istituzioni hanno un alleato prezioso per la tutela dei beni comuni. La cittadinanza attiva nasce proprio con l&#8217;obiettivo di comunicare, condividere e proteggere i beni comuni. Senza comunicazione e condivisione dei beni comuni non potremmo parlare di cittadini attivi, ma solo di individui dedicati a interessi privati.</p>
<p>Non è un caso, dunque, che una delle principali strategie della cittadinanza attiva sia proprio la produzione di informazioni circa lo stato dei beni comuni. A volte si parla di informazione civica per definire &#8220;la produzione, da parte dei cittadini e sulla base del loro punto di vista, di informazioni a partire da dati raccolti direttamente o indirettamente e orientata alla trasformazione della realtà  nella direzione di un aumento della effettiva tutela dei diritti dei cittadini e di una realizzazione delle condizioni a ciò connesse&#8221; (Moro, 1998). Attraverso questa attività  eminentemente comunicativa, i cittadini esercitano poteri e responsabilità  nelle politiche pubbliche e garantiscono un presidio effettivo dei beni comuni. Basti pensare, per esempio, alle campagne di informazione su beni pubblici meritevoli di tutela, al monitoraggio dei servizi pubblici, agli osservatori su prezzi e tariffe, ai servizi di informazione e consulenza offerti alla popolazione, alle iniziative per il recupero a fini pubblici di edifici e luoghi dimenticati, ecc.</p>
<h1>Comunicazione e Costituzione</h1>
<p>Possiamo anzi dire &#8211; senza timore di essere smentiti &#8211; che le pratiche di comunicazione della cittadinanza attiva in questi ultimi trent&#8217;anni della vita repubblicana sono state indispensabili al fine di garantire i principi costituzionali di uguaglianza e di giustizia nel nostro paese. La strage di Lampedusa sta lìa dimostrarlo. Da una parte, istituzioni timide, che hanno prodotto una legislazione criminogena e divisiva e che sono incapaci di garantire diritti e accoglienza. Dall&#8217;altra cittadini attivi che offrono i primi soccorsi, esercitano la responsabilità  dell&#8217;accoglienza e, soprattutto, scrivono con atti e parole una diversa narrazione, quella della convivenza civile e dell&#8217;inclusione di tutti. Beni comuni, appunto.</p>
<h1>Un strategia contro la &#8216;disattenzione&#8217;</h1>
<p>Nel volume Ninna nanna, lo scrittore Chuck Palahniuk ha scritto: &#8220;Il vecchio George Orwell aveva capito tutto, ma al rovescio. Il Grande Fratello non ci osserva. Il Grande Fratello canta e balla. Tira fuori conigli dal cappello. Il Grande Fratello si dà  da fare per tenere viva la tua attenzione in ogni singolo istante di veglia. Fa in modo che tu possa sempre distrarti. Che sia completamente assorbito. Fa in modo che la tua immaginazione lentamente avvizzisca. Se tutti quanti ci ritroviamo con l&#8217;immaginazione atrofizzata, nessuno mai costituirà  una minaccia per il mondo.&#8221;</p>
<p>Ecco la comunicazione per i beni comuni oggi, in questo mondo sovraccarico di informazioni, ma sostanzialmente distratto, è proprio questo: una strategia dell&#8217;attenzione e dell&#8217;immaginazione. Di questa lotta per l&#8217;attenzione &#8211; al centro della quale stanno i beni comuni &#8211; la cittadinanza attiva è maestra. La partecipazione volontaria di migliaia di persone, sia singolarmente che in forma organizzata, con gli strumenti a loro disposizione, spesso più sofisticati di quelli tradizionali, potrà  generare sempre di più, in futuro, processi virtuosi di ricerca, sperimentazione e produzione di informazione. Con il fine di difendere e promuovere i beni fondamentali per la garanzia dei diritti e la sopravvivenza della nostra comunità  civile.</p>
<p><b>LEGGI ANCHE:</b></p>
<ul>
<li><a href="http://www.labsus.org/2013/09/comunicare-i-beni-comuni/" target="_blank">Comunicare i beni comuni</a></li>
<li><a href="http://www.labsus.org/2013/06/un-ricostituente-per-litalia/" target="_blank">Un ricostituente per l&#8217;Italia</a><a href="http://www.labsus.org/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=3789&amp;Itemid=40" target="_blank"><br />
</a></li>
<li><a style="line-height: 1.714285714; font-size: 1rem;" href="http://www.labsus.org/2013/06/comunicare-i-beni-comuni-una-nuova-sfida/" target="_blank">Comunicare i beni comuni: una nuova sfida</a></li>
</ul>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2013/11/comunicare-i-beni-comuni-la-strategia-dellattenzione/">Comunicare i beni comuni: la strategia dell&#8217;attenzione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Sviluppo e libertà : come cambia la Costituzione</title>
		<link>https://www.labsus.org/2013/05/sviluppo-e-liberta-come-cambia-la-costituzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ferla]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 May 2013 10:35:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La missione costituzionale dell&#8217;articolo 3 Nel frattempo, però, una radicale trasformazione dal basso ha già  toccato il progetto iscritto nella Costituzione del &#8217;48. Com&#8217;è noto, l&#8217;art. 3 della Costituzione afferma che è compito della Repubblica &#8220;rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà  e l&#8217;uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del paese&#8221;. In quella norma sta certamente il cuore della missione costituzionale della Repubblica. Le istituzioni, dalla fine della guerra in poi, sono state chiamate a garantire l&#8217;uguaglianza formale e sostanziale dei cittadini. I due &#8216;indicatori&#8217; dell&#8217;eventuale successo di questa norma programmatica erano due: lo sviluppo della persona e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti (allora si scrisse &#8220;lavoratori&#8221;, oggi si scriverebbe &#8220;cittadini&#8221;) alla vita pubblica. Non si può certamente negare che, in qualche modo, questo compito sia stato svolto. I livelli di benessere, istruzione e protezione della popolazione italiana sono certamente cresciuti nella seconda metà  del Novecento. Nonostante la grande fragilità  della nostra democrazia, i livelli di tutela dei diritti dei cittadini sono progressivamente aumentati. Almeno fino agli anni &#8216;7 un lungo ciclo di riforme a trazione pubblica-statale è stato messo in campo con il tentativo di offrire risposte generalizzate ai bisogni diffusi nel paese (sistema pensionistico, scuola pubblica, sanità  pubblica). L&#8217;emersione delle società  civili Dalla fine degli anni &#8216;7, però, (quasi) tutto cambia. A livello internazionale, nei mercati e nella società  civile, si affermano, nel bene e nel male, nuovi protagonisti. L&#8217;elemento comune di queste novità  risiede probabilmente in una maggiore autonomia del civile dal politico. Il ruolo programmatico degli Stati nazionali cede il passo, da un lato, ad una maggiore libertà  di iniziativa delle imprese nella ricerca di nuovi orizzonti di profitto, specie a livello finanziario, anche con le conseguenze nefaste che di recente abbiamo conosciuto; dall&#8217;altro, ad una maggiore libertà  di iniziativa dei cittadini, specie in forme associative e organizzate con l&#8217;obiettivo di raggiungere livelli di tutela più elevati in ambiti dove le istituzioni pubbliche non riescono o non vogliono più arrivare. L&#8217;emersione di società  civili attive e la pluralizzazione delle forme di partecipazione organizzate ha progressivamente mutato i contesti politici e istituzionali. La stessa sorte è toccata alla nostra Costituzione. Le risposte standardizzate dell&#8217;apparato burocratico sono diventate insufficienti; in alcuni casi, addirittura, i diritti acquisiti sono diventati cittadelle di soggetti sociali divenuti sempre più soggetti corporativi. Le forme della rappresentanza tradizionale (partiti e sindacati) sono entrate in crisi. Per attuare la missione dell&#8217;articolo 3 della Costituzione lo Stato non basta più, come non bastano i soggetti tradizionali della partecipazione politica e sindacale. Le nuove frontiere dell&#8217;empowerment &#8220;Lo sviluppo della persona&#8221; e &#8220;l&#8217;effettiva partecipazione di tutti alla vita pubblica&#8221; conoscono nuovi sentieri. Sono quelli nei quali si esprimono milioni di cittadini impegnati nelle organizzazioni della società  civile: volontariato, associazionismo, cooperazione sociale, cooperazione internazionale, movimenti di advocacy, gruppi di autoriforma professionale, strutture di servizio. Si afferma una circolarità  virtuosa. Da una parte, così, la norma costituzionale si invera nell&#8217;empowerment realizzato di soggetti civili autonomi: il rafforzamento avviene progressivamente attraverso disposizioni legislative, strumenti per lo sviluppo di conoscenze e saperi, bandi e progetti, risorse organizzative e finanziarie, ecc. Dall&#8217;altra &#8211; e questa, forse, è la novità  più importante &#8211; gli obiettivi di sviluppo sociale, civile e ambientale iscritti nell&#8217;articolo 3, non sono più soltanto affare delle amministrazioni pubbliche, ma diventano oggetto di una elaborazione condivisa con i cittadini attivi, singoli o associati. L&#8217;articolo 118, ultimo comma della Costituzione, approvato nel 21, nell&#8217;ambito della riforma del Titolo V della Costituzione, accoglie questa prospettiva, la consolida e la proietta verso il futuro, continuando il cammino aperto dall&#8217;articolo 3. Dove si colloca la questione dei beni comuni Se tutto questo è vero &#8211; se, cioè, cittadini e istituzioni concorrono e collaborano nella definizione dell&#8217;interesse generale, nella soluzione dei problemi della collettività  e, quindi, nella attuazione delle politiche pubbliche &#8211; siamo davvero fuori dalle tradizionali contrapposizioni ideologiche tra Stato e mercato. Viceversa, siamo completamente immersi in una nuova e concreta dimensione della democrazia nella quale si impone una libera iniziativa dei cittadini volta ad accrescere i livelli di uguaglianza, solidarietà  e libertà . L&#8217;oggetto di questa iniziativa dei cittadini è la cura dei beni comuni, anche in quanto beni strumentali per una più ampia tutela dei diritti dei cittadini, sia come singoli sia come comunità . Ma se cosìè, la questione dei beni comuni va letta in chiave pragmatica e progressiva, fuori dallo schema stantio dell&#8217;alternativa tra approccio burocratico e approccio economico. La nuova prospettiva aperta dalla combinazione &#8211; non soltanto giuridica, ma sociale e politica &#8211; tra le finalità  e gli strumenti suggeriti dall&#8217;articolo 3 e dall&#8217;articolo 118, dice che la questione dei beni comuni non si gioca nella dicotomia tra lo sfruttamento mercantile e il paternalismo amministrativo. Si tratta, dunque, di concepire sintesi più innovative nelle quali siano capaci di miscelarsi, tra l&#8217;altro, la libertà  e la responsabilità  dei singoli, l&#8217;equità  nella distribuzione delle risorse, l&#8217;efficacia dell&#8217;azione amministrativa. In una fase in cui la crisi ha accresciuto le disuguaglianze sociali e depresso le risorse per l&#8217;attivismo civico, la strada segnata dalla Costituzione italiana appare ancora ricca di potenzialità . Purché sia interpretata nella sua chiave più avanzata.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2013/05/sviluppo-e-liberta-come-cambia-la-costituzione/">Sviluppo e libertà : come cambia la Costituzione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="TITOLETTO_UNO">La missione costituzionale dell&#8217;articolo 3</p>
<p>Nel frattempo, però, una radicale trasformazione dal basso ha già  toccato il progetto iscritto nella Costituzione del &#8217;48.</p>
<p>Com&#8217;è noto, l&#8217;art. 3 della Costituzione afferma che è compito della Repubblica &#8220;rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà  e l&#8217;uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del paese&#8221;.</p>
<p>In quella norma sta certamente il cuore della missione costituzionale della Repubblica. Le istituzioni, dalla fine della guerra in poi, sono state chiamate a garantire l&#8217;uguaglianza formale e sostanziale dei cittadini. I due &#8216;indicatori&#8217; dell&#8217;eventuale successo di questa norma programmatica erano due: lo sviluppo della persona e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti (allora si scrisse &#8220;lavoratori&#8221;, oggi si scriverebbe &#8220;cittadini&#8221;) alla vita pubblica. Non si può certamente negare che, in qualche modo, questo compito sia stato svolto. I livelli di benessere, istruzione e protezione della popolazione italiana sono certamente cresciuti nella seconda metà  del Novecento. Nonostante la grande fragilità  della nostra democrazia, i livelli di tutela dei diritti dei cittadini sono progressivamente aumentati. Almeno fino agli anni &#8216;7 un lungo ciclo di riforme a trazione pubblica-statale è stato messo in campo con il tentativo di offrire risposte generalizzate ai bisogni diffusi nel paese (sistema pensionistico, scuola pubblica, sanità  pubblica).</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">L&#8217;emersione delle società  civili</p>
<p>Dalla fine degli anni &#8216;7, però, (quasi) tutto cambia. A livello internazionale, nei mercati e nella società  civile, si affermano, nel bene e nel male, nuovi protagonisti. L&#8217;elemento comune di queste novità  risiede probabilmente in una maggiore autonomia del civile dal politico. Il ruolo programmatico degli Stati nazionali cede il passo, da un lato, ad una maggiore libertà  di iniziativa delle imprese nella ricerca di nuovi orizzonti di profitto, specie a livello finanziario, anche con le conseguenze nefaste che di recente abbiamo conosciuto; dall&#8217;altro, ad una maggiore libertà  di iniziativa dei cittadini, specie in forme associative e organizzate con l&#8217;obiettivo di raggiungere livelli di tutela più elevati in ambiti dove le istituzioni pubbliche non riescono o non vogliono più arrivare.</p>
<p>L&#8217;emersione di società  civili attive e la pluralizzazione delle forme di partecipazione organizzate ha progressivamente mutato i contesti politici e istituzionali. La stessa sorte è toccata alla nostra Costituzione. Le risposte standardizzate dell&#8217;apparato burocratico sono diventate insufficienti; in alcuni casi, addirittura, i diritti acquisiti sono diventati cittadelle di soggetti sociali divenuti sempre più soggetti corporativi. Le forme della rappresentanza tradizionale (partiti e sindacati) sono entrate in crisi.</p>
<p>Per attuare la missione dell&#8217;articolo 3 della Costituzione lo Stato non basta più, come non bastano i soggetti tradizionali della partecipazione politica e sindacale.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">Le nuove frontiere dell&#8217;empowerment</p>
<p>&#8220;Lo sviluppo della persona&#8221; e &#8220;l&#8217;effettiva partecipazione di tutti alla vita pubblica&#8221; conoscono nuovi sentieri. Sono quelli nei quali si esprimono milioni di cittadini impegnati nelle organizzazioni della società  civile: volontariato, associazionismo, cooperazione sociale, cooperazione internazionale, movimenti di advocacy, gruppi di autoriforma professionale, strutture di servizio. Si afferma una circolarità  virtuosa.</p>
<p>Da una parte, così, la norma costituzionale si invera nell&#8217;empowerment realizzato di soggetti civili autonomi: il rafforzamento avviene progressivamente attraverso disposizioni legislative, strumenti per lo sviluppo di conoscenze e saperi, bandi e progetti, risorse organizzative e finanziarie,  ecc.</p>
<p>Dall&#8217;altra &#8211; e questa, forse, è la novità  più importante &#8211; gli obiettivi di sviluppo sociale, civile e ambientale iscritti nell&#8217;articolo 3, non sono più soltanto affare delle amministrazioni pubbliche, ma diventano oggetto di una elaborazione condivisa con i cittadini attivi, singoli o associati. L&#8217;articolo 118, ultimo comma della Costituzione, approvato nel 21, nell&#8217;ambito della riforma del Titolo V della Costituzione, accoglie questa prospettiva, la consolida e la proietta verso il futuro, continuando il cammino aperto dall&#8217;articolo 3.</p>
<p></p>
<p class="TITOLETTO_UNO">Dove si colloca la questione dei beni comuni</p>
<p>Se tutto questo è vero &#8211; se, cioè, cittadini e istituzioni concorrono e collaborano nella definizione dell&#8217;interesse generale, nella soluzione dei problemi della collettività  e, quindi, nella attuazione delle politiche pubbliche &#8211; siamo davvero fuori dalle tradizionali contrapposizioni ideologiche tra Stato e mercato. Viceversa, siamo completamente immersi in una nuova e concreta dimensione della democrazia nella quale si impone una libera iniziativa dei cittadini volta ad accrescere i livelli di uguaglianza, solidarietà  e libertà . L&#8217;oggetto di questa iniziativa dei cittadini è la cura dei beni comuni, anche in quanto beni strumentali per una più ampia tutela dei diritti dei cittadini, sia come singoli sia come comunità . Ma se cosìè, la questione dei beni comuni va letta in chiave pragmatica e progressiva, fuori dallo schema stantio dell&#8217;alternativa tra approccio burocratico e approccio economico.</p>
<p>La nuova prospettiva aperta dalla combinazione &#8211; non soltanto giuridica, ma sociale e politica &#8211; tra le finalità  e gli strumenti suggeriti dall&#8217;articolo 3 e dall&#8217;articolo 118, dice che la questione dei beni comuni non si gioca nella dicotomia tra lo sfruttamento mercantile e il paternalismo amministrativo. Si tratta, dunque, di concepire sintesi più innovative nelle quali siano capaci di miscelarsi, tra l&#8217;altro, la libertà  e la responsabilità  dei singoli, l&#8217;equità  nella distribuzione delle risorse, l&#8217;efficacia dell&#8217;azione amministrativa.</p>
<p>In una fase in cui la crisi ha accresciuto le disuguaglianze sociali e depresso le risorse per l&#8217;attivismo civico, la strada segnata dalla Costituzione italiana appare ancora ricca di potenzialità . Purché sia interpretata nella sua chiave più avanzata.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2013/05/sviluppo-e-liberta-come-cambia-la-costituzione/">Sviluppo e libertà : come cambia la Costituzione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<item>
		<title>La trasparenza è la base per la tutela dei beni comuni</title>
		<link>https://www.labsus.org/2013/02/la-trasparenza-e-la-base-per-la-tutela-dei-beni-comuni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ferla]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Feb 2013 06:39:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/2013/02/12/la-trasparenza-e-la-base-per-la-tutela-dei-beni-comuni/</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il peso della corruzione nel degrado dei beni comuni Purtroppo, come è noto, nella classifica di Transparency International, l&#8217;Italia è retrocessa nel corso degli ultimi anni fino al 72 ° posto. I casi di malaffare ormai non si contano più: basti pensare all&#8217;abuso dei rimborsi ai partiti (con i casi di Lega, IDV e Margherita), all&#8217;abuso dei rimborsi ai gruppi consiliari (nel Lazio e in Lombardia), alle truffe nei servizi sanitari regionali, alle denunce che periodicamente si levano dalle relazioni della Corte dei Conti. Autorevoli studi nazionali e internazionali dimostrano che la corruzione frena lo sviluppo del paese, ha un impatto sulla misura, la produttività , l&#8217;efficienza e l&#8217;efficacia della spesa pubblica. Ma, soprattutto, mina alla base l&#8217;uguaglianza dei diritti, impedisce la redistribuzione dei redditi (o, meglio, favorisce i ricchi a spese dei poveri), riduce il benessere complessivo della comunità  nazionale, erode progressivamente i beni comuni (per esempio salute, istruzione e capabilities in generale dei cittadini). In particolare, la corruzione si traduce in tagli drastici ai servizi socio-sanitari e scolastici. D&#8217;altra parte, se si pensa che ogni euro investito corrisponde a 1,7 euro di sviluppo, si capisce che cosa può comportare la sottrazione al paese di 6 miliardi a causa della corruzione. I tagli al welfare I dati sulla spesa per il welfare confermano anche empiricamente questi orientamenti scientifici. Nella sanità  pubblica, c&#8217;è una riduzione della spesa per servizi pari a 23-25 miliardi di euro con la conseguenza che aumenta dell&#8217;8 per cento la spesa privata delle famiglie per garantirsi le cure. Secondo il Censis, la spesa pubblica per i farmaci è calata del 3,5 per cento (i cittadini sono costretti a usare il proprio portafoglio con un aggravio del 7 per cento). Nel frattempo, i ticket per i servizi sanitari sono aumentati di 4 miliardi. La scuola pubblica ha perso in tre anni la bellezza di 8 miliardi. In generale, i servizi di pubblica utilità  diventano più costosi, ma perdono in qualità . Sulla base dei dati ufficiali raccolti e rielaborati dalle principali organizzazioni di cittadini impegnate per la tutela dei diritti sociali, le campagne I diritti alzano la voce, Sbilanciamoci!, Cresce l&#8217;Italia cresce il Welfare spiegano come gli ultimi governi italiani stiano distruggendo le politiche sociali e azzerando la spesa per i diritti. Il prospetto dei tagli alle politiche sociali è impressionante: tra il 27 e il 213 si prevede una riduzione degli stanziamenti a favore dei fondi nazionali (politiche sociali, famiglia, non autosufficienza, integrazione degli immigrati, politiche giovanili, infanzia e adolescenza) da 1.594 a 144 milioni di euro. I primi timidi passi del Governo Che cosa fanno le istituzioni per invertire questa tendenza? Ancora poco si direbbe. La legge anticorruzione varata dal Governo Monti è sembrata ai più un pannicello caldo. Il decreto legislativo che la attua è molto interessante, ma &#8211; diversamente dalla versione propagandata dalla Presidenza del Consiglio &#8211; ancora molto distante dal Freedom of Information Act di ispirazione nordeuropea o statunitense. Qualche passo avanti sul piano dell&#8217;Agenda digitale, ma se ne parla da anni e aspettiamo di vedere le norme alla prova dei fatti. Molti convegni &#8211; per esempio, quello sull&#8217;Open Government Partnership &#8211; che rinnova l&#8217;impegno degli addetti ai lavori, ma ancora molto lontani dalla vita delle persone comuni. Le iniziative dei cittadini per l&#8217;accountability Nel frattempo, i cittadini si organizzano con iniziative spesso molto interessanti. Si pensi al raduno bolognese dei civic hackers di Spaghetti open data. Ai progetti di monitoraggio digitale del rendimento della politica come openparlamento e opencomune, lanciati da openpolis. Oppure a L&#8217;era della trasparenza, un sito promosso da Agorà  digitale per verificare l&#8217;uso delle risorse pubbliche da parte dei governi locali. Si pensi, inoltre, alle personalità  e alle organizzazioni civiche che promuovono l&#8217;adozione di un Freedom of Information Act anche in Italia. E, ancora, alla Campagna Ridateceli! di Cittadinanzattiva o alla petizione Riparte il futuro di Libera e Avviso pubblico. Tutte queste iniziative, cosìtanto diverse tra loro, condividono l&#8217;idea che la trasparenza sia un punto di partenza fondamentale per suscitare la partecipazione civica e aumentare il controllo sull&#8217;azione amministrativa. Alla base sta la convinzione che se l&#8217;accountability delle istituzioni cresce diventa più facile tutelare i beni comuni. I 5 ingredienti per la trasparenza Ma come si declina la trasparenza in concreto? In primo luogo, c&#8217;è la trasparenza nei servizi al cittadino (fatta di informazione, comprensibilità , accessibilità , usabilità ) e la conseguente semplificazione delle procedure previste dalle amministrazioni pubbliche. Alcuni esempi? Conoscere i tempi d&#8217;attesa, spesso ignoti come gli elenchi e le disponibilità  delle residenze sanitarie assistenziali, la digitalizzazione e rapidità  delle pratiche amministrative, l&#8217;abbattimento costi burocratici per imprese e cittadini, la trasparenza totale dei reclami e strumenti di tutela chiari e accessibili. D&#8217;altra parte, la trasparenza è ormai per legge un elemento essenziale delle prestazioni delle PA. In secondo luogo, c&#8217;è il tema della liberazione dei dati delle PA, del diritto di accesso dei cittadini e della libertà  di informazione. In questo ambito, le sfide sono sostanzialmente due: la strategia degli open data e l&#8217;introduzione del Freedom of Information Act. Soltanto cosìpotremo far sìche la trasparenza sia accessibilità  totale alle informazioni come prevede la legge 15/29. In terzo luogo, trasparenza significa integrità  degli eletti e dei funzionari pubblici. Per esempio, occorre attuare le leggi Brunetta e anticorruzione che prevedono la pubblicazione online di stipendi, curricula, consulenze, ecc., introdurre l&#8217;anagrafe degli eletti, garantire la pubblicità  dei bilanci dei gruppi consiliari e delle ricevute di spesa, vietare il cumulo di incarichi, attivare un sistema anonimo e sicuro per denunciare truffe, corruttele e malversazioni (whistleblowing). Quarto punto è la valutazione indipendente della qualità  dei servizi (e dell&#8217;azione amministrativa in generale), con il coinvolgimento degli stakeholders (in particolare, i cittadini). In questo ambito, ancora tanto si può fare per la raccolta sistematica delle segnalazioni dei cittadini, per organizzare forme di public review, per rendere abituale le azioni di civic auditing e rendere pubblici i risultati delle valutazioni, per collegare la valutazione dei servizi alla valutazione dei dirigenti. Infine, c&#8217;è la grande sfida del controllo sull&#8217;uso risorse pubbliche, sul funzionamento e sui risultati della PA,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2013/02/la-trasparenza-e-la-base-per-la-tutela-dei-beni-comuni/">La trasparenza è la base per la tutela dei beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="TITOLETTO_UNO">Il peso della corruzione nel degrado dei beni comuni</p>
<p>Purtroppo, come è noto, nella classifica di Transparency International, l&#8217;Italia è retrocessa nel corso degli ultimi anni fino al 72 ° posto. I casi di malaffare ormai non si contano più: basti pensare all&#8217;abuso dei rimborsi ai partiti (con i casi di Lega, IDV e Margherita), all&#8217;abuso dei rimborsi ai gruppi consiliari (nel Lazio e in Lombardia), alle truffe nei servizi sanitari regionali, alle denunce che periodicamente si levano dalle relazioni della Corte dei Conti.</p>
<p>Autorevoli studi nazionali e internazionali dimostrano che la corruzione frena lo sviluppo del paese, ha un impatto sulla misura, la produttività , l&#8217;efficienza e l&#8217;efficacia della spesa pubblica. Ma, soprattutto, mina alla base l&#8217;uguaglianza dei diritti, impedisce la redistribuzione dei redditi (o, meglio, favorisce i ricchi a spese dei poveri), riduce il benessere complessivo della comunità  nazionale, erode progressivamente i beni comuni (per esempio salute, istruzione e capabilities in generale dei cittadini). In particolare, la corruzione si traduce in tagli drastici ai servizi socio-sanitari e scolastici. D&#8217;altra parte, se si pensa che ogni euro investito corrisponde a 1,7 euro di sviluppo, si capisce che cosa può comportare la sottrazione al paese di 6 miliardi a causa della corruzione.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">I tagli al welfare</p>
<p>I dati sulla spesa per il welfare confermano anche empiricamente questi orientamenti scientifici. Nella sanità  pubblica, c&#8217;è una riduzione della spesa per servizi pari a 23-25 miliardi di euro con la conseguenza che aumenta dell&#8217;8 per cento la spesa privata delle famiglie per garantirsi le cure. Secondo il Censis, la spesa pubblica per i farmaci è calata del 3,5 per cento (i cittadini sono costretti a usare il proprio portafoglio con un aggravio del 7 per cento). Nel frattempo, i ticket per i servizi sanitari sono aumentati di 4 miliardi. La scuola pubblica ha perso in tre anni la bellezza di 8 miliardi. In generale, i servizi di pubblica utilità  diventano più costosi, ma perdono in qualità .</p>
<p>Sulla base dei dati ufficiali raccolti e rielaborati dalle principali organizzazioni di cittadini impegnate per la tutela dei diritti sociali, le campagne I diritti alzano la voce, Sbilanciamoci!, Cresce l&#8217;Italia cresce il Welfare spiegano come gli ultimi governi italiani stiano distruggendo le politiche sociali e azzerando la spesa per i diritti. Il prospetto dei tagli alle politiche sociali è impressionante: tra il 27 e il 213 si prevede una riduzione degli stanziamenti a favore dei fondi nazionali (politiche sociali, famiglia, non autosufficienza, integrazione degli immigrati, politiche giovanili, infanzia e adolescenza) da 1.594 a 144 milioni di euro.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">I primi timidi passi del Governo</p>
<p>Che cosa fanno le istituzioni per invertire questa tendenza? Ancora poco si direbbe. La legge anticorruzione varata dal Governo Monti è sembrata ai più un pannicello caldo. Il decreto legislativo che la attua è molto interessante, ma &#8211; diversamente dalla versione propagandata dalla Presidenza del Consiglio &#8211; ancora molto distante dal Freedom of Information Act di ispirazione nordeuropea o statunitense. Qualche passo avanti sul piano dell&#8217;Agenda digitale, ma se ne parla da anni e aspettiamo di vedere le norme alla prova dei fatti. Molti convegni &#8211; per esempio, quello sull&#8217;Open Government Partnership &#8211; che rinnova l&#8217;impegno degli addetti ai lavori, ma ancora molto lontani dalla vita delle persone comuni.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">Le iniziative dei cittadini per l&#8217;<em>accountability</em></p>
<p>Nel frattempo, i cittadini si organizzano con iniziative spesso molto interessanti. Si pensi al raduno bolognese dei civic hackers di Spaghetti open data. Ai progetti di monitoraggio digitale del rendimento della politica come openparlamento e opencomune, lanciati da openpolis. Oppure a L&#8217;era della trasparenza, un sito promosso da Agorà  digitale per verificare l&#8217;uso delle risorse pubbliche da parte dei governi locali. Si pensi, inoltre, alle personalità  e alle organizzazioni civiche che promuovono l&#8217;adozione di un Freedom of Information Act anche in Italia. E, ancora, alla Campagna Ridateceli! di Cittadinanzattiva o alla petizione Riparte il futuro di Libera e Avviso pubblico. Tutte queste iniziative, cosìtanto diverse tra loro, condividono l&#8217;idea che la trasparenza sia un punto di partenza fondamentale per suscitare la partecipazione civica e aumentare il controllo sull&#8217;azione amministrativa. Alla base sta la convinzione che se l&#8217;accountability delle istituzioni cresce diventa più facile tutelare i beni comuni.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">I 5 ingredienti per la trasparenza</p>
<p>Ma come si declina la trasparenza in concreto?</p>
<p>In primo luogo, c&#8217;è la trasparenza nei servizi al cittadino (fatta di informazione, comprensibilità , accessibilità , usabilità ) e la conseguente semplificazione delle procedure previste dalle amministrazioni pubbliche. Alcuni esempi? Conoscere i tempi d&#8217;attesa, spesso ignoti come gli elenchi e le disponibilità  delle residenze sanitarie assistenziali, la digitalizzazione e rapidità  delle pratiche amministrative, l&#8217;abbattimento costi burocratici per imprese e cittadini, la trasparenza totale dei reclami e strumenti di tutela chiari e accessibili. D&#8217;altra parte, la trasparenza è ormai per legge un elemento essenziale delle prestazioni delle PA.</p>
<p>In secondo luogo, c&#8217;è il tema della liberazione dei dati delle PA, del diritto di accesso dei cittadini e della libertà  di informazione. In questo ambito, le sfide sono sostanzialmente due: la strategia degli open data e l&#8217;introduzione del Freedom of Information Act. Soltanto cosìpotremo far sìche la trasparenza sia accessibilità  totale alle informazioni come prevede la legge 15/29.</p>
<p>In terzo luogo, trasparenza significa integrità  degli eletti e dei funzionari pubblici. Per esempio, occorre attuare le leggi Brunetta e anticorruzione che prevedono la pubblicazione online di stipendi,  curricula, consulenze, ecc., introdurre l&#8217;anagrafe degli eletti, garantire la pubblicità  dei bilanci dei gruppi consiliari e delle ricevute di spesa, vietare il cumulo di incarichi, attivare un sistema anonimo e sicuro per denunciare truffe, corruttele e malversazioni (<em>whistleblowing</em>).</p>
<p>Quarto punto è la valutazione indipendente della qualità  dei servizi (e dell&#8217;azione amministrativa in generale), con il coinvolgimento degli stakeholders (in particolare, i cittadini). In questo ambito, ancora tanto si può fare per la raccolta sistematica delle segnalazioni dei cittadini, per organizzare forme di public review, per rendere abituale le azioni di civic auditing e rendere pubblici i risultati delle valutazioni, per collegare la valutazione dei servizi alla valutazione dei dirigenti.</p>
<p>Infine, c&#8217;è la grande sfida del controllo sull&#8217;uso risorse pubbliche, sul funzionamento e sui risultati della PA, nonché sulle attività  dei governi regionali e locali. Si comincia con l&#8217;indicazione di obiettivi misurabili per le amministrazioni pubbliche e si prosegue, poi, con il collegamento tra la valutazione dei dirigenti e i risultati conseguiti. Per far questo serve integrare gli organismi indipendenti di valutazione con rappresentanti dei cittadini. Dovrebbe divenire obbligo la pubblicazione degli atti di spesa, la pubblicità  e comprensibilità  dei bilanci, la pubblicità  dei lavori delle assemblee legislative e delle giunte. Infine, bisogna chiudere gli enti inutili e i relativi consigli di amministrazione e aumentare la trasparenza negli appalti di forniture, beni e servizi e nella raccolta e spesa dei fondi comunitari.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">Un programma di governo?</p>
<p>Insomma: in vista delle elezioni politiche nazionali e del rinnovo dei consigli regionali di Lazio e Lombardia, investire sulla trasparenza per favorire la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche diventa la via più efficace per tornare a promuovere i beni comuni e far ripartire l&#8217;Italia. Un vero e proprio programma di governo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2013/02/la-trasparenza-e-la-base-per-la-tutela-dei-beni-comuni/">La trasparenza è la base per la tutela dei beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Bersani e Renzi a confronto sulla sussidiarietà </title>
		<link>https://www.labsus.org/2012/11/bersani-e-renzi-a-confronto-sulla-sussidiarieta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Ferla]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Nov 2012 18:02:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bisogna osservare subito una certa asimmetria, se non anomalia. La Carta d&#8217;Intenti si presenta come una piattaforma comune: nasce come espressione della segreteria di Bersani e diventa orizzonte di tutta la coalizione. Il programma di Renzi, viceversa, rappresenta davvero il programma del singolo candidato. La sussidiarietà  nei programmi Nel programma di Bersani la sussidiarietà  è presente in modo del tutto residuale laddove si sostiene che &#8220;a sua volta l&#8217;autogoverno locale deve offrire spazi e occasioni alla sussidiarietà , alle forme di partecipazione civica, ai protagonisti del privato sociale e del volontariato&#8221;. Il tema è posto correttamente sotto la voce &#8216;Beni comuni&#8217; e tuttavia non riveste alcun carattere strategico, manca di sviluppi concreti e coerenti, né tantomeno sembra ispirare trasversalmente la proposta politica del segretario. Il ruolo del terzo settore appare nel contesto sacrificato ad una dimensione ancillare rispetto alle responsabilità  delle amministrazioni pubbliche centrali e locali. Al contrario, il programma di Renzi, con qualche ambizione, dichiara che la sussidiarietà  sarà  il filo conduttore della proposta del sindaco di Firenze: &#8220;Il modo più semplice per far ripartire l&#8217;Italia è investire sugli italiani&#8221;. Renzi promette di &#8220;ripartire dall&#8217;Italia che funziona&#8221;. A questo scopo, cita i Comuni &#8220;che, nonostante i tagli, continuano ad assicurare servizi di qualità  e un vero modello di civiltà  e di buongoverno&#8221;; le aziende &#8220;che, nonostante la crisi, hanno saputo adattarsi al nuovo scenario competitivo e oggi tengono alto il nome del nostro Paese nel mondo&#8221;; infine, &#8220;le mille associazioni e realtà  del terzo settore che tengono insieme le nostre comunità  e fanno dell&#8217;Italia un Paese sul quale vale ancora la pena scommettere&#8221;. La questione dei beni comuni Il tema dei beni comuni è un ancoraggio forte nella Carta d&#8217;Intenti. Usato nel titolo, come attributo dell&#8217;Italia, viene sviluppato in un paragrafo specifico. E tuttavia, lascia un sapore che sa troppo d&#8217;antico. I beni comuni sono soprattutto intesi come il territorio protetto del pubblico &#8216;statale&#8217;: &#8220;beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti&#8221; nell&#8217;ambito di una alternativa banalmente binaria tra Stato e mercato. Tant&#8217;è vero che, secondo questo programma, questi beni &#8211; l&#8217;energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione &#8211; devono vivere in un &#8220;quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità  delle prestazioni&#8221;. In questo quadro &#8220;non può venir meno una responsabilità  pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l&#8217;universalità  di accesso e la sostenibilità  nel lungo periodo&#8221;. Fatta salva la political correctness del richiamo ai beni comuni, il documento non indica proposte concrete né impegni precisi, e, soprattutto, non spiega come coinvolgere davvero le risorse umane, sociali e amministrative citate. E qui veniamo al punto. La riforma dell&#8217;amministrazione pubblica Un ragionamento serio sulla sussidiarietà  non può fare a meno di soffermarsi sull&#8217;arretratezza dell&#8217;amministrazione pubblica italiana. Su questo punto, la Carta d&#8217;Intenti è completamente evasiva. Viceversa, il programma di Renzi ci ritorna su più volte. Come si legge nel documento, &#8220;troppo spesso, da noi, si pensa che basti il comma di un decreto legge partorito in qualche Ministero a cambiare le cose. Nove volte su dieci non funziona: perché chi ha scritto quel comma parte da un&#8217;idea astratta, anziché immergersi nella complessità  del reale. Il risultato è il sistema pubblico con il maggior numero di leggi e il minor numero di risultati tra le grandi democrazie occidentali&#8221;. La riforma dello Stato è affrontata come una vera e propria emergenza che riguarda la qualità  della spesa pubblica, la superfetazione di enti e strutture inutili e costosi, la mancanza di trasparenza e di accountability degli amministratori pubblici, l&#8217;arroganza, iniquità  e irrazionalità  delle misure fiscali, la complessità  e l&#8217;opacità  delle procedure e delle azioni amministrative, e via elencando. Su questi punti il programma del sindaco di Firenze è molto ricco di proposte concrete: l&#8217;adozione del Freedom of Information Act per garantire la trasparenza totale, l&#8217;introduzione della valutazione e del merito nella PA, la semplificazione di leggi e procedure, misure per rendere più efficiente ed efficace la risposta del sistema giudiziario, misure per la condivisione e la digitalizzazione delle informazioni, il recupero delle risorse sottratte allo stato a causa dell&#8217;evasione fiscale e della corruzione. Senza un&#8217;amministrazione agile e amichevole nei confronti dei cittadini, la sussidiarietà  resta una chimera. La promozione del capitale umano e sociale Ma la sussidiarietà  si fonda sulla libertà  solidale e responsabile di cittadini che costruiscono tutti insieme il futuro comune. In questo momento storico, l&#8217;Italia appare bloccata sotto una cappa fatta di rendite, inefficienze e privilegi . Una cappa che comprime quella libera pratica di talenti, capacità  e competenze che sta alla base dei processi sussidiari, dello sviluppo umano e di una maggiore giustizia sociale. La Carta d&#8217;Intenti di Bersani contiene riferimenti molto importanti ai temi del lavoro, della formazione e dell&#8217;uguaglianza. In particolare, convincono l&#8217;attenzione verso il lavoro dei giovani e delle donne, cosìcome convince l&#8217;accento sul pericoloso aumento delle diseguaglianze nel nostro paese. Nel programma di Bersani &#8211; che ospita diversi inviti alla &#8216;riscossa civica&#8217; &#8211; &#8220;parlare di uguaglianza significa guardare la società  con gli occhi degli ultimi&#8221;. Tuttavia, al di là  di richiami assai condivisibili, resta forte ancora una volta la sensazione di poca concretezza. Il programma renziano, fin dalla sua premessa, sia sul piano dell&#8217;impatto linguistico che sul piano delle piste di lavoro, sembra andare dritto al punto. L&#8217;Italia non è la terra del declino, ma &#8220;un Paese stracolmo di capacità  e di energie&#8221;. Si invita a puntare sulla &#8220;unica risorsa naturale della quale dispone in abbondanza: il talento degli italiani&#8221;. Sostiene che &#8220;non ha senso proporre l&#8217;ennesima ricetta calata dall&#8217;alto. Quel che serve è un&#8217;occasione per mettere in rete le migliaia di idee e di esperienze che fanno dell&#8217;Italia un Paese molto migliore di come ce lo raccontano i media e la politica&#8221;. Sono numerose le misure concrete suggerite per valorizzare il capitale umano e sociale, punto di partenza necessario e indispensabile per l&#8217;affermazione di quella sussidiarietà  che può dare nuovo slancio al Paese. Il welfare come investimento In questo senso, pare assai azzeccato il capitolo dedicato al</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2012/11/bersani-e-renzi-a-confronto-sulla-sussidiarieta/">Bersani e Renzi a confronto sulla sussidiarietà </a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Bisogna osservare subito una certa asimmetria, se non anomalia. La Carta d&#8217;Intenti si presenta come una piattaforma comune: nasce come espressione della segreteria di Bersani e diventa orizzonte di tutta la coalizione. Il programma di Renzi, viceversa, rappresenta davvero il programma del singolo candidato.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">La sussidiarietà  nei programmi</p>
<p>Nel programma di Bersani la sussidiarietà  è presente in modo del tutto residuale laddove si sostiene che &#8220;a sua volta l&#8217;autogoverno locale deve offrire spazi e occasioni alla sussidiarietà , alle forme di partecipazione civica, ai protagonisti del privato sociale e del volontariato&#8221;. Il tema è posto correttamente sotto la voce &#8216;Beni comuni&#8217; e tuttavia non riveste alcun carattere strategico, manca di sviluppi concreti e coerenti, né tantomeno sembra ispirare trasversalmente la proposta politica del segretario. Il ruolo del terzo settore appare nel contesto sacrificato ad una dimensione ancillare rispetto alle responsabilità  delle amministrazioni pubbliche centrali e locali. Al contrario, il programma di Renzi, con qualche ambizione, dichiara che la sussidiarietà  sarà  il filo conduttore della proposta del sindaco di Firenze: &#8220;Il modo più semplice per far ripartire l&#8217;Italia è investire sugli italiani&#8221;. Renzi promette di &#8220;ripartire dall&#8217;Italia che funziona&#8221;. A questo scopo, cita i Comuni &#8220;che, nonostante i tagli, continuano ad assicurare servizi di qualità  e un vero modello di civiltà  e di buongoverno&#8221;; le aziende &#8220;che, nonostante la crisi, hanno saputo adattarsi al nuovo scenario competitivo e oggi tengono alto il nome del nostro Paese nel mondo&#8221;; infine, &#8220;le mille associazioni e realtà  del terzo settore che tengono insieme le nostre comunità  e fanno dell&#8217;Italia un Paese sul quale vale ancora la pena scommettere&#8221;.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">La questione dei beni comuni</p>
<p>Il tema dei beni comuni è un ancoraggio forte nella Carta d&#8217;Intenti. Usato nel titolo, come attributo dell&#8217;Italia, viene sviluppato in un paragrafo specifico. E tuttavia, lascia un sapore che sa troppo d&#8217;antico. I beni comuni sono soprattutto intesi come il territorio protetto del pubblico &#8216;statale&#8217;: &#8220;beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti&#8221; nell&#8217;ambito di una alternativa banalmente binaria tra Stato e mercato. Tant&#8217;è vero che, secondo questo programma, questi beni &#8211; l&#8217;energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione &#8211; devono vivere in un &#8220;quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità  delle prestazioni&#8221;. In questo quadro &#8220;non può venir meno una responsabilità  pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l&#8217;universalità  di accesso e la sostenibilità  nel lungo periodo&#8221;. Fatta salva la political correctness del richiamo ai beni comuni, il documento non indica proposte concrete né impegni precisi, e, soprattutto, non spiega come coinvolgere davvero le risorse umane, sociali e amministrative citate. E qui veniamo al punto.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">La riforma dell&#8217;amministrazione pubblica</p>
<p>Un ragionamento serio sulla sussidiarietà  non può fare a meno di soffermarsi sull&#8217;arretratezza dell&#8217;amministrazione pubblica italiana. Su questo punto, la Carta d&#8217;Intenti è completamente evasiva. Viceversa, il programma di Renzi ci ritorna su più volte. Come si legge nel documento, &#8220;troppo spesso, da noi, si pensa che basti il comma di un decreto legge partorito in qualche Ministero a cambiare le cose. Nove volte su dieci non funziona: perché chi ha scritto quel comma parte da un&#8217;idea astratta, anziché immergersi nella complessità  del reale. Il risultato è il sistema pubblico con il maggior numero di leggi e il minor numero di risultati tra le grandi democrazie occidentali&#8221;. La riforma dello Stato è affrontata come una vera e propria emergenza che riguarda la qualità  della spesa pubblica, la superfetazione di enti e strutture inutili e costosi, la mancanza di trasparenza e di accountability degli amministratori pubblici, l&#8217;arroganza, iniquità  e irrazionalità  delle misure fiscali, la complessità  e l&#8217;opacità  delle procedure e delle azioni amministrative, e via elencando. Su questi punti il programma del sindaco di Firenze è molto ricco di proposte concrete: l&#8217;adozione del Freedom of Information Act per garantire la trasparenza totale, l&#8217;introduzione della valutazione e del merito nella PA, la semplificazione di leggi e procedure, misure per rendere più efficiente ed efficace la risposta del sistema giudiziario, misure per la condivisione e la digitalizzazione delle informazioni, il recupero delle risorse sottratte allo stato a causa dell&#8217;evasione fiscale e della corruzione. Senza un&#8217;amministrazione agile e amichevole nei confronti dei cittadini, la sussidiarietà  resta una chimera.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">La promozione del capitale umano e sociale</p>
<p>Ma la sussidiarietà  si fonda sulla libertà  solidale e responsabile di cittadini che costruiscono tutti insieme il futuro comune. In questo momento storico, l&#8217;Italia appare bloccata sotto una cappa fatta di rendite, inefficienze e privilegi . Una cappa che comprime quella libera pratica di talenti, capacità  e competenze che sta alla base dei processi sussidiari, dello sviluppo umano e di una maggiore giustizia sociale.</p>
<p>La Carta d&#8217;Intenti di Bersani contiene riferimenti molto importanti ai temi del lavoro, della formazione e dell&#8217;uguaglianza. In particolare, convincono l&#8217;attenzione verso il lavoro dei giovani e delle donne, cosìcome convince l&#8217;accento sul pericoloso aumento delle diseguaglianze nel nostro paese. Nel programma di Bersani &#8211; che ospita diversi inviti alla &#8216;riscossa civica&#8217; &#8211; &#8220;parlare di uguaglianza significa guardare la società  con gli occhi degli ultimi&#8221;. Tuttavia, al di là  di richiami assai condivisibili, resta forte ancora una volta la sensazione di poca concretezza. Il programma renziano, fin dalla sua premessa, sia sul piano dell&#8217;impatto linguistico che sul piano delle piste di lavoro, sembra andare dritto al punto. L&#8217;Italia non è la terra del declino, ma &#8220;un Paese stracolmo di capacità  e di energie&#8221;. Si invita a puntare sulla &#8220;unica risorsa naturale della quale dispone in abbondanza: il talento degli italiani&#8221;. Sostiene che &#8220;non ha senso proporre l&#8217;ennesima ricetta calata dall&#8217;alto. Quel che serve è un&#8217;occasione per mettere in rete le migliaia di idee e di esperienze che fanno dell&#8217;Italia un Paese molto migliore di come ce lo raccontano i media e la politica&#8221;. Sono numerose le misure concrete suggerite per valorizzare il capitale umano e sociale, punto di partenza necessario e indispensabile per l&#8217;affermazione di quella sussidiarietà  che può dare nuovo slancio al Paese.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">Il welfare come investimento</p>
<p>In questo senso, pare assai azzeccato il capitolo dedicato al welfare. Questo non è più una mera &#8220;funzione del lavoro&#8221; come viene trattato, in modo un po&#8217; retrò, nel programma bersaniano. Con il rischio di restare schiacciato nella vecchia logica dell&#8217;assistenza e dei sussidi collegati alla dimensione lavorativa o alla struttura occupazionale. Il welfare, secondo Renzi, diventa il fondamento stesso dello sviluppo, mettendo al centro le persone. &#8220;Un welfare orientato all&#8217;obiettivo di consolidare la coesione sociale e contrastare ogni fattore di discriminazione non si limita a fornire ai cittadini in condizioni di rischio assistenza e sussidi economici secondo una logica risarcitoria, ma guarda in maniera dinamica e attiva alla valorizzazione di ogni persona come risorsa per sé e per la comunità , qualsiasi sia la sua condizione: anagrafica, economica, formativa, di salute&#8221;. Per raggiungere questo obiettivo di inclusione si offrono diverse misure (che qui non si possono elencare, ma sulle quali val la pena aprire un dibattito), si promette di coinvolgere i cittadini e si promuove la centralità  del ruolo del terzo settore. E, soprattutto, si raccolgono le sfide di un moderno welfare di comunità  &#8211; che attende ancora di essere discusso e costruito a partire dalle sue variabili: pubblico, locale, aziendale, sindacale, cooperativo &#8211; per offrire servizi alle persone, investire sulle capacità  e garantire occasioni di libertà  e di sviluppo umano.</p>
<p class="TITOLETTO_UNO">Non sempre &#8216;carta canta&#8217;</p>
<p>Per concludere. Qualsiasi programma scritto sulla carta può rimanere tale: è il limite di un esercizio di valutazione come quello che qui abbiamo tentato. Allo stesso tempo, bisogna riconoscere che un programma politico &#8211; a seconda di come viene redatto &#8211; può essere più o meno accountable. In questo senso, la Carta d&#8217;Intenti, costruita come una piattaforma statica, si incarica di definire (forse in modo troppo ampio e vago) il perimetro dei valori comuni, piuttosto che di indicare le misure precise per realizzarli. In questa maniera rende impossibile ogni verifica di coerenza e di efficacia, rimanda e delega ogni intervento concreto al confronto (e al conflitto) tra le forze della futura maggioranza, solleva nei lettori il sospetto di una mancata assunzione di responsabilità  nei confronti dei cittadini chiamati al voto. Oppure, più semplicemente, rassicura il cerchio stretto degli elettori che hanno già  deciso.</p>
<p>Tutto all&#8217;opposto, il programma di Renzi entra molto di più nel merito delle questioni e formula numerose proposte concrete: condivisibili o meno, ma verificabili. Anche qui non mancano rischi: offrire ricette complete può scatenare sospetti di propaganda e scontrarsi con la necessità  reale delle mediazioni.</p>
<p>Tutto questo non possiamo ancora saperlo. Però, possiamo conservare le &#8216;carte&#8217;. E rileggerle a tempo debito.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2012/11/bersani-e-renzi-a-confronto-sulla-sussidiarieta/">Bersani e Renzi a confronto sulla sussidiarietà </a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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