<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Gianfranco Marocchi, Autore presso Labsus</title>
	<atom:link href="https://www.labsus.org/author/marocchi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.labsus.org/author/marocchi/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 21 Oct 2025 08:04:30 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.1.3</generator>

<image>
	<url>https://www.labsus.org/wp-content/uploads/2023/03/cropped-favicon-new-1-32x32.png</url>
	<title>Gianfranco Marocchi, Autore presso Labsus</title>
	<link>https://www.labsus.org/author/marocchi/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Come affaticare la coprogettazione</title>
		<link>https://www.labsus.org/2025/10/come-affaticare-la-coprogettazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianfranco Marocchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Oct 2025 22:48:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[In Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[coprogettazione]]></category>
		<category><![CDATA[coprogettazioni]]></category>
		<category><![CDATA[rendicontazione]]></category>
		<category><![CDATA[sussidiarietà ]]></category>
		<category><![CDATA[terzo settore]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.labsus.org/?p=87991</guid>

					<description><![CDATA[<p>Articolo ripreso dalla rivista Impresa Sociale Coprogettazioni mascherate da appalti Se alcuni anni fa l’avversione all’amministrazione condivisa era esplicita e motivata dalla pretesa primazia del principio di concorrenza e di conseguenza del Codice dei contratti pubblici su ogni altra istanza, ancorché di rango costituzionale, oggi i termini del dibattito sono mutati. Oggi – dopo la sentenza della Corte costituzionale 131/2020, dopo diversi e successivi atti che hanno sancito l’equiordinazione tra Codice dei Contratti e Codice del Terzo settore – nessuno mette in dubbio la legittimità dell’amministrazione condivisa. Ma questo non significa che le diffidenze si siano dissolte (e sarebbe strano che un cambiamento culturale di questa portata avvenisse in poco tempo, a fronte di decenni di abitudine a procedimenti competitivi), semplicemente si sono riposizionate. Se l’amministrazione condivisa non può essere delegittimata apertamente, è però possibile introdurre tali e tante complicazioni nel suo utilizzo, da far passare la voglia anche al più convinto sostenitore della sussidiarietà (vedi, tra i tanti, questo articolo). E gli effetti si vedono: se anni fa si diffondevano gli appalti mascherati da coprogettazioni (per “moda” si coprogetta, ma in realtà l’oggetto e il modus operandi è chiaramente quello di un appalto) ora appaiono coprogettazioni mascherate da appalti: si lavora insieme tra ente pubblico e Terzo settore come se si stesse coprogettando, poi si fa un appalto – il più possibile “indirizzato”, si intende &#8211; per scampare le tante complicazioni imposte alle coprogettazioni soprattutto in sede rendicontativa e in generale relativamente ai rapporti economici. Un segno dei tempi. Al lucro! Al lucro! Andiamo al problema. Anche se si fa meno frequente una teorizzazione, frutto di talune espressioni della giustizia amministrativa, che relegavano l’amministrazione condivisa nel mero ambito delle relazioni non economiche – si veda su questo l’analisi di Santuari sul tema della gratuità – è invece del tutto diffusa le tendenza a prevedere la necessità, in sede rendicontativa, di imponenti castelli documentali che affaticano l’amministrazione condivisa (se ne è parlato anche in questo articolo). Tale previsione deriva dal voler evitare che, in qualsiasi forma esplicita o implicita, gli enti di Terzo settore possano realizzare dei “margini” dalle attività coprogettate. Questo può trovare diverse espressioni: ad esempio evitare forfettizzazioni, percentualizzazioni, o escludere l’uno o l’altro dei costi – ammortamenti, spese generali, costi indiretti, oneri finanziari, ecc. –che il partner di Terzo settore deve affrontare. E per evitare tutto ciò, viene costruito un impianto di documenti, dichiarazioni, scontrini, verbali, fogli firma, distinte di bonifico e quant’altro che in alcuni casi rappresenta un costo assolutamente non marginale delle attività, un onere per nulla secondario che si scarica sia sugli ETS, sia sulla pubblica amministrazione. Si argomenterà di seguito come tutto ciò 1) sia frutto di convinzioni approssimative rispetto alla natura degli Enti di Terzo settore 2) che ignorano aspetti basilari della realtà fattuale, 3) si esprimono con accanimento insolito, 4) arrecando danno significativo alla cittadinanza. 1) Gli ETS non fanno utili Va chiarito innanzitutto che non è in alcun modo corretto equiparare un eventuale segno positivo alla voce che chiude il conto economico – il “risultato netto” – di un’impresa sociale con la voce equivalente realizzata da un soggetto for profit. Per un’impresa for profit si tratta di risorse che vengono “privatizzate” (entrano, o sotto forma di dividendo o sotto forma di incremento del valore azionario, nel possesso dei soci), per un’impresa sociale sono “socializzate”: si tratta, in sostanza, della quota di risorse che ogni anno l’impresa – sottraendole al godimento dei soci – conferisce ad un fondo intergenerazionale necessario a sostenere gli investimenti necessari alla realizzazione della finalità di interesse generale dell’ente. Parlare, mutuando l’espressione dall’economia capitalistica, di “utile” è una semplificazione scorretta. È invece bene essere consapevoli che un’impresa sociale destina una parte del valore aggiunto realizzato alla copertura di oneri correnti, una parte allo sviluppo nel medio periodo di iniziative di interesse generale. [Forse potrebbe valere la pena ricordare a taluni distratti “lettori” che il d. lgs. n. 112/2017 “facoltivizza” la distribuzione di utili, rendendo la scelta delle I.S. ancora più evidente in questo senso.] È già questo dovrebbe smontare l’orrore del lucro che pervade l’impianto rendicontativo. Piuttosto, ben più ragionevole – e ben più aderente all’interesse della cittadinanza – sarebbe, in ottica partenariale, contemperare l’autonomia dell’impresa sociale nel definire i propri percorsi di sviluppo con l’assetto dell’amministrazione condivisa. Esemplificando: se una coprogettazione riguarda un immobile recuperato in cui vengono svolte attività diverse, il problema dell’amministratore pubblico coscienzioso non dovrebbe essere l’assenza di margine, ma l’aver titolo nel contribuire a definire, insieme all’impresa sociale, gli sviluppi di interesse generale attuabili grazie a tale margine (“potremo di qui a cinque anni attrezzare una sala prove musicale per i ragazzi del territorio”). Onestamente, vi è da dire che anche l’impresa sociale ci mette del suo, quando avversa le coprogettazioni e chiede il ritorno agli appalti dicendo “siamo imprese, dobbiamo poter fare utili! (e nelle coprogettazioni non si possono fare)” anziché “siamo imprese sociali, mettendo da parte delle risorse possiamo investire in attività di interesse generale sulla base di un progetto condiviso”. 2) L’ignoranza della realtà Ciò premesso, va ricordato che molti dei discorsi relativi al supposto “lucro” delle imprese sociali sono resi vacui dalla realtà dei fatti. Se si considerano le cooperative sociali – un sottoinsieme delle imprese sociali, ma che occupa il 97% dei lavoratori delle imprese sociali formalmente costituite nel loro complesso (vedi qui i dati) e che quindi ne rappresenta la quasi totalità da un punto di vista economico &#8211; i margini (purtroppo) non esistono (vedi Marocchi e Bernardoni e Picciotti). E questo è il vero problema. La cooperazione sociale ha un utile medio dello 0.65% (!). Tracce, come si legge nelle etichette relativamente a certe sostanze nelle bottiglie di acqua minerale. Se non fosse per il 2% di cooperative con una redditività maggiore, la percentuale aggregata di cui sopra sarebbe 0% (zero). Quasi i due terzi delle cooperative sociali hanno margini inferiori ai 5 mila euro annui. Questo esito, frutto di vent’anni di mercatizzazione selvaggia, di appalti poveri e ora di coprogettazioni con cofinanziamento obbligatorio, è problematico. Non solo per l’impresa</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2025/10/come-affaticare-la-coprogettazione/">Come affaticare la coprogettazione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="article-single_body formatted-text blog">
<p><em><strong>Articolo ripreso dalla rivista Impresa Sociale</strong></em></p>
<h4 style="text-align: justify;">Coprogettazioni mascherate da appalti</h4>
<p style="text-align: justify;">Se alcuni anni fa l’avversione all’amministrazione condivisa era esplicita e motivata dalla pretesa primazia del principio di concorrenza e di conseguenza del Codice dei contratti pubblici su ogni altra istanza, ancorché di rango costituzionale, oggi i termini del dibattito sono mutati. Oggi – dopo la <a href="https://www.labsus.org/2020/07/l-amministrazione-condivisa-e-parte-integrante-della-costituzione-italiana-ets/" target="_blank" rel="noopener">sentenza della Corte costituzionale 131/2020</a>, dopo diversi e successivi atti che hanno sancito l’equiordinazione tra <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2023;036" target="_blank" rel="noopener">Codice dei Contratti</a> e <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2017-07-03;117" target="_blank" rel="noopener">Codice del Terzo settore</a> – nessuno mette in dubbio la legittimità dell’amministrazione condivisa. Ma questo non significa che le diffidenze si siano dissolte (e sarebbe strano che un cambiamento culturale di questa portata avvenisse in poco tempo, a fronte di decenni di abitudine a procedimenti competitivi), semplicemente si sono riposizionate.<br />
Se l’amministrazione condivisa non può essere delegittimata apertamente, è però possibile introdurre tali e tante complicazioni nel suo utilizzo, da far passare la voglia anche al più convinto sostenitore della sussidiarietà (vedi, tra i tanti, <a href="https://www.welforum.it/co-progettazione-e-appalti-ma-deve-esserci-una-linea-di-confine/" rel="nofollow">questo articolo</a>). E gli effetti si vedono: se anni fa si diffondevano gli appalti mascherati da coprogettazioni (per “moda” si coprogetta, ma in realtà l’oggetto e il modus operandi è chiaramente quello di un appalto) ora appaiono coprogettazioni mascherate da appalti: si lavora insieme tra ente pubblico e Terzo settore come se si stesse coprogettando, poi si fa un appalto – il più possibile “indirizzato”, si intende &#8211; per scampare le tante complicazioni imposte alle coprogettazioni soprattutto in sede rendicontativa e in generale relativamente ai rapporti economici. Un segno dei tempi.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Al lucro! Al lucro!</h4>
<p style="text-align: justify;">Andiamo al problema. Anche se si fa meno frequente una teorizzazione, frutto di talune espressioni della giustizia amministrativa, che relegavano l’amministrazione condivisa nel mero ambito delle relazioni non economiche – si veda su questo l’<a href="https://www.welforum.it/il-punto/amministrazione-condivisa-il-momento-delle-pratiche/i-confini-dei-concetti-di-gratuita-e-non-onerosita-nei-rapporti-di-collaborazione-tra-pa-ed-ets/" target="_blank" rel="nofollow noopener">analisi di Santuari sul tema della gratuità</a> – è invece del tutto diffusa le tendenza a prevedere la necessità, in sede rendicontativa, di imponenti castelli documentali che affaticano l’amministrazione condivisa (se ne è parlato anche in <a href="https://www.welforum.it/la-coprogettazione-alla-prova-della-rendicontazione/" target="_blank" rel="nofollow noopener">questo articolo</a>). Tale previsione deriva dal voler evitare che, in qualsiasi forma esplicita o implicita, gli enti di Terzo settore possano realizzare dei “margini” dalle attività coprogettate.<br />
Questo può trovare diverse espressioni: ad esempio evitare forfettizzazioni, percentualizzazioni, o escludere l’uno o l’altro dei costi – ammortamenti, spese generali, costi indiretti, oneri finanziari, ecc. –che il partner di Terzo settore deve affrontare. E per evitare tutto ciò, viene costruito un impianto di documenti, dichiarazioni, scontrini, verbali, fogli firma, distinte di bonifico e quant’altro che in alcuni casi rappresenta un costo assolutamente non marginale delle attività, un onere per nulla secondario che si scarica sia sugli ETS, sia sulla pubblica amministrazione.<br />
Si argomenterà di seguito come tutto ciò 1) sia frutto di convinzioni approssimative rispetto alla natura degli Enti di Terzo settore 2) che ignorano aspetti basilari della realtà fattuale, 3) si esprimono con accanimento insolito, 4) arrecando danno significativo alla cittadinanza.</p>
<h4 style="text-align: justify;">1) Gli ETS non fanno utili</h4>
<p style="text-align: justify;">Va chiarito innanzitutto che non è in alcun modo corretto equiparare un eventuale segno positivo alla voce che chiude il conto economico – il “risultato netto” – di un’impresa sociale con la voce equivalente realizzata da un soggetto for profit. Per un’impresa for profit si tratta di risorse che vengono “privatizzate” (entrano, o sotto forma di dividendo o sotto forma di incremento del valore azionario, nel possesso dei soci), per un’impresa sociale sono “socializzate”: si tratta, in sostanza, della quota di risorse che ogni anno l’impresa – sottraendole al godimento dei soci – conferisce ad un fondo intergenerazionale necessario a sostenere gli investimenti necessari alla realizzazione della finalità di interesse generale dell’ente. Parlare, mutuando l’espressione dall’economia capitalistica, di “utile” è una semplificazione scorretta. È invece bene essere consapevoli che un’impresa sociale destina una parte del valore aggiunto realizzato alla copertura di oneri correnti, una parte allo sviluppo nel medio periodo di iniziative di interesse generale. [Forse potrebbe valere la pena ricordare a taluni distratti “lettori” che il d. lgs. n. 112/2017 “facoltivizza” la distribuzione di utili, rendendo la scelta delle I.S. ancora più evidente in questo senso.]<br />
È già questo dovrebbe smontare l’orrore del lucro che pervade l’impianto rendicontativo. Piuttosto, ben più ragionevole – e ben più aderente all’interesse della cittadinanza – sarebbe, in ottica partenariale, contemperare l’autonomia dell’impresa sociale nel definire i propri percorsi di sviluppo con l’assetto dell’amministrazione condivisa. Esemplificando: se una coprogettazione riguarda un immobile recuperato in cui vengono svolte attività diverse, il problema dell’amministratore pubblico coscienzioso non dovrebbe essere l’assenza di margine, ma l’aver titolo nel contribuire a definire, insieme all’impresa sociale, gli sviluppi di interesse generale attuabili grazie a tale margine (“potremo di qui a cinque anni attrezzare una sala prove musicale per i ragazzi del territorio”).<br />
Onestamente, vi è da dire che anche l’impresa sociale ci mette del suo, quando avversa le coprogettazioni e chiede il ritorno agli appalti dicendo “siamo imprese, dobbiamo poter fare utili! (e nelle coprogettazioni non si possono fare)” anziché “siamo imprese sociali, mettendo da parte delle risorse possiamo investire in attività di interesse generale sulla base di un progetto condiviso”.</p>
<h4 style="text-align: justify;">2) L’ignoranza della realtà</h4>
<p style="text-align: justify;">Ciò premesso, va ricordato che molti dei discorsi relativi al supposto “lucro” delle imprese sociali sono resi vacui dalla realtà dei fatti. Se si considerano le cooperative sociali – un sottoinsieme delle imprese sociali, ma che occupa il 97% dei lavoratori delle imprese sociali formalmente costituite nel loro complesso (<a href="https://www.rivistaimpresasociale.it/rivista/articolo/le-dimensioni-della-cooperazione-sociale-numeri-evoluzioni-e-articolazioni-del-fenomeno" target="_blank" rel="nofollow noopener">vedi qui i dati</a>) e che quindi ne rappresenta la quasi totalità da un punto di vista economico &#8211; i margini (purtroppo) non esistono (vedi <a href="https://www.rivistaimpresasociale.it/rivista/articolo/le-cooperative-sociali-sostenibilita-economica-e-solidita-d-impresa" target="_blank" rel="nofollow noopener">Marocchi</a> e <a href="https://www.rivistaimpresasociale.it/rivista/articolo/relazione-tra-redditivita-e-dimensione-aziendale-nelle-cooperative-sociali-italiane" target="_blank" rel="nofollow noopener">Bernardoni e Picciotti</a>). E questo è il vero problema. La cooperazione sociale ha un utile medio dello 0.65% (!). Tracce, come si legge nelle etichette relativamente a certe sostanze nelle bottiglie di acqua minerale. Se non fosse per il 2% di cooperative con una redditività maggiore, la percentuale aggregata di cui sopra sarebbe 0% (zero). Quasi i due terzi delle cooperative sociali hanno margini inferiori ai 5 mila euro annui.<br />
Questo esito, frutto di vent’anni di mercatizzazione selvaggia, di appalti poveri e ora di coprogettazioni con cofinanziamento obbligatorio, è problematico. Non solo per l’impresa sociale, ma per chiunque abbia a cuore il bene comune delle nostre comunità. L’Ente pubblico che, stanti questi dati, si compiaccia per i risparmi conseguiti è lungimirante come chi fa legna segando il ramo di un albero sul quale è seduto: sta solo impoverendo la capacità del proprio territorio di offrire risposte ai problemi sociali (vedi l’articolo <a href="https://www.welforum.it/welfare-a-tasche-vuote/" target="_blank" rel="nofollow noopener">Welfare a tasche vuote</a>). E questo per tanti motivi, alcuni più evidenti, altri meno. Certo, l’assenza di margini deprime le capacità di investimento e quindi di realizzare interventi innovativi nel medio periodo. Ma significa anche fatica degli operatori, frequente rotazione del personale, demotivazione di chi si sente mal pagato, poco coordinato, inserito in contesti destrutturati. E poi, come notava <a href="https://ilgiornaledellefondazioni.com/content/due-miti-da-sfatare-evitare-l%E2%80%99agonia-progetti-del-terzo-settore" target="_blank" rel="nofollow noopener">Carazzone già alcuni anni fa</a>, significa organizzazioni con strutture ridotte all’osso, che sono costrette a mortificare la ricerca, lo sviluppo, la formazione, la comunicazione, ecc.<br />
Insomma, la lotta senza quartiere che si conduce in sede rendicontativa, oltre a fondarsi su un presupposto scorretto (punto 1), si accanisce contro un bersaglio inesistente (punto 2), aggravando una situazione già problematica (non solo e non tanto per il Terzo settore, ma per i territori).</p>
<h4 style="text-align: justify;">3) L’accanimento insolito</h4>
<p style="text-align: justify;">Le comuni definizioni di tortura definiscono tale una punizione o un trattamento che, oltre ad essere “crudele”, sia “insolito”, in altre parole discordante e peggiorativo rispetto al quanto una società usualmente fa (nel caso specifico, anche nei confronti del reo).<br />
Contro le coprogettazioni vi è accanimento insolito, ufficialmente motivato dall’erigere ogni possibile barriera contro il rischio che si verifichi “lucro”.<br />
Una chiara dimostrazione è la seguente. È noto come, in tema di rendicontazione, non si parte da zero. Da molti anni, si sono consolidate prassi rendicontative, ad esempio, rispetto ai fondi europei, certamente tutto fuorché lassiste, e anzi oggetto di critica per l’appesantimento burocratico che spesso comportano; ma, d’altra parte, spesso relative a importi economici di grande entità. E, non a caso, le linee guida approvate con <a href="https://www.lavoro.gov.it/documenti-e-norme/normative/Documents/2021/DM-72-del-31032021.pdf" target="_blank" rel="noopener">D.M. 72/2021</a> citano (a dire la verità relativamente all’art. 56, ma non vi sono motivi logici per non ritenere che ciò sia riferibile in generale ai procedimenti rendicontativi del Titolo VII del Codice del Terzo settore e quindi agli art. 55, 56 e 57): «Con riferimento alla rendicontazione delle spese e dei costi sostenuti, si ritiene che possa essere considerata, quale prassi tuttora valida, la <a href="https://archivio.pubblica.istruzione.it/fondistrutturali/allegati/min_lav_circolare_2.pdf" target="_blank" rel="nofollow noopener">Circolare n. 2 del 2 febbraio 2009</a> del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali», quella appunto relativa alla rendicontazione a costi reali di spese sostenute nell’ambito dei progetti cofinanziati dal Fondo sociale europeo.<br />
Bene, si affronti una delle questioni più controverse nelle rendicontazioni, ossia quella dei costi indiretti e si legga a pagina 11 e 12 di tale circolare: «I costi sono “indiretti” quando non sono o non possono essere direttamente connessi all’operazione, in quanto sono riconducibili alle attività generali dell’organismo che attua l’operazione… Sono costi per i quali, non essendo possibile determinare con precisione l’ammontare attribuibile ad un’operazione specifica, verranno imputati all’operazione stessa attraverso metodo equo, corretto, proporzionale e documentabile, <strong>oppure su base forfetaria ad un tasso non superiore al 20% dei costi diretti</strong>».<br />
Tutto chiaro, tutto ragionevole, tutto ampiamente sperimentato in vent’anni di progetti europei nelle cui rendicontazioni a costo reale il computo dei costi generali in termini di percentuale sui costi diretti è cosa del tutto comune; senza che a nessuno sia venuto in mente di affermare che ciò infici la natura di una rendicontazione effettivamente “a costi reali”.<br />
Ma per quale motivo allora capita di leggere sentenze, avvisi pubblici, articoli di commento che si ostinano invece a vedere in un meccanismo di questo genere una scandalosa area grigia che l’ETS potrebbe utilizzare per realizzare il tanto vituperati “lucro”? Con la conseguenza che in alcuni casi si nega la possibilità che i costi generali possano essere rimborsati, se ne prevede il rimborso limitato e parziale o sono imposti meccanismi eccessivi e penalizzanti per la rendicontazione. È oltremodo paradossale che, dopo avere introdotto nella riforma del Terzo settore in modo inequivocabile anche gli ETS con natura imprenditoriale, persistano resistenze nel riconoscere che esse si avvalgono di fattori produttivi onerosi.<br />
Un accanimento insolito, appunto, attuato solo nel caso di coprogettazioni e non negli altri casi in cui si rimborsano i costi reali, immotivato, comprensibile solo in un’ottica tesa, per ragioni ideologiche, a rendere arduo il cammino dell’amministrazione condivisa, al fine di lasciare, come unica via percorribile, la tradizionale strada degli affidamenti in appalto.</p>
<h4 style="text-align: justify;">4) Le buone notizie</h4>
<p style="text-align: justify;">Le buone notizie partono dal racconto di una pubblica amministrazione, che, in circostanze che qui si tralasciamo, ha in una specifica occasione adottato una forma assai semplificata di rendicontazione. Gli Enti di Terzo settore presenti al tavolo, oltre a non cedere a nessun comportamento opportunistico nell’esposizione dei propri costi, si sono fatti promotori di una loro proposta: diminuire, rispetto alle altre coprogettazioni, gli oneri a rimborso delle spese indirette perché “con queste modalità semplificate di rendicontazione queste spese risultano dimezzate” con destinazione delle corrispondenti risorse risparmiate ai minori e alle famiglie beneficiarie degli interventi.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Conclusioni</h4>
<p style="text-align: justify;">L’espressione dei nostri vecchi – intrisa d’umorismo che a noi appare ingenuo – che una certa azione è consentita “ai maggiori di anni ottanta accompagnati dai genitori” ben raffigura quei casi perversi in cui meccanismi burocratici, apparentemente asettici e imparziali, sono in verità atti a limitare o impedire una facoltà legittima o un diritto, con l’aggravante di sottrarsi all’onere del confronto politico, (mal)celando il diniego con questioni apparentemente formali. Si tratta di un’operazione infedele (alla volontà popolare manifestatasi in atti normativi e alla Costituzione, come richiamata dalla Sentenza 131/2020) e irritante per quell’aspetto di codardia che contiene.<br />
Oggi uno dei freni ad uno sviluppo virtuoso dell’amministrazione condivisa – insieme al tema imparentato, affrontato in altre sedi, del cosiddetto <a href="https://www.rivistaimpresasociale.it/forum/articolo/coprogettazione-parliamo-di-soldi" target="_blank" rel="nofollow noopener">cofinanziamento</a> &#8211; è proprio questo: aggravi immotivati, imposti per via burocratica, espressioni del <a href="https://www.vita.it/amministrazione-condivisa-lunica-via-per-un-welfare-locale-personalistico/" target="_blank" rel="nofollow noopener">“pensiero rachitico” ben descritto dal giudice costituzionale Antonini</a>, che non vietano ufficialmente, ma rendono di fatto oltremodo arduo lavorare per l’interesse generale. Un problema mal centrato (punto 1), che porta ad intervenire su un tema dove gli interventi necessari semmai sarebbero di segno opposto (punto 2) con insolito accanimento (punto 3), deviando nel nulla delle carte energie e risorse che si sarebbero dovute destinare ai cittadini (punto 4).<br />
È proprio tempo di un deciso salto di qualità: di abbandonare la cultura del sospetto, di comprendere la reale natura e i meccanismi di funzionamento del Terzo settore, di concentrarsi, Enti pubblici e Terzo settore insieme, sulle grandi sfide sociali; questo a partire dal riconoscimento sostanziale degli ETS come soggetti che, assicurando una parte importante degli interventi di interesse generale, costituiscono un capitale da sostenere e preservare, così  che possano svolgere la loro funzione costituzionale.<br />
È necessaria un’espressione chiara da parte delle istituzioni che rimuova in modo chiaro e definitivo un dibattito sulla gratuità che mai avrebbe nemmeno dovuto esser posto, dubbi sull’ammissibilità dell’una o dell’altra spesa, complicazioni burocratiche e rendicontative sproporzionate.<br />
È tempo di mettere in soffitta il vasto armamentario di lacci e di freni che distrae risorse dalle loro finalità naturali e di essere consapevoli che l’interesse pubblico non tutela con vessazioni e scontrini, ma con alleanze capaci di rispondere ai bisogni dei cittadini.<br />
In ultima analisi, è maturo il tempo per riconoscere che agli ETS non debbano essere riconosciute “riserve” ovvero deroghe, ma agli stessi deve essere riconosciuto uno status non soltanto formale ma anche sostanziale di soggetti giuridici di diritto privato che collaborano alla realizzazione di pezzi importanti del sistema di protezione sociale. Che, come tali, devono essere messi nelle condizioni migliori per realizzare un precetto costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Gianfranco Marocchi &#8211; Nel gruppo di direzione di Impresa sociale e vicedirettore di Welforum.it. Cooperatore sociale e ricercatore, si occupa di welfare, impresa sociale, collaborazione tra enti pubblici e Terzo settore.</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
</div>
<div class="article_single_authors margin-top-5">
<div class="grid">
<div class="col-10">
<ul>
<li><a href="https://www.labsus.org/2025/01/co-programmazione-e-co-progettazione-strumenti-che-aprono-nuove-sfide/" target="_blank" rel="noopener">Co-programmazione e co-progettazione: strumenti che aprono nuove sfide</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2021/09/la-coprogettazione-e-cruciale-per-il-successo-dei-patti/" target="_blank" rel="noopener">La coprogettazione è cruciale per il successo dei Patti</a></li>
</ul>
<p><em>Immagine di copertina: vectorjuice su freepik</em></p>
</div>
</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2025/10/come-affaticare-la-coprogettazione/">Come affaticare la coprogettazione</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Comunità  di prossimità , la condivisione riduce le distanze</title>
		<link>https://www.labsus.org/2016/09/comunita-di-prossimita-la-condivisione-riduce-le-distanze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianfranco Marocchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Sep 2016 16:21:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[comunità ]]></category>
		<category><![CDATA[Prossimità ]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.labsus.org/?p=38059</guid>

					<description><![CDATA[<p>Era fine 2013 quando un gruppo di organizzazioni tra loro eterogenee lanciò l&#8217;idea di ritrovarsi a Genova a scambiare idee ed esperienze sul tema della prossimità ; e così, dopo alcune vicissitudini, nel giugno 2015 si tenne la prima Biennale della Prossimità , mentre oggi è in preparazione la seconda edizione, prevista a Bologna per l&#8217;estate 2017 e preceduta da alcuni altri eventi &#8211; il primo, a Chieri nel luglio scorso, il prossimo a Lecce ad ottobre &#8211; che fanno da ponte tra le due edizioni (vedi anche la pagina Facebook  per gli aggiornamenti). Il percorso di preparazione di questi eventi consiste in un processo partecipato che costituisce un&#8217;occasione di confronto costante su questo tema. E dalle tante discussioni che si stanno sviluppando in proposito, si provano di seguito ad estrarre alcuni temi. Cosa è la prossimità  Il termine, pur evocativo, non è di utilizzo comune e una delle domande più ricorrenti quando si inizia a parlare di questo tema è, appunto &#8221; ma cos&#8217;è la prossimità ? &#8221; . La domanda, tra l&#8217;altro, spesso sottintende dei timori o incomprensioni ( &#8221; ma prossimità  vuol dire che i cittadini devono fare da soli e che le istituzioni si deresponsabilizzano? &#8221; ) o una necessità  di autolegittimare la propria esperienza ( &#8221; il nostro è un autentico intervento di prossimità ; il loro no! La definizione deve far emergere questo! &#8221; ). Si è cosìvia via tentato di dare una definizione operativa di prossimità  raccogliendo la parte più costruttiva di questi stimoli e giungendo ad individuare tre criteri (più uno trasversale) che contraddistinguono la prossimità : Alla base vi è una lettura collettiva di un problema, di un bisogno, di un&#8217;aspirazione  sentiti come propri (prossimi) e condivisi con altre persone (prossime, spesso territorialmente, ma altre volte come comunità  ideale) che si riconoscono accomunate da tale bisogno o aspirazione. Dunque alla base non vi è una mera intuizione individuale, o, se vi è, è subito condivisa e poi sviluppata con altri membri della stessa comunità . Quindi, esemplificando: un gruppo di cittadini che vuole riqualificare un&#8217;area del proprio territorio, un piccolo paese di provincia dove non c&#8217;è un cinema e dove un gruppo vuole poter vedere dei film senza dover andare nella città  più vicina. A tale lettura segue una altrettanto collettiva ricerca di soluzioni. In sostanza, cosa fare di fronte alla volontà  di riqualificare il proprio quartiere? Feste di piazza? Apertura di un centro di incontro? Patto con i commercianti per l&#8217;apertura di nuovi esercizi? Le risposte possono essere tante, ma ciò che qualifica la prossimità  è che siano definite attraverso un processo collettivo e non in via gerarchica o sulla base di poteri asimmetrici di un numero limitato di attori. La soluzione, qualunque essa sia, prevede che, almeno in una certa misura, i cittadini protagonisti del processo si rimbocchino in prima persona le maniche. Ciò non esclude che una parte dell&#8217;esito delle azioni chiami in causa responsabilità  delle istituzioni &#8211; che, anzi, nei casi migliori, sono sin da subito parte del processo &#8211; ma la rivendicazione di un intervento istituzionale è comunque accompagnato da un impegno diretto dei cittadini. Il Comune mette gli spazi, ma la festa la organizzano gli abitanti; il comune acquista l&#8217;impianto di amplificazione, ma il cineforum lo organizzano i cittadini. Tre caratteristiche più una, si diceva. Sì, perché l&#8217;esperienza evidenzia come i processi come quelli sopra richiamati non sono esenti dal rischio di un&#8217;involuzione orientataverso orizzonti particolaristici e di chiusura: riqualifichiamo il nostro territorio, deturpato dalla presenza di stranieri; e quindi organizziamo festa, concerto e altre iniziative che riaffermino la nostra identità  contro altri &#8221; invasori &#8221; . Ecco, accanto alla costruzione collettiva, è necessario che le tre fasi sopra richiamate siano intese in senso inclusivo, cercando di definire nuovi legami piuttosto che rimarcando e cristallizzando l&#8217;assenza di quelli che mancano. Esperienze di prossimità  La definizione sopra proposta è molto ampia e in questi mesi ha dato modo di riconoscersi a decine di soggetti (a Genova vi erano oltre 120 organizzazioni iscritte): esperienze di co-housing, e in generale forme di solidarietà  condominiale, con il reciproco sostegno tra gli abitanti rispetto a bisogni quali la cura dei figli, la vicinanza a persone anziane o comunque in condizioni di fragilità ; supermercati solidali in cui chi è in difficoltà  può trovare generi alimentari e sostegno per percorsi di reinserimento; gruppi di acquisto autogestiti; comitati di cittadini che prendono in carico la porzione di territorio in cui risiedono, ne ristabiliscono il decoro, la abbelliscono e stabiliscono tra loro nuove forme di socialità  e di mutuo aiuto; immobili destinati a degrado, che vengono ristrutturati e diventano la casa di molteplici attività  aggregative e di servizio alla cittadinanza, gestite con l&#8217;impegno diffuso di cittadini e loro associazioni; pedibus per accompagnare i bambini a scuola; orti urbani in cui i cittadini soddisfano una parte del proprio bisogno alimentare e instaurano nuove relazioni; e molto altro di cui, pure in modo molto parziale, la brochure dei partecipanti alla Biennale di Genova, può costituire un primo campionario. Vi sono iniziative che si sviluppano sul filo dell&#8217;informalità  e altre condotte su base imprenditoriale che comportano professionalità  e investimenti significativi; esperienze nate e cresciute nella società  civile e altre fortemente stimolate dalle istituzioni locali; casi in cui entrano in gioco piattaforme tecnologiche a facilitare la condivisione e altri in cui tutte le relazioni avvengono tra persone fisicamente l&#8217;una di fronte all&#8217;altra. Punti di forza e questioni aperte Che la prossimità  sollevi curiosità  e interesse di amministrazioni locali, terzo settore e cittadini attivi è un dato di fatto, lo si percepisce dall&#8217;interesse che questo tema solleva tra tutti questi diversi attori. E sicuramente l&#8217;ottica della prossimità  rappresenta per molti versi un cambiamento di prospettiva stimolante: gli interventi di prossimità  non sono paternalistici &#8211; assistenziali, chi esprime il bisogno o l&#8217;aspirazione è anche co protagonista delle risposte, possono generare livelli di benessere sociali difficilmente conseguibili con le strategie basate sulla mera offerta di servizi, mutano il rapporto tra istituzioni e cittadini e questi ultimi, grazie al fatto di contribuire in prima persona agli interventi,</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2016/09/comunita-di-prossimita-la-condivisione-riduce-le-distanze/">Comunità  di prossimità , la condivisione riduce le distanze</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Era fine 2013 quando un gruppo di organizzazioni tra loro eterogenee lanciò l&#8217;idea di ritrovarsi a Genova a scambiare idee ed esperienze sul tema della prossimità ; e così, dopo alcune vicissitudini, nel giugno 2015 si tenne la prima <a href="http://www.labsus.org/2014/10/arena-genova-biennale-della-prossimita/" target="_blank">Biennale della Prossimità </a>, mentre oggi è in preparazione la seconda edizione, prevista a Bologna per l&#8217;estate 2017 e preceduta da alcuni altri eventi &#8211; il primo, a <a href="http://www.labsus.org/2016/07/area-di-prossimita-chieri-un-anno-dopo-il-festival-internazionale-dei-beni-comuni/" target="_blank">Chieri</a> nel luglio scorso, il prossimo a <a href="http://prossimita.net/anche-lecce-si-riunisce-per-costituire-il-comitato-di-prossimita/">Lecce</a> ad ottobre &#8211; che fanno da ponte tra le due edizioni (vedi anche la <a href="https://www.facebook.com/BiennaleProssimita" target="_blank">pagina Facebook</a>  per gli aggiornamenti). Il percorso di preparazione di questi eventi consiste in un processo partecipato che costituisce un&#8217;occasione di confronto costante su questo tema. E dalle tante discussioni che si stanno sviluppando in proposito, si provano di seguito ad estrarre alcuni temi.</p>
<h1>Cosa è la prossimità </h1>
<p>Il termine, pur evocativo, non è di utilizzo comune e una delle domande più ricorrenti quando si inizia a parlare di questo tema è, appunto  &#8221; ma cos&#8217;è la prossimità ? &#8221; . La domanda, tra l&#8217;altro, spesso sottintende dei timori o incomprensioni ( &#8221; ma prossimità  vuol dire che i cittadini devono fare da soli e che le istituzioni si deresponsabilizzano? &#8221; ) o una necessità  di autolegittimare la propria esperienza ( &#8221; il nostro è un autentico intervento di prossimità ; il loro no! La definizione deve far emergere questo! &#8221; ). Si è cosìvia via tentato di dare una definizione operativa di prossimità  raccogliendo la parte più costruttiva di questi stimoli e giungendo ad individuare tre criteri (più uno trasversale) che contraddistinguono la prossimità :</p>
<ul>
<li>Alla base vi è una <strong>lettura collettiva di un problema, di un bisogno, di un&#8217;aspirazione  </strong>sentiti come propri (prossimi) e condivisi con altre persone (prossime, spesso territorialmente, ma altre volte come comunità  ideale) che si riconoscono accomunate da tale bisogno o aspirazione. Dunque alla base non vi è una mera intuizione individuale, o, se vi è, è subito condivisa e poi sviluppata con altri membri della stessa comunità . Quindi, esemplificando: un gruppo di cittadini che vuole riqualificare un&#8217;area del proprio territorio, un piccolo paese di provincia dove non c&#8217;è un cinema e dove un gruppo vuole poter vedere dei film senza dover andare nella città  più vicina.</li>
<li>A tale lettura segue una altrettanto <strong>collettiva ricerca di soluzioni</strong>. In sostanza, cosa fare di fronte alla volontà  di riqualificare il proprio quartiere? Feste di piazza? Apertura di un centro di incontro? Patto con i commercianti per l&#8217;apertura di nuovi esercizi? Le risposte possono essere tante, ma ciò che qualifica la prossimità  è che siano definite attraverso un processo collettivo e non in via gerarchica o sulla base di poteri asimmetrici di un numero limitato di attori.</li>
<li>La soluzione, qualunque essa sia, prevede che, <strong>almeno in una certa misura, i cittadini protagonisti del processo si rimbocchino in prima persona le maniche</strong>. Ciò non esclude che una parte dell&#8217;esito delle azioni chiami in causa responsabilità  delle istituzioni &#8211; che, anzi, nei casi migliori, sono sin da subito parte del processo &#8211; ma la rivendicazione di un intervento istituzionale è comunque accompagnato da un impegno diretto dei cittadini. Il Comune mette gli spazi, ma la festa la organizzano gli abitanti; il comune acquista l&#8217;impianto di amplificazione, ma il cineforum lo organizzano i cittadini.</li>
</ul>
<p>Tre caratteristiche più una, si diceva. Sì, perché l&#8217;esperienza evidenzia come i processi come quelli sopra richiamati non sono esenti dal rischio di un&#8217;involuzione orientataverso orizzonti particolaristici e di chiusura: riqualifichiamo il nostro territorio, deturpato dalla presenza di stranieri; e quindi organizziamo festa, concerto e altre iniziative che riaffermino la nostra identità  contro altri  &#8221; invasori &#8221; . <strong>Ecco, accanto alla costruzione collettiva, è necessario che le tre fasi sopra richiamate siano intese in senso inclusivo, cercando di definire nuovi legami piuttosto che rimarcando e cristallizzando l&#8217;assenza di quelli che mancano.</strong></p>
<h1><strong>Esperienze di prossimità </strong></h1>
<p>La definizione sopra proposta è molto ampia e in questi mesi ha dato modo di riconoscersi a decine di soggetti (a Genova vi erano oltre 120 organizzazioni iscritte): esperienze di co-housing, e in generale forme di solidarietà  condominiale, con il reciproco sostegno tra gli abitanti rispetto a bisogni quali la cura dei figli, la vicinanza a persone anziane o comunque in condizioni di fragilità ; supermercati solidali in cui chi è in difficoltà  può trovare generi alimentari e sostegno per percorsi di reinserimento; gruppi di acquisto autogestiti; comitati di cittadini che prendono in carico la porzione di territorio in cui risiedono, ne ristabiliscono il decoro, la abbelliscono e stabiliscono tra loro nuove forme di socialità  e di mutuo aiuto; immobili destinati a degrado, che vengono ristrutturati e diventano la casa di molteplici attività  aggregative e di servizio alla cittadinanza, gestite con l&#8217;impegno diffuso di cittadini e loro associazioni; pedibus per accompagnare i bambini a scuola; orti urbani in cui i cittadini soddisfano una parte del proprio bisogno alimentare e instaurano nuove relazioni; e molto altro di cui, pure in modo molto parziale, la <a href="http://prossimita.net/wp-content/uploads/2015/06/brochureProx2015_2.pdf" target="_blank">brochure dei partecipanti alla Biennale di Genova</a>, può costituire un primo campionario.</p>
<p><strong>Vi sono iniziative che si sviluppano sul filo dell&#8217;informalità  e altre condotte su base imprenditoriale che comportano professionalità  e investimenti significativi; esperienze nate e cresciute nella società  civile e altre fortemente stimolate dalle istituzioni locali; casi in cui entrano in gioco piattaforme tecnologiche a facilitare la condivisione e altri in cui tutte le relazioni avvengono tra persone fisicamente l&#8217;una di fronte all&#8217;altra.</strong></p>
<h1><strong>Punti di forza e questioni aperte</strong></h1>
<p>Che la prossimità  sollevi curiosità  e interesse di amministrazioni locali, terzo settore e cittadini attivi è un dato di fatto, lo si percepisce dall&#8217;interesse che questo tema solleva tra tutti questi diversi attori. E sicuramente l&#8217;ottica della prossimità  rappresenta per molti versi un cambiamento di prospettiva stimolante: <strong>gli interventi di prossimità  non sono paternalistici &#8211; assistenziali, chi esprime il bisogno o l&#8217;aspirazione è anche co protagonista delle risposte, possono generare livelli di benessere sociali difficilmente conseguibili con le strategie basate sulla mera offerta di servizi, mutano il rapporto tra istituzioni e cittadini e questi ultimi, grazie al fatto di contribuire in prima persona agli interventi, conquistano nei fatti un ruolo non subalterno</strong>: un fornitore di servizio può essere sostituito da un altro, un territorio attivo non è surrogabile, diventa per le istituzioni un partner nei fatti.</p>
<p>D&#8217;altra parte la prossimità  non è priva di interrogativi e criticità . Dal punto di vista istituzionale è ancora da costruire un quadro stabile che consente di inquadrare compiutamente questi fenomeni. <strong>Il  &#8221; <a href="http://www.labsus.org/i-regolamenti-per-lamministrazione-condivisa-dei-beni-comuni/" target="_blank">Regolamento Labsus</a> &#8221;  ha fatto un primo passaggio fondamentale costruendo una cornice che ben interpreta il tipo di rapporto sussidiario e promozionale tra cittadini e amministrazioni locali sopra richiamato; ma manca ancora un secondo pilastro, che porti a separare drasticamente gli interventi di prossimità  da ogni regolamentazione relativa ai servizi pubblici e alle attività  economiche</strong>: oggi, malgrado l&#8217;enfasi sulla partecipazione, per fare solo un esempio paradossale nella sua semplicità , spesso lo scuole pregano i genitori di non portare torte ad una festa di Natale perché il dirigente scolastico inizia a sudare freddo nel caso a qualcuno venga il mal di pancia!</p>
<p><strong>E d&#8217;altra parte anche le comunità  locali non vanno idealizzate: hanno risorse incredibili di solidarietà , ma anche istinti di branco, chiusure e razzismi; far prevalere le tendenze costruttive non è mai un processo scontato, dipende dalle leadership e da molti altri fattori, non sempre governabili. E la partecipazione può essere desiderata dai cittadini, ma anche fonte di fatica e quindi discontinua.</strong></p>
<p>Insomma, la prossimità , la disponibilità  dei cittadini a spendersi su interessi generali e beni comuni, non è un dato scontato, può far leva sulla persistenza di sentimenti comunitari in parte della popolazione, ma poi va costruita e alimentata con un impegno costante e non va tradita o strumentalizzata, se no si dissolve. Insomma, è una risorsa che va coltivata con cura.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2016/09/comunita-di-prossimita-la-condivisione-riduce-le-distanze/">Comunità  di prossimità , la condivisione riduce le distanze</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
