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	<title>Tommaso Iori, Autore presso Labsus</title>
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	<title>Tommaso Iori, Autore presso Labsus</title>
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		<title>Spazi pubblici per fare sport, Patti per gestirli</title>
		<link>https://www.labsus.org/2020/05/spazi-pubblici-per-lo-sport-patti-per-gestirli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Iori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2020 17:37:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel novembre 2018, in una prima riflessione sul rapporto tra sport e beni comuni pubblicata da Labsus, avevo sentito il bisogno di partire da un problema definitorio: di cosa parliamo quando parliamo di sport? Non era una questione di poco conto: quanto in Italia sia necessario e urgente rispondere a questa domanda, è emerso in modo evidente nel modo in cui decreti, ordinanze e circolari hanno trattato l’argomento in questi mesi di emergenza. La confusione normativa genera il caos Questi due mesi di produzione normativa – in tema di sport, ma non solo – verranno forse ricordati come la golden age dell’antilingua, l’originalissima forma espressiva di cui parlava Italo Calvino. «Caratteristica principale dell&#8217;antilingua è quello che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per sé stesso un significato». In assenza di chiari riferimenti normativi e di una consolidata e condivisa cultura sportiva, termini come attività sportiva e attività motoria, utilizzati senza remore nella fluviale attività normativa, centrale e territoriale, «non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente» e hanno generato esclusivamente incertezza applicativa e messo tutti i cittadini – non solo i soggetti dell’ordinamento sportivo – nella condizione di non sapere quale fosse il confine tra il divieto e il diritto esercitabile. La circolare del 31 marzo del Gabinetto del Ministro dell’Interno, a chiarimento dei decreti precedenti, è un capolavoro di antilingua: «Nel rammentare che resta non consentito svolgere attività ludica o ricreativa all’aperto ed accedere ai parchi, alle ville, alle aree gioco e ai giardini pubblici, si evidenzia che l’attività motoria generalmente consentita non va intesa come equivalente all’attività sportiva (jogging), tenuto anche conto che l’attuale disposizione di cui all’art. 1 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 9 marzo scorso tiene distinte le due ipotesi, potendosi far ricomprendere nella prima, come già detto, il camminare in prossimità della propria abitazione». Una circolare di chiarimento talmente chiara che ha avuto necessità di una nota di chiarimento. Ci ha provato addirittura il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella conferenza stampa del 26 marzo, a dare agli italiani un’interpretazione a reti unificate: «l’attività sportiva è quella più dinamica». Nella vulgata emergenziale, la linea di separazione tra attività motoria e sportiva è parsa quindi segnata dal livello di sforzo muscolare e cardiocircolatorio. Ma il Ministero della Salute dice invece che lo sport è tale perché «comprende situazioni competitive strutturate e sottoposte a regole ben precise. È un gioco istituzionalizzato, codificato in modo tale da essere riconosciuto e riconoscibile da tutti per regole e meccanismi, ai quali si fa riferimento per la sua pratica in contesti ufficiali o non ufficiali». In questa direzione, il CONI – tramite un apposito registro –  ha stabilito le discipline sportive “riconosciute”. Tra queste, la dama, le freccette, il bridge: nobilissimi sport, ma non certo noti per sforzo fisico e dinamismo. Esclusi: il trekking, il parkour, solo per fare due esempi. Inchiodato a categorie concettuali inservibili, il decisore politico manifesta così l’incapacità di pensare lo sport e di regolamentare adeguatamente uno spazio complesso di pratiche sociali. E parlare “semplicemente” di sport? Se in Italia proliferano definizioni e significati attribuibili alle stesse, in Europa hanno sciolto il nodo già da tempo. Lo sport è «qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non organizzata, abbia per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli», come recita la Carta Europea dello Sport approvata dal Consiglio d’Europa nel 1992. Escluse le attività di lavoro o gli spostamenti, quando in Europa si parla di sport si intendono tutte le attività fisiche, non solo quelle competitive, regolamentate e strutturate, con buona pace dei registri delle discipline sportive “riconosciute”, ma anche di chi prova a spiegare l’inspiegabile, con acrobatici contorcimenti linguistici. L’arretratezza normativa sul tema sport, in Italia, si riflette da un lato in un sistema sportivo piramidale e verticistico, nel quale lo sport di base è ancora visto come bacino per lo sport di prestazione, dall’altro in una diffusa arretratezza della cultura e della pratica sportiva, che allontana il nostro Paese dalle migliori esperienze europee, come dimostrato dai dati Eurobarometro: da questi, emerge un modello italiano nel quale lo sport è ancora un’attività legata al tempo libero, incentrata su palestre e impianti sportivi tradizionali, e non stile di vita consapevole, sviluppato nella quotidianità, in casa, al lavoro e nello spazio pubblico, finalizzato alla ricerca del benessere e del divertimento. Sono dati che vanno letti attentamente, però; perché proprio in ragione di una definizione di sport arretrata, quando a un cittadino italiano si chiede se pratichi sport, se non ha in tasca un cartellino tecnico o la card di una palestra, con molta probabilità risponderà: «no». Un cittadino finlandese che va al parco cittadino in bicicletta con i figli, risponderà «sì» senza esitazione. Insomma, è vero che gli italiani fanno poco sport, ma è anche vero che non sanno dire esattamente cosa sia, questo benedetto sport. La cultura sportiva limitata che esprimono le istituzioni pubbliche – e le stesse istituzioni sportive –impedisce il riconoscimento sociale di molte pratiche sportive, delegittimandole, e così facendo alimenta una riproduzione culturale incapace di aprirsi alla pluralizzazione e all’innovazione dello sport emergente dal basso dalla vita quotidiana. Lockdown, sedentarizzazione e luoghi dello sport Le conseguenze del lockdown sulla salute dei cittadini italiani sono state enormi, e non ancora quantificabili: a fronte del dramma dei contagi e delle morti da infezione da Covid-19, è purtroppo passato in secondo piano un risvolto altrettanto pericoloso per la salute collettiva, legato all’impossibilità per tutte e tutti di muoversi liberamente fuori dall’ambiente domestico, di praticare lo sport in ogni sua forma, a tutte le età, in contesti organizzati o informali. Erano 23 milioni i cittadini italiani sedentari, prima del lockdown. L’inevitabile peggioramento di questa statistica non avrà un impatto solo sul girovita degli italiani: gli ormai famosi 2 kg medi di aumento di peso sono un dato curioso, ma</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2020/05/spazi-pubblici-per-lo-sport-patti-per-gestirli/">Spazi pubblici per fare sport, Patti per gestirli</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="Standard" style="text-align: justify;">Nel novembre 2018, in una <a href="https://www.labsus.org/2018/11/popolare-per-tutti-lo-sport-e-i-beni-comuni/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">prima riflessione sul rapporto tra sport e beni comuni</a> pubblicata da Labsus, avevo sentito il bisogno di partire da un <b>problema definitorio</b>: di cosa parliamo quando parliamo di <b>sport</b>? Non era una questione di poco conto: quanto in Italia sia necessario e urgente rispondere a questa domanda, è emerso in modo evidente nel modo in cui decreti, ordinanze e circolari hanno trattato l’argomento in questi mesi di emergenza.</p>
<h4 class="Standard" style="text-align: justify;"><b>La confusione normativa genera il caos</b></h4>
<p style="text-align: justify;">Questi due mesi di produzione normativa – in tema di sport, ma non solo – verranno forse ricordati come la <em>golden age</em> dell’<strong>antilingua</strong>, l’originalissima forma espressiva di cui parlava <a href="https://www.internazionale.it/opinione/giulia-zoli/2012/07/05/il-terrore-semantico" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Italo Calvino</a>. «Caratteristica principale dell&#8217;antilingua è quello che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per sé stesso un significato». In assenza di chiari riferimenti normativi e di una consolidata e condivisa cultura sportiva, termini come <strong>attività sportiva</strong> e <strong>attività motoria</strong>, utilizzati senza remore nella fluviale attività normativa, centrale e territoriale, «non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente» e hanno generato esclusivamente incertezza applicativa e messo tutti i cittadini – non solo i soggetti dell’ordinamento sportivo – nella condizione di non sapere quale fosse il confine tra il divieto e il diritto esercitabile.<br />
La circolare del 31 marzo del Gabinetto del Ministro dell’Interno, a chiarimento dei decreti precedenti, è un capolavoro di antilingua: «Nel rammentare che resta non consentito svolgere attività ludica o ricreativa all’aperto ed accedere ai parchi, alle ville, alle aree gioco e ai giardini pubblici, si evidenzia che l’attività motoria generalmente consentita non va intesa come equivalente all’attività sportiva (jogging), tenuto anche conto che l’attuale disposizione di cui all’art. 1 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 9 marzo scorso tiene distinte le due ipotesi, potendosi far ricomprendere nella prima, come già detto, il camminare in prossimità della propria abitazione». Una circolare di chiarimento talmente chiara che ha avuto necessità di una <a href="https://www.interno.gov.it/it/sala-stampa/comunicati-stampa/regole-sugli-spostamenti-chiarimenti-sulla-circolare-31-marzo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">nota di chiarimento</a>.<br />
Ci ha provato addirittura il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella conferenza stampa del 26 marzo, a dare agli italiani un’interpretazione a reti unificate: «l’attività sportiva è quella più dinamica».<br />
Nella vulgata emergenziale, la linea di separazione tra attività motoria e sportiva è parsa quindi segnata dal livello di sforzo muscolare e cardiocircolatorio.<br />
Ma il <a href="http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?lingua=italiano&amp;id=51&amp;area=Vivi_sano" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ministero della Salute</a> dice invece che lo sport è tale perché «comprende situazioni competitive strutturate e sottoposte a regole ben precise. È un gioco istituzionalizzato, codificato in modo tale da essere riconosciuto e riconoscibile da tutti per regole e meccanismi, ai quali si fa riferimento per la sua pratica in contesti ufficiali o non ufficiali». In questa direzione, il CONI – tramite un apposito registro –  ha stabilito le discipline sportive “riconosciute”. Tra queste, la dama, le freccette, il bridge: nobilissimi sport, ma non certo noti per sforzo fisico e dinamismo. Esclusi: il trekking, il parkour, solo per fare due esempi.<br />
Inchiodato a categorie concettuali inservibili, il decisore politico manifesta così l’incapacità di <strong>pensare lo sport</strong> e di regolamentare adeguatamente uno <strong>spazio complesso di pratiche sociali</strong>.</p>
<h4 class="Standard" style="text-align: justify;"><b>E parlare “semplicemente” di sport?</b></h4>
<p style="text-align: justify;">Se in Italia proliferano definizioni e significati attribuibili alle stesse, in <strong>Europa</strong> hanno sciolto il nodo già da tempo. <strong>Lo sport è «qualsiasi forma di attività fisica</strong> che, attraverso una partecipazione organizzata o non organizzata, abbia per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli», come recita la Carta Europea dello Sport approvata dal Consiglio d’Europa nel 1992.<br />
Escluse le attività di lavoro o gli spostamenti, quando in Europa si parla di sport si intendono tutte le attività fisiche, non solo quelle competitive, regolamentate e strutturate, con buona pace dei registri delle discipline sportive “riconosciute”, ma anche di chi prova a spiegare l’inspiegabile, con acrobatici contorcimenti linguistici.<br />
L’arretratezza normativa sul tema sport, in Italia, si riflette da un lato in un sistema sportivo piramidale e verticistico, nel quale lo sport di base è ancora visto come bacino per lo sport di prestazione, dall’altro in una diffusa arretratezza della cultura e della pratica sportiva, che allontana il nostro Paese dalle migliori esperienze europee, come dimostrato dai dati <a href="https://ec.europa.eu/sport/news/2018/new-eurobarometer-sport-and-physical-activity_en" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Eurobarometro</a>: da questi, emerge un modello italiano nel quale lo sport è ancora un’attività legata al tempo libero, incentrata su palestre e impianti sportivi tradizionali, e non stile di vita consapevole, sviluppato nella quotidianità, in casa, al lavoro e nello spazio pubblico, finalizzato alla ricerca del benessere e del divertimento. Sono dati che vanno letti attentamente, però; perché proprio in ragione di una definizione di sport arretrata, quando a un cittadino italiano si chiede se pratichi sport, se non ha in tasca un cartellino tecnico o la card di una palestra, con molta probabilità risponderà: «no». Un cittadino finlandese che va al parco cittadino in bicicletta con i figli, risponderà «sì» senza esitazione.<br />
Insomma, è vero che gli italiani fanno poco sport, ma è anche vero che non sanno dire esattamente cosa sia, questo benedetto sport.<br />
La <strong>cultura sportiva limitata</strong> che esprimono le istituzioni pubbliche – e le stesse istituzioni sportive –impedisce il riconoscimento sociale di molte pratiche sportive, delegittimandole, e così facendo alimenta una riproduzione culturale <strong>incapace di aprirsi alla pluralizzazione e all’innovazione dello sport</strong> emergente dal basso dalla vita quotidiana.</p>
<h4 class="Standard" style="text-align: justify;"><b>Lockdown, sedentarizzazione e luoghi dello sport</b></h4>
<p class="Standard" style="text-align: justify;">Le conseguenze del <i>lockdown</i> sulla salute dei cittadini italiani sono state enormi, e non ancora quantificabili: a fronte del dramma dei contagi e delle morti da infezione da Covid-19, è purtroppo passato in secondo piano un risvolto altrettanto pericoloso per la salute collettiva, legato all’impossibilità per tutte e tutti di muoversi liberamente fuori dall’ambiente domestico, di praticare lo sport in ogni sua forma, a tutte le età, in contesti organizzati o informali.<br />
Erano <a href="https://www.istat.it/it/archivio/204663" target="_blank" rel="noopener noreferrer">23 milioni i cittadini italiani sedentari</a>, prima del <i>lockdown</i>. L’inevitabile peggioramento di questa statistica non avrà un impatto solo sul girovita degli italiani: gli ormai famosi 2 kg medi di aumento di peso sono un dato curioso, ma che da solo dice poco, o è addirittura fuorviante, lì dove nell’aumento ponderale spesso si intravede soprattutto un problema estetico, e viceversa nello sport solo un modo per perdere peso (sempre secondo Eurobarometro, il 33% degli italiani fanno sport per “migliorare l’aspetto fisico”, rispetto alla media europea del 20%). La sedentarietà avrà conseguenze sulla mortalità della popolazione, essendo il quarto fattore di rischio di mortalità a livello globale. E se in questi due mesi ha coinvolto più o meno tutti i cittadini, <strong>i rischi dell’inattività fisica torneranno invece a essere condizionati dalle <a href="https://www.epicentro.iss.it/passi/dati/attivita?tab-container-1=tab1" target="_blank" rel="noopener noreferrer">profonde disuguaglianze</a></strong> che già prima della crisi caratterizzavano la società italiana: la nota associazione di stili di vita sedentari all’appartenenza a classi sociali svantaggiate si manifesterà in maniera sempre più radicale, soprattutto se arretreranno le istituzioni pubbliche.<br />
Queste misure di contenimento hanno avuto inoltre l’effetto di trasformare completamente <b>i luoghi dello sport</b>: gli impianti sportivi, da un lato, e dall’altro gli spazi pubblici (urbani e in ambiente naturale) nei quali i cittadini svolgevano attività sportiva, si sono immediatamente svuotati, e la poca attività permessa ha occupato gli spazi interstiziali del privato. Salotti, terrazzi, cortili condominiali sono diventati – per chi li ha avuti e per chi ha potuto ritagliarsi del tempo dal crescente lavoro di cura domestico, concentrato come sempre soprattutto sulle donne – i <b>luoghi angusti dello sport</b>.</p>
<h4 class="Standard" style="text-align: justify;"><strong>Risocializzare lo spazio pubblico: il ruolo dello sport</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Lo sport è un’attività sociale, anche quando praticata individualmente, tanto più quando svolta in contesti collettivi ed è frutto della libera auto-organizzazione dei cittadini: e saranno soprattutto gli spazi pubblici, inevitabilmente, i luoghi che i cittadini cercheranno e rivendicheranno per praticarlo.<br />
Nei prossimi mesi, la riapertura di impianti sportivi, circoli e palestre – in particolar modo quelli privi di spazi all’aperto – sarà condizionata da rigidi protocolli di sicurezza, che ne limiteranno l’utilizzo, riducendo i tempi di fruizione e il numero di praticanti. Molti luoghi tradizionali dello sport, come le palestre scolastiche, diventeranno spazi preziosi per i bisogni didattici delle scuole, e quindi sempre meno a disposizione delle associazioni sportive.<br />
Lo spazio pubblico rischia così di esasperare la sua natura di <strong>spazio conteso</strong>: trovare strumenti e modelli che armonizzino le diverse esigenze, sarà una delle sfide principali che i Comuni si troveranno di fronte nei prossimi mesi.<br />
In ambito sportivo, un ruolo fondamentale lo svolgeranno le <strong>aree pubbliche attrezzate per lo svolgimento dello sport in forma libera</strong>, sempre più diffuse nelle città italiane (per quanto ancora insufficienti, soprattutto nei centri urbani del Sud Italia): campi di basket, pallavolo, calcetto, skate park&#8230; Ad oggi, <a href="https://www.labsus.org/2017/08/park-trento-un-patto-animato-da-ragazzi-con-la-passione-per-lo-skate-e-il-bmx/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">solo in pochissimi casi </a>queste aree sono state oggetto di un processo di condivisione tra amministrazione, associazionismo e cittadinanza: in generale, il <a href="https://www.labsus.org/rapporto-labsus-2019/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Rapporto 2019 di Labsus</a> ci dice che solo il 3% dei Patti di collaborazione sottoscritti l’anno scorso riguarda lo sport.<br />
Prima del <em>lockdown</em>, alcune città avevano cominciato a riflettere sulla possibilità di utilizzare i <strong>Patti di collaborazione</strong> come strumento per coinvolgere le associazioni sportive nella cura di questi veri e propri <strong>beni comuni</strong>, per dare risposta alle loro esigenze di spazi per l’attività, garantendo al contempo la libertà di fruizione gratuita per tutti i cittadini e la tutela dei beni stessi. Non un modo fraudolento per aggirare le norme sulle concessioni, ma l’<strong>avvio di un processo virtuoso di valorizzazione del capitale umano e sociale dell’associazionismo sportivo</strong> per aumentare le opportunità di sport per tutti i cittadini, con un occhio di riguardo alla qualità dello spazio pubblico e alla concreta universalità del suo utilizzo. A Milano, un piccolo ma significativo esempio è l’accordo per la cura del <a href="http://www.milanotoday.it/attualita/disco-golf.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">campo di disc golf</a> collocato all&#8217;interno del Parco Lambro, che ha coinvolto direttamente un’associazione sportiva e una cooperativa sociale in un <a href="https://www.comune.milano.it/documents/20126/1547870/Patto+di+Collaborazione+Parco+Lambro.pdf/0059ca16-9ad1-a169-6aa8-0a57f04ed922?t=1570702064352" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Patto di collaborazione</a>; altri possibili percorsi di collaborazione per la rigenerazione di spazi pubblici a vocazione sportiva erano stati avviati dall’Assessorato alla Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data del <strong>Comune di Milano in un tavolo con l’UISP</strong>: percorsi che oggi, in questa fase di ripartenza dell’attività sportiva, diventano ancora più importanti.<br />
Che «<a href="https://www.labsus.org/2020/05/amministrazione-condivisa-per-ricostruire-litalia-parliamone/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">la palestra dei patti</a>» – ponendo istituzioni e cittadini su un più avanzato livello di confronto – possa contribuire a trovare una nuova, inclusiva ed efficace definizione di <strong>sport</strong>?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Foto di copertina: Basketball Court (credits: Nicoskolp)</em></p>
<div class="nZSzR"></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2020/05/spazi-pubblici-per-lo-sport-patti-per-gestirli/">Spazi pubblici per fare sport, Patti per gestirli</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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		<title>Popolare, per tutti. Lo Sport e i beni comuni</title>
		<link>https://www.labsus.org/2018/11/popolare-per-tutti-lo-sport-e-i-beni-comuni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Iori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Nov 2018 10:58:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
		<category><![CDATA[accessibilità ]]></category>
		<category><![CDATA[impiantistica]]></category>
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		<category><![CDATA[sport popolare]]></category>
		<category><![CDATA[UISP]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’analisi del rapporto tra sport e beni comuni non può non partire da un problema definitorio. Se infatti il concetto di bene comune, nel dibattito pubblico e nell’azione sociale e istituzionale, ha ormai assunto un significato sufficientemente condiviso, pur con le inevitabili sfumature che emergono da quel caleidoscopio di esperienze sociali e amministrative nelle quali si sta realizzando, lo stesso non si può dire riguardo lo sport. Con lo stesso termine si definiscono ambiti sociali, culturali ed economici che, anche agli occhi dell’osservatore meno attento, non potrebbero essere più diversi, e che addirittura finiscono per diventare antitetici e conflittuali. Di cosa parliamo quando parliamo di sport È “sport” la grande macchina del calcio professionistico, con le sue derivazioni turbofinanziarie e la sua “economia parallela”, come l’ha definita il sociologo Pippo Russo; è “sport” lo spettacolo mediatico dei grandi eventi sportivi, che induce a paradossali derive di passivizzazione; è “sport” il grande mosaico dello sport di base, radicato nella società italiana grazie ad un tessuto associazionistico diffuso capillarmente sul territorio, nonostante lo scarso riconoscimento normativo e istituzionale; è “sport” il crescente fenomeno sociale dell’attività liberamente praticata, individuale e destrutturata, che porta addirittura a parlare di processi di “sportivizzazione della società” e “desportivizzazione dello sport”, citando la celebre definizione del sociologo olandese Paul De Knop. Dichiarare “di cosa parliamo quando parliamo di sport”, è quindi non solo una forma di trasparenza politica e intellettuale, ma una necessità semantica, una condizione fondamentale per delimitare il campo e per rendere chiaro l’orizzonte di azione: quando l’obiettivo è la pianificazione di strategie pubbliche per il benessere e la salute, la qualità urbana ed ecologico-ambientale, l’inclusione sociale, è necessario partire da definizioni condivise. Il documento di riferimento, in questo senso, non può che essere il Libro bianco sullo sport dell&#8217;Unione europea, adottato dalla Commissione Europea nel luglio 2007, che per la prima volta ha fornito un orientamento strategico sul ruolo dell’attività sportiva nell’Unione europea: &#8220;ruolo sociale dello sport&#8221;, &#8220;migliorare la salute pubblica attraverso l&#8217;attività fisica&#8221;, &#8220;sport per l&#8217;inclusione sociale&#8221; da allora sono diventati linguaggio comune, nonostante l’Italia non si sia ancora dotata di una legge nazionale coerente con le strategie europee. L’UISP: dallo sport popolare allo sport per tutti L’UISP, con una storia settantennale alle spalle (1948-2018), fin dalla sua nascita si è data come obiettivo la creazione di concrete opportunità di accesso alla pratica sportiva per tutti i cittadini, indipendentemente dalla condizione economica e sociale, dal paese di nascita o dal territorio di residenza, dal genere e dall’orientamento sessuale, dalle diverse abilità. Non si tratta della scontata affermazione di un diritto, ma di una costante azione sociale e politica per rivendicarne l’esigibilità: un’azione che impone continui cambiamenti, nuove analisi sulle trasformazioni sociali e conseguenti strategie per adeguare la struttura e l’attività associativa ai mutati contesti. In questo senso l’Unione Italiana Sport Popolare all’inizio degli Anni Novanta è diventata Unione Italiana Sport Per tutti: non un semplice maquillage lessicale, ma – usando le parole del presidente dell’UISP Vincenzo Manco &#8211; “un enorme salto culturale, dalla popolarizzazione e diffusione della pratica sportiva ad una denominazione più moderna ed attinente ad un fenomeno sociale in mutamento in Italia e nel mondo, che guarda soprattutto alle esperienze di stampo nord europeo”. Beni comuni e impiantistica sportiva Da qualche anno, l’UISP ha introdotto nel suo modello di governance una nuova area di intervento, legata ai beni comuni e all’impiantistica sportiva. Un intreccio, questo, apparentemente forzato. Da un lato – rimanendo allo specifico dei beni comuni urbani – spazi ed elementi della città che, tradizionalmente immaginati, qualificati e gestiti come beni pubblici, diventano “beni comuni” nel momento in cui, innescandosi un processo politico e sociale, la comunità che si relaziona con quel particolare bene inizia a gestirlo in modo condiviso e partecipato, con l’obiettivo di tutelarlo e rigenerarlo; dall’altro, strutture di proprietà privata o pubblica, con queste ultime che possono essere gestite anche da soggetti privati, ferma restando la natura di attività di servizio pubblico, aperta alla fruizione collettiva. Che rapporto può intercorrere, dunque, tra i beni comuni intesi come oggetto di cura collettiva e come processo di condivisione, e l’impiantistica sportiva nel suo senso più tradizionale di bene pubblico assoggettato a regole di carattere amministrativo? Sembra contraddittorio, ma un rapporto c’è: perché se anche la gestione di un bene pubblico come un impianto sportivo può essere affidata a un soggetto privato (tanto più se associativo e no profit), in questa gestione &#8211; al di là delle procedure di affidamento e del rigoroso rispetto dei vincoli contrattuali &#8211; non può mai venire meno la tensione a limitare ogni forma di esclusione e di discriminazione nell’accesso, e a porsi in una logica non solo di pubblica utilità, ma di sperimentazione di una dimensione sempre più vicina a quella che caratterizza i beni comuni: ovvero la capacità di generare risorse comunitarie, di superare la logica della competizione, di sperimentare forme di collaborazione tra diversi soggetti, con l’obiettivo di aprire spazi di uguaglianza e di contrasto alle discriminazioni che, purtroppo, condizionano ancora le reali possibilità di esercizio del diritto allo sport e al gioco, al movimento, alla salute. I luoghi dello sport per tutti Ma se intendiamo lo sport per tutti come un diritto, “un riferimento immediato ad una nuova qualità della vita da affermare giorno per giorno”, è necessario uscire dai confini degli impianti sportivi tradizionalmente intesi e cominciare a immaginare i “luoghi dello sport per tutti” come tutti quegli spazi della città nei quali i cittadini svolgono attività sportiva e motoria, dentro e fuori i contesti organizzati, con pratiche sempre più differenziate e che si distaccano dall’idea di competizione regolamentata. Non limitandoci quindi alla rivendicazione del diritto allo sport, ma promuovendo reali e concrete opportunità di accesso ad uno sport che sia pratica inclusiva, parte integrante della vita quotidiana, scelta libera di ogni cittadino e, in ultimo, occasione di partecipazione e protagonismo civile e sociale. L’obiettivo di promuovere il benessere e la salute dei cittadini combattendo le disuguaglianze, non può che passare dunque da una nuova centralità della pianificazione strategica delle</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2018/11/popolare-per-tutti-lo-sport-e-i-beni-comuni/">Popolare, per tutti. Lo Sport e i beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’analisi del rapporto tra sport e beni comuni non può non partire da un <strong>problema definitorio</strong>. Se infatti il concetto di bene comune, nel dibattito pubblico e nell’azione sociale e istituzionale, ha ormai assunto un significato sufficientemente condiviso, pur con le inevitabili sfumature che emergono da quel caleidoscopio di esperienze sociali e amministrative nelle quali si sta realizzando, lo stesso non si può dire riguardo lo sport. Con lo stesso termine si definiscono ambiti sociali, culturali ed economici che, anche agli occhi dell’osservatore meno attento, non potrebbero essere più diversi, e che <strong>addirittura finiscono per diventare antitetici e conflittuali</strong>.</p>
<h4>Di cosa parliamo quando parliamo di sport</h4>
<p style="text-align: justify;">È “sport” la grande macchina del calcio professionistico, con le sue derivazioni turbofinanziarie e la sua “economia parallela”, come l’ha definita il sociologo <strong>Pippo Russo</strong>; è “sport” lo spettacolo mediatico dei grandi eventi sportivi, che induce a paradossali derive di passivizzazione; è “sport” il grande mosaico dello sport di base, radicato nella società italiana grazie ad un tessuto associazionistico diffuso capillarmente sul territorio, nonostante lo scarso riconoscimento normativo e istituzionale; è “sport” il crescente fenomeno sociale dell’attività liberamente praticata, individuale e destrutturata, che porta addirittura a parlare di processi di “sportivizzazione della società” e “desportivizzazione dello sport”, citando la celebre definizione del sociologo olandese <strong>Paul De Knop</strong>.<br />
Dichiarare “di cosa parliamo quando parliamo di sport”, è quindi non solo una forma di trasparenza politica e intellettuale, ma una necessità semantica, una condizione fondamentale per delimitare il campo e per rendere chiaro l’orizzonte di azione: quando l’obiettivo è la pianificazione di strategie pubbliche per il benessere e la salute, la qualità urbana ed ecologico-ambientale, l’inclusione sociale, è necessario partire da definizioni condivise.<br />
Il documento di riferimento, in questo senso, non può che essere il <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=LEGISSUM%3Al35010" target="_blank" rel="noopener"><em>Libro bianco sullo sport</em></a> dell&#8217;Unione europea, adottato dalla Commissione Europea nel luglio 2007, che <strong>per la prima volta ha fornito un orientamento strategico sul ruolo dell’attività sportiva nell’Unione europea</strong>: &#8220;ruolo sociale dello sport&#8221;, &#8220;migliorare la salute pubblica attraverso l&#8217;attività fisica&#8221;, &#8220;sport per l&#8217;inclusione sociale&#8221; da allora sono diventati linguaggio comune, nonostante l’Italia non si sia ancora dotata di una legge nazionale coerente con le strategie europee.</p>
<h4>L’UISP: dallo sport popolare allo sport per tutti</h4>
<p style="text-align: justify;">L’<a href="http://www.uisp.it/nazionale/" target="_blank" rel="noopener">UISP,</a> con una storia settantennale alle spalle (1948-2018), fin dalla sua nascita si è data come obiettivo la creazione di concrete opportunità di accesso alla pratica sportiva per tutti i cittadini, indipendentemente dalla condizione economica e sociale, dal paese di nascita o dal territorio di residenza, dal genere e dall’orientamento sessuale, dalle diverse abilità. Non si tratta della scontata affermazione di un diritto, ma di <strong>una costante azione sociale e politica per rivendicarne l’esigibilità</strong>: un’azione che impone continui cambiamenti, nuove analisi sulle trasformazioni sociali e conseguenti strategie per adeguare la struttura e l’attività associativa ai mutati contesti.<br />
In questo senso l’Unione Italiana Sport Popolare all’inizio degli Anni Novanta è diventata Unione Italiana Sport Per tutti: non un semplice <em>maquillage</em> lessicale, ma – usando <a href="http://www.uisp.it/nazionale/pagineuisp/lettera-aperta-delluisp-chiediamo-correttezza-alla-promozione-sportiva" target="_blank" rel="noopener">le parole del presidente dell’UISP Vincenzo Manco</a> &#8211; “un enorme salto culturale, dalla popolarizzazione e diffusione della pratica sportiva ad una denominazione più moderna ed attinente ad un fenomeno sociale in mutamento in Italia e nel mondo, che guarda soprattutto alle esperienze di stampo nord europeo”.</p>
<h4>Beni comuni e impiantistica sportiva</h4>
<p style="text-align: justify;">Da qualche anno, l’UISP ha introdotto nel suo modello di governance <strong>una nuova area di intervento, legata ai beni comuni e all’impiantistica sportiva</strong>. Un intreccio, questo, apparentemente forzato. Da un lato – rimanendo allo specifico dei beni comuni urbani – spazi ed elementi della città che, tradizionalmente immaginati, qualificati e gestiti come beni pubblici, diventano “beni comuni” nel momento in cui, innescandosi un processo politico e sociale, la comunità che si relaziona con quel particolare bene inizia a gestirlo in modo condiviso e partecipato, con l’obiettivo di tutelarlo e rigenerarlo; dall’altro, strutture di proprietà privata o pubblica, con queste ultime che possono essere gestite anche da soggetti privati, ferma restando la natura di attività di servizio pubblico, aperta alla fruizione collettiva.<br />
<strong>Che rapporto può intercorrere</strong>, dunque, tra i beni comuni intesi come oggetto di cura collettiva e come processo di condivisione, e l’impiantistica sportiva nel suo senso più tradizionale di bene pubblico assoggettato a regole di carattere amministrativo?<br />
Sembra contraddittorio, ma un rapporto c’è: perché se anche la gestione di un bene pubblico come un impianto sportivo può essere affidata a un soggetto privato (tanto più se associativo e no profit), in questa gestione &#8211; al di là delle procedure di affidamento e del rigoroso rispetto dei vincoli contrattuali &#8211; <strong>non può mai venire meno la tensione a limitare ogni forma di esclusione e di discriminazione nell’accesso</strong>, e a porsi in una logica non solo di pubblica utilità, ma di sperimentazione di una dimensione sempre più vicina a quella che caratterizza i beni comuni: ovvero <strong>la capacità di generare risorse comunitarie, di superare la logica della competizione</strong>, di sperimentare forme di collaborazione tra diversi soggetti, con l’obiettivo di aprire spazi di uguaglianza e di contrasto alle discriminazioni che, purtroppo, condizionano ancora le reali possibilità di esercizio del diritto allo sport e al gioco, al movimento, alla salute.</p>
<h4>I luoghi dello sport per tutti</h4>
<p style="text-align: justify;">Ma se intendiamo lo sport per tutti come un diritto, “un riferimento immediato ad una nuova qualità della vita da affermare giorno per giorno”, è necessario uscire dai confini degli impianti sportivi tradizionalmente intesi e cominciare a immaginare i “luoghi dello sport per tutti” come <strong>tutti quegli spazi della città nei quali i cittadini svolgono attività sportiva e motoria, dentro e fuori i contesti organizzati, con pratiche sempre più differenziate</strong> e che si distaccano dall’idea di competizione regolamentata. Non limitandoci quindi alla rivendicazione del diritto allo sport, ma promuovendo reali e concrete opportunità di accesso ad uno sport che sia pratica inclusiva, parte integrante della vita quotidiana, scelta libera di ogni cittadino e, in ultimo, occasione di partecipazione e protagonismo civile e sociale.<br />
L’obiettivo di promuovere il benessere e la salute dei cittadini combattendo le disuguaglianze, non può che passare dunque da una nuova centralità della pianificazione strategica delle città, sapendo che non è sufficiente pretendere ottime strutture sportive, se esse non sono inserite in un contesto urbano disegnato e organizzato con l’obiettivo di garantire a tutti i cittadini le condizioni di un pieno equilibrio fisico e psichico. Lo sport per tutti, in questo senso, può diventare uno dei diversi fattori da integrare negli obiettivi della pianificazione e della programmazione, e al contempo può essere <strong>uno strumento per attivare processi partecipativi che valorizzino le reti sociali e il capitale sociale di una comunità e di un territorio</strong>.</p>
<h4>Il progetto Open Space: giovani attori di trasformazione sociale e rigenerazione urbana</h4>
<p style="text-align: justify;">Il progetto nazionale <a href="http://www.uisp.it/progetti/pagina/open-space-giovani-attori-di-trasformazione-sociale" target="_blank" rel="noopener">Open Space</a> &#8211; finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell’ambito della legge n. 383/2000 e recentemente concluso, sul quale sono stati impegnati per oltre un anno 10 Comitati territoriali dell’UISP &#8211; è stato un significativo banco di prova per misurare la capacità dell’associazionismo sportivo di <strong>integrare lo sport con nuovi modelli di coinvolgimento e attivazione dei giovani</strong> e, tramite il loro protagonismo e la valorizzazione delle loro competenze, il ripensamento degli spazi urbani. Obiettivo principale, la loro riappropriazione da parte dei cittadini e la costruzione di legami più saldi tra le comunità e gli spazi della città, soprattutto lì dove il degrado delle strutture e la carenza di luoghi di aggregazione contribuisce a generare marginalità e inattività sociale.<br />
Il progetto si è fondato sull’idea che <strong>la strada, il parco, la piazza siano “beni comuni”, e che lo siano non in quanto tali ma solo come esito di un processo</strong>, che parte dalla rivendicazione di un diritto e arriva a forme di gestione condivisa e di partecipazione democratica. Quindi, lo sport sociale e per tutti può essere uno dei possibili inneschi di questi processi, che diventano da un lato “scuole” per valorizzare e promuovere saperi e competenze, dall’altro <strong>“palestre” di educazione alla cittadinanza attiva</strong>.<br />
I giovani coinvolti sono stati centinaia, ma gli esiti maggiormente positivi non si possono spiegare con i semplici numeri di partecipazione. Sono le due associazioni sportive nate a Ciriè (TO) e a Empoli dall’auto-organizzazione dei ragazzi, l’impegno delle amministrazioni di Empoli e Legnago a rigenerare due parchi cittadini grazie alla progettazione partecipata e al coinvolgimento attivo dei giovani skater, l’entusiasmo creato a Crotone intorno alla possibile gestione condivisa e riqualificazione di una struttura cittadina, e tanti altri <strong>piccoli e grandi risultati di reale trasformazione sociale</strong> a dare valore e significato alla valutazione del progetto.</p>
<h4>Accorciare le distanze</h4>
<p style="text-align: justify;">Ma l’esito forse più importante è legato alla consapevolezza che i processi di partecipazione realizzati intorno ai beni comuni &#8211; lì dove protagonismo sociale e maturità politico-istituzionale trovano un comune terreno di azione &#8211; hanno la <strong>straordinaria capacità di accorciare le distanze tra i cittadini e le istituzioni della democrazia rappresentativa</strong>. Un risultato che vale ancora di più quando i cittadini coinvolti sono giovani e adolescenti, spesso diffidenti nei confronti dell’istituzione pubblica, da loro percepita come distante, come una cosa “altra”; vista con sfiducia e talvolta antagonismo, e non invece come un elemento organico della comunità in cui si vive, vero e proprio “partner” con cui agire in modo sinergico per realizzare le proprie aspettative e dare risposta ai propri bisogni. Diffidenza spesso ricambiata da parte della cittadinanza adulta e delle istituzioni stesse, quando i riflettori si accendono su pratiche e culture di strada (skate, parkour, break dance …) sulle quali con troppa superficialità spesso cala l’accetta dello stigma e della criminalizzazione.<br />
Lo sport per tutti può quindi interpretare un ruolo di primo piano in questa nuova stagione di protagonismo sociale, fondato sul principio di collaborazione civica e sulla responsabilità diffusa, mettendo in campo non solo una fitta rete di radicamento territoriale, ma soprattutto <strong>un patrimonio di saperi, competenze e progettualità</strong>, per diventare un vero e proprio attivatore di comunità.</p>
<p><em>Tommaso Iori è </em><em>Responsabile nazionale delle Politiche per l’impiantistica e i beni comuni &#8211; UISP.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2018/11/popolare-per-tutti-lo-sport-e-i-beni-comuni/">Popolare, per tutti. Lo Sport e i beni comuni</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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