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	<title>Gloria Pettinari, Autore presso Labsus</title>
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	<title>Gloria Pettinari, Autore presso Labsus</title>
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		<title>L’Amministrazione condivisa dei beni comuni per l’equità di genere</title>
		<link>https://www.labsus.org/2024/03/lamministrazione-condivisa-dei-beni-comuni-per-lequita-di-genere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gloria Pettinari]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Mar 2024 17:05:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto di Labsus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pur non avendo una classificazione giuridica univoca dei beni comuni, già nel 2014, nella prima versione del Regolamento di Bologna e nel prototipo del Regolamento per l’Amministrazione condivisa promosso da Labsus, si definivano beni comuni quei beni materiali, immateriali e digitali con una funzionalità rispetto al benessere individuale e collettivo. A guidare la composizione del concetto definitorio &#8211; intorno a cui si sviluppano le pratiche sussidiarie di gestione condivisa tra società, cittadini e amministrazione &#8211; è la connessione con l’interesse generale, come stabilisce l’art. 118, ultimo comma, Costituzione, su cui oggi si fondano tutte le attività che realizzano l’amministrazione condivisa. La parità di genere come bene comune Con lo sviluppo delle pratiche di amministrazione condivisa si è assistito poi a un’evoluzione del campo di azione dei patti di collaborazione, che trova riscontro nell’attuale accezione dei beni comuni, che mette a fuoco una più chiara relazione tra questi beni e i diritti fondamentali della persona e l’interesse delle generazioni future, in relazione con il dovere della Repubblica di garantire i diritti inviolabili (art.2, Cost.) e il pieno sviluppo della persona umana (art.3, 2° comma, Cost.). Nel Regolamento odierno, redatto da Labsus, infatti, si definiscono beni comuni quelli funzionali al benessere della comunità e dei suoi membri, ovverosia quei beni della vita utili all&#8217;esercizio dei diritti fondamentali della persona e all&#8217;interesse delle generazioni future. Questa definizione si pone in sintonia con quanto già indicato, nel 2007, dalla Commissione presieduta da Stefano Rodotà per la modifica alle norme del Codice civile, che definiva questi beni, inquadrandone il nesso di funzionalità con i diritti dei cittadini, ovvero: «[un’] utilità funzionale all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona&#8230;. [beni] informati al principio della salvaguardia intergenerazionale delle utilità». Anche secondo il Codice del Terzo Settore e la sentenza n. 131 del 2020 della Corte Costituzionale, con cui si compie la messa a sistema del modello dell’amministrazione condivisa, s’individuano tra le attività di interesse generale quelle poste in essere per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale per la promozione e la tutela dei diritti umani, civili, sociali e politici. Questa evoluzione, tutta in corso e tutt’altro che pacifica, fa perno sui diritti fondamentali e può consentire di immaginare un legame tra la sussidiarietà e il diritto alla parità di genere, quale diritto fondamentale, che qui interessa focalizzare come campo di applicazione dei patti di collaborazione. A definire il quadro degli obiettivi comuni per l’uguaglianza di genere è l’Agenda ONU 2030 che dedica il goal 5 al tema della parità e alla lotta alle discriminazioni, per la libera autodeterminazione di tutte le donne e le ragazze. L’obiettivo impegna gli Stati membri e le comunità di riferimento a rafforzare l’effettiva partecipazione femminile alla vita sociale, culturale ed economica a partire dalla lotta alle pratiche ingiuste. Il Global Gender Gap fotografa la situazione di divario attuale ed è emblematica la stima che conta in ulteriori 130 anni il periodo di tempo per raggiungere la parità di genere, stando ai ritmi di crescita medi attuali. La Commissione europea (nella Strategia per la parità di genere 2020-2025) si prefigge di conseguire l&#8217;equilibrio di genere nel processo decisionale e nella politica con un approccio intersezionale, secondo cui la discriminazione è il frutto di diverse determinanti, un insieme di elementi che caratterizzano l’esperienza della persona, che vanno colte per la loro specificità, a partire dalla lotta alla violenza, per raggiungere l’abbattimento degli stereotipi di genere. La messa a fuoco della reciproca influenza degli ambiti che interagiscono per lo stato delle cose è fondamentale per qualsiasi ragionamento sull’equità tra i generi. Oltre l’eguaglianza formale. Non solo libero accesso Quindi, a far rientrare l’equità di genere tra i beni comuni è, in primis, il diritto fondamentale all’eguaglianza (art. 3, Cost.) che, riprendendo la critica femminista[1], solo nella sua forma di eguaglianza sostanziale è in grado di farsi garanzia per la parità. Infatti, se consentire le pari condizioni è l’obiettivo comune, l’accezione formale si concretizza come eguaglianza dinanzi alla legge e quindi nei diritti, dove gli uomini e le donne vengono riconosciuti liberi; nell’accezione dell’eguaglianza sostanziale invece questa libertà non è naturalmente scontata, neanche se riconosciuta dalla legge, ma va resa possibile mediante previsioni, interventi diretti e pratiche che affrontino le differenze nella loro dimensione reale con l’obiettivo di realizzare interventi per il pieno sviluppo della persona[2]. Alessandra Pioggia, in un libro di prossima uscita, ci dice che è possibile andare effettivamente oltre le forme di potere consolidate e radicate nella società, caratterizzata da asimmetrie strutturali tra i generi, solo se prendiamo in considerazione la misura individuale della discriminazione. Secondo questo approccio è necessario che vi sia «una amministrazione che si occupi di intervenire in concreto per porre in essere l’attività, il servizio, le condizioni che rendano le persone effettivamente eguali»[3]. Allo stato attuale sono poche le soluzioni che contemplino una ridefinizione effettiva delle logiche relazionali per approdare ad una dimensione di parità sostanziale, a causa della scarsa percezione, a monte, delle condizioni disabilitanti da cui scaturisce il bisogno di ridefinizione dei rapporti di potere. La soluzione della messa a disposizione per ciascuno di beni e servizi, per esempio, non funziona da sola; perché non vi è parità di accesso ai beni della vita, ai ruoli e alle cose, quando persistono diverse condizioni di partenza. Per tali ragioni, il solo, quanto necessario, libero accesso alle pratiche di amministrazione condivisa, come precondizione posta dai Regolamenti e dai Patti di collaborazione, di per sé non è una dimensione sufficiente per l’equo trattamento tra i generi, non tenendo conto dei limiti latenti e degli stereotipi. Il mero libero accesso è un contributo minimo, l’aspirazione è piuttosto quella di essere accolte e assistite nella definizione dei bisogni, che sono nuovi e diversi. Si chiede quindi la condivisione delle responsabilità della cura a partire dalla definizione di questi stessi bisogni e delle soluzioni proposte. Le opportunità che le pratiche sussidiarie possono cogliere La sfida per gli attori e le amministrazioni sulle pratiche sussidiarie è favorire specifiche progettualità per la parità di genere, condividendone la responsabilità con le</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2024/03/lamministrazione-condivisa-dei-beni-comuni-per-lequita-di-genere/">L’Amministrazione condivisa dei beni comuni per l’equità di genere</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Pur non avendo una classificazione giuridica univoca dei beni comuni, già nel 2014, nella prima versione del Regolamento di Bologna e nel prototipo del Regolamento per l’Amministrazione condivisa promosso da Labsus, si definivano beni comuni quei beni <em>materiali, immateriali e digitali </em>con una funzionalità rispetto <em>al benessere individuale e collettivo.<br />
</em>A guidare la composizione del concetto definitorio &#8211; intorno a cui si sviluppano le pratiche sussidiarie di gestione condivisa tra società, cittadini e amministrazione &#8211; è la connessione con l’interesse generale, come stabilisce l’art. 118, ultimo comma, Costituzione, su cui oggi si fondano tutte le attività che realizzano l’amministrazione condivisa.</p>
<h4 style="text-align: justify;">La parità di genere come bene comune</h4>
<p style="text-align: justify;">Con lo sviluppo delle pratiche di amministrazione condivisa si è assistito poi a un’evoluzione del campo di azione dei patti di collaborazione, che trova riscontro nell’attuale accezione dei beni comuni, che mette a fuoco una più chiara relazione tra questi beni e i <em>diritti fondamentali della persona e l’interesse delle generazioni future</em>, in relazione con il dovere della Repubblica di garantire i diritti inviolabili (art.2, Cost.) e il pieno sviluppo della persona umana (art.3, 2° comma, Cost.).<br />
Nel Regolamento odierno, redatto da Labsus, infatti, si definiscono <strong>beni comuni</strong> quelli <strong><em>funzionali al benessere della comunità e dei suoi membri</em></strong>, ovverosia quei beni della vita utili <strong><em>all&#8217;esercizio dei diritti fondamentali della persona e all&#8217;interesse delle generazioni future</em></strong>.<br />
Questa definizione si pone in sintonia con quanto già indicato, nel 2007, dalla Commissione presieduta da Stefano Rodotà per la modifica alle norme del Codice civile, che definiva questi beni, inquadrandone il nesso di funzionalità con i diritti dei cittadini, ovvero: «[un’] utilità funzionale all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona&#8230;. [beni] informati al principio della salvaguardia intergenerazionale delle utilità».<br />
Anche secondo il Codice del Terzo Settore e la sentenza n. 131 del 2020 della Corte Costituzionale, con cui si compie la messa a sistema del modello dell’amministrazione condivisa, s’individuano tra le <em>attività di interesse generale</em> quelle poste in essere per <strong>finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale</strong> per la <em>promozione e la tutela dei diritti umani, civili, sociali e politici.<br />
</em>Questa evoluzione, tutta in corso e tutt’altro che pacifica, fa perno sui diritti fondamentali e può consentire di immaginare un legame tra la sussidiarietà e il diritto alla parità di genere, quale diritto fondamentale, che qui interessa focalizzare come campo di applicazione dei patti di collaborazione.<br />
A definire il quadro degli obiettivi comuni per l’uguaglianza di genere è l’<a href="https://unric.org/it/obiettivo-5-raggiungere-luguaglianza-di-genere-ed-emancipare-tutte-le-donne-e-le-ragazze/">Agenda ONU 2030</a> che dedica il <em>goal</em> 5 al tema della parità e alla lotta alle discriminazioni, per la libera autodeterminazione di tutte le donne e le ragazze. L’obiettivo impegna gli Stati membri e le comunità di riferimento a rafforzare l’effettiva partecipazione femminile alla vita sociale, culturale ed economica a partire dalla lotta alle pratiche ingiuste.<br />
Il <a href="https://www.weforum.org/publications/global-gender-gap-report-2023/">Global Gender Gap</a> fotografa la situazione di divario attuale ed è emblematica la stima che conta in ulteriori 130 anni il periodo di tempo per raggiungere la parità di genere, stando ai ritmi di crescita medi attuali.<br />
La Commissione europea (nella Strategia per la parità di genere 2020-2025) si prefigge di conseguire l&#8217;equilibrio di genere nel processo decisionale e nella politica con un approccio intersezionale, secondo cui la discriminazione è il frutto di diverse determinanti, un insieme di elementi che caratterizzano l’esperienza della persona, che vanno colte per la loro specificità, a partire dalla lotta alla violenza, per raggiungere l’abbattimento degli stereotipi di genere.<br />
La messa a fuoco della reciproca influenza degli ambiti che interagiscono per lo stato delle cose è fondamentale per qualsiasi ragionamento sull’equità tra i generi.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Oltre l’eguaglianza formale. Non solo libero accesso</h4>
<p style="text-align: justify;">Quindi, a far rientrare l’equità di genere tra i beni comuni è, in primis, il diritto fondamentale all’eguaglianza (art. 3, Cost.) che, riprendendo la critica femminista<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, solo nella sua forma di eguaglianza sostanziale è in grado di farsi garanzia per la parità. Infatti, se consentire le pari condizioni è l’obiettivo comune, l’accezione formale si concretizza come eguaglianza dinanzi alla legge e quindi nei diritti, dove gli uomini e le donne vengono riconosciuti liberi; nell’accezione dell’eguaglianza sostanziale invece questa libertà non è naturalmente scontata, neanche se riconosciuta dalla legge, ma va resa possibile mediante previsioni, interventi diretti e pratiche che affrontino le differenze nella loro dimensione reale con l’obiettivo di realizzare interventi per il pieno sviluppo della persona<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>.<br />
Alessandra Pioggia, in un libro di prossima uscita, ci dice che è possibile andare effettivamente oltre le forme di potere consolidate e radicate nella società, caratterizzata da asimmetrie strutturali tra i generi, solo se prendiamo in considerazione la misura individuale della discriminazione. Secondo questo approccio è necessario che vi sia <strong>«</strong><strong>una amministrazione che si occupi di intervenire in concreto per porre in essere l’attività, il servizio, le condizioni che rendano le persone effettivamente eguali</strong><strong>»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></strong><strong>.<br />
</strong>Allo stato attuale sono poche le soluzioni che contemplino una ridefinizione effettiva delle logiche relazionali per approdare ad una dimensione di parità sostanziale, a causa della scarsa percezione, a monte, delle condizioni disabilitanti da cui scaturisce il bisogno di ridefinizione dei rapporti di potere.<br />
La soluzione della messa a disposizione per ciascuno di beni e servizi, per esempio, non funziona da sola; perché non vi è parità di accesso ai beni della vita, ai ruoli e alle cose, quando persistono diverse condizioni di partenza. Per tali ragioni, il solo, quanto necessario, libero accesso alle pratiche di amministrazione condivisa, come precondizione posta dai Regolamenti e dai Patti di collaborazione, di per sé non è una dimensione sufficiente per l’equo trattamento tra i generi, non tenendo conto dei limiti latenti e degli stereotipi. Il mero libero accesso è un contributo minimo, l’aspirazione è piuttosto quella di essere accolte e assistite nella definizione dei bisogni, che sono nuovi e diversi. Si chiede quindi la condivisione delle responsabilità della cura a partire dalla definizione di questi stessi bisogni e delle soluzioni proposte.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Le opportunità che le pratiche sussidiarie possono cogliere</h4>
<p style="text-align: justify;">La sfida per gli attori e le amministrazioni sulle pratiche sussidiarie è favorire specifiche progettualità per la parità di genere, condividendone la responsabilità con le attrici e gli attori presenti sul territorio per stimolare quella «rete capillare di vicinanza e solidarietà, sensibile in tempo reale alle esigenze che provengono dal tessuto sociale, e sono quindi in grado di mettere a disposizione dell’ente pubblico […] preziosi dati informativi (altrimenti conseguibili in tempi più lunghi e con costi organizzativi a proprio carico)» (Corte Cost. 131/2020).<br />
Questo serve per uscire dallo stato di solitudine dei bisogni e di conseguenza dallo stato di minorità del genere femminile, grazie alla cooperazione tra le forze della società. Il modello dell’amministrazione condivisa, quindi, risulta idoneo allo scopo, soprattutto se saprà cogliere la complessità del fenomeno delle discriminazioni di genere, le diseguaglianze profonde e latenti che strutturano la società. È attraverso la coscienza dell’interdipendenza delle condizioni degli individui e delle relazioni sociali che sarà possibile uscire dall’ipocrisia dell’autonomia, come stato di natura, degli individui<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a><em>.</em></p>
<h4 style="text-align: justify;">I dati di genere per esistere</h4>
<p style="text-align: justify;">A questo fine sono utili gli strumenti che disvelino l’oppressione del genere femminile<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>, come il progetto di raccolta dei dati di genere a supporto di politiche pubbliche del Comune di Bologna in collaborazione con Period Think Tank APS et Sex and the City, Città metropolitana, Casa delle Donne per non subire violenza e SOS donna, «<a href="https://www.comune.bologna.it/servizi-informazioni/atlante-di-genere-prospettive-femministe-citta-sicure">Verso un atlante di genere. Prospettive femministe per costruire città sicure</a>»; con lo scopo di migliorare la capacità del territorio di individuare i motivi di emarginazione del popolo femminile esposto a diverse forme di discriminazione e violenza, il progetto in corso consente alle partecipanti di lasciare la propria testimonianza in merito alla percezione della sicurezza nel contesto urbano. Lo studio e la raccolta dei dati muovono verso lo scopo di creare un nuovo patrimonio conoscitivo a disposizione del comune e cittadini per costruire spazi urbani inclusivi. Una conoscenza di genere del vivere sta alla base della definizione dei bisogni e delle soluzioni pubbliche.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Patti civici per la promozione della parità</h4>
<p style="text-align: justify;">Sul versante del contrasto alle asimmetrie di genere, si pensi alle pratiche del comune di <strong>Verona</strong>, che ha reso realizzabili alcuni progetti interessanti, <a href="https://www.comune.verona.it/nqcontent.cfm?a_id=71053&amp;id_patto=114.0">uno di questi</a> prevede di promuovere, anche tramite corsi formativi per le donne migranti, l’<em>empowerment</em> femminile e progetti per la redistribuzione del carico di cura delle famiglie; il progetto promuove attività culturali di vario genere e ha sviluppato anche un servizio di baby-sitting in modalità di mutuo soccorso tra famiglie e volontari. Ha anche ospitato l’evento di prevenzione della violenza: &#8220;Come eri vestita?&#8221; in collaborazione con Amnesty. D’altro canto, il comune di <strong>Bologna</strong> ha da poco pubblicato un <a href="https://www.comune.bologna.it/bandi/promozione-educazione-parita-generi-prevenzione-discriminazioni-2023-nuovo">avviso</a> rivolto a tutti i soggetti attivi, in partenariato, per raggiungere obiettivi riassumibili in attività volte al sostegno educativo per la lotta alle discriminazioni di genere, prevedendo anche un contributo economico per la progettualità.<br />
Anche le regioni possono fare molto per favorire le pratiche sussidiarie, al fine di promuovere patti per la parità di genere, mediante la partecipazione delle donne che primariamente debbono essere chiamate a definire i bisogni e quindi gli obiettivi con l’intento di mobilitare risorse comuni per l’equità di genere. Si pensi alla potenzialità dello sviluppo della previsione contenuta in tutte e cinque le leggi sull’amministrazione condivisa che tra le finalità perseguite riporta proprio la promozione delle pari opportunità tra i generi (<em>Emilia-Romagna, l.r. 3/2023; Umbria, l.r. 2/2023, Molise, l.r. 21/2022; Toscana, l.r. 71/2020; Lazio, l. r. 10/2019</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> C. Smart, <em>The Woman of Legal Discourse</em>, 1992.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> F. Sorrentino, Eguaglianza formale, in Cosituzionalismo.it, 3/2017.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> A. Pioggia, <em>Cura e pubblica amministrazione</em>, Il Mulino, in press.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Kittay<em> La cura dell’amore. Donne, Uguaglianza, Dipendenza, </em>2010.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Crenshaw, <em>Demarginalizing the Intersection of Race and Sex. A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory, and Antiracist Politics</em>, 1989.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LEGGI ANCHE:</strong></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><a href="https://www.labsus.org/2022/03/la-cittadella-della-condivisione-casa-dei-diritti-e-della-dignita/" target="_blank" rel="noopener">La Cittadella della condivisione, casa dei diritti e della dignità</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2019/09/la-casa-delle-donne-bene-pubblico-sottratto-alla-vendita/" target="_blank" rel="noopener">La Casa delle Donne, bene pubblico sottratto alla vendita</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2019/12/non-chiudete-quella-porta/" target="_blank" rel="noopener">Perché non un patto per salvare la Casa delle donne di Terni?</a></li>
<li><a href="https://www.labsus.org/2019/01/casa-delle-donne-di-ravenna-contro-i-muri-della-discriminazione/" target="_blank" rel="noopener">La Casa delle Donne di Ravenna: contro i muri della discriminazione</a></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><em>Immagine di copertina: Beatrice Di Maria sy WikiDonne</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2024/03/lamministrazione-condivisa-dei-beni-comuni-per-lequita-di-genere/">L’Amministrazione condivisa dei beni comuni per l’equità di genere</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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			</item>
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		<title>L’amministrazione (e la città) della cura: un convegno</title>
		<link>https://www.labsus.org/2023/06/lamministrazione-e-la-citta-della-cura-un-convegno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gloria Pettinari]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jun 2023 09:39:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Beni comuni e amministrazione condivisa]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie ed Esperienze]]></category>
		<category><![CDATA[Storie e notizie]]></category>
		<category><![CDATA[accesso al cibo]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
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		<category><![CDATA[mobilità ]]></category>
		<category><![CDATA[parità  di genere]]></category>
		<category><![CDATA[urbanistica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 5 maggio 2023 si è tenuto, presso l’Università di Bologna, il seminario “L’amministrazione (e la città) della cura” ospitato dalle docenti della Cattedra Jean Monnet di Bologna, Giorgia Pavani, Stefania Profeti e Claudia Tubertini. La Presidente dell’Associazione delle Docenti Universitarie, Chiara Alvisi, docente di diritto privato, ha partecipato con l’obiettivo, tra l’altro, di definire la parità di genere come modalità per una nuova distribuzione del potere che trova rafforzamento negli strumenti della sussidiarietà orizzontale; infatti, l’amministrazione condivisa consente alle persone di partecipare all’attività di governo, a partire dalla definizione del bene comune, contribuendo a definire i bisogni collettivi e implementando i progetti. “Nessuno può vantare pretese esclusive”, così nascono nuove soggettività sociali, in grado di tutelare il bene comune, che si affiancano alle autorità e ai soggetti organizzati. La comunità può finanche promuovere azioni di tutela, esercitando il diritto di controllo sulla gestione dei beni comuni per tutelare i propri diritti rispetto ad una pubblica utilità. I diritti sono individuali ma l&#8217;azione è collettiva; si tratta della tutela delle pretese collettive, dei legami e dell’utilità sociale, rispetto alla gestione dei beni comuni, una class action civica in riferimento al tertium genus della teoria dei beni. Sguardo di genere e sussidiarietà orizzontale  Emily Marion Clancy, Vicesindaca del Comune di Bologna, ha difeso il connubio tra amministrazione condivisa e pari opportunità dei generi, sottolineando il ruolo delle donne per una più equa definizione dei bisogni collettivi, niente affatto neutri rispetto al genere dei cittadini. Sostenere il ruolo della donna nella società giova allo sviluppo della cura, di cui spesso le donne si fanno carico. Secondo la strategia proposta, la valorizzazione del lavoro di cura implica includere le donne nelle strategie di sviluppo e di programmazione per permettere la fuoriuscita dal cono d’ombra di tale lavoro sociale spesso sommerso. Inoltre, ciò che emerge è la necessità di considerare la cura in modo più equo, per un’accessibilità e una distribuzione sostenibile dei carichi di lavoro. La progettazione e l’implementazione dei servizi si arricchiscono con lo sguardo di genere, anche se ciò comporta ripensare ai modelli di produzione che sono a misura di uomo – “maschio, bianco e mediamente ricco”. Se ne trova riscontro nell’organizzazione dei trasporti, che, infatti, collegano facilmente alcune tratte, tipicamente servono ad attraversare la città in 15 minuti da un punto A (ad es., l’abitazione) ad un punto B (ad es., il lavoro). Mentre, chi si occupa dei servizi di cura trova difficoltà nel dover raggiungere più luoghi nell’arco dello stesso viaggio. La sfida dell’inclusione è considerare la complessità, le esigenze dell’intera società, mediante il farsi sostenibile della città. Sfida che passa per la ricerca scientifica e la raccolta di dati di genere, a sostegno di nuove strategie di contrasto, il c.d. gender gap. Verso una politica dell’interdipendenza collettiva Chiara Belingardi, dell’Università di Firenze, ha presentato il lavoro dal titolo “Città, cura e pianificazione urbana con prospettiva di genere”. La relatrice fa emergere il quadro dei limiti dell’attuale progettazione urbanistica: (1). minimizzazione delle esigenze femminili (2). ignoranza delle relazioni di cura (3). sottovalutazione degli spazi di cura della città (4). pregiudizievole e ingannevole valutazione della tecnica quale “neutra” rispetto al genere. A riprova della debolezza del sistema della progettazione urbanistica dei trasporti per chi ha carichi di cura. La città è per lo più pensata per interazioni monodirezionali, per coloro i quali non hanno responsabilità di cura. La complessità che la cura prevede si traduce anche in esigenze di mobilità diverse. Il ragionamento porta a ripensare le relazioni umane; gli esseri umani sono interdipendenti, i loro scambi si traducono in relazioni sociali, la cui interdipendenza deve essere sostenibile: è il concetto emerso dal libro “Urbanismo femminista”, ad opera del collettivo di Barcellona, che propone di mettere a fuoco il tema per ripensare agli spazi pubblici. In tale solco, “Il Manifesto della cura del 2021”, scritto dal collettivo “The Care Collective”, propone una politica dell’interdipendenza collettiva per definire obiettivi e necessità pubbliche. Un&#8217;opportunità per le attività solidali Claudia Tubertini dell’Università di Bologna ha riflettuto sulle opportunità che l’amministrazione condivisa rappresenta, un metodo che diviene ordinario a Bologna con il Regolamento del 2023 (ultima modifica), e per mezzo della sentenza 131 del 2021 della Corte costituzionale che chiarisce l’opportunità dell’amministrazione condivisa per le attività solidali a sostegno della “cura” dei cittadini. Così, identificando il fine dell’azione di cura con quello dell’accudimento e del sostegno alla vita, innalzando la qualità delle funzioni sociali dell’attività amministrativa. Ciò legittima le pratiche e le modalità terze rispetto al mercato, secondo regole non concorrenziali, in ragione del principio solidaristico previsto dalla Costituzione. Sono queste le finalità che il legislatore riconosce nel 2017, legge n. 117, il Codice del Terzo settore, CTS. Secondo questo paradigma, l’amministrazione non è più l’unica responsabile nei confronti della società ma attivando le risorse che provengono dalla collettività, anche le forze civiche acquistano responsabilità pubbliche. Quindi, il sistema coinvolge i soggetti di prossimità, i soggetti civici e del terzo settore (più formali e strutturati) assieme agli enti locali, il cui livello è sì il primo deputato, tra gli enti, alla tutela dei beni comuni. Accesso al cibo e amministrazione condivisa Su altro versante, Francesca Gori ha parlato di “Sistemi alimentari e cura: nuovi spazi per le politiche urbane del cibo”, dal quale si evince che per “sistema alimentare” si dovrebbe intendere un modello integrato di regole pubbliche per l’eguale accesso al cibo e quindi stabilendo le regole per l’equa distribuzione. Gli strumenti dell’amministrazione condivisa e della governance partecipativa servono alla realizzazione di questi progetti per una migliore capacità conoscitiva, formazione degli attori coinvolti e sensibilizzazione ad un consumo giusto. Questo uno dei temi sottolineato anche dalla Tavola Rotonda dove è intervenuta Mara Petruzzelli che sostiene la stipulazione di patti di cittadinanza alimentare per consentire di attivare iniziative agroalimentari interconnesse alle esigenze territoriali. Una nuova modalità di assunzione di responsabilità Erika Capasso della Fondazione Innovazione Urbana ha sottolineato che “per decidere meglio dobbiamo decidere insieme”. Il modello della regione Emilia-Romagna, quello della l.r. 2/2023, diviene caposaldo per tutti gli obiettivi proposti, in quanto</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2023/06/lamministrazione-e-la-citta-della-cura-un-convegno/">L’amministrazione (e la città) della cura: un convegno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 5 maggio 2023 si è tenuto, presso l’Università di Bologna, il seminario “L’amministrazione (e la città) della cura” ospitato dalle docenti della Cattedra Jean Monnet di Bologna, Giorgia Pavani, Stefania Profeti e Claudia Tubertini.<br />
La Presidente dell’Associazione delle Docenti Universitarie, <strong>Chiara Alvisi</strong>, docente di diritto privato, ha partecipato con l’obiettivo, tra l’altro, di definire la <strong>parità di genere</strong> come modalità per una nuova distribuzione del potere che trova rafforzamento negli strumenti della <strong>sussidiarietà orizzontale</strong>; infatti, l’amministrazione condivisa consente alle persone di partecipare all’attività di governo, a partire dalla definizione del bene comune, contribuendo a definire i bisogni collettivi e implementando i progetti. “Nessuno può vantare pretese esclusive”, così nascono nuove soggettività sociali, in grado di tutelare il bene comune, che si affiancano alle autorità e ai soggetti organizzati. La comunità può finanche promuovere azioni di tutela, esercitando il diritto di controllo sulla gestione dei beni comuni per tutelare i propri diritti rispetto ad una pubblica utilità. I diritti sono individuali ma l&#8217;azione è collettiva; si tratta della tutela delle pretese collettive, dei legami e dell’utilità sociale, rispetto alla gestione dei beni comuni, una <em>class action</em> civica in riferimento al <em>tertium genus</em> della teoria dei beni.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sguardo di genere e sussidiarietà orizzontale </strong></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>Emily Marion Clancy</strong>, Vicesindaca del Comune di Bologna, ha difeso il connubio tra amministrazione condivisa e pari opportunità dei generi, sottolineando il ruolo delle donne per una più equa definizione dei bisogni collettivi, niente affatto neutri rispetto al genere dei cittadini. Sostenere il ruolo della donna nella società giova allo sviluppo della cura, di cui spesso le donne si fanno carico. Secondo la strategia proposta, la valorizzazione del lavoro di cura implica <strong>includere le donne nelle strategie di sviluppo e di programmazione</strong> per permettere la fuoriuscita dal cono d’ombra di tale lavoro sociale spesso sommerso. Inoltre, ciò che emerge è la necessità di considerare la cura in modo più equo, per un’accessibilità e una distribuzione sostenibile dei carichi di lavoro.<br />
La progettazione e l’implementazione dei servizi si arricchiscono con lo sguardo di genere, anche se ciò <strong>comporta ripensare ai modelli di produzione</strong> che sono a misura di uomo – “maschio, bianco e mediamente ricco”. Se ne trova riscontro nell’organizzazione dei trasporti, che, infatti, collegano facilmente alcune tratte, tipicamente servono ad attraversare la città in 15 minuti da un punto A (ad es., l’abitazione) ad un punto B (ad es., il lavoro). Mentre, <strong>chi si occupa dei servizi di cura trova difficoltà nel dover raggiungere più luoghi nell’arco dello stesso viaggio</strong>. La sfida dell’inclusione è considerare la complessità, le esigenze dell’intera società, mediante il <em>farsi</em> sostenibile della città. Sfida che passa per la ricerca scientifica e la raccolta di dati di genere, a sostegno di nuove strategie di contrasto, il c.d. <em>gender gap.</em></p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Verso una politica dell’interdipendenza collettiva</strong></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chiara Belingardi</strong>, dell’Università di Firenze, ha presentato il lavoro dal titolo “Città, cura e pianificazione urbana con prospettiva di genere”. La relatrice fa emergere il quadro dei limiti dell’attuale progettazione urbanistica: (1). minimizzazione delle esigenze femminili (2). ignoranza delle relazioni di cura (3). sottovalutazione degli spazi di cura della città (4). pregiudizievole e ingannevole valutazione della tecnica quale “neutra” rispetto al genere. A riprova della debolezza del sistema della progettazione urbanistica dei trasporti per chi ha carichi di cura. La città è per lo più pensata per interazioni monodirezionali, per coloro i quali non hanno responsabilità di cura. La complessità che la cura prevede si traduce anche in <strong>esigenze di mobilità diverse</strong>. Il ragionamento porta a ripensare le relazioni umane; gli esseri umani sono interdipendenti, i loro scambi si traducono in relazioni sociali, la cui interdipendenza deve essere sostenibile: è il concetto emerso dal libro “<strong>Urbanismo femminista</strong>”, ad opera del collettivo di Barcellona, che propone di mettere a fuoco il tema per ripensare agli spazi pubblici. In tale solco, “Il Manifesto della cura del 2021”, scritto dal collettivo “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=LEYL1vLVqVM" target="_blank" rel="noopener">The Care Collective</a>”, propone una politica dell’interdipendenza collettiva per definire obiettivi e necessità pubbliche.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Un&#8217;opportunità per le attività solidali</strong></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>Claudia Tubertini</strong> dell’Università di Bologna ha riflettuto sulle opportunità che l’amministrazione condivisa rappresenta, un metodo che diviene ordinario a Bologna con il <a href="https://www.labsus.org/2023/01/bologna-nove-anni-dopo-lamministrazione-condivisa-e-diventata-strutturale/" target="_blank" rel="noopener">Regolamento del 2023</a> (ultima modifica), e per mezzo della <a href="https://www.labsus.org/2020/07/l-amministrazione-condivisa-e-parte-integrante-della-costituzione-italiana-ets/" target="_blank" rel="noopener">sentenza 131 del 2021</a> della Corte costituzionale che chiarisce l’opportunità dell’amministrazione condivisa per le attività solidali a sostegno della “cura” dei cittadini. Così, identificando il fine dell’azione di cura con quello dell’accudimento e del sostegno alla vita, innalzando la qualità delle funzioni sociali dell’attività amministrativa. Ciò legittima le pratiche e le modalità terze rispetto al mercato, secondo regole non concorrenziali, in ragione del principio solidaristico previsto dalla Costituzione. Sono queste le finalità che il legislatore riconosce nel 2017, legge n. 117, il <strong>Codice del Terzo settore</strong>, CTS.<br />
Secondo questo paradigma, l’amministrazione non è più l’unica responsabile nei confronti della società ma attivando le risorse che provengono dalla collettività, anche le forze civiche acquistano responsabilità pubbliche. Quindi, il sistema coinvolge i soggetti di prossimità, i soggetti civici e del terzo settore (più formali e strutturati) assieme agli enti locali, il cui livello è sì il primo deputato, tra gli enti, alla tutela dei beni comuni.</p>
<h4><strong>Accesso al cibo e amministrazione condivisa</strong></h4>
<p style="text-align: justify;">Su altro versante, <strong>Francesca Gori</strong> ha parlato di “Sistemi alimentari e cura: nuovi spazi per le politiche urbane del cibo”, dal quale si evince che per “sistema alimentare” si dovrebbe intendere un modello integrato di regole pubbliche per l’eguale accesso al cibo e quindi stabilendo le regole per l’equa distribuzione. Gli strumenti dell’amministrazione condivisa e della <em>governance</em> partecipativa servono alla realizzazione di questi progetti per una migliore capacità conoscitiva, formazione degli attori coinvolti e sensibilizzazione ad un consumo giusto.<br />
Questo uno dei temi sottolineato anche dalla Tavola Rotonda dove è intervenuta <strong>Mara Petruzzelli</strong> che sostiene la stipulazione di patti di cittadinanza alimentare per consentire di attivare iniziative agroalimentari interconnesse alle esigenze territoriali.</p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Una nuova modalità di assunzione di responsabilità</strong></h4>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.labsus.org/2023/01/capasso-gli-obiettivi-politici-e-le-sfide-culturali-del-nuovo-regolamento/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Erika Capasso</strong></a> della Fondazione Innovazione Urbana ha sottolineato che “per decidere meglio dobbiamo decidere insieme”. Il modello della regione Emilia-Romagna, quello della l.r. 2/2023, diviene caposaldo per tutti gli obiettivi proposti, in quanto eleva l’amministrazione condivisa a metodo ordinario, secondo cui la partecipazione e il dialogo diventano <strong>elementi consustanziali</strong> all’organizzazione e alla funzione amministrativa.<br />
Sono molte le dimensioni della cura che emergono dagli strumenti dell’amministrazione condivisa, che puntano sull’attivazione dei cittadini, nuovi responsabili dell’interesse generale, e che implica un nuovo approccio dell’amministrazione.<br />
Lo sviluppo di azioni di <em>governance </em>integrate sembra incontrare gli obiettivi e le pratiche dell’amministrazione della cura, tema a cui si riferisce anche <strong>Marilena Pillati</strong>.<br />
L’amministrazione condivisa non è quindi “scorciatoia” o via di fuga dalle responsabilità ma una nuova modalità di assunzione nella condivisione. Questo anche il punto di <strong>Alceste Santuari</strong> che riconosce le nuove sfide che spettano anche al dibattito scientifico: da una parte, garantire maggiori strumenti di <em>accountability</em> e controllo sulla discrezionalità amministrativa nell’ambito della co-progettazione e co-programmazione, e dall’altra ragionare della differenza tra logica contrattualistica, vincolo sinallagmatico, e paradigma dell’amministrazione condivisa, che si realizza con la partecipazione dei cittadini.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.labsus.org/2023/06/lamministrazione-e-la-citta-della-cura-un-convegno/">L’amministrazione (e la città) della cura: un convegno</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.labsus.org">Labsus</a>.</p>
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