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L’abbandono di molti tesori italiani finisce sui media britannici

L'articolo del Guardian sulle "nuove rovine italiane" da salvaguardare

“Le nuove rovine dell’Italia: i siti del patrimonio vanno perduti per negligenza e saccheggi”. Ha avuto poca eco sui nostri giornali questo articolo che il Guardian, il prestigioso giornale britannico, ha pubblicato il 28 maggio scorso sul proprio sito.
A dare visibilità alla notizia è stato il pregevole lavoro del sito valigiablu.it, che nel proprio post di Fb mette in evidenza il duro atto accusa del giornale inglese a firma di Lorenzo Tondo, da Palermo: “Invasi dalle intemperie, molti monumenti storici stanno scomparendo perché i fondi pubblici per la cultura non riescono a eguagliare l’eredità moderna dell’Italia, paese che vanta il maggior numero di siti del patrimonio mondiale dell’Unesco”. L’articolo riporta vari esempi, tra cui l’oratorio bizantino di San Marco, oggi drasticamente rovinato e coperto di vegetazione, o la cava greca del VI secolo, entrambi nel cuore della Sicilia. Come afferma provocatoriamente Mimmo Macaluso, esperto di archeologia marina e responsabile scientifico del Wwf Sicilia Area Mediterranea, «in qualsiasi altra parte del mondo questo sito sarebbe stato trasformato in un museo, attirando milioni di visitatori. E invece, eccolo, un tesoro del VI secolo a.c. che cade a pezzi davanti ai nostri occhi». Macaluso, inoltre, racconta di come molti dei siti archeologici abbandonati per mancanza di fondi non siano stati chiusi al pubblico, permettendo a ladri, predatori e vandali di rovinare e saccheggiare tesori di inestimabile valore artistico e culturale. «Ci sono siti archeologici dove chiunque può semplicemente entrare e portare a casa un antico capitello», spiega il ricercatore ai lettori del Guardian. Secondo le stime dell’arma dei Carabinieri la somma dei beni artistici rubati risulta di oltre 8mila pezzi soltanto nel 2018. «L’unico modo per proteggere il nostro patrimonio è convincere le istituzioni a investire più fondi pubblici nel nostro lavoro». E magari, perché no, aggiungiamo noi, attivare e sostenere un meccanismo virtuoso che consenta la presa in carico e l’amministrazione condivisa da parte di cittadini volenterosi e ingegnosi.

Quantificare il numero delle chiese abbandonate è quasi impossibile

Sul quotidiano inglese Lorenzo Tondo riporta, ancora, i casi della Chiesa del Sacro Cuore a Parma, o la Chiesa Scorziata del 1579, a Napoli, che un tempo ospitava dipinti dal valore inestimabile, tra cui il San Giovannino, derubati a seguito della chiusura e del conseguente abbandono della struttura. Queste sono solo alcune delle innumerevoli chiese abbandonate in Italia, di cui quantificare il numero risulta impossibile. Come riportato dall’articolo, i ricercatori ne stimano migliaia sparse in tutta Italia, alcune saccheggiate durante il dominio napoleonico, altre distrutte da terremoti o bombardamenti, altre ancora semplicemente abbandonate all’incuria degli anni, divenendo spesso discariche o prede per vandali e ladri.
In molti casi, però, il fascino romantico e l’aura di mistero emanati da questi tesori in rovina continuano a richiamare visitatori e curiosi da tutto il paese. E’ il caso del fotografo Federico Limongelli, 35 anni, creatore e amministratore della pagina facebook ‘Tesori Abbandonati’ che ad oggi conta più di 60mila seguaci. Nell’articolo del Guardian, Limongelli racconta di come la pagina nasce da un suo hobby, quello della fotografia, il mezzo da lui scelto per raccontare al mondo quelle storie che chiese e città abbandonate portano con sé, e per denunciare l’incuria a cui il governo italiano ha destinato questi siti.

Il caso napoletano

Già in alcuni diari del ‘800 un colto visitatore di Napoli scriveva come tra le 200 chiese presenti a Napoli, ben 75 fossero completamente abbandonate. Questa stima, risalente a più di un secolo fa non è da prendere alla lettera, ma negli ultimi mesi la condizione di alcuni siti culturali del comune di Napoli ha attirato l’attenzione della stampa italiana. In un articolo del 29 aprile del Sole 24 Ore, si denunciano i crolli nella Chiesa di Santa Maria del Popolo e gravi lesioni nell’adiacente farmacia monumentale, dovuti a una mancata ristrutturazione prevista da un grande progetto Unesco che, ormai dieci anni fa, aveva stanziato 100 milioni di euro per il recupero e la valorizzazione dei beni culturali del comune di Napoli. I lavori, che inizialmente erano da concludersi entro il 2013, sono stati protratti fino al 2023. Ad oggi il comune di Napoli informa che i soldi spesi per la ristrutturazione dei beni culturali sono soltanto il 15% di quei 100milioni stanziati dal progetto Unesco. Ora si auspica una consistente accelerazione. Come afferma l’ex vicepresidente di Inarc Ambrogio Prezioso, però, “100 milioni sono solo una goccia nel mare”, troppo pochi a fronte dei numerosi lavori che sarebbero necessari per recuperare e valorizzare appieno il centro storico di Napoli.

Quello del capoluogo campano non è un caso isolato nella Paese. Secondo le statistiche Europee, infatti, l’Italia è al penultimo posto in Europa per fondi pubblici stanziati alla cultura. Lo confermano anche i dati Istat riportati nel Rapporto Bes Italia 2018 (l’indicatore del “Benessere equo e sostenibile” che va al di là del PIL e include anche altri aspetti come la cultura, i tesori paesaggistici e urbani…), “nel 2016, la spesa per i servizi culturali (che includono tutela e valorizzazione del patrimonio) è stata pari allo 0,31% del PIL: meno dell’anno precedente e al di sotto della media UE, che si attiene sullo 0,43” anche esso, purtroppo, in calo.

Foto di copertina di v2osk su Unsplash