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Politiche e strumenti per le città collaborative

Le esperienze di Valencia e Barcellona a confronto con il contesto italiano

Il seminario sulle politiche e gli strumenti per le città collaborative, svoltosi presso la Scuola di Specializzazione in Studi sull’Amministrazione Pubblica (SPISA) dell’Università di Bologna i giorni 14 e 15 giugno 2019, ha rappresentato un’occasione preziosa di confronto tra le dinamiche collaborative instauratesi nel contesto italiano ed in quello di altre realtà europee. L’incontro, organizzato nell’ambito del progetto Jean Monnet “New policies and practices for european Sharing cities”, coordinato dalla prof.ssa Giorgia Pavani (Univ. Bologna), è partito dall’illustrazione del nuovo diritto delle città e della disciplina nazionale in materia di collaborazione civica a cura del professor Fabio Giglioni (Univ. La Sapienza, Roma), e si è poi articolato in una tavola rotonda avente a oggetto le nuove pratiche collaborative maturate in concreto nelle città, moderata dal professor Daniele Donati (Univ. Bologna), che ha visto, tra l’altro, partecipare alcuni relatori afferenti a realtà di altri paesi, come Valencia (il prof. Andrés Boix Palop) e Barcellona (prof. Marc Vilalta Reixach).

Il peso crescente delle città

Dal dibattito è emerso, anzitutto, come sia possibile collocare i modelli in esame entro un quadro omogeneo caratterizzato, da un lato, dal ruolo preponderante che le città si stanno ritagliando sul piano del diritto (basti pensare all’attenzione crescente a esse riservate dal diritto internazionale, al patto dei sindaci stipulato tra alcuni rilevanti Comuni europei, nonché alla legittimazione processuale a esse accordata di recente dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea), dall’altro, dal peso crescente del diritto stesso nelle città, in virtù del potenziale di relazioni giuridiche che si instaurano. Tali processi vanno di pari passo con un generale ripensamento degli strumenti urbanistici e pianificatori fin qui adottati, dal momento che oggi la priorità non è più l’espansione progressiva e un disegno razionale di sviluppo, bensì la riattribuzione di un senso specifico ad ampi spazi urbani che lo hanno perduto, a partire dalle aree dismesse. Da ciò deriva il tentativo di approcciare il nuovo scenario urbano con strumenti innovativi, capaci di instaurare processi di collaborazione alla gestione in senso lato delle città stesse, ponendosi come argine e come potenziale soluzione tanto alle dinamiche di conflittualità ambientale e sociale che sempre più affliggono i territori, quanto alla crisi di fiducia dei cittadini nelle istituzioni pubbliche e nei loro rappresentanti. Si tratterà, chiaramente, di strumenti diversi tra loro, dovendosi adattare a contesti affatto difformi e con caratteristiche peculiari.

Due esempi alla luce delle innovazioni  in corso

Il primo esempio affrontato, quello di Valencia, vede la collaborazione tra cittadini e amministrazione declinata specialmente sul versante della mobilità e delle politiche abitative. Qui la sfida della regolazione normativa si pone da un lato dinanzi all’emersione di nuove attività e nuovi mercati che richiedono una nuova disciplina, dall’altro, all’affermazione di dinamiche che mettono in discussione la regolazione tradizionale, con un impatto significativo derivante dall’uso delle nuove tecnologie. Ciò si evince dalle politiche sulla mobilità, dove i modelli consolidati del servizio pubblico (finalizzati alla garanzia delle prestazioni, alla qualità del servizio e alla protezione dei consumatori) vanno riconsiderati alla luce delle innovazioni tecnologiche, le quali permettono a soggetti privati di ritagliarsi uno spazio inedito. Ne deriva un necessario adattamento della regolamentazione preesistente e la definizione di regole transitorie, onde prevenire il conflitto crescente con i beneficiari dei regolamenti tradizionali (lampante è l’esempio del servizio offerto dai taxi e del rapporto con altre soluzioni affermatesi). Si pone dunque il tema dell’integrazione tra il versante pubblico e quello privato, con una dimensione conflittuale di carattere essenzialmente urbana da affrontare caso per caso. Esso è presente al pari nella regolamentazione delle politiche abitative: qui, a rilevare sono tanto le caratteristiche economiche del rapporto tra i due livelli (in termini di efficacia e di esternalità negative), quanto il conflitto con altri diritti, quali il diritto all’abitazione e il diritto a vivere in un determinato tipo di città.
Il secondo modello oggetto di esame, il Comune di Barcellona, è caratterizzato da una tradizione d’impegno civico risalente e da un impulso alla partecipazione agevolato sia dal contesto istituzionale (in particolare, sotto l’amministrazione progressista guidata da Ada Colau), sia dal quadro normativo (con un ampio spazio rimesso alle autonomie). I principali strumenti della collaborazione sono rappresentati dalla cessione a terzi di spazi vuoti e dalla gestione comunitaria. In entrambi i casi, può figurare come soggetto proponente qualsiasi entità pubblica o privata che sia legalmente costituita e che non persegua uno scopo di lucro. Con riferimento alla cessione di spazi dismessi, il procedimento consta di una selezione competitiva a evidenza pubblica, della presentazione di un progetto (per la realizzazione attività temporanee e d’interesse pubblico) e dalla valutazione a opera del Tavolo del Patrimonio Cittadino (al quale spetta la verifica della fattibilità economica, dell’impatto ambientale e sociale, della creatività di ciascun progetto); l’istituto assume quindi la qualificazione giuridica di cessione d’uso temporanea, ai sensi della normativa nazionale e regionale. Riguardo invece alla gestione condivisa, in questo caso il procedimento è scandito da un concorso pubblico o da una aggiudicazione diretta a seconda della complessità della fattispecie, cui fa seguito la valutazione a opera del medesimo Tavolo del Patrimonio Cittadino, il quale ne misura la capacità di adattamento alla realtà sociale e alle esigenze del territorio, il livello di sostenibilità e i meccanismi per favorire la partecipazione della cittadinanza; in questo caso, la qualificazione giuridica attribuita è quella di accordo di collaborazione, secondo una configurazione che richiama in parte il modello adottato in Italia a partire dal regolamento sui beni comuni del Comune di Bologna.

Emerge, in sintesi, da queste esperienze una comunanza di esigenze affrontate con una pluralità di strumenti che, pur nella loro diversità, assumono come tratto caratteristico la partecipazione e l’uso di strumenti consensuali in grado di garantire la collaborazione tra istituzioni pubbliche e società civile, in piena coerenza con il principio di sussidiarietà.