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Ri-Parco. Dalla lotta dei lavoratori all’impegno per un bene comune

La storia di Ri-Parco a Magenta: dalla chiusura della fabbrica alla rigenerazione di un bene comune

La ridefinizione di un luogo come bene comune è un processo lungo e complesso che coinvolge diversi fattori. In questi anni, Labsus ha raccontato di tante linee sulle quali gruppi di cittadini si sono attivati per salvare, rigenerare e tutelare luoghi e risorse da loro ritenuti fondamentali e di valore per le comunità locali. Tra queste dinamiche di ridefinizione vi è una forma di acquisizione dei beni comuni che passa attraverso pratiche di lotta ed occupazione degli spazi; si vedano in questo senso le storie di Mondeggi, del lago della ex Snia, di Ri-maflow o di Officine Zero.
La storia raccontata qui è legata in maniera molto stretta alle altre, tanto che verrebbe da pensare che vi sia anche una sorta di “contaminazione” tra chi si trova a vivere queste esperienze parallele che s’incrociano in certi momenti e trovano la possibilità di un confronto comune.

Per capire Ri-parco bisogna andare indietro negli anni

Ri-parco nasce come iniziativa di lotta contro la chiusura della Novaceta di Magenta. Siamo appena fuori Milano, stretti tra la cerchia dell’hinterland e il parco del Ticino, una zona dalla profonda storia industriale attraversata dal naviglio ticinese che ricorda anche il passato più remoto fatto di agricoltura. Per capire Ri-parco bisogna andare indietro negli anni, come mi spiegano alcuni degli attivisti che ho conosciuto, e comprendere certe dinamiche economiche ben più ampie dei piani industriali della Novaceta.
Tutto inizia nel 2003, la fabbrica funzionava a pieno regime ed era leader mondiale nella produzione di filato di acetato. Il sito industriale copriva una superficie di 220 mila mq e impiegava 500 lavoratori. Nelle prospettive future di quell’area, però, si affaccia la futura zona Expo 2015 nella vicina Rho e il progetto di creare una nuova tangenziale. Il polo produttivo, non vincolato allora a zona industriale secondo il piano regolatore, diviene quindi un affare appetibile per una riedificazione immobiliare. E infatti in quell’anno la proprietà della Novaceta passa dalla Snia (la stessa società del caso romano) alla BembergCell, gruppo riconducibile all’immobiliarista Maurizio Cimatti. All’epoca i lavoratori rimasero sorpresi e dubbiosi sul perché una società immobiliare acquisisse una fabbrica. Ciononostante, la nuova proprietà propose un piano industriale per l’ampliamento della produzione (che già generava un valore annuo di 100 milioni di fatturato). Questo piano, però, non si realizzerà mai, perché il profitto derivante dall’eventuale riconversione in area residenziale sarebbe stato ben più alto (stimato secondo esperti intorno ai 600 milioni su tutta l’area). Il progetto, però, non decolla grazie ad una delibera proposta dalle minoranze in consiglio comunale che chiedono la conversione ad area industriale, dando seguito alle intenzioni palesi dei nuovi proprietari, ma nei fatti compromettendo il loro futuro progetto di riconversione. Nel 2005 la BembergCell fallisce e dopo due anni l’azienda viene acquisita da Mcm Holding di Gianni Lettieri; anche in questo caso, la nuova proprietà punta a rilanciare l’area con un nuovo piano industriale ma nei fatti la holding porterà la Novaceta al fallimento nel 2009. Di qui si apre il lungo processo giudiziario che vede gli ex operai protagonisti in prima linea dovendo loro pagare il conto di tutta quest’opera speculativa. Il giorno dopo il fallimento, un centinaio di loro presentano querela presso la Procura di Milano contro la proprietà e partono così le indagini che si concluderanno con condanna in primo grado per 17 accusati nel 2018.

Un presidio attivo, nell’interesse comune

Nel frattempo, gli ex operai presidiano i cancelli della fabbrica aspettando notizie e giustizia, cercando di mantenere viva l’attenzione sulla loro vertenza e unito il gruppo nella lotta contro l’ex proprietà. Tra le file dei lavoratori inizia anche a farsi largo l’idea di riprendersi parte degli spazi come legittima compensazione per le avversioni subite. In particolare, la Novaceta può vantare un’immensa area dedicata alle attività sportive, l’ex CRAL. L’art. 11 dello statuto dei lavoratori (legge 300 del 20 maggio 1970) prevede che siano costituti dei circoli per attività culturali, ricreative e assistenziali formati a maggioranza da rappresentanti dei lavoratori. Il CRAL Novaceta comprendeva un campo da calcio, un campo da tennis coperto, campo da bocce e area per atletica oltre a un piccolo edificio adibito a bar. Nei quasi 60 anni di attività della Novaceta, l’area era divenuta luogo centrale per la comunità magentina, date le dimensioni di questa, ben più ampie del parco comunale. Il CRAL ospitava non solo gli operai, ma anche le gare delle scuole locali e dei tornei amatoriali, era quindi vissuto da tutti. Questo spazio, però, cadde in una condizione di abbandono insieme a tutto il resto della fabbrica, un destino contro cui si oppongono gli ex operai che non possono riattivare la produzione, ma possono almeno salvare quest’area verde.
Il primo passo è una raccolta di firme (2000 su una popolazione di 23 mila abitanti) servita almeno a chiedere che questo spazio tornasse ad essere uno luogo pubblico. Aspettando l’azione del Comune, nel 2014 gli ex operai entrano nello spazio e iniziano a ripulirlo, visto l’avanzato stato di abbandono. Si voleva dimostrare alla cittadinanza che questo parco poteva essere salvato attraverso l’azione diretta. Inoltre, gli ex operai erano consci che quelle condizioni avrebbero portato al degrado e all’occupazione di quel luogo da parte di attività criminali. Il processo di recupero continuò anche come azione politica presso il consiglio comunale: si chiese al comune di espropriare l’area (mozione che venne bocciata dalla maggioranza) e successivamente di attivarsi per poterla avere in comodato d’uso gratuito (la mozione venne approvata, ma senza alcun seguito). Quindi nel 2016 si decise di passare all’azione diretta e di non aspettare il comune.

… e si fa il primo passo

Di fronte alla palese mancanza di una reale volontà da parte dell’amministrazione pubblica, gli ex lavoratori cominciano a strutturare maggiormente la loro presenza presso l’ex CRAL, dal 1° maggio 2016, data non casuale, occupandolo permanentemente e creando il progetto Ri-Parco. Nelle intenzioni, questa occupazione vuole essere gemella dell’esperienza Ri-Maflow, che si concretizza nella vicina Trezzano sul Naviglio. Nasce da subito una forte collaborazione tra le due esperienze e Ri-Parco entra anche a far parte della rete Fuorimercato. Alla base dell’occupazione risiede l’idea che un bene privato dovrebbe generare effetti positivi invece che creare i danni emersi dalla speculazione spregiudicata di certi soggetti. Gli ex operai legittimano la loro azione sulla base dell’art. 43 della Costituzione:

Ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazione di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

Gli obiettivi che si pone Ri-Parco sono chiari, essere una realtà aggregativa per la propria comunità, restituire lo spazio alla popolazione locale e promuovere nuove forme di attività ricreativa, sociale e sportiva. Gli attivisti rivendicano la gestione autonoma di questo spazio per l’interesse comune senza aiuto della proprietà o del Comune. Ne garantiscono l’apertura, la manutenzione e la sopravvivenza per puntare poi un giorno ad acquisirne la proprietà attraverso l’usucapione. Dietro Ri-Parco vi è una visione molto più ampia che chiede di ridiscutere non solo il futuro dell’area Novaceta, ma lo stesso destino di Magenta. Questa città operaia, divenuta tale grazie alle tante fabbriche aperte nel secolo scorso, chiede che la sua storia sia tutelata. Si lamenta, inoltre, una mancanza di visione politica negli ultimi 20 anni di deindustrializzazione, che ha condannato la città all’unico destino di essere appendice di Milano e zona dormitorio.

A grande richiesta: la maggior partecipazione della cittadinanza

Le scuole locali sono tornate a svolgere le gare di corsa campestre e un gruppo di giovani attori usa i loro spazi per le prove di teatro. Eppure, nonostante gli immensi sforzi degli attivisti, Ri-Parco fatica molto a trovare riscontri positivi nella propria comunità. Si vorrebbe vedere ancora più partecipazione della cittadinanza, come quella espressa recentemente di fronte agli spiacevoli fatti avvenuti durante la notte del 18 gennaio, quando degli ignoti hanno distrutto la piccola sede dell’associazione, gesto che sembrerebbe dettato dalla pura ignoranza e perfidia. Alla richiesta di sostegno hanno risposto in molti permettendo di riparare i danni in tempo per la tradizionale “trippa del 1 febbraio”.