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Il teatro come strumento di cura e di connessione

Un'intervista a Pascal La Delfa, presidente dell'associazione "Oltre le parole", promotrice del premio Giulietta Masina, per artisti del cinema e del teatro impegnati nel sociale
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Oltre le parole” è un’associazione che nasce dall’esperienza e dalla collaborazione di varie associazioni culturali, produzioni teatrali, professionisti nell’ambito psico-pedagogico e socio-sanitario e singoli artisti associatisi in un’unica struttura di produzione e formazione culturale con particolare riguardo alle fasce deboli e del disagio sociale. Fondata nel 2003, realizza progetti sia di carattere sociale (laboratori teatrali per soggetti svantaggiati, spettacoli didattico-divulgativi…) sia di carattere prettamente culturale (realizzazione di spettacoli e laboratori teatrali). Da quest’anno ha dato vita (con il sostegno della Regione Lazio e in collaborazione con Dire Fare Cambiare ed ETRU – Museo Nazionale Etrusco) ad un premio dedicato a Giulietta Masina, per dare un riconoscimento ad una artista che, «oltre alla sua rilevanza professionale, abbia un’importante attenzione in prima persona verso il mondo del Sociale». Per la prima edizione del premio è stata scelta l’attrice Anna Foglietta, madrina dell’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia e artista nota per ruoli teatrali e cinematografici molto coerenti con le tematiche sociali, nonché presidente della onlus Every child is my child composta da persone dello spettacolo che si sono spese per sensibilizzare l’opinione pubblica dicendo “Basta” alla guerra in Siria.
Abbiamo intervistato il presidente dell’associazione “Oltre le parole”, Pascal La Delfa, attore-regista-esperto in teatro sociale.

Che obiettivi si è dato questo premio e a cosa punta?

È un progetto che parte da lontano: la nostra onlus si occupa da sempre di coniugare Arte e Sociale perché crediamo che l’Arte possa essere un veicolo importante di crescita sociale e nello stesso tempo avere una società che ha modo di “frequentare l’arte”, come fruitori e/o protagonisti, possa portare beneficio a tutti. Abbiamo individuato in molti personaggi della Masina, una serie di protagonisti spesso ai margini, ma nello stesso tempo frequentemente con un profondo spessore interiore.
La stessa donna Masina, in Italia considerata soprattutto come “Gelsomina” o come “la moglie di Fellini”, è l’emblema di chi viene in qualche modo messo in secondo piano semplicemente perché non si adegua, o non vuole adeguarsi ad un mondo dove bisogna “urlare” per farsi notare, per ottenere gratificazioni, riconoscimenti.
Il nostro premio mira a valorizzare chi riesce a raggiungere eccellenze senza alzare la voce o cercare ribalte, chi riesce ad aiutare gli altri grazie alle proprie fortune, capacità, possibilità. Puntiamo a diventare non il “solito” premio che dia valore solo al talento, ma anche all’impegno nella Società.

Quali sono le motivazioni che vi hanno portato a scegliere Anna Foglietta per il premio della prima edizione?

La sensibilità di Anna verso i temi sociali non è nuova. Dal 2017 presiede una onlus importante, ma la sua azione di “intervento sociale” è sempre stata presente, sia nella vita privata che nella scelta di ruoli professionali “impegnativi” e di forte valore sociale.

La produzione teatrale (e cinematografica) contemporanea secondo lei sta dando più spazio di un tempo ai temi sociali e in che misura, con quali attenzioni particolari?

Si, le attenzioni ci sono e non poche. Ma quello che vorremmo sottolineare noi è innanzitutto che non basta “parlarne”, ma bisogna anche fare. Uno spettacolo, un film è un’opera artistica e frutto di sacrifici di chi l’ha voluto. Poi c’è tutto un mondo dietro che va dal singolo cittadino alle Istituzioni, che devono raccogliere il messaggio e trasformarlo in azioni, altrimenti diventa più una ghettizzazione che un aiuto.

Il teatro come cura, come occasione importante per rielaborare dolori e crisi: ma come e in che misura è efficace, soprattutto di questi tempi assai difficili?

Il teatro è relazione, è incontro per eccellenza. Non può esserci niente di più essenziale in un momento come questo, dove siamo anche “fisicamente” distanziati. L’essere umano ha bisogno di esprimersi e qualora non riuscisse a farlo, si sentirebbe male, malissimo. Rielaborare emozioni in forma artistica è l’alternativa all’uso di “violenze”, che possono essere implosive o esplosive. Il teatro ti mette in connessione, rispetta il punto di vista dell’altro, ti mette in condizioni di essere empatico e, in definitiva, di migliorare la tua e l’altrui posizione.

I temi dell’accoglienza, del diverso, dello straniero, quanto sono presenti nei contenuti teatrali di oggi?

Lo sono sempre stati, se pensiamo che essere diversi e stranieri è una condizione che va al di là delle classificazioni come religione, genere, razza… Oggi come mai, in epoca di globalizzazione che ci vedrebbe tutti “uguali” cittadini di un unico mondo, il teatro, anzi i teatri, possono riaffermare l’unicità di ognuno, e nello stesso tempo la bellezza di poter essere diversi, ma nello stesso tempo “compatibili” senza essere omologati.

E come vengono accolti dal pubblico?

Il “teatro sociale” ha sempre una grande attenzione, un misto di curiosità e stupore che però non deve sfociare nel “voyerismo”: il teatro è sempre sociale, a prescindere da chi lo fa, non ci sarebbe bisogno del distinguo. Sono i contenuti che devono passare, al di là degli interpreti. Un pubblico, che è abituato ad andare a teatro, non fa distinzione.

La sua associazione che ha inventato il premio si chiama OLTRE LE PAROLE. Cosa c’è oltre?

Oltre le parole, ci sono appunto i fatti. Può sembrare strano che una onlus come la nostra si batta per fare pubblicità ad altre onlus. Ma non lo è! Noi viviamo in un mondo dove non possiamo sopravvivere senza l’interconnessione: solo mettendoci in rete e aiutandoci possiamo migliorare tutti. Ci siamo sempre battuti con questo intento: essere inclusivi anziché esclusivi.

Non si insegna poco nelle scuole ai bambini il valore del teatro secondo lei? E cosa si potrebbe fare per fare crescer fin da piccoli questa passione?

Non è una passione, il teatro è innato nel bambino. L’espressività attraverso corpo e voce è parte fondamentale della comunicazione e dello sviluppo del bambino. Il teatro deve essere “recuperato” semmai, e non rinchiuso sotto sedie e banchi per ore. Certo è più comodo per cattivi insegnanti avere delle macchinette senza corpo e voce, che rispondono ad una pseudo didattica che passa solo per un insieme di nozioni, anziché per un apprendimento trasversale e completo. Il teatro ti dà l’occasione di entrare “mimesicamente” in empatia con le cose, di conoscere il loro significato più profondo: la sostanza e non la forma. Una poesia non è nulla se mettiamo insieme solo le parole senza dare loro il senso che suscita nel nostro corpo. Il teatro è corpo e parola, cuore e movimento. Come si fa a pensare che si possa essere solo “testa”?