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L’immigrazione in pandemia: tra partecipazione attiva e fake news

Per i Report Caritas e Dossier Idos 2020, l’emergenza sanitaria ha inasprito l’intolleranza verso i migranti, ma il 30% degli stranieri in Italia lavora in ambiti chiave per la lotta alla pandemia
Immigrazione

Il flusso delle immigrazioni in Italia nell’ultimo anno è rallentato, e non esiste un “allarme contagi” dovuto all’arrivo dei migranti. Basterebbero questi due dati, emersi dal Report 2020 sull’immigrazione di Caritas-Fondazione Migrantese dal Dossier statistico per l’immigrazione Idos, presentati entrambi lo scorso ottobre, per fare il punto e smentire una comunicazione distorta della realtà. Quella che, soprattutto in questi mesi di pandemia, ha accresciuto la percezione del pericolo per una presunta “invasione” di città e paesi, collegata alla paura per la diffusione del virus da parte dei migranti. Non solo, secondo la Caritas, non esiste alcun “allarme sanitario” collegabile alla presenza di cittadini stranieri, con un 5,1% di positivi nei centri di accoglienza per migranti, ma neppure un rischio di “sostituzione culturale”, con un 54,1% di residenti stranieri in Italia, al gennaio 2020, di religione cristiana.

Una presenza partecipativa

Ancora. Idos sottolinea come, a dispetto del pregiudizio che vede il migrante pesare sull’economia nazionale, oltre il 30% degli immigrati in età lavorativa è definibile tra i keyworkers: dipenderebbero in buona parte proprio da loro, dunque, i servizi essenziali nel contrasto alla pandemia, come assistenza, sanità e pulizie. Sale al 61% il tasso di occupazione dei cittadini stranieri, che arrivano a coprire il 10% della forza lavoro del nostro Paese. Non una presenza inattiva, dunque, bensì altamente partecipativa: «Dai dati analizzati», aggiunge il Rapporto di Caritas, «emergono un ruolo e un contributo significativi dei cittadini stranieri nel mercato del lavoro italiano».
Grande spazio nei due rapporti è stato dato al monitoraggio dell’impatto della pandemia sugli stranieri residenti in Italia, gli effetti sulle fasce più povere, sull’occupazione e l’istruzione. «Conoscere per comprendere» è il sottotitolo del Report Caritas: «Occorre riflettere su questi verbi complessi» sottolinea Mons. Stefano Russo, segretario della Conferenza episcopale italiana, «non sarebbe possibile realizzare un’efficace accoglienza dei migranti se si curassero solo gli aspetti economici, ignorando le dimensioni antropologiche». Secondo la Caritas, circa il 38,4% dei poveri aiutati durante il periodo di quarantena, dai centri sparsi su tutto il territorio nazionale, era di origine straniera.

Perché la Dad incide di più

Ma è anche la povertà educativa post lockdown a spaventare: la didattica a distanza, infatti, ha avuto un impatto molto forte sui bambini figli di migranti, proprio per la «scarsa competenza informatica e difficoltà linguistiche» dei genitori.
«La parola d’ordine di questo 2020 è “distanziamento sociale”» ha ricordato Luca di Sciullo, presidente del Centro studi e ricerche Idos, «raccomandazione che, se riferita agli immigrati che vivono con noi in Italia, non ha avuto e non ha difficoltà a venire osservata, perché si innesta su un atteggiamento già abbondantemente radicato: con gli stranieri è bene mantenere le distanze». I provvedimenti di regolarizzazione pensati dal governo durante i mesi di chiusura, per fare fronte alla mancanza di manodopera straniera, hanno consentito la presentazione di 207.542 domande di regolarizzazione, l’85% nel lavoro domestico. Durante l’emergenza Covid, tuttavia, come sottolinea il dossier Idos, si è registrato un aumento del 15-20% di stranieri sfruttati nelle campagne, legato ad un peggioramento delle condizioni lavorative, un incremento dell’orario di lavoro, un peggioramento della retribuzione e un aumento del lavoro nero. A ciò si è aggiunta, sottolinea sempre Idos, l’accresciuta «spirale d’odio» nei confronti degli stranieri, vittime di aggressioni razziste.

Qualche dato su partecipazione e integrazione

Dal Rapporto della Caritas emerge un calo del numero delle acquisizioni di cittadinanza, da 146 mila nel 2017 a 127 mila del 2019. Mentre si conferma la tendenza all’inserimento stabile nelle città con il 62,3% dei permessi a lunga scadenza, con l’aumento della compravendita di immobili. Un trend che racconta della volontà di gettare basi solide per un futuro nelle nostre città. D’altra parte, ad oggi, circa il 10% degli alunni delle scuole italiane è di origine straniera ma senza cittadinanza, con un basso tasso di frequentazione delle Università e degli studi di grado più alto.
L’emergenza sanitaria globale ha rotto ogni barriera, ha rivelato l’essenza fittizia dei confini tra le nazioni, rendendo tutti vulnerabili allo stesso modo, senza chiedere reddito n’è provenienza. Oggi più che mai è solo questione di umanità. Numeri, dunque, quelli presentati dai Dossier, che si fanno volti e storie nelle comunità cittadine anche in tempo di Covid, tra partecipazione attiva e percezioni distorte della realtà.

Foto di copertina: Joel Muniz su Unsplash